Esperto di Calcio

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13 febbraio 2014

I 90 motivi per cui Cristiano Ronaldo è un fenomeno

Cristiano Ronaldo è un giocatore eccezionale, devastante, decisivo. Non ho mai nascosto che tra lui e Messi probabilmente preferisco l'argentino, ma le classifiche lasciano il tempo che trovano. Come tutto ciò che di bello esiste nella vita, non importa quale sfaccettatura sia la migliore o la più bella; quanto piuttosto godere del meraviglioso spettacolo proposto.

Ronaldo, il portoghese, regala a tutti gli amanti del calcio delle giocate uniche, fantascientifiche solo a pensarle per me. I numeri, oltre che i premi e le splendide azioni, sono impietosi. Quelle di Sport Bible sono 90 motivi convincenti per testimoniare quanto CR7 sia un mostro, un campione, un'istituzione.


12 febbraio 2014

Storie di calcio: Roberto Carlos, il sinistro divino

Roberto Carlos e Sinisa Mihajlovic sono stati, nella mia gioventù, il simbolo della potenza, della precisione. Mancini e con un calcio micidiale, i due difensori hanno esaltato i miei giovani occhi e fatto capire quanto il piede sinistro possa dare, anche senza avere la classe di Maradona o la precisione chirurgica di Messi.
Oggi entrambi allenano,  ed il brasiliano si è raccontato ai microfoni di Extratime, svelando retroscena ed aneddoti su di sè, i suoi compagni e le squadre in cui ha militato.
Impossibile non partire dall'Inter, la sua prima compagine europea ed unica italiana. "Hodgson voleva farmi giocare ala invece che terzino", così il mancino brasiliano ha preso armi e bagagli e si è trasferito a Madrid, sponda Real.
Qui si afferma come immenso interprete del ruolo di terzino e conosce alcuni dei migliori giocatori del mondo. In Italia ama Totti, ma il suo eroe è un altro: "Se parliamo in assoluto, Zidane e Ronaldo. Una volta a Madrid stavo uscendo da un ristorante quando si avvicinò una signora: 'Ronaldo, Ronaldo, mi firmi un autografo?'. E io: 'Ok, mi dia il foglio. Con affetto, Ro-nald-do'. Quando lei capì andò alla polizia a denunciarmi. Ho dovuto spiegare ai poliziotti che scherzavo. Sono stato il primo a vedere la crisi di Ronaldo, sul letto dell'hotel prima della finale. Per me era un attacco epilettico. Ho ancora paura: tremava, era rigido, tutto bloccato. Non aveva il fisico per giocare ma avevamo mezz'ora per decidere. E Ronie in Brasile è come un Dio, doveva esserci".
La Francia, il luogo in cui ha segnato il suo goal più incredibile, una punizione fa-vo-lo-sa. "ai capito come mi è uscita. Usavo scarpe strette, e di sicuro hanno aiutato. Il pallone era molto leggero, e ha aiutato. La mia coscia sinistra ha una circonferenza di 64 cm, e anche quello c'entra. Però il tiro con le tre dita l'ho provato mille volte, non mi è mai più riuscito".



A Madrid, fa un trofeo e l'altro, ha poi conosciuto un certo Clarence Seedorf, un centrocampista che io ho sempre considerato immenso, dentro e fuori dal campo. Diventato allenatore del Milan da un paio di settimane, Seedorf riceve dall'amico brasiliano una spinta non da poco: "In campo è sempre stato un leader, voleva insegnare tutto a tutti. Kakà mi ha detto che Clarence capisce bene i giocatori ma io lo sapevo, abbiamo vissuto nella stessa casa per un anno e mezzo: ogni volta stava in bagno tre ore a sistemarsi quei capelli con una crema cattivissima. Insopportabile. Suonava a caso agli appartamenti dei vicini e diceva che aveva pizze da consegnare. Abbiamo tutti un lato infantile. Anche se il più matto era Gravesen. In campo era divertente: ti faceva falli atroci e poi si metteva a ridere. Però una bravissima persona... "
Mentre studia per diventare anche lui un allenatore di grido, "magari in Spagna", si conferma uno che ha vissuto e vive al limite: "Ho avuto due mogli, ma è difficile ricordare quelle con cui ho fatto un figlio: ne ho otto da sei o sette madri diverse. Allora una era messicana, l'altra ungherese, il resto brasiliane: quattro più due, sei".
Roberto Carlos, un Dio del pallone.

11 febbraio 2014

Storie di calcio: il ritorno di Totò Schillaci!

Non me ne voglia Totò, un grandissimo attaccante e un uomo tutto d'un pezzo. Quando ho letto la singolare storia di Lewandowski, però, il coro sulle gomme e l'Alfa 33 mi è balenato in mente in tempo zero.
Non c'è che dire, i tifosi del Borussia Dortmund hanno preso proprio bene il passaggio del bomber polacco ai rivali bavaresi...



10 febbraio 2014

Dai Diamanti non nasce niente...da Cristaldo nascono i goal

Da un paio di giorni voglio scrivere qualcosa sulla scelta di Diamanti, condivisibile e non a seconda dei punti di vista. L'amico e collega Alfredo de Vuono, direttore di Fantagazzetta, mi ha preceduto con un editoriale dal titolo FANTASTICO. Gli faccio i miei complimenti e invito tutti voi a leggerlo e gustarvelo, è un pezzo che merita.

