Esperto di Calcio

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14 dicembre 2013

Storie di calcio: il video del grande Parma, apogeo e declino dei ducali

Esperto di Calcio è lieto di promuovere una nuova e fantastica iniziativa, sempre in collaborazione con gli amici di Fantagazzetta. Il portale numero uno in Italia per il fantacalcio ha infatti richiesto i servigi dell'Esperto, che si mette volentieri a disposizione.
Alcune delle Storie di Calcio che trovate su questo blog verranno riprese per creare dei video "amarcord" più belli e interessanti del canale video di FG. Gli FG Memories racchiudono l'essenza delle Storie di Calcio, supportando con immagini e voce i fatti raccontati sul blog.



Un ringraziamento particolare a Fulvio Gennari, direttore della sezione video, è Claudia Racioppi, giornalista che presta voce e volto nel raccontare le Storie di Calcio.
Non resta che augurarvi buona visione e ricordarvi di stare collegati, l'Esperto e Fantagazzetta non dormono mai!

13 dicembre 2013

Storie di calcio: da Falcao a Maicon, Roma a ritmo di Samba

Quando si pensa al Brasile viene immediatamente in mente il futbol bailado, la tecnica sublime, il bel gioco ed un sole che ti accarezza la pelle. A circa ottomila chilometri di distanza sorge una delle città più belle del mondo, culla della cultura classica e madre della più grande civiltà della storia: Roma. Nella capitale del Bel Paese i calciatori brasiliani hanno da sempre trovato uno dei luoghi migliori in cui esprimersi, in cui trovare una seconda casa. Apri-fila del movimento è stato un attaccante di Rio de Janeiro, Dino da Costa, approdato in giallorosso nel 1955 e ben presto divenuto un idolo dei tifosi. Capace di segnare 12 reti in 9 derby con la Lazio, è tutt'oggi il più prolifico cannoniere della stracittadina romana, al pari di Marco Del Vecchio e Francesco Totti. Dopo di lui Josè da Silva, Da Costa Jair e quel Benedicto Sormani capace di incantare in campo e condurre la squadra dalla panchina una volta ritiratosi.
Quando penso al binomio Roma-Brasile, è però impossibile non pensare immediatamente a Paulo Roberto Falcao e Toninho Cerezo, campioni capaci di fare la storia del calcio e del club capitolino. Falcao è stato una colonna della società dell'allora presidente Dino Viola, un leader, in campo e fuori. Arrivare ad esser apostrofato come il "divino" o "l'ottavo re di Roma" è un'onorificenza che la tifoseria della Sud ha concesso ad un solo altro uomo, un certo Francesco Totti.
Il "baffuto" Toninho Cerezo è stato invece simbolo della voglia di vincere, tanto da sacrificare le proprie vacanze pur di giocare (e decidere) la finale di Coppa Italia contro la Sampdoria, squadra con cui giocherà e vincerà negli anni avvenire.
Da sempre fra i campioni della Seleçao e la Roma si è stretto un forte legame, che nel corso degli ultimi vent'anni è stato di luci ed ombre, successi e tonfi. Simbolo di questo rapporto sono certamente due difensori, che con il loro carisma e le loro giocate hanno segnato indelebilmente la storia del club. I tifosi della "Lupa" avranno già capito di chi sto parlando, Aldair Nascimento do Santos e Marco Evangelista de Moraes.
Aldair, approdato alla Roma nel lontano 1990 dal Benfica, è stato uno stopper fantastico, che faceva dell'eleganza e della concretezza i suoi punti di forza. Marcatore implacabile a dispetto della sua velocità non proprio memorabile, Aldair sapeva come pochi essere nel posto giusto al momento giusto, frapporre il suo corpo e le sue lunghe leve alla propria porta, per chiuderla a doppia mandata. Soprannominato dai tifosi "Pluto", il difensore brasiliano ha saputo guadagnarsi l'affetto ed il rispetto della piazza, tanto da portare al braccio la fascia di capitano per molti anni.
Marco Evangelista de Moraes, o più semplicemente Cafu, è stato per il Brasile e per la Roma un'istituzione, un pezzo di storia. Ancor prima di essere un terzino formidabile, Cafu è stato un esempio in campo e fuori. Sempre gentile e sorridente, ha incarnato i giusti valori che un campione dello sport deve avere. La gioia nel fare il proprio lavoro, nell'allenarsi e  nel far fronte a successi e sconfitte, sono le qualità che tutti i grandi sportivi dovrebbero avere. In campo Cafu era un'ira di Dio, solcava la fascia con impressionante regolarità ed era sempre pronto, tanto in difesa quanto in attacco. Il soprannome "Pendolino" descrive perfettamente le capacità del terzino destro più forte degli ultimi vent'anni, abile tanto nel ripiegare quanto nell'offendere, sempre pronto a farsi in quattro per i compagni e l'ultimo a mollare. Il suo palmarès, fatto di trionfi in ogni continente e squadra, parla da solo.
Franco Sensi aveva un debole per i brasiliani, nel corso della sua presidenza non solo Aldair e Cafu, ma molti altri carioca hanno avuto il privilegio di vestire la maglia giallorossa. Alcuni hanno ripagato la fiducia, altri hanno deluso amaramente.
Pensiamo ad esempio agli ultimi quindici anni, il periodo più sudamericano nella storia del club. Sono approdati a Roma, nell'ordine, Paulo Sergio, Zago, Fabio Junior, Emerson,  Assunçao, Lima, Mancini, Cicinho, Doni, Taddei, Julio Baptista e Adriano, fino ad arrivare ai più recenti Marquinhos, Castan e Maicon. Quasi tutti giocatori di un certo livello, ognuno dei quali ha avuto una storia particolare.
Come Paulo Sergio, attaccante rapido e prolifico acquistato dai tedeschi del Bayer Leverkusen, con cui i Sensi faranno sempre ottimi affari. Campione del Mondo nel 1994, Paulo Sergio griffa 24 reti in due anni e saluta la piazza romana per andare a chiudere la carriera in Germania, al Bayern Monaco. Prima di andarsene, lascia a tutti un indelebile ricordo nel perentorio 5-0 contro il Milan. Un goal memorabile, fantastico, in cui salta con irridente semplicità Costacurta e batte Sebastiano Rossi con un potente destro incrociato.
Perso Paulo Sergio, i capitolini decidono di puntare ancora su un attaccante della Seleçao, acquistando a peso d'oro quello che in patria viene soprannominato "il nuovo Ronaldo". Fabio Junior arriva dunque in giallorosso per 30 miliardi di lire e colleziona una sequela di magre figure che fanno ben presto capire al mondo intero che l'unica cosa in comune con il numero 9 dell'Inter è il taglio di capelli. La sua esperienza romana dura la miseria di 16 spezzoni di partita, sufficienti per far esultare la Sud nel momento del suo commiato.
Diversa fortuna ebbero Carlos Zago, Emerson e Marcos Assunçao, grandi in campo e idoli della piazza per quello storico Scudetto nel 2001. Zago era un difensore duro e ruvido come pochi, capace di formare con Aldair e Samuel una linea difensiva tutta sudamericana, l'unica che nel corso della sua storia Fabio Capello ha schierato a tre. Zago non aveva la classe di Samuel o la visione di gioco di Aldair, ma era il perfetto "mastino" che ogni squadra vorrebbe. Davanti a lui giostrava Emerson, approdato a Roma nuovamente dal Bayer Leverkusen. Il numero 8 è stato uno dei perni della squadra di Capello, un valore aggiunto. Abile tanto in fase di possesso quanto in ripiegamento, Emerson ha deciso con le sue giocate più di una partita, giustificando i 22 milioni di dollari versati nelle casse della squadra delle "aspirine". Dinamico e sempre concentrato, Emerson è stato il faro del centrocampo di Capello, affiancato ora da Tommasi, ora dal connazionale Assunçao. Approdato a Roma l'anno prima dello Scudetto, Assunçao non è stato un titolare inamovibile della mediana giallorossa, ma ha entusiasmato la gente come pochi. Aveva una visione di gioco notevole e calciava le punizioni in maniera divina. Specialista dai 25 metri, calciava di forza o precisione indifferentemente, scavalcando la barriera e gonfiando la rete in più di un'occasione.
Per rinforzare il reparto di centrocampo, l'anno dopo il tricolore, Capello chiede un brasiliano atipico. Niente piedi buoni o visione di gioco, ma tanta corsa e grinta. Lima era il classico calciatore che il tecnico di Pieris sa apprezzare. Senza fronzoli e con la voglia di lottare su tutti i palloni, Lima è entrato a piccoli passi nella storia del club giallorosso, lasciando un bel ricordo di sé. Come un gladiatore dell'antica Roma, Lima non contemplava la possibilità di arrendersi o togliere la gamba, uno spirito encomiabile che lo porterà a giocare oltre i 40 anni.
Gli anni di Spalletti, poco dopo l'ebbrezza tricolore, vedono una Roma molto attiva nel mercato brasiliano, con giocatori in entrata ed in uscita ad ogni sessione di mercato. Praticamente ogni zona del campo ha il suo carioca, ad iniziare dalla porta. Donièber Alexander Marangon, o per meglio dire Doni, arriva a Trigoria in sordina con i crismi del vice Curci. In men che non si dica l'estremo difensore di Jundiaì si conquista il posto da titolare e non lo molla per diversi anni, venendo anzi affiancato dal connazionale Jùlio Sèrgio nella stagione successiva.
La retroguardia viene puntellata con due laterali, approdati rispettivamente via Siena e Real Madrid. Rodrigo Taddei, jolly di fascia esploso nella squadra toscana, viene acquistato nell'estate del 2005 a parametro zero. Forse non si tratta di un fuoriclasse, ma la generosità dell'esterno di San Paolo è fondamentale per Spalletti, che fa di Taddei uno dei perni della sua squadra. Da par suo il brasiliano ripaga la fiducia con goal pesanti, come quello al Santiago Bernabeu negli ottavi di Champions League, e con giocate strabilianti. Celebre il numero che lui stesso ha ribattezzato "Aurelio" in onore del suo massaggiatore, esibito durante una delle notti europee sul campo ateniese dell'Olympiakos. Per un cursore che ha fatto la storia, uno che non ha lasciato alcuna traccia. Cicero Joao de Cèzare, meglio noto come Cicinho, viene acquistato per 9 milioni di euro dal Real Madrid. Presentato in pompa magna, il nazionale verdeoro dev'essere il fuoriclasse che puntella la difesa, che le conferisce qualità. La storia insegna invece che il terzino paulista è stato un vero flop sulle rive del Tevere, restando a libro paga fino all'ultimo giorno del suo pluriennale contratto.
A centrocampo, per raccogliere le pesanti eredità dei predecessori, arriva in un freddo giorno dell'inverno 2002 un talentuoso ragazzo di Belo Horizonte. Esploso nell'Atlètico Mineiro, Amantino Macini strega gli osservatori romani, che lo acquistano e lo parcheggiano sei mesi a Venezia, in Serie B. Qui trova diverse difficoltà di ambientamento, con mister Gregucci che lo fa sedere in panchina con sconcertante regolarità. Spalletti lo vuole comunque valutare e in estate viene riportato alla base, dove impressiona con la sua rapidità, i suoi dribbling e quel genio carioca che ti conquista. L'amore fra Mancini e la Roma deflagra in tutta la sua forza, fino ad esplodere con un goal di tacco nel derby con la Lazio.
Il Brasile è la patria degli attaccanti, tanto quelli di classe quanto quelli di potenza. La prima scommessa giallorossa per il reparto avanzato arriva ancora da Madrid. Jùlio Baptista, centravanti soprannominato "la bestia" per il suo fisico corpulento e la sua potenza atletica devastante. Esploso nel Sevilla, con il Real Madrid ha vissuto periodi di luci ed ombre e arriva a Trigoria con l'entusiasmo di chi è pronto a spaccare il mondo. La voglia c'è, l'impegno anche, la fortuna meno. Baptista giocherà 57 partite in 3 stagioni, siglando 12 reti, una delle quali con una rovesciata d'altri tempi per vincere in zona Cesarini contro un Torino mai domo. Per affiancarlo, nell'estate di qualche anno fa, la scommessa. Adriano Leite Ribeiro, scaricato dall'Inter solo un anno prima, ha fatto faville in patria con la maglia del Flamengo. La
Roma fiuta l'affare e ingaggia il panzer di Rio, con la speranza di fare l'affare. La speranza si tramuta ben presto in un incubo, con Adriano che si presenta in condizioni imbarazzanti. Demotivato, triste e completamente fuori forma, l'ex enfant prodige nerazzurro colleziona la miseria di 5 apparizioni, lasciando la città con l'immediata rescissione del contratto, per giusta causa.
Le recenti esperienze negative non hanno scoraggiato la Roma, che con la nuova proprietà statunitense è tornata ad investire sul mercato carioca. L'anno scorso è arrivato a Trigoria Castan, centrale difensivo di grande affidamento e continuità. In estate è stato invece acquistato quello che può esser considerato ancora oggi uno dei terzini più forti del mondo, Maicon. Con gli osservatori di mercato ben attenti sui giovani talenti, la feijoada potrebbe ben presto sostituire l'amatriciana in quel di Roma.