Siate onesti. Quanti di voi hanno dato addosso ad un giocatore, al pub o dagli spalti, attaccandosi ai soldi che guadagna? Molti, ci scommetto. «Strapagato!»; «Non li vali!».
Raramente, però, accusiamo i presidenti per avergli accordato quegli ingaggi. Ce la prendiamo sempre on i giocatori, per aver avuto la faccia tosta di accettarli. Ed è questo che non riesco a capire. In quanti, quale che sia la loro estrazione sociale, direbbero: «Sai cosa? Credo che tu mi stia pagando troppo»? 
Quello che sto cercando di dire è che i proprietari dei clubs sono responsabili tanto quanto i calciatori dell'entità degli ingaggi. In fondo un giocatore può aggiungere tutti gli zeri che vuole alla cifra che chiede, ma finché non troverà qualcuno disposto a darglieli, quei soldi non li vedrà mai. 
I giocatori non hanno alcun obbligo morale nei confronti delle finanze di un club. Sono giunto alla conclusione che nel mondo del calcio, in alcuni casi, sentirsi professionalmente appagati può andare di pari passo con uno zero di più sul conto in banca. Dopotutto, quand'è abbastanza?

No, non sono parole mie. Ma sono abbastanza vicine al mio pensiero, in materia. Purtroppo, però, non sono in grado di dirvi chi le abbia proferite. Anzi, scritte, visto che stiamo parlando d'uno dei capitoli - non il più interessante, in verità - di 'I Am The Secret Footballer'. Uno dei recenti fenomeni editoriali, soprattutto in Inghilterra, dove un ex calciatore - almeno così dicono. Io ne dubito fortemente - si sarebbe messo a disposizione del mondo intero, raccontando curiosità, retroscena e aneddoti, talvolta anche imbarazzanti, del calcio professionistico. 
Premessa: leggo il libro solo in questi giorni, e quindi in lieve e giustificabile ritardo rispetto alla pubblicazione dell'edizione italiana. Lo ritengo assolutamente prescindibile, dal punto di vista dell' "indottrinamento" calcistico, anche per i più fedeli appassionati, considerato anche che, col passare dei tempi, saranno sempre meno i segreti di quella scatola chiusa chiamata pallone che, con l'aumentare dell'efficacia e dell'intromissione dei media e dei social, si schiude sempre più progressivamente, fino a svelarci le sue più recondite bassezze ed iniquità. Roba da infarto, per chi veramente questo gioco lo venera alla follia, e man mano se ne disamora, quando entra a contatto con la sua reale essenza. Proprio come una donna dall'eterea bellezza, mirata e rimirata attraverso il filtro spesso mistificante dell'inarrivabile distanza, che poi crolla come muro di carta e di incenso quando quella distanza viene annullata dalla prossimità, ed ogni aspirazione ed ispirazione rasa al suolo dal raggelante contatto con la realtà. 

Detto ciò, e cercando di tornare una volta per tutte in tema, esistono passaggi del libro - tra i quali, appunto, quello dedicato agli emolumenti dei calciatori - particolarmente eloquenti. Si tratti o meno di considerazioni realmente appartenenti ad un giocatore, l'analisi e la freddezza con la quale viene trattata l'argomento 'denaro' è l'azzeramento della distanza stessa di cui parlavo poc'anzi. Per tutti i professionisti - quasi, tutti. La generalizzazione teniamocela per altri ambiti - esiste un solo Dio, che fa da padre putativo alla Dea Eupalla: e si chiama Contante. 
Vive, come scrive giustamente TSF, in un luogo non meglio definito ma localizzabile più o meno a metà tra le proposte ardite di spietati manager a percentuale ed il libretto di assegni, più o meno spesso, di magnati che, nel calcio, riversano giusto gli spiccioli d'un patrimonio smisurato.
E', su per giù, anche il caso di Alessandro Diamanti. Uno degli ultimi, veri, talenti del calcio di casa nostra che dice addio e vola via, lontano. Anzi, lontanissimo, visto che, a memoria mia, mai uno dei migliori d'un campionato ancora mirabile come quello italiano s'era spinto sin oltre la Grande Muraglia, a disputare le sue ultime stagioni. Non tornerà mai più in Italia, Alino. Quando il multimilionario contratto che lo lega a Marcello Lippi scadrà avrà ormai superato i 35 anni, e probabilmente la voglia e la forza saranno già svanite. 
Ma cerchiamo di ricostruire i pezzi dell'ultimo, grande addio (peraltro a mercato in entrata chiuso, dettaglio non trascurabile) alla Serie A. Lippi chiede a mr. Liu Jong Zhuo - che gli riconosce per inciso 10 milioni all'anno e che già da tempo tratta parte delle quote del Milan - un campione in grado di vestire il ruolo di vera star del campionato cinese, oltre che del club di Canton. Si sceglie il capitano rossoblù, si trova l'accordo con il Bologna, poi non si trovano le necessarie garanzie bancarie.Guaraldi congela il tutto: ma nel frattempo la proposta (quasi 4 milioni netti all'anno per tre anni, con opzione sul quarto) arriva ad Alino. 
Lui, il ragazzo di Prato con un trascorso non esaltante all'estero, padre di tre figli e sposato con la bellaSilvia Hsieh. Taiwanese (non cinese, come dicono alcuni: cinesi sono i suoi genitori), quindi non certo distante dalla cultura e dal mondo che propone un futuro radioso a lei ed a suo marito.
Un marito professionalmente esploso tardi, troppo tardi, e che in carriera non ha certo avuto le fortune di tanti altri suoi coetanei capaci, un po' grazie all'abilità dei propri agenti, un po' grazie alla sprovvedutezza di alcluni di quei dirigenti che raccontava TSF, di diventare milionari quando lui ancora mordeva i pochi fili d'erba che abitano, solitari, i campi sterrati di C2. 
L'occasione di diventare veramente ricchi, grazie a quel mancino fatato che madre natura gli ha regalato, "è adesso", si sarà detto Alino. Non che, fino alla scorsa settimana, la famiglia Diamanti si nutrisse di muschi e licheni, per carità. Tra i felsinei il suo, da 1,5 milioni annui, era il contratto più oneroso. Ma più che triplicarlo, affrontando sfide molto meno stimolanti ma anche molto meno tedianti, il fato non poteva proporgli. E così è stato. Alessandro ha accettato la corte dei cinesi, e spinto Guaraldi a cederlo, forzando quelle garanzie bancarie che, solo fino a pochi giorni prima, sembravano non esistere.