11 dicembre 2013

Storie di calcio: Mario Jardel e quella doppietta monegasca

“Il campionato portoghese gli va ormai stretto. Jardel e’ maturo per cimentarsi in Spagna e Inghilterra, dove il gioco e’ egualmente aperto, ma anche in Italia poiche’ la sua stazza atletica lo garantisce nei frequenti contatti in area di rigore”.

Quando un campione come Eusebio si lascia andare ad un elogio del genere significa che qualcosa di veramente eccezionale lo hai fatto. Mario Jardel, in effetti, è stato per alcuni anni una forza della natura, un prodigio di tecnica, senso del goal e prepotenza fisica. In Portogallo ha segnato una caterva di reti, era inarrestabile. Eppure i grandi club europei lo hanno inspiegabilmente snobbato, lasciando che Mario finisse nel Galtasaray per raccogliere l’eredità di Hakan Sukur, lui sì passato per il Bel Paese con scarse velleità di successo. I più si ricorderanno di Jardel per la terribile ed imbarazzante parentesi anconetana, ma Mario è stato davvero un centravanti di straordinario carisma, talento e prolificità. La scarpa d’oro non la si vince per caso, il Real Madrid lo ha capito nella calda serata monegasca a sue spese.

Fra Real Madrid e Galatasaray, sulla carta, non c’è confronto. Da un lato i pluricampioni spagnoli, quelli che da lì a breve verranno soprannominati i “Galacticos”; dall’altra una squadra frizzante, ricca di entusiasmo e carica a mille dopo la vittoria in Coppa Uefa ai danni dell’Arsenal. I pronostici son tutti per gli uomini di Del Bosque, forti della vittoria in Champions League e con in campo il fuoriclasse portoghese Luìs Figo, strappato a suon di milioni agli acerrimi rivali del Barça. I turchi, orfani di Terim e Sukur, dovrebbero essere la vittima sacrificale, ma i detrattori non hanno fatto i conti con quello scafato mestierante del calcio di Mircea Lucescu e con Jardel, che nella notte monegasca trova una prestazione sublime.

Del Bosque si presenta al Louis II di Monaco con un nuovo scacchiere tattico. Abbandonate le due punte per l’infortunio di Morientes, il tecnico spagnolo schiera un 4-2-3-1 che ha lo scopo di esaltare i fantasisti alle spalle di Raùl, che ha ereditato la fascia di capitano da Fernando Redondo. Figo, Guti e Sàvio son giocatori completi, in possesso di grande tecnica, visione di gioco e senso del goal. Di Raùl ho parlato copiosamente nelle pagine precedenti e sarebbe superfluo ricordare che è un fuoriclasse. Casillas in porta è la solita garanzia, così come Roberto Carlos sulla fascia sinistra. La difesa è completata da Ivàn Campo ed Helguera al centro ed il camerunense Geremi a destra, che strappa a sorpresa il posto a Salgado, una scelta che ancora oggi non mi so spiegare. A centrocampo due “mastini” di livello, l’ex canterano del Barcellona Alberto Celades ed il francese Makelele, uno che non sarà ricordato nella storia ma che ha contribuito in maniera decisiva ai tanti successi del Real Madrid.

Lucescu schiera un Galatasaray inedito ma compatto. Taffarel rimane il portiere fidato, l’uomo d’esperienza in grado di guidare una retroguardia rigorosamente a quattro, con Popescu, Capone, Unsal e capitan Korkmaz. A centrocampo le geometrie e i tempi di gioco son dettati da un piccolo mediano, Emre Belozoglu. Il turco tocca il pallone come un brasiliano e ha le idee di un europeo, la prima volta che lo vidi pensai che fosse destinato a grandi palcoscenici, ma più avanti vedremo che il realtà la sua carriera non prenderà la piega sperata. Kaya ha il compito di “far legna”, i soliti Umit Davala e Okan Buruk presidiano le fasce, con il preciso compito di bloccare le avanzate dei fenomeni madrileni. Fra le linee l’eterno Giga Hagi in appoggio a Mario Jardel, uno capace di realizzare 130 reti in 125 partite con la maglia del Porto, non proprio la squadra dell’oratorio.

il Real Madrid prende l’iniziativa, confermando le previsioni della vigilia. Il Galatasaray, ben disposto a subire, si organizza per chiudere i propri spazi e affondare in contropiede in quelli aperti nel campo avversario. Celades e Makelele iniziano l’azione ma il gioco del Real diventa corposo ai lati, con un Figo prevedibilmente più ispirato di Savio, scelto in luogo di Santiago Solari, da sempre un mio pupillo. Le conclusioni del Real Madrid sono ben controllate da un attento Taffarel, nuovamente in versione “muro” come in quasi tutte le finali giocate in carriera.