La verità è che, quando ci sono di mezzo i soldi, le bandiere non esistono. Le bandiere esistono solo nel volontariato.
Anche questa frase non è mia, per quanto anora una volta vada presa, a ragione, come veritiera; ed anche stavolta, fatte le dovute eccezioni, rispecchia alla perfezione il mondo del calcio. Queste, però, sono parole che hanno un padre vero e riconosciuto, e non uno scaltro personaggio letterario immaginario che qualche altrettanto scaltro editore ha avuto l'intuizione di partorire. Le ha proferite,ed il web inevitabilmente incise ad imperitura memoria, proprio Alessandro Diamanti, giusto un anno fa.
Riflessioni che adesso, a posteriori, lo "discolpano", se ce ne fosse bisogno. Diamanti ama il calcio ma, come  tutti i suoi colleghi (e TSF), sa anche che esso, arrivato a determinati livelli, è un mestiere come tanti.
Certo molto più facile ed agognato, ma non per questo diverso, sotto il profilo strettamente professionale. Ed a 31 anni, senza la concreta prospettiva di vestire la maglia d'una qualsiasi grande d'Europa, ha pensato bene non solo di accettare, ma di far accettare la sua società. Cui, ovviamente, ha dato non tanto, ma tantissimo. 
Biasimabile? No di certo. Anche perché, come dice TSF, agli occhi di un professionista "non si hanno obblighi morali nei confronti delle finanze di un club". Ovviamente, però, il riferimento è rivolto al club che acquista, non a quello che cede. 
Non che al Bologna dispiacciano gli 8 milioni iscritti a bilancio, in effetti; così come ai rossoblù non dispiacerà certo lanciare, in via definitiva, e nei mesi a venire, il Churry Cristaldo, oggi autore d'una doppietta tanto inaspettata quanto importante, ai fini del raggiungimento del vero obiettivo del club: la salvezza. E' tutta qui la reale motivazione alla base del linciaggio operato in queste ore nei confronti di Diamanti: il non aver voluto attendere la fine della stagione per "abbandonare" il Bologna. Ovvero, la squadra che l'ha lanciato nella costellazione dei 'top' del nostro calcio, e sospinto anche verso la Nazionale.
Ah, già, la Nazionale. Basterà la Chinese Super League a Prandelli, per valutare il suo trequartista di scorta, ed a lui a farsi scegliere, in ottica Mondiale? Probabilmente si. 
Esulando dal discorso economico, difatti, non si fanno passi del genere e non si consumano addii di questo tipo se non si hanno, dal proprio C.T., confortanti rassicurazioni. Rassicurazioni che, quindi, presumo il buon Alino avrà ricevuto: perché, in caso contrario, allora, il grosso delle considerazioni di questo pezzo andrebbero fuori target almeno quanto una punizione rossoblù, ora orfana del suo amato '23', affidata ad un Christodoulopoulos qualunque.
Meno male che c'è Cristaldo, dunque. Potrebbe esser lui a salvare il Bologna, pur percependo un ingaggio che, seppur pagato in parte dal Metalist, è di molto inferiore a quello di Alino. Non che i piedi ed il genio dei due siano paragonabili: anche se, a ben vedere i freddi numeri, i 3 gol ed i 2 assist serviti sinora dal 24enne appassionato di churrasco non sono poi così lontani dai 3 (e tre rigori) gol e 3 assist serviti alla causa dall'ex capitano, considerata soprattutto la sostanziale differenza di minutaggio.

E allora, ciao Alino.
Insegna ai cinesi più grandicelli come si battono le punizie dal limite, ed a quelli più giovani cos'è il fantacalcio, magari proponendoti, come sempre, come uno dei centrocampisti più ambiti.
Ci rivedremo, probabilmente, a luglio, per un'ultima sgroppata sul centrodestra a tempo scaduto, magari condita al culmine da una bella palla in mezzo a giro per l'intervento in spaccata di Balotelli che vale una semifinale o, forse, qualcosa di più. Basterà qualche mese di latitanza dal calcio che conta a farti perdere la fame di vittoria azzurra? Spero proprio di no. E se anche fosse, ce ne faremo una ragione. 
Ragione che, invece, non mi sarei mai fatto se, a 31 anni, uno come Francesco Totti avesse fatto la tua stessa scelta. Non che non ne abbia avuto la possibilità, ça va sans dire
Alla tua età, Totti, di milioni ne percepiva circa 6, aveva già giocato oltre un decennio di A a livelli prepotentemente alti e vinto uno scudetto ed un Mondiale. 
"Se gli chiedessero di giocare gratis sarebbe una bandiera, con dieci milioni di stipendio è facile", avesti a dire, a suo riguardo, in quella famosa intervista. 
Tu, invece, che una bandiera non sei mai stato e che tale, evidentemente, mai vorrai, e potrai, essere, hai preferito la Cina. Legittimo, come ribadisco sin dall'inizio del pezzo, che peraltro ha sottratto spazio a tutti gli altri temi di giornata. Legittimo, appunto. Ma altrettanto facile. 
Se non addiritura di più.