La “Casa Blanca” non sfonda in mezzo e prova a trovare spazi con dei cross dal fondo, sempre preda di Popescu e Korkmaz, due monumenti per Raul e Guti, cui mancano chili e centimetri per duellare efficacemente nel cuore dell' area turca. Il Galatasary subisce ma non si piega e con la velocità di Okan e la precisione di Emre prova sempre più spesso ad uscire dal guscio. Hagi, indolente all' avvio, inizia con il passare dei minuti a carburare, facendo vedere alcuni colpi degni del suo soprannome. Il Madrid perde vigore e lucidità, il suo impeto va spegnendosi ed è proprio Hagi a prendere in mano la squadra. Il romeno suona la carica nel finale di tempo, sfiorando il goal con una punizione di rara potenza. Il missile terra-aria viene sventato da un superbo Casillas, che non può nulla sul rigore di Jardel. Il solito Ivàn Campo abbocca alla finta di Hakan Unsal, astuto a lasciare a terra la gamba. Sul dischetto va Jardel, che spiazza con la freddezza dei giorni migliori il giovane portiere spagnolo.

Il canovaccio tattico cambia poco nella ripresa, col Galatasaray che sembra controllare le sterili offensive del Real, simbolizzate da un incredibile errore di Raul, che calcia a lato un pallone a porta spalancata. Quando ormai la partita sembra avviata verso un inaspettato epilogo, ecco il rigore che non ti aspetti. L’arbitro punisce un involontario tocco di mano di Suat Kaya e sul dischetto va Raùl. Il campione spagnolo calcia forte e centrale, siglando il pareggio. La rete dagli undici metri esorcizza l' errore contro la Francia ad Euro 2000. Nel finale Guti e Umit sfiorano la rete con tiri dalla distanza, ma l’epilogo thrilling si consuma ai supplementari, dove vige la severa regola del Golden Goal.

Lucescu è una furia, salta e urla come un ragazzo di vent’anni; Del Bosque si gioca la carta Salgado per blindare la difesa. Nemmeno il tempo di trovare il corretto assetto tattico che il bomber brasiliano “purga” il Real Madrid con un goal di rapina. Jardel si avventa come un falco su un tiro-cross proveniente dalla destra, anticipando un Helguera distratto. Mario mette il corpo e allunga il piedone, trafiggendo Casillas senza scampo. Un momento per controllare il guardalinee e poi via la maglia, per correre a raccogliere l’abbraccio dei compagni ed una meritata Supercoppa europea.


Con il successo contro la più grande squadra del mondo, il Galatasaray conferma la sua fama di ammazza-Grandi d'Europa. Dopo il Milan (fuori da Champions e Uefa in un sol colpo) e l' Arsenal (trionfo in coppa Uefa ai rigori), i campioni di Turchia conquistano anche la Supercoppa europea, portando agli onori delle cronache Jardel. Uno dei più sottovalutati giocatore al mondo dell’epoca ha punito un grande club, scatenando per le vie del Principato la festa di diecimila turchi ebbri di gioia. 

9 dicembre 2013

Storie di calcio: Olanda v Italia, Euro2000

L'Italia non può battere l'Olanda, ma l'Olanda può perdere contro l'Italia

Il santone del calcio totale, Johan Cruijff, ci ha preso ancora una volta. Alla vigilia della semifinale europea, giocatasi ad Amsterdam in un caldo pomeriggio di Giugno, la leggenda tulipana ha fatto la più azzeccata e corretta previsione. Gli azzurri di Zoff erano una squadra solida, ricca di indivualità e difficile da battere, per chiunque. La difesa, uno dei nostri must, aveva dimostrato ampie garanzie, così come l’attacco orange. L’Olanda arrivava infatti come la grande favorita, tanto per il fatto di giocare in casa, quanto per lo spaventoso ruolino di marcia tenuto nel torneo. Attacco contro difesa, imprevedibilità contro solidità, la nuova scuola contro la vecchia. Olanda-Italia sembrava racchiudere in sè tanti significati diversi, ed in effetti la partita che venne fuori è forse la più pazza che io abbia mai visto in vita mia.


Italia Olanda - Euro 2000 di StorieDiCalcio

L’Italia di Zoff è arrivata ad Euro2000 con il solito marchio di favorita. Difficilmente ci danno come vincitori, ma nessuno ci vuole mai sulla sua strada. E’ il nostro destino, facciamocene una ragione. Il commissario tecnico deve rinunciare poco prima della rassegna continentale a Gigi Buffon, infortunatosi in un’amichevole contro la Norvegia. In porta spazio quindi a Francesco Toldo, protetto da Maldini, Nesta e Cannavaro. A centrocampo Albertini e Conte sono i fari del gioco, fin quando Hagi non mette k.o. il capitano bianconero, il cui posto viene preso da Gigi Di Biagio. A completare il reparto Zambrotta e Fiore, il cui compito è quello di supportare l’attacco a tinte juventine, composto da Filippo Inzaghi e Alessandro Del Piero. Orfana di Vieri, infortunatosi anche lui alla vigilia di Euro, l’Italia ha in panchina giocatori di spessore, come Totti, Montella e Del Vecchio. Insomma, forse non l’Italia più forte di sempre, ma di certo una Nazionale piena zeppa di campioni, in tutti i reparti.

L’Olanda di Rijkaard è la solita squadra offensiva, bella da veder giocare e pericolosa. L’ex centrocampista rossonero ha plasmato la sua Nazionale intorno ai suoi talenti più cristallini, blindando la difesa e proteggendo il centrocampo con alcuni “cagnacci”. In porta il solito Van der Sar è protetto da Stam e De Boer, che danno licenza di offendere a Giovanni van Bronchorst e Boudewijn Zenden, un’ala camuffata terzino. A centrocampo spesso e volentieri l’inventiva di Seedorf è relegata in panchina, in favore dei più difensivi Cocu e Bosvelt. A completare il reparto l’insostituibile Edgar Davids e l’ala del Barcellona Marc Overmars, letale quando prende velocità. La coppia d’attacco è quella collaudata, composta da Dennis Bergkamp e Patrick Kluivert. Quest’ultimo, che si laureerà capocannoniere della manifestazione insieme allo slavo Savo Milosevic, trova nel mese dell’Europeo un vero periodo di grazia. Con una tripletta stende la Yugoslavia nei quarti e si candida ad essere lo spauracchio numero uno per la retroguardia azzurra, costringendo Zoff a piazzare tre marcatori. Nesta, Cannavaro e Iuliano hanno il compito di arginare le scorribande di Kluivert e Bergkamp, Paolo Maldini è l’uomo carismatico che guida la difesa, sempre pronto a raddoppiare e bloccare le avanzate di Marc Overmars, l’uomo che a me ha sempre fatto più paura dei tulipani.

Si gioca ad Amsterdam, di fronte ad un vero e proprio muro arancione. Gli azzurri partono timidi, quasi travolti da un’Olanda che pressa e attacca come non ci fosse un domani. Il pressing costante ed asfisiante di Davids e compagni si fa sentire, tanto che gli azzurri vanno in affanno. Maldini prende le misure ad Overmars, ma Zambrotta soffre terribilmente contro Zenden.
Bergkamp galleggia fra le linee di centrocampo e difesa rendendosi immarcabile e portando Iuliano fuori posizione. Proprio il numero 10 è bravo a saltare il difensore bianconero al 14’ e calciare a botta sicura. Toldo è battuto ma il palo salva l’Italia, che non esce però dalla sua metà campo. Zambrotta non trova il bandolo della matassa e rimedia il primo giallo dopo 15’, un cartellino che risulterà fatale. Il laterale della Juventus, l’acerbo parente dello Zambrotta devastante del Mondiale 2006, è ingenuo. Continua ad entrare scomposto e scoordinato, portando l’arbitro ad un’inevitabile decisione. Al 34’ l’ex barese stende infatti Zenden, di nuovo. Il tackle è duro e l’unica possibilità per l’arbitro è estrarre il cartellino rosso. In 10, contro un’Olanda indemoniata e fuori casa. Gli ingredienti per la disfatta ci sono tutti, ma Zoff non cambia l’assetto tattico della squadra. Sposta Del Piero sulla fascia e lascia Pippo Inzaghi agire come punta unica, stretto nella morsa del “Marcantonio” Jaap Stam.
Nemmeno il tempo di metabolizzare l’inferiorità numerica che l’Olanda ha un calcio di rigore. Merk vede un fallo di Nesta su Kluivert, concedendo un generoso tiro dagli undici metri alla Nazionale di casa. Sul dischetto va Frank de Boer, lo specialista. Il difensore e capitano orange si fa prendere dall’emozione, come spesso gli è capitato. Il tiro è scialbo, Toldo intuisce e para il pallone. La telecamera segue il difensore del Barcellona, che si mette le mani fra i capelli e guarda il cielo sconsolato. Si va così all’intervallo, con gli azzurri rinfrancati e gli olandesi arrabbiati per le tante occasioni fallite.
In diec Zoff è costretto a tenere ancora Totti in panchina e sacrificare le qualità offensive di Del Piero per difendere l'area azzurra. Ma al rientro in campo qualcosa cambia. Paradossalmente l'inferiorità numerica degli azzurri disorienta gli uomini di Rijkaard. Il tirassegno contro Toldo continua, ma la manovra offensiva si fa meno lucida e più prevedibile. Gli uomini di fascia cominciano a esaurire la benzina e diventano ripetitivi e facilmente marcabili; le sporadiche ripartenze azzurre, di contro, mettono paura agli arancioni, che fanno del tiro da fuori il loro must.

Edgar Davids capisce il momento dei suoi e si carica la squadra sulle spalle. Serve una sua tambureggiante azione personale per servire su un piatto d'argento la finale di Rotterdam. A 62' il centrocampista della Juventus supera in velocità il compagno di squadra Iuliano, che lo mette al tappeto. Rigore, di nuvo. Quando la fortuna gira le spalle non c'è verso di cambiare l’inerzia. Sul dischetto va Kluivert, in una sera in cui Alessandro Nesta lo argina con strabiliante efficacia. Il numero 9 vuole sfruttare l’occasione e tira forte, basso e molto angolato. Questa volta, Toldo va dalla parte sbagliata, alla sua sinistra. Ma la palla finisce contro la base del palo.
Zoff allora prova a mescolare un po' le carte, costringendo Rijkaard a modificare a sua volta l'assetto della squadra. Al 67' l’ex portierone “Mundial” conferisce consistenza all'attacco, mettendo dentro Delvecchio per Inzaghi. Poco più tardi sostituisce lo stanco Albertini con Pessotto, mentre Rjikard gli risponde sostituendo Zenden con Van Vossen. Infine, all'81', l'ultimo azzardo: Totti per uno spento Stafano Fiore, mossa alla quale l'Olanda risponde buttando nella mischia Seedorf per Bergkamp, una scelta a ben vedere più difensiva che offensiva.

Il tema tattico non cambia, con l’Olanda protesa in avanti a consumare energie e gli azzurri arroccati in difesa del forte, pronti a ripartire in contropiede. Totti semina il terrore partendo a sinistra e l'ultima occasione dei tempi regolamentari è paradossalmente italiana. Marco Delvecchio ha una palla interessante, ma il centravanti giallorosso, a tempo scaduto, tira fra le mani di Van Der Sar.
La partita a poker continua nei supplementari, quando Rijkaard sposta Overmars a cercare spazi sulla sinistra e fa entrare l’ex interista Winter al posto di Cocu. Il match è però una questione di nervi e muscoli più che di tecnica e tattica. La palla del golden gol la trova fra i piedi nuovamente Delvecchio al 10' del primo tempo supplementare. Il lancio di un superbo Maldini lo mette solo davanti a Van Der Sar, che riesce a toccare con la punta del piede e deviare quel tanto che basta ad evitare la beffa.

L'Olanda reagisce e va vicina al match point con Kluivert al 2' del secondo supplementare e con Seedorf al 24'. Entrambi però sono imprecisi e graziano l’Italia, la cui resistenza e tenacia alla fine paga. Gli olandesi sono costretti ai calci di rigore, la maledizione della nostra Nazionale. Europei 19080 e mondiali 1990 1994 e 1998 ci hanno sempre visto soccombere dagli undici metri. Gli scongiuri a questo punto son d’obbligo.
Alcuni dicono che il calcio di rigore è il momento della soltudine, una solitudine estrema e dolorosa. Prima della prova però c'è il piacere intenso e commovente di sentirsi gruppo, di far parte di una squadra. L’abbraccio a centrocampo, la tensione nel decidere i tiratori, il supporto al portiere, tutti elementi che cementano il gruppo.

A tirare per prima è l'Italia ed è Zoff a decidere la sequenza. Il primo rigore lo batterà Luigi Di Biagio. L'ultima volta che gli è capitato erano quarti di finale contro la Francia, traversa. Italia eliminata come già nel '94 e nel '90, il pallone per il centrocampista ex Roma ed Inter scotta tremendamente.“Era convinto, ma ho dovuto dargli l'ultima spinta”, dirà poi Dino Zoff. Di Biagio fa quattro passi, e la manda nel “sette”,  alla destra di Edwin Van der Sar, spiazzato.
Per l’Olanda tocca ancora a Frank de Boer, capitano che non si tira indietro dopo l’errore in partita. Stessa rincorsa, ma nuovo errore. Il difensore calcia forte ma centrale, Toldo lo respinge col corpo. Non è un record negativo, Martin Palermo ne sbaglierà tre in un match, ma di certo ha scelto il giorno peggiore per provare a stabilirlo.
Il secondo della serie per gli azzurri  lo tira Gianluca Pessotto. Tre passi, palla bassa nell'angolo alla sinistra del compagno di club Van der Sar, che sceglie nuovamente la parte sbagliata. Ora tocca a Jaap Sta, uno che non fa della classe e dell’eleganza il suo punto di forza. Mai visto sul dischetto, ma il carisma del difensore orange lo porta ad accettare la sfida. Sfortunatamente per l’Olanda, Stam tira i rigori molto peggio di come difenda. Prende una rincorsa kilometrica e arriva sul pallone come un toro che cerca di incornare il torero. Il risultato è prevedibile, palla alta e doppio vantaggio azzurro.

Il terzo tiratore è Francesco Totti. Il giallorosso lascia il centro del campo con la storica frase a Di Biagio, “mo je faccio er cucchiaio”. Quella di Francesco e' un'esecuzione irridente, alla maniera di come faceva Rudi Voeller, un tedesco con carisma da vendere ed il carattere fumantino. Totti finge un vero tiro, all’ultimo istante blocca il corpo e quando il piede arriva sulla palla, la colpisce sotto, con eleganza e delicatezza. Ne viene fuori uno sberleffo, che beffa Van der Sar. Il portiere orange è nuovamente spiazzato, ma stavolta ha il tempo di vedere il dolce pallonettino di Totti insaccarsi in rete, con il fantasista romano che gli esulta quasi in faccia.
Lo stadio è ammutolito, ma per gli arancioni si fa avanti Kluivert. Difficile che uno come lui sbagli due volte di fil. E infatti segna, calciando alla sinistra di Toldo. Ma è tardi, troppo tardi.

Capitan Maldini sceglie di andare sul dischetto. Ha i crampi ma non vuole tirarsi indietro, non è il suo stile. Il numero 3 sceglie di calciare con il sinistro, il suo piede debole. E’ una scelta coraggiosa, azzardata e tremendamente bella. L’errore gliel’ho sempre consentito, solo un grande può avere il coraggio di andare a calciare in una semifinale con i crampi ed il piede non suo. Ma, niente paura, in porta abbiamo un Francesco Toldo in stato di grazia e ancora una volta, per l' Olanda è tardi. Paul Bosvelt deve segnare, sperare che Alessandro Del Piero, lo specialista per eccellenza, sbagli e che Marc Overmars metta dentro il suo. Bosvelt evita il prolungamento dell'agonia, tira sulla destra di Toldo, che si tuffa dalla parte giusta e sventa la minaccia. Il portiere salta di gioia, prima di venire assalito dai compagni.

La sfida con l’Olanda è il classico esempio di match unico. Ci ha insegnato che si può vincere anche se gli altri ti assediano, provano a prenderti frontalmente, tentano di aggirarti sui fianchi e giocano in casa, davanti ad una folla urlante. Ma l’Italia non gli ha fatti pasasre, mai.Neanche con due rigori sono riusciti a scardinare una difesa forte, fortunata e in stato di grazia. L’Italia ha vinto all'italiana, facendo della sofferenza un valore, e non esiste modo più bello di vincere che farlo essendo sè stessi, senza se e senza ma. Le parole di Davids, a fine partita, sono significative. “Tutta colpa nostra. Comunque l' Italia ha meritato la finale: non era facile resisterci”. Ma l’Italia ha fatto il miracolo. 