P.S.: A proposito, dovesse venirvi in mente il nome di questo cavolo di Calciatore Misterioso, segnalatelo su www.whoisthesecretfootballer.co.uk, dove decine di migliaia di inglesi ragionano quotidianamente, intrecciando casistiche, coincidenze ed indizi, cercando di individuare l'ormai celeberrimo 'pentito'.
E poiché ormai chiunque dice la sua, la butto lì pure io. Se, come ancora penso, TSF non dovesse essere il ragionato (e geniale) espediente d'un collega d'oltremanica - cui invido clamorosamente l'intuizione - allora, magari...Potrebbe avere 31 anni; i capelli folti, ricci, scompigliati e castani; ed un conto in banca più ricco solo del suo piede sinistro. 
A proposito: l'hanno già tradotto il libro in cinese?

7 febbraio 2014

Storie di calcio: Maxi rivincita in agguato

Alan Bisio è un gran bel giornalista. L'amico e collega di Fantagazzetta scrive pezzi sempre curati, contestualizzati e ricchi di chicche e curiosità.
Quest'anno tutti noi conosciamo vizi e virtù di Maxi Lopez e famiglia, ma Alan è riuscito a racchiudere nel suo pezzo tanti aneddoti divertenti.
Conozco de la existencia de los fieles de la Iglesia Maxilopeziana. Los llevo a todos en mi corazon y mis pies mágicos [Maxi López]

Prima di svelarvi i misteri ecclesiastici legati alla sua figura, è cosa buona e giusta sapere che Maximiliano Gastón López nasce il 3 aprile 1984 a Buenos Aires e muove i primi passi nel mondo del pallone con l'Estrella de Maldonado. In Italia non c'è Thohir, non c'è corsa scatenata al parametro zero e mentre Moratti sta perfezionando l'acquisto di un certo Luiz Nazario da Lima dal Barça, il giovanissimo Maxi viene notato dagli osservatori del River Plate, correva l'anno 1997. L'esordio in prima squadra coi Millonarios arriva insieme alla morte del padre, quattro anni più tardi: il 19 agosto 2001 Maxi ha 17 anni ed affronta il Club Atlético Talleres (soprannominati Gallinas, ironia della sorte), in campo ce lo manda Ramón Diaz e con lui giocano Demichelis, Yepes, Aimar, Saviola, Cambiasso, Cavenaghi, Ortega, Fonseca e pure quel Juan Esnáider caro alla Vecchia Signora.


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Maxi Lopez firma il campioncino di Fantagazzetta

MILLONARIO - Un mese più tardi la Selección under 17 gioca la sua prima partita ai mondiali di categoria in Trinidad&Tobago contro il Burkina Faso, avversario modesto che costringe tuttavia gli argentini a rincorrere fino al novantaduesimo, quando proprio Maxi López trasforma il rigore (calciando malissimo) che fissa il risultato sul 2-2: l'esultanza è uno svestirsi della camiseta col 7 (la stessa indossata ora alla Sampdoria), poi l'abbraccio di Carlos Tevez. Nella seconda gara contro il rivedibile Oman (finirà 3-0) Maxi trova ancora la via del gol finalizzando l'azione orchestrata dai numeri 8 e 9 che poi sarebbero Mascherano e ancora Tevez. Ultima gara del girone, l'Albiceleste non deve perdere contro la Spagna di Torres e Iniesta per accedere ai quarti di finale; il vantaggio argentino lo firma Hugo Colace su rigore, poi rimonta iberica e contro-rimonta guidata da López, che dai sedici metri fa secco Moya: "Maxi López y Maxi gol de López" schiamazzerà il classico telecronista sudamericano.


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Contro il Chelsea di John Terry in Champions League (Getty Images)


La corsa dei predestinati argentini s'arresterà in semifinale per piede di Sinama-Pongolle e Maxi non segnerà più, tuttavia le brillanti prestazioni col River (13 gol in 56 presenze) condite dal triplete in Clausura (2002, 2003, 2004) e sommate agli scomodi ed inflazionati paragoni con Batistuta e Crespo, convincono i vertici blaugrana a sborsare 6,2 milioni di euro nel gennaio 2005 per fare dell'Ario Ariete del Area il nuovo delantero del Barça, orfana di Henrik Larsson che nel clásico contro il Real si fa crociato e menisco. Maxi opportunità europea e maxi rimpianto per la mancata conquista della Libertadores 2004: vinto il girone iniziale, superati i messicani del Santos Laguna agli ottavi ed i colombiani del Deportivo Cali nei quarti, in semifinale arriva superclásico col Boca Juniors di Palacio, Gago, Guglielminpietro, Ledesma e Gato Silvestre. Alla Bombonera è 1-0 Xeneizes col Muñeco Gallardo, diez del River, che sfregia il portiere avversario Abbondanzieri con un'unghiata nella rissa più scontata dell'attuale prezzo di Constant. Sette giorni dopo, in un Monumental colmo di 70'000 anime immacolate e strisciate di rosso, andrà in scena quella che verrà ricordata come La partita, L maiuscola, L come López e quella vendetta incompiuta del tunnel di Riquelme a Yepes quattro anni prima. Vantaggio River, pareggio di Tevez al minuto ottantanove ed esultanza a mimare il battito d'ali della gallina per sbeffeggiare gli avversari, cartellino rosso per l'Apache, nuovo vantaggio del padroni di casa e calci di rigore, con López che si fa parare il decisivo da Pato Abbondanzieri, come Costacurta in Giappone. Dramma. 