7 dicembre 2013

Mondiali Brasile 2014: a pensar male si fa peccato, ma..


Ieri dovevo aver attivata la modalità "profezia". Poco prima dei sorteggi ho postato sulla pagina del blog la gran prestazione di Luis Suarez, esaltandone la coppia con Cavani in chiave Mondiale. Pronti via lo abbiamo pescato noi l'Uruguay, una squadra tosta ma battibile. Così come l'Inghilterra, che non reputo al livello di altre grandi d'Europa come la Spagna, l'Olanda o la Germania. Francamente la preferisco anche al Portogallo e alla Francia e, tuttosommato, pure alla Russia. A livello tecnico gli inglesi son più forti della banda Capello, ma affrontare il tecnico di Pieris sarebbe stato ostico. Il Costa Rica non può farci paura, perchè se facciamo la figura degli scorsi Mondiali è giusto tornare a casa con armi e bagagli.
Chi ha avuto una iella nera son state Spagna e Olanda, inserite in un girone davvero difficile. Il Cile di Vidal è una bella squadra, sarà un brutto cliente per tutti. L'Australia è rognosa ma decisamente battibile, sarà la Cenerentola di un girone che si deciderà all'ultima partita.

Il Brasile padrone di casa non ha avuto un sorteggio facilissimo. E' nettamente più forte delle altre e passerà il turno, Croazia, Messico e Camerun son però delle belle squadre.

Argentina-Nigeria è un classico che si ripete dopo i Mondiali di Usa '94 e la bellissima partita di Altanta '96, con il sogno delle aquile africane che si concluse in trionfo. La Bosnia di Pjanic e Dzeko sarà una brutta gatta da pelare per tutti nel girone, sono molto curioso di vedere cosa succede.

La Germania è stata sfortunata, ma si ripeterà il duello dei fratelli Boateng, sempre che l'ex rossonero cambi idea e vesta la maglia del Ghana. Il Portogallo avrà probabilmente il Pallone d'Oro in carica e se esprime il suo potenziale passerà a braccetto con la Germania.

A pensar male si fa peccato, ma la Francia, salvata dal cambio di regolette in corsa, è finita in un girone dove Pogba e soci potrebbero giocare con una gamba legata all'altra. Il primo posto è assicurato, qualora la Francia fallisse ci sarebbe da ridere per giorni.


La Colombia e il Belgio le ho sempre pronosticate fra le favorite ed i loro gruppi sono davvero agevoli. I fiamminghi se la giocheranno con la Russia per il primo posto, i sudamericani non dovrebbero aver problemi a passare in ciabatte alla fase finale, dove poi se la giocheranno con tutte.


6 dicembre 2013

Lo sport può cambiare il mondo

Nel giorno del sorteggio per i Campionati del Mondo di calcio, si piange la morte di un simbolo dell'umanità. Nelson Mandela.
Questo sarà il primo ed unico post non inerente al mondo del calcio, ma un uomo capace di dare un'importanza così grande allo sport, fino a farlo diventare uno dei propulsori del movimento di libertà per il Sudafrica, meritava questa onoreficenza.
"Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso" diceva il leader sudafricano, ma ancor più toccante e impressionante la frase che da il titolo a questo articolo, a questo breve ricordo. "Lo sport può cambiare il mondo", maledettamente vero.

5 dicembre 2013

Storie di calcio: il Cska di Mosca

La collaborazione con il portale "Calcio dell'Est" continua, e continua alla grande. Oggi il focus è su una delle squadre più interessanti dell'intero panorama dell'est, il CSKA di Mosca, una compagine storica, forte e ancora oggi parte integrante del panorama calcisitico europeo. 
Oggi parliamo della storia del CSKA Mosca, la polisportiva dell'Esercito di Mosca e dell'Unione Sovietica, ed ancora oggi il ministero della Difesa della Federazione Russa detiene ancora il 25% della proprietà. Proprio in Unione Sovietica ed ora in  Russia è diventata un'istituzione poichè insieme alla Dinamo è la polisportiva più vincente di Mosca, di tutta la Russia e tra le più gloriose a livello mondiale, dove è riuscita ad imporsi in quasi tutti gli sport anche quelli individuali; dove sono usciti tantissimi campioni olimpici diventando l'orgoglio di Mosca e dei moscoviti. Per capire l'importanza del CSKA Moskva in Russia, prima di parlare della società di Calcio basta dare un occhiata ai risultati ottenuti in altri sport, nell'Hockey il CSKA Mosca è stata la squadra più forte di tutti i tempi dominando in Russia ed in Europa inoltre fornendo alla nazionale dell'URSS tantissimi Campioni  basti pensare ai vari Vladimir Krutov, Igor Larionov, Sergei Makarov che formavano la leggendario Linea KLM, senza dimenticare un'altro mostro sacro come Vladislav Tretiak o Anatoliy Tarasov.
Nel Basket l'Armata Rossa di Mosca ha vinto qualcosa come 24-titoli sovietici, 20-Campionati di Russia 6-Coppe dei Campionati, tanto per sapere è riuscita a battere anche squadre NBA, quasi tutti i più forti campioni russi hanno vestito la casacca moscovita, leggende come Sergey Belov o Aleksander  "Sasha" Volkov Campioni Olimpici con la nazionale Sovietica. Nella pallovolo serve una calcolatrice per contare i vari successi, la squadra maschile ha vinto 33 titoli Sovietici, 3 di Russia  e si è laureata ben 13 volte Campione d'Europa. Insomma la sezione sportiva dell'Esercito è stata una macchina impressionante di successi forgiata da una mentalità sovietica dove la vittoria, la competizione e l'orgoglio di portare in alto i propri colori erano la priorità.



Obshestvo Lyubiteley Lyzhnogo Sporta (OLLS)
Anche nel calcio la società Moscovita è sempre stata all'altezza delle sorelle diventando la prima squadra russa a vincere  una competizione europea. La nascita della società di calcio avviene nel lontano 1911 quando un gruppo di ragazzi amanti dello Sci creò una società sotto il nome di Obshestvo Lyubiteley Lyzhnogo Sporta (OLLS) cioè Società Amatoria di Sci e decisero di iscriverla anche alla sezione calcistica, la prima partita fu giocata ad agosto contro un'altra società moscovita di nome "Vega" e fu vinta per 6-2. Nel 1917 la squadra arrivò al primo posto nel campionato di Kazan' dove partecipavano le squadre delle città che collegavano la ferrovia di Mosca a Kazan' e fu promossa nella prima divisione. Nel 1921 giocò la Coppa di Mosca contro un'altra società moscovita (CFS) perdendo per 6-0. Nel 1922 l'OLLS vinse il Campionato primaverile di Mosca e si classificò secondo in  quello autunnale. Nello stesso anno la squadra vinse il Campionato di Mosca e giocò la " Finale delle Capitali " dove essendo Campioni di Mosca affrontavano i campioni della città di Pietrograd, la squadra di Moskva vinse pure quella finale e fu l'ultima che giocò sotto il nome di OLLS. Infatti con la Rivoluzione d'Ottobre e l'arrivo del regime socialista tutte le associazione vennero sciolte e con esse pure il Torneo. A tal proprosito venne creato un campionato formato da otto squadre. La società passò sotto il nome dell'Armata Rossa ed  il suo nome cambiato in OPPV Opytno-Pokazatel'naya Ploschadka Vseobucha cioè Associazione Militare Educativa di Giochi Sperimentali e Dimostrativi. Dopo qualche anno il nome venne cambiato in CDKA-Sportivnyi Klub Central'nogo Doma Krasnoy Armii ovvero Club Sportivo Centrale dell'Armata Rossa. Nel 1926 ilCDKA vince il Campionato di  Mosca ( allargato a ben 15 squadre ) e che venne sospeso a novembre per le condizioni meterologiche ed assegnato al club dell'Armata Rossa perchè al momento della sospensione si trovava primo, il CDKA vinse nuovamente il Campionato di Mosca nel 1935.


CDKA-Sportivnyi Klub Central'nogo Doma Krasnoy Armii
Finalmente nel 1936 venne creato il primo campionato sovietico della storia dove il CDKA affrontava le squadre più forti della nazione sovietica, quelle moscovite come la Dinamo ( la squadra del KGB, ovvero del Ministero dell'Interno ), Lokomotiv ( Ferrovie dello Stato ),  Spartak ( la squadra del popolo poichè costituita come società sportiva di un sindacato operaio ), quelle di Leningrado come l'Elektrosila, di altre Repubbliche Sovietiche come quelle ucraina tipo Dynamo Kiev, l'armena Ararat Yerevan o la Dinamo di Tbilisi. Alla fine del campionato estivo i Soldati Moscoviti si classificarono al quarto posto. L'anno dopo direttamente dall'Armata Rossa il CDKA reclutò nuovi giocatori, dal Metallurg Mosca arrivò il più importante Grigory Fedotov che diventerà il giocatore più importante della storia del CSKA ed ancora oggi è il giocatore che ha segnato più reti nella storia della società. Con il suo arrivo ed i suoi gol la squadra si classificò al secondo posto in campionato dietro lo Spartak e nei due anni successivi la squadra dell'Esercito rispettivamente terza e quarta annoverando tra le sue fila nuovi campioni comeValentin Nikolaev ed  Aleksey Grinin. La mattina del 1941 il CSKA Mosca doveva giocare a Kiev per affrontare laDynamo ma a causa della guerra la città fu bombardata e la partita sospesa. Allo scoppio della guerra essendo ilCSKA la squadra dell'Esercito tutti i suoi giocatori vennero inviati al fronte ma nonostante tutto le autorità sovietiche decisero che lo sport non doveva fermarsi ed il campionato continuare. La squadra continuò a giocare ed ad allenarsi a Mosca e riuscì nell'impresa di vincere il Campionato Sovietico nel 1943. L'anno successivo i Soldati Moscoviti conquistarono la Coppa dell'Unione Sovietica battendo in finale lo Zenit Leningrado.

Dopo la fine della guerra la squadra rimase competitiva e rivaleggiò con i concittadini della Dinamo e nel 1946 ilCSKA scoprì Vsevolod Bobrov che diverrà uno tra i più forti campioni russi di tutti i tempi, dove vincerà tutto sia nel calcio che nell'hockey. Prima con la maglia dei moscoviti vincera tre campionati sovietici di fila ( 1946,1947,1948 ), due Coppe dell'Unione Sovietica ( 1945-1948 ) e vincerà il titolo di Capocannoniere nel 1945 ( 24 gol ) e nel 1947 ( 14 gol ), nel 1948 decide di far vincere l'Esercito Moscovita anche nell'Hockey, conquistando quattro Campionati. Tornando al calcio, i tre titoli consecutivi ottenuti dai Soldati arrivarono sempre dopo emozionanti testa a testa contro i cugini della Dinamo. Nel 1946 vinse il primo campionato del dopo-guerra con 4 punti di vantaggio, decisamente più lottati invece gli altri due, nel 1947 il CDKA Dinamo arrivarono a pari punti al traguardo ma il titolo fu assegnato alla squadra dell'esercito moscovita per la miglior differenza reti. Nel 1948 ilCDKA affrontò la Dinamo all'ultima di Campionato con solo un punto da recupere, ai poliziotti poteva bastare anche un pari per vincere il titolo; dopo la fine primo tempo il titolo sembrava in mano alla Dinamo che vinceva 2-1, inoltre l'Armata Rossa dovette a fare a meno di Grigory Fedotov, infortunatosi. Nel secondo tempo invece a sorpresa ilCSKA prima trovò la rete del pari, poi Bobrov riuscì a trovare la rete della vittoria e del terzo titolo di fila. Sempre nello stesso anno il CDKA chiude una stagione trionfale vincendo pure la coppa dell'URSS contro i rivali delloSpartak. Il 1949 fu l'ultimo anno di Fedotov dove la squadra terminò il campionato al secondo posto. L'anno dopo (1950) il CDKA vinse il titolo con tre punti di vantaggio sulla Dinamo Mosca. Nel 1951 la squadra cambia nome diventando CDSA-Sportivnyi Klub Central'nogo Doma Sovetskoy Armyi che vuol dire Casa Centrale dell'Armata Rossa sotto il nuovo nome la squadra completa un'altra stagione memorabile con l'accoppiata Campionato-Coppa. Nel 1952 le autorità Sovietiche decisero di creare una squadra nazionale da mandare per rappresentare l'Unione Sovietica alle Olimpiadi, essendo il CDSA la squadra più forte di Russia quasi tutti appartenevano alla squadra dell'Esercito Moscovita. I cattivi risultati ottenuti dalla nazionali sovietica fecero infuriare le autorità che decisero di sciogliere la squadra per il Campionato. A tal proposito ci sono varie teorie tra cui quella più accreditata è che ci sarebbe stata la mano di Lavrentiy Beria capo della polizia segreta ( KGB ) di cui faceva parte la Dinamo Mosca al fine di eliminare i principali concorrenti del momento. Dopo la morte di Stalin e successivamente diBeria, il minitsro della difesa Nikolay Bulganin decise che la squadra dell'esercito moscovita doveva tornare. IlCDSA disputò la prima partita a Kiev nel 1954 contro la Torpedo di Nizhny Novgorod che si concluse con il punteggio di  1-1, per l'Armata Rossa la rete fu segnata da Vasily Buzunov. L'anno dopo nel 1955 tornarno i trionfi,la squadra arrivò terza in campionato ma riuscì nell'impresa di trionfare in Coppa.  Dopo aver battuto il Krylya Sovetov di Samara, la Dinamo Tbilisi e la Lokomotiv Mosca, il 16 Ottobre gli Armeytsy affrontano in finale allo " Stadio Dinamo " i rivali concittadini della Dinamo Mosca che avevano appena vinto il campionato e tra le loro fila giocava Lev Yashin, il più forte portiere di tutti i tempi. Gli Armeytsy passano in vantaggio con Vladimir Agapovma la  Dinamo trova la rete del parti con Ryzhkin.Nel finale del primo tempo l'arbitro Nikolay Latyshev assegna un calcio di rigore a favore dei Soldati di Mosca, dal dischetto si presenta ancora Vladimir Agapov che realizza la sua doppietta. Per tutto il resto della partita la Dinamo si spinge tutta in avanti alla ricerca del pari ma la difesa delCDSA resiste e torna così a vincere il primo trofeo dal suo ritorno alle competizioni.


Cska Mosca- Central'nyj Sportiv'nyj Klub Armii Moskva
Nel febbraio del 1957 le autorità sovietiche decisero di cambiare nome alla società che secondo loro non doveva più rappresentare la Casa Centrale dell'Esercito ma il Club Sportivo del Ministero della Difesa. Diventava così  CSK MO-Central'nyi Sportivnyi Klub Ministerstva Oborony ovvero Club Centrale del Ministero della Difesa. Nel 1960 venne nominato allenatore Grigory Pinaichev e la squadra cambiò per l'ultima e definitiva volta il nome trasformandosi inCSKA MOSCA - Central'nyj Sportiv'nyj Klub Armii Moskva, il Club Sportivo Centrale di Mosca dell'Esercito. In questo periodo di tempo la squadra ha vissuto un periodo avaro di successi culminato solamente nel 1970 anni in cui i Soldati Moscoviti tornano alla vittoria del Campionato Sovietico trascinati dai gol di due leggende come Boris Kopeikin e Vladimir Fedotov, gli Armeytsy arrivarono a pari punti in campionato insieme alla Dinamo Mosca, secondo le regole di quel campionato in caso di arrivo a pari punti tra due squadre il titolo si decideva in due gare di spareggio che vennero giocate in Uzbekistan, a Tashkent. La prima partita si giocò il 5 dicembre 1970 terminò con il risultato di 0-0, allo stadio erano presenti circa 60.000 spettatori, la seconda gara si svolse il giorno successivo, il 6 Dicembre. Il CSKA passò in vantaggio grazie alla rete dell'ucraino Dudarenko, verso la metà del primo tempo si scatena la Dinamo che prima trova la rete del parti con Zhukov e subito dopo trova altre due reti con Evryuzhihin Valery Maslov portandosi sul 3-1. Quando ormai sembra che il titola andasse in direzione Biela-Galubye ecco arrivare la straordinaria rimonta dei Soldati Moscoviti trascinati dalla loro leggendaria stella. Quando mancano venti minuti alla fine Vladimir Fedotov trova la rete che accorcia le distanze e qualche minuto sempre Fedotov si procura il calcio di rigore, dagli undici metri Vladimir Polikarpov rimette le cose in parità. Quando manca poco alla fine della partita Fedotov entra nella storia segnando il gol del definitivo e storico 4-3 e con la sua doppietta riporta il CSKA Mosca al titolo dopo 19 anni. Dopo questa straordinaria vittoria gli Armeytsy tornare a rivincere soltanto nel 1991 anno della grande doppietta Campionato-Coppa. In campionato l'Armata Moscovita allenata da Pavel Sadyrin vincerà il titolo con due punti di vantaggio sullo Spartak trascinata da campioni come Dmitriy KuznetsovOleg Sergeev Igor Korneev,la doppietta viene completata con la vittoria d Coppa dell'Unione Sovietica dove allo Stadio Lenin (ora Luzhniki ) ilCSKA batterà la Torpedo Mosca 3-2  grazie alla doppietta di Korneev ed al gol vittoria di Oleg Sergeev ma i festeggiamenti verranno rovinati dalla tragica scomparsa del portiere Mikhail Eremin che dopo aver giocato la finale di Coppa perse il controllo della sua auto mentra stava tornando a casa. Il CSKA Mosca intitolò alla sua memoria il premio per il miglior giovane portiere della squadra.