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Maxi & Maxi compagni all'FK Mosca (Getty Images)

 
RUSSIA & CAMP NOU - L'incanto blaugrana del Blondo Cosmonauta del gol inizia coi tredici minuti del 6 febbraio 2005 nell'esordio ufficiale in Liga: 0-2 contro l'Atletico Madrid, non benissimo. Diciassette giorni dopo, crepi la scaramanzia, nell'andata degli ottavi di finale di Champions League il Barça stende il 2-1 il Chelsea al Camp Nou e Maxi mette a referto gol e assist (involontario) per Samuel Eto'o. Pazienza se a Stamford Bridge Mourinho s'imporrà 4-2, López siederà in panca per 86 minuti a chiaccherare con Demetrio Albertini: prime ruggini con Frank Rijkaard. Sul finir di stagione Maxi si fracassa il quinto metatarso del piede sinistro, infortunio che lo terrà out per diversi mesi ma non gli impedirà di sfoggiare nel palmarès personale due campionati, una Supercopa de España ed una Champions League nel biennio 2004-2006, segnando ben zero reti in Liga e partecipando alla gloriosa campagna europea fra panchina e tribuna concedendo giusto la standig ovation a Ronaldinho nella semifinale d'andata giocata a San Siro contro il Milan, quella del gol di Giuly.

In Catalogna gli attaccanti comunciano ad essere troppi: Messi, Eto'o, Gudjohnsen, Ezquerro, Giuly e Ronaldinho chiudono ogni spazio alla Galina de Oro, che viene parcheggiata nell'aia di Mallorca anche dopo qualche strana voce di flirt tra il nostro eroe e la prosperosa Monique, in arte signora Rijkaard. Il nuovo numero 9 maiorchino fa coppia con Diego Tristan e spera di convincere Txiki Begiristain a riprenderlo segnando alle rivali del club mas titulado, ma a fine stagione 3 gol in 29 presenze in campionato e due in altrettante apparizioni in Copa del Rey non sono sufficienti. El Massi ha giusto il tempo d'incrociare Henry e Bojan, svuotare l'armadietto e volare all'FK Mosca per 2 milioni di euro raggiungendo Maxi Moralez, attuale Frasquito bergamasco. In Russia ancora infortuni, 9 esultanze in 22 incontri coi citizens (roboante tripletta al titolatissimo Amkar Perm') e sposalizio con la chiaccheratissima Wanda Nara (sorella di Zaira, ex di Diego Forlan). Poi fuga dai -10° di Mosca ai 25° di Porto Alegre, dove veste la maglia del Gremio in prestito con diritto di riscatto. 


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Chi la fa... (Getty Images)

 
TORMENTONE WANDA - Prima di arrivare all'attualità fatta di Mauro Icardi, tweet bollentitatuaggi grandi e piccoli passando dalla parte del tradito a quella del fedifrago ("mi ha tradito 7 volte" dirà Wanda), la coppia López-Nara è felicemente sposata. No, non è vero, ne passa di tutti i colori: dalle accuse di stupro a Maxi dell'allora domestica di casa, Mariana (prontamente smentite, chissà perché poi, dalla stessa Wanda) alle voci sul presunto video hard realizzato dalla caliente bionda con un altro uomo (ancora in auge sul web, ma che per ovvi motivi non posso consigliarvi qui) all'altro video, quello in cui l'attaccante si masturberebbe in webcam a pochi giorni di distanza dalla nascita di Benedicto, terzo figlio della coppia. I due sposini finiscono sui rotocalchi rosa vestendo Gucci, Armani, Louis Vuitton e si concedono una Mercedes Benz SLR McLaren edizione limitata. Il gossip fa bene a el Aleman, che segna all'esordio in campionato e guida l'incredibile galoppata dei moschettieri in Copa Libertadores, dove incappa ancora nella maledizione semifinali: sconfitta contro il Cruzeiro e denuncia di Elicarlos dopo averlo apostrofato macaco


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Maxi sorelle... Wanda e Zaira Nara (Getty Images)

 
Wandita spinge per spostare Maxi e famiglia in Italia, ma quando el Drogba Blanco pare vicinissimo alla Lazio di Lotito ecco la zampata di Pulvirenti, che insieme all'abilissimo Lo Monaco lo strappa al Gremio per circa 3 milioni di euro con stipendo che s'aggira sugli 800'000 annui. A Catania, nota colonia argentina, il Massi diventa idolo dei tifosi segnando 11 gol in 17 gare, un autentico crack anche per i fantacalcisti bramosi di +3 provenienti dal mercato di gennaio. Tutto il resto è storia semi-recente, dal mancato scambio con Gilardino ai tempi della Fiorentina ai messaggi d'amore al Milan: il 18 dicembre 2011 Maxi segna il 2-0 nel derby col Palermo, mima il cuoricino ed esce dal campo salutando tutti quasi piangendo, anche per la nascita del secondogenito Costantino, dicono. La telenovela del Kempes rubio chiuso in una stenza d'albergo aspettando il  di Galiani è ormai celebre. Maxi, poi non riscattato dai rossoneri (eppure quei 7 milioni non sembrano così tanti se pensiamo ai 12 investiti per Matri...), lascia a Milano un dolce ricordo: oltre alla rete all'Udinese in campionato c'è pure il golazo segnato alla Juventus in Coppa Italia nella semifinale di ritorno allo Stadium. Poi ecco la Sampdoria, 6 mesi a Catania ed il novello ritorno in blucerchiato dove ritrova Mihajlovic, tecnico che a Catania lo fece rendere come nessun altro in carriera. Maxi s'è (ri)presentato alla gradinata Sud col gol decisivo nel derby della Lanterna, e se gli chiedete di Icardi, in gol nell'ultima stracittadina vinta dalla Samp prima di quella di lunedì, risponde: "il mio gol è più bello".