Con lo scioglimento dell'Unione Sovietica,la stagione più importante della storia calcistica della squadra di Mosca è quella 2005 dove i Soldati Moscoviti sono diventati  la prima squadra russa a vincere una competizione europea. Partiamo dall'anno precedente il 2004  quando il CSKA detentore del titolo si presentò ai nastri di partenza con una squadra completamente nuova. In estate arrivano dalla Lokomotiv il difensore Sergey Ignashevich, i brasilianiDaniel Carvalho dall' Internacional  di Porto Alegre e Vágner Love dal Palmeiras, mentre dal Rotor di Volgograd arriverà il centrocampista rivelazione del torneo 2003, Evgeniy Aldonin. Cambierà pure l'allenatore perchè dopo il titolo vinto Valeriy Gazzaev lascerà la panchina per allenare la Sbornaya, al suo posto viene chiamato il portogheseArtur Jorge. Iniziano da subito i problemi: la squadra fatica ad ingranare, viene umiliata di continuo soprattutto in Champions League dove i Soldati Moscoviti vengono clamorosamente eliminati al secondo turno preliminare dai modesti macedoni del Vardar di  Skopje, piovono le prime critiche contro la dirigenza. A gennaio arrivano il giovane esterno Yuri Zhirkov preso dallo Spartak di Tambov e dallo Sheriff Tiraspol il difensore  nigeriano Chidi Odiah ma i risultati continuano a tardare costringendo la società ad esonerare il portoghese Artur Jorge e, richiamare Gazzaev. Qui la stagione prenderà una svolta, i soldati riescono a recuperare terreno e per poco rischiano persino di soffiare il titolo ai cugini della Lokomotiv.

A quel punto arriva il capolavoro di Gazzaev che deciderà di confermare tutti per la stagione successiva che si apre subito alla grande. Al terzo turno preliminare di Champions i Soldati eliminano i Glasgow Rangers e si qualificano ai gironi di Champions dove affrontano squadroni come Porto, Chelsea, Paris Saint-Germain sfiorando la qualificazione agli Ottavi di un punto. La squadra di Gazzaev espugnando a sorpresa il Parco dei Principi di Parigi  con un secco 3-1 (tripletta di Semak!) riesce però a qualificarsi per i Sedicesimi di Finale Coppa Uefa dove affronta il  Benfica uno tra le favorite per la vittoria finale considerato anche che la finale si giocherà all' Estádio José Alvalade di Lisbona. A Mosca i ragazzi di Gazzaev giocano la partita perfetta (trascinati dai tifosi rossoblù sempre più innamorati di questa squadra) mettendoci grinta, sacrificio ed umiltà. Il Benfica viene sconfitto 2-0 grazie alle reti di Vasily Berezutskiy ed a Vágner Love. Al ritorno a Lisbona finisce 1-1, dove la rete di Sergey Ignashevich ipoteca gli Ottavi.
Festeggiamenti per la vittoria della Coppa Uefa
 Fin dall'inizio si capisce subito che questa squadra può arrivare lontano con un difesa solida ed impenetrabile con Alexey e Vasily Berezutskiy, Ignashevich ed Odiah, un centrocampo solido e pure tecnico con gente come Aldonin ed Elvir Rahimić, una diga, un muro il giocatore bosniaco. Sulle fascegli esterni più forti del Campionato. Daniel Carvalho il miglior straniero nella storia del Russian Premier Liga (insieme a Vágner Love), un giocatore fantastico, tecnicamente mostruoso e veloce che con le sue giocate era capace di trascinare la squadra. Senza i suoi continui problemi di sovrappeso (ama mangiare e tanto) sarebbe stato sicuramente tra i giocatori più forti del mondo e Yuri Zhirkov ancora adesso tra i più forti del mondo nel suo ruolo e, che per due -tre anni è stato l'esterno più forte del mondo. Quando partiva a tutta velocità sulla fascia risultava imprendibile, dotato di qualità tecniche straordinarie dai suoi piedi può nascere qualsiasi. Inattacco i gemelli del gol Vágner Love-Ivica Olić si completavano a vicenda. Vágner Love è stato il miglior straniero nella storia del Russian Premier Liga, un giocatore completo tecnicamente, dai suoi piedi escono valanghe di assist, gol e giocate strepitose, il migliore.
Se poi aggiungiamo uno tra i più forti portieri del mondo (oppure il migliore) Igor Akinfeev si capisce subito che questa squadra potrà fare la storia. La squadra di Gazzaev continua a dominare in Campionato, agli Ottavi di coppa Uefa elimina il Partizan pareggiando a Belgrado per 1-1 (rete di Aldonin) e battendo al ritorno i serbi 2-0 grazie alle reti di Daniel Carvalho e Vágner Love, la cavalcata trionfale proseguirà contro l'Auxerre dove i Soldati ipotecano già la semifinale dopo la partita di andata a Mosca dove vincono 4-0. Autogol del giocatore francese Lionel Mathis, calcio di rigore di Ignashevich, poi Vágner Love e Rolan Gusev chiudono partita e qualificazione, al ritorno la squadra di Gazzaev perde 2-0 ma si qualifica per la semifinale dove affronta il fortissimo Parma
La partita d'andata si gioca al Tardini ed la squadra moscovita grazie ad una straordinaria difesa ferma i padroni di casa sullo 0-0. La semifinale di ritorno a Mosca è una bolgia, il sogno impossibile della finale per i tifosi è vicino, e la squadra di Gazzaev disputa una parta fantastica vincendo 3-0 trascinata da Daniel Carvalho che prima segna la rete dell'1-0 e dopo realizza la sua doppietta. La rete del 3-0 che chiude la partita e manda i Soldati a giocarsi la finale è di Vasily Berezutskiy.


La finale si giocherà a Lisbona e, proprio contro lo Sporting. All' Estádio José Alvalade il CSKA compierà un'impresa storica e contro ogni pronostico vince a Lisbona diventando la prima compagine russa ad aggiudicarsi una competizione europea. Bellissimo e assolutamente commovente l'epilogo della partita di Lisbona dove lo Sporting dopo aver dominato chiude il primo tempo avanti per 1-0 grazie alla rete Rogério, quando la partita sembra chiusa arriva la straordinaria reazione dei Soldati Moscoviti, che trovano il pareggio grazie ad Alexey Berezutskiy. Dopo il pareggio lo Sporting prova subito a riportarsi avanti ma Daniel Carvalho decide di trascinare praticamente da solo la squadra. Splendida palla centrale di Carvalho per Zhirkov che attende l'uscita di Ricardo e lo beffa con un preciso rasoterra gelando l'Estádio José Alvalade. Subito dopo Rogério fallisce clamorosamente la rete del pari calciando fuori da un metro a porta vuota. Quando lo Sporting è tutto protesa avanti ecco arrivare la rete del trionfo, sempre Daniel Carvalho vola sulla fascia e serve per Vágner Love, 1-3 e CSKA nella Storia! Ma le emozioni continueranno perchè dopo la vittoria del Campionato, vinto con sei punti di vantaggio sullo Spartak e dopo questa storica vittoria europea, arriverà pure la Tripletta.
 
La squadra di Gazzaev vincerà 1-0 la finale contro il Khimki grazie alla rete di Zhirkov. Dopo questa stagione Gazzaev vincerà il premio di allenatore europeo dell'anno.

4 dicembre 2013

Storie di calcio: la notte di Sheringham e Solskjaer, carnefici dei bavaresi

Football, bloody hell”.

Non poteva scegliere una frase più semplice e incisiva Sir Alex Ferguson. Vincere una Champions League è una gioia immensa, farlo all’ultimo secondo è favoloso. Ma trionfare con due goal nei minuti di recupero non ha prezzo. A mia memoria, l’unico successo che posso paragonare a quello dello United è la vittoria in Premier League del City, dopo trentaquattro anni di attesa. Ma non voglio svelarvi nulla, l’impresa dei Citizens avrà lo spazio che merita.
Negli ultimi minuti pensavo che ormai non ci fosse piu' nulla da fare - ha confessato -. Invece i miei continuano a divertirsi a spese delle mie coronarie, e quel che hanno fatto stavolta e' semplicemente incredibile. Perche' sono personaggi incredibili tutti, dal primo all' ultimo, e hanno uno spirito di squadra incrollabile. Si puo' stare a parlare di tattica fin che si vuole, ma quel che fa la differenza e' lo spirito, la grinta. Non mollano mai, l' abbiamo visto a Torino, e adesso al Camp Nou. Siamo partiti male, col Bayern, ma non ci siamo mai arresi. Negli ultimi venti minuti abbiamo corso dei rischi, il contropiede dei tedeschi s' e' fatto sentire, ma in una finale europea bisogna rischiare. Sheringham e Solskjaer hanno ripagato in pieno la fiducia. E questo Manchester vincera' ancora moltissimo”. 

Nell’immediato dopo partita il tecnico scozzese non contiene più la sua gioia. Ai microfoni di tutto il mondo si presenta con le guance arrossate, lo sguardo stanco ed il sorriso di chi sa di avercela fatta. E come biasimarlo, al posto suo sarei corso per il campo in preda ad un folle raptus. Vincere così, all’ultimo istante, quando tutto sembrava perduto, è una sensazione impagabile. Farlo nella competizione più agognata e desiderata a livello di club, quella che mancava in bacheca da trentuno anni, è il modo più bello.
Nella mite notte catalana, dunque, si affrontano il Manchester United ed il Bayern Monaco. Due colossi del calcio mondiale, che al Camp Nou promettono di regalare spettacolo. I favori del pronostico sono quasi tutti per il Bayern, una formazione abituata a vincere con in panchina il tedesco Ottmar Hitzfeld, capace di portare sul tetto d’Europa il Borussia Dortmund, sconfiggendo la Juventus di Marcello Lippi. Per Sir Alex ed il suo United è un banco di prova importante. Con le vittorie in Premier ed in Coppa delle Coppe è diventato il secondo manager più vincente della storia del club, ma per ergersi in cima ha bisogno di vincere la “Coppa dalle grandi orecchie”.
Il Bayern Monaco arriva in finale con un percorso abbastanza netto. Nei quarti di finale i bavaresi fanno fuori il Kaiserslautern, vincendo il derby tedesco con un perentorio 6-0, considerando le gare di andata e ritorno. In semifinale è la Dinamo Kiev di Andriy Schevchenko a doversi arrendere, nonostante il vantaggio per 3-1 fino al minuto 78’ della gara di andata. Ma i tedeschi hanno sette vite come i gatti e riescono a pareggiare in Ucraina e vincere di misura all’Olympiastadion di Monaco, con una rete di Mario Basler. Le stelle del clun sono Oliver Kahn, Lothar Matthäus, Mehmet Scholl e Mario Basler.

Il Manchester United è una presenza fissa in Champions League, ma i Red Devils non sono mai riusciti ad arrivare fino in fondo nelle ultime edizioni. Passato il girone, lo United elimina a sorpresa le due italiane, partite con i favori del pronostico. L’Inter di Lucescu viene domata da una doppietta di Yorke, che ad Old Trafford mette in ghiaccio una qualificazione confermata con la rete di Scholes negli ultimi minuti del match di San Siro. In semifinale è la Juventus a pararsi dinnanzi allo United, la bestia nera di Sir Alex e Ryan Giggs. Lo stesso manager scozzese, nella sua biografia, dirà: “Hanno rappresentato un modello per noi quando negli anni '90 dominavano in Europa. La vittoria al Delle Alpi nella semifinale di Champions per noi è stata la dimostrazione della nostra crescita”. Eppure proprio contro i bianconeri gli inglesi centrano il loro successo più importante. Nell’andata è Ryan Giggs ad acciuffare il goal del pari a tempo scaduto, vanificando il vantaggio di Antonio Conte. Nel ritorno di Torino, la Juve di si sgretola come neve al sole. All’undicesimo è in vantaggio di due reti, frutto di un paio di errori difensivi da parte di Stam e Schmeichel e del fiuto in area di rigore di Pippo Inzaghi. Sul più bello, però, esce la grande squadra. Capitan Keane trascina i suoi, riaprendo il match al 24’. Yorke pareggia dieci minuti più tardi, sfruttando al meglio un assist di Cole. Sarà lo stesso numero 9 inglese a chiudere i conti a pochi minuti dal termine, qualificando i Red Devils per la finale. Giggs e Beckham sono senza dubbio le stelle di una squadra zeppa di buoni giocatori, guidati dalla roccia irlandese Roy Keane e dal carismatico danese Peter Schmeichel.
La partita del Camp Nou è giocata a ritmi elevati, con giocate divertenti e imprevedibili. Nemmeno il tempo di studiarsi che l’equilibrio viene spezzato. L’imponente centravanti tedesco, Carsten Janker, viene steso al limite dell’area dal norvegese Ronny Johnsen. Sul pallone va Basler, che calcia sul palo del portiere. Schmeichel ha piazzato una barriera troppo folta, non vede partire il pallone e rimane immobile. Dopo cinque minuti il Bayern è già avanti e si sa, quando i tedeschi mettono il naso avanti è difficile recuperare. Lo United ci prova, ma non trova mai lo spiraglio giusto per impensierire Oliver Kahn.

Nella ripresa la musica non cambia, gli inglesi cercano soluzioni per trovare il pari; il Bayern gioca di rimessa e mette più di un brivido alla difesa britannica. Ferguson mischia le carte e manda in campo Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær, anche conosciuto come “il dodicesimo uomo migliore del mondo”. Le mosse dello scozzese, però, non sembrano portare a nulla. In due circostanze sono anzi i tedeschi a sfiorare il raddoppio. Appena entrato, Mehmet Scholl ha la palla giusta, sul destro. Il tiro èuno di quelli che tutti i bambini sognano di scoccare, potente, preciso. La palla non gira mai, sarebbe imparabile. La sua corsa finisce però contro il palo, negando la rete al numero sette. A pochi minuti dalla fine i bavaresi battono un calcio d’angolo e Janker si avventa su una palla vagante al centro dell’area di rigore. Il gesto tecnico è stupendo, ma la rovesciata del numero 19 si stampa sulla traversa.
Scampato il pericolo, lo United si alza le maniche e attacca, generando una confusione non da poco nei venti metri finali. Nel corso del primo minuto di recupero gli inglesi si guadagnano un angolo dalla sinistra, di cui si incarica David Beckham. In area succede di tutto, con Peter Schmeichel che sale a dar manforte agli avanti di Sir Alex. Linke non riesce a spazzare a dovere, la palla arriva a Giggs, appostato al limite dell’area. Il gallese tira in porta e trova Teddy Sheringham sulla traiettoria. Il numero 10, in campo da una manciata di minuti al posto di Andy Cole, gira di prima con il piatto destro. La palla si insacca in rete, nonostante le proteste di Kahn, che chiede in vano una posizione di fuorigioco.
Nemmeno il tempo di finire di festeggiare che lo United si costruisce una nuova occasione dalla bandierina. Le squadre sembrano destinate ai supplementari, ma il “vecchio leone” Teddy Sheringham non sembra pensarla allo stesso modo. Sul cross di Beckham si avventa come una furia sul pallone. Lo stacco di testa è imperioso, perentorio. Il pallone girato verso la porta sembra destinato fuori, ma Solskjær si trova sulla traiettoria e batte per la seconda volta in pochi secondi l’incolpevole estremo difensore tedesco. La zampata del norvegese è da campione vero, che a fine partita si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “E' impossibile descrivere tutto quel che provo. Ma e' una soddisfazione grandissima. Tutti quelli che si domandavano perche' sia restato al Manchester come riserva, nonostante le possibilita' di passare da titolare ad altre squadre di grosso calibro, sono adesso serviti”.
Una partita incredibile quella del Camp Nou, indescrivibile a parole. Non penso di essere in grado di trasmettere a parole le sensazioni che chiunque abbia visto quella partita ha provato. Un senso di vita, una botta di adrenalina allo stato puro. Di contro c’è la delusione di una squadra vicinissima al trionfo, già pronta a stappare lo champagne. L’urlo tedesco, ricacciato in gola dalle reti di Sheringham e Solskjær, ci ricorda una dura lezione: nello sport, come nella vita, non si deve mai dare nulla per scontato. A ribadire questo concetto, le parole di Hitzfeld: “Complimenti a loro, ma anche a noi. Non abbiamo rispettato la regola piu' banale: la partita dura fino al fischio finale. E' stato uno choc: siamo distrutti ma orgogliosi. Il palo e la traversa potevano cambiare la gara. Sfortuna. Dopo la tragedia torniamo in Germania a testa alta”. A testa alta, perchè il Bayern Monaco ha perso, ma ha lottato. E per chi non si arrende e combatte fino all’ultimo l’occasione del riscatto è sempre dietro l’angolo.

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