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In rossonero per 6 mesi (Getty Images)

 
RELIGIONE MAXILOPEZIANA - Se avete buona memoria ricorderete la citazione iniziale di questo articolo, visto che è lo stesso attaccante a confermare l'esistenza della Chiesa Maxilopeziana, idea partorita da alcuni fan argentini che in questi anni hanno seguito le sue avventure scrivendo nel blog dedicato a D11OS, divenuto tormentone a livello nazionale. I seguaci sono anche noti con l'acronimo EDDB (Esercito Del Drobga Bianco), fedeli alla Santissima Trinidad composta da D11OSj3sus (che poi sarebbe un'altra vecchia conoscenza rossonera, Leandro "Il nuovo Maldini" Grimi) e San Graf (l'attaccante Claudio Graf) e festeggiano 3 ricorrenze speciali: 16 febbraio (giorno inaugurale del blog), 25 ottobre (giorno in cui il bomber segnò col Mallorca in copa del Rey il cosiddetto Gol Divino contro l'Athletic Bilbao, ribattezzato poi dia internacional del Condor en celo) ed ovviamente 3 aprile, compleanno di Maxi. E le preghiere? Come in ogni religione che si rispetti, non mancano (la più famosa è il Maxi Nuestro, parodia del Padre Nostro) e non mancano neppure i misteri accostati al mondo della musica, visto che le iniziali del giocatore, M ed L, sarebbero collegate al successo dei Beatles del duo McCartney-Lennon. Celebre anche l'hashtag #ElRepresentanteDeMaxiLopez, viralissimo internet meme legato all'inconsapevole Andrea D'Amico, procuratore del giocatore capace di piazzare il suo assistito prima al Barça e poi al Milan, un procuratore che conosceva il finale di Lost dalla seconda stagione, continua ad usare Megaupload, è in grado di uccidere lo 0.01% di batteri che Lisoform non elimina e sarebbe addirittura capace di colpire Chuck Norris con un calcio volante...
Robe da matti, anzi... da Maxi

4 febbraio 2014

This is Football: Premier League

Questo pomeriggio, facendo 'zapping', mi son trovato dinnanzi alla partita di Premier League fra West Ham e Swansea.
Devo dire che era un  po' di tempo che non guardavo una partita di calcio inglese, e devo anche dire che è stato un piacere guardarla. La gara è stata piacevole, impreziosita da due gol di capitan Nolan, leader del West Ham; ed un buon gioco da parte della squadra di casa. Non si può dire lo stesso da parte dello Swansea, imbrigliato dalla manovra degli Hammers, che hanno fatto esordire anche il nostrano Nocerino con la storica maglia londinese.Ciò che da sempre mi colpisce di più del calcio 'made in England' è l'atmosfera che si respira prima, durante e dopo la partita. Molti sono i fattori che rendono unico il calcio britannico, e che lo rendono così piacevole e bello rispetto al nostro. Uno è sicuramente lo stadio, senza barriere, quasi sempre gremito in ogni ordine di posto. Gli impianti inglesi sono costruiti  'a picco' sul campo, e sono dunque in grado di fornire allo spettatore una valida visuale ed un'esperienza calcistica inimitabile. Il fatto che siano (la maggior parte di essi) costruiti in città facilita l'accessibilità alla manifestazione sportiva e rende il pomeriggio del fine settimana un'esperienza da rivivere ogni volta possibile.
La cultura calcistica,poi, è anni luce avanti a noi. Parliamo di un pubblico assai più composto, specchio di un maggior rispetto da parte dei calciatori nei confronti dell'arbitro e delle istituzioni. Insomma uno spettacolo per tutti, grandi e piccoli.
Le mie parole, forse, saranno viziate dalla storia del West Ham,club ricco di fascino e tradizione. Upton Park, uno stadio per me bellissimo, e le tipiche divise 'claret and blue',stupende, hanno reso l'atmosfera così speciale, unica. Ad ogni modo il calcio inglese fornisce quasi sempre spettacolo, da godere in ogni momento in televisione o, meglio ancora, dal vivo.


Davide Cerati

3 febbraio 2014

Pirlo, Lichtsteiner e quel movimento assassino

Il goal di Lichtsteiner è una di quelle situazioni che possono definirsi "studiate a tavolino". Molti allenatori provano gli schemi su calcio piazzato, Conte evidentemente li prova anche su azione. Il pallone di Pirlo verso il centro, il taglio da destra verso il cuore dell'area di rigore di Lichtsteiner, ed il pallone che s'insacca inesorabilmente alle spalle del malcapitato portiere, sono ingredienti tipici della Juventus di Conte. Situazioni studiate non ultimammente, ma dal primo giorno di ritiro di tre anni fa. Il primo goal della gestione Conte, nel roboante successo casalingo contro il Parma, porta proprio la doppia griffe: Pirlo-Lichtstesiner.
Ingredienti necessari? Due.
Un centrocampista pazzesco, con una visione di gioco fuori dal normale ed il piede preciso come la mano di un chirurgo plastico; un difensore che abbia il tempo d'inserimento di un attaccante e che sappia trasformare, di piede o di testa, l'assist al bacio del talentuoso compagno.
La vera domanda, a tre anni dalla prima occasione, è come sia possibile che molti allenatori facciano finta di non accorgersene e non prendano contromisure. Siamo tutti d'accordo che l'escamotage è geniale, perchè colpisce le squadre avversarie in quella che è considerata "la terra di nessuno". Il movimento di Lichtsteiner è assassino, mette a nudo le pecche in fase di marcatura da parte degli avversari. Chi deve occuparsi del taglio infatti, il centrocampista o il difensore. Proviamo ad analizzare la cosa.
La Juve di Conte gioca con due tornanti veloci e completi, capaci di difendere ed offendere allo stesso momento. Quando si trova dinnanzi una difesa schierata a quattro, lo svizzero e il ghanese sono preda in un primo momento di un centrocampista, quindi del terzino. E' lui che dovrebbe seguire il movimento a tagliare, è lui che non può lasciare indisturbato il suo avversario. Di fatto, a parte a Bergamo con l'Atalanta (goal nato da una bellissima palla da fermo di Pirlo, e ribadisco palla da fermo), le difese a quattro hanno sempre contenuto abbastanza bene questo movimento. Il discorso si complica quando la squadra che affronta i bianconeri si schiera con uno speculare 3-5-2. Ecco, in questo caso le difese vanno in crisi e i due esterni diventano letali, veri e propri killer. Per farci un'idea di chi si debba occupare di marcare lo svizzero e i suoi movimenti, analizziamo la partita di ieri. Lichtsteiner parte dalla sua mattonella preferita e s'inserisce perfettamente nel cuore della retroguardia di Mazzarri. Nel momento in cui parte, Nagatomo è già tagliato fuori. Il suo dirimpettaio, quello che tecnicamente dovrebbe prendersene cura in prima battuta, è a pascolare per il campo, beandosi di una fascia di capitano che mai avrei potuto pensare al suo braccio, ma tant'è. A rigor di logica, saltata la copertura dell'esterno, è il centrale di sinistra che dovrebbe marcarlo, avendo gli altri due in cura Tevez e Llorente. Juan Jesus, però, si addormenta, si guarda intorno ed in men che non si dica il pallone si sta trasferendo dalla testa dello juventino al sacco della rete.
Ineccepibile scelta quella di Pirlo, grande strategia quella di Conte, immane sciocchezza difensiva quella dell'Inter. Ma la cosa più grave, a mio modestissimo avviso, deve ancora arrivare. A fine partita Mazzarri, fra una giustificazione e l'altra, addossa la colpa a Kovacic. Ma come dico io, la mezz'ala non dovrebbe preoccuparsi di seguire l'inserimento del centrocampista? Vidal e Pogba non sono proprio due che disdegnano l'inserimento e la conclusione. Non sono un allenatore di Serie A, ma quanto detto da Mazzarri mi sembra una castroneria bella e buona, con l'aggravante di addossare per l'ennesima volta le responsabilità ad un giovane classe '94, che sotto questa sciagurata gestione si sta bruciando. E' già stato fatto giocare in tutti i ruoli e sempre senza continuità, nonostante abbia sicuramente tanto talento. Un nuovo caso Pirlo potrebbe essere in agguato in quel della Pinetina, ai posteri l'ardua sentenza.

31 gennaio 2014

Diego Simeone può rinverdire i propri fasti: l'Atletico Madrid è pronto a volare

Il dualismo fra Barcelona e Real Madrid è finalmente spezzato? Presto per dirlo, ma negli ultimi vent'anni solamente il Valencia, il Deportivo la Coruna e l'Atletico Madrid hanno saputo dare il giusto acuto. E proprio dei Colchoneros che voglio parlare oggi, una squadra fortissima con un allenatore eccezionale. Diego "El Cholo" Simeone, nonostante le casacche di Lazio e Inter, l'ho sempre considerato un grande campione. Il 5 maggio 2002, con il goal all'Inter, ha definitivamente riscattato il suo passato e ho ricominciato a considerarlo per il grande uomo di sport che è. In Argentina ha fatto capire a tutti di che pasta sia fatto, in men che non si dica. Pronti via ecco due titoli con Estudiantes e River Plate; quindi la salvezza agevole a Catania. Esperienze sufficienti per essere chiamato a Madrid, sponda Atletico. All'ombra dei cugini della casa blanca, Simeone è arrivato con un grande obiettivo: vincere.
Simeone ci ha messo ben poco a portare l'Atletico a vincere in Europa, prima l'Europa League e poi la Supercoppa, strapazzando in lungo e in largo il Chelsea di Di Matteo. Perso Falcao in estate, alzi la mano chi pensava che l'Atletico potesse tenere il vertiginoso ritmo di Barça e Real in Liga; e parallelamente dominare il girone di Champions League, qualificandosi dopo solo quattro partite.
Ma il calcio è bello proprio per questo, ed allora cerchiamo di capire se i biancorossi ce la potranno fare a replicare il successo di Radomir Antic del 1996, con in campo un centrocampista argentino insostituibile: Diego Pablo Simeone.

L'Atletico dà la caccia al decimo trionfo, quello che in Italia vale la tanto agognata stella. E secondo me le possibilità di farcela ci sono, perchè la squadra della capitale ha grandi giocatori in ogni reparto. In porta il belga Courtois è una sicurezza, stimolatissimo dalla sfida con il più esperto Mignolet per il ruolo di primo portiere al Mondiale brasiliano. La difesa si sorregge sull'esperienza del nostro futuro avversario Diego Godin (uruguagio) e sul fiammingo Toby Alderweireld, un altro dei grandi talenti che il piccolo Belgio sta sfornando.

A centrocampo capitan Gabi ed il giovanissimo Koke hanno definitamente scalzato il redivivo Tiago, meteora bianconera, ed oggi prima alternativa della mediana biancorossa. L'estroso fantasista basco Raùl Garcia ha il compito di scatenare una delle coppie d'attacco più belle d'Europa: il brasiliano Diego Costa, naturalizzato spagnolo in fretta e furia per il Mondiale, e David Villa. Incredibile pensare che, nonostante abbia perso un certo Radamel Falcao, l'Atletico ha saputo allestire un reparto offensivo così efficace, così forte, così devastante.
Tutti loro, guidati da quel gran tecnico di Simeone, sono le ragioni per cui i tifosi di Barcelona e Real Madrid non possono dormire sonni tranquilli. E anche il Milan è avvisato...

30 gennaio 2014

I fattori chiave che permetteranno al City di vincere la Premier

T.A.S. Quando nello sport si evoca questa sigla, di solito, significa che qualcosa non funziona. Il tribunale arbitrale dello sport è una di quelle istituzioni che nessuno vorrebbe mai fare intervenire, o meglio, che non dovrebbe mai intervenire in un gioco bello come il calcio.
Oggi non voglio parlarvi di tristi e squallide vicende legate a processi sportivi, ma ad un fattore che ho personalmente ribattezzato "TAS" e che contraddistingue il Manchester City.
Tourè, Aguero, Silva. Questi tre calciatori, o per meglio dire fenomeni, saranno il fattore decisivo che porterà il City a vincere la Premier League e a giocarsi il passaggio del turno in Champions League con un Barcellona che non è più lo schiacciasassi di qualche stagione fa.

Yaya Tourè: 191 cm per 90 kg di pura potenza. Ai tempi del Barcelona l'ho sottovalutato, ma ho capito il gravissimo errore tecnico che avevo commesso. L'ivoriano è un centrocampista mondiale, totale. Ha piede e corsa; fisico e grinta; carattere e visione di gioco. Il suo modo di gestire il gioco, di illuminare e dispensare palloni, è formidabile. E' un faro per tutti i compagni, quando passi la palla a lui sai che è in cassaforte. Inoltre ha una botta dalla distanza impressionante, e sa calciare bene con entrambi i piedi. Il colpo di testa, con quel fisico, non lo scopro certo io e ora che si è scoperto anche rigorista, Tourè sarà il fattore decisivo per i successi del City. E in estate occhio alla Costa d'Avorio...

David Silva: 170 cm e 67 kg di classe cristallina. Il centrocampista spagnolo, cresciuto nel Valencia, è stato fin dai suoi primi passi una delle stelle del calcio iberico.
Colonna di tutte le nazionali giovanili e protagonista dei successi spagnoli a livello internazionale, David Silva non è solo uno straordinario talento, ma anche un ragazzo con la testa sulle spalle. Pensa al calcio e vive per esso, sa accarezzare il pallone ed imprimere quel tocco di genio che al gioco serve sempre. Cresciuto nel Valencia, ha fatto innamorare Mancini nel 2010, tanto da strapparlo alla compagine navarra a suon di milioni.
Oggi, che ha trovato il suo alter-ego a destro nel connazionale Jesus Navas, Silva è pronto ad alzare un nuovo trofeo al cielo del City of Manchester Stadium, raccogliendo quel boato fragoroso che i tifosi citizens riservano ai propri beniamini.

Sergio "El Kun" Aguero: uno che Maradona definì "erede" non può che avere piede fatati, un cervello calcistico sopraffino ed una classe smisurata. Nato seconda punta in quel dell'Independiente, col tempo si è trasformato in attaccante totale, capace di giocare in coppia con qualcuno o di sostenere il peso dell'attacco sulle sue spalle. Aguero è dotato di ottima tecnica, una notevole accelerazione, grande agilità, dribbling, facilità di tiro con entrambi i piedi e di una spiccata intelligenza calcistica. Peculiare è il suo repentino cambio di direzione palla al piede, favorito dal baricentro basso e dalla potenza che riesce ad imprimere nell'esecuzione del movimento. Nel corso delle stagioni ha irrobustito la propria struttura muscolare e guadagnato in forza fisica, senza per questo venir meno al suo stile di gioco originario. Avendo una buona elevazione possiede comunque un discreto colpo di testa, ed è anche molto abile nel fornire assist. 51 goal in 80 partite di Premier League, quarto di tutti i tempi per media reti, vi pare poco?

Tourè, Aguero, Silva, i fattori chiave di un City fantastico, che può contare su elementi di spicco a completare la rosa: Kompany, Nasri, Negredo, Dzeko, Kolarov, Navas, Fernandinho, Clichy, Nastasic, Jovetic....
Superbia in proelio.

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