Esperto di Calcio

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13 aprile 2013

Speciale derby di Genova: rivalità, emozioni e...

E’ una Sampdoria che si presenta al derby della Lanterna reduce dalle due sconfitte interne consecutive con Inter e Palermo. La sconfitta contro i nerazzurri di Stramaccioni era preventivabile sin dalla fase di pronostico, ma si è vista una squadra reattiva, combattiva e penalizzata eccessivamente dal risultato finale. Prestazione non replicata contro il Palermo di Sannino, dove si è vista per la prima volta sotto la gestione di Delio Rossi una squadra molle, senza idee. Per dirla con le parole del tecnico romagnolo, è stata una Sampdoria “che ha fatto male tecnicamente, tatticamente, atleticamente e moralmente”. C’è però da sottolineare che il Palermo si sia presentato a Genova con il coltello tra i denti, intento ad aggiudicarsi punti preziosissimi in chiave salvezza, elemento che ha fatto la differenza contro dei blucerchiati molto rilassati dai 36 punti in classifica (sarebbero 37 senza la penalizzazione inflitta per il caso scommesse) che a otto turni dalla fine rappresentano una quota di relativa tranquillità. Però il pubblico di Marassi merita di più della prestazione fornita contro il Palermo. C’erano due sconfitte da vendicare: quella dell’andata segnata dalla doppietta di Dybala, ma soprattutto quella che nel 2011 sancì la retrocessione in Serie B. Occasione persa. Da riscattare immediatamente nel derby, che come sempre è una partita speciale e con motivazioni forti. Tra le contendenti, è sicuramente il Genoa ad avere maggior necessità di punti, vista la classifica altamente deficitaria, ma una vittoria nella stracittadina potrebbe permettere ai blucerchiati il raggiungimento della salvezza dopo una stagione tribolata. La promozione dopo i playoff doveva essere il preludio ad una tranquilla stagione di metà classifica, visti gli innesti importanti come quelli di Maxi Lopez, Maresca ed Estigarribia. Dopo le prime giornate, la squadra di Ferrara si piazzava addirittura tra le prime della classe, prima di incappare in una serie di ben sette sconfitte consecutive, interrotta proprio nel derby d’andata, vinto 3-1, che ha visto nascere la stella di Mauro Icardi, giovane centravanti argentino che Ferrara si ostinava a schierare come punta esterna. Nonostante dei lievi segnali di ripresa come la vittoria del derby, era evidente che Ciro Ferrara non avesse più il controllo tecnico e psicologico della squadra, e prima della sosta invernale il presidente Garrone ha deciso di avvicendare il tecnico campano, mossa che ha scatenato anche le dimissioni del direttore sportivo Pasquale Sensibile.
Al loro posto sono stati ingaggiati Delio Rossi come allenatore e Carlo Osti come ds. Da quel momento la squadra ha cominciato a mietere punti, con vittorie eccellenti come quella di Torino contro la Juventus, trascinata dal cambio di modulo con l’adozione della difesa a 3 che ha visto tornare titolare il vero leader della Sampdoria, Angelo Palombo, e dai pochi ma mirati innesti della campagna acquisti di gennaio, su tutti il talentuoso Gianluca Sansone. Ma il merito maggiore è da dare a Delio Rossi, tecnico che arrivava dalle note vicissitudini fiorentine, che è riuscito a dare un’identità di gioco, ma soprattutto una vera identità morale alla squadra. Le roboanti vittorie contro Pescara e Roma hanno dato fiducia alla squadra, ma un punto nelle ultime quattro giornate non deve far calare la concentrazione. A mio parere ci aspetta il solito derby poco spettacolare tecnicamente e molto fisico, l’importanza dei punti in palio renderà il clima ancor più teso, che dovrà essere gestito con acume dall’arbitro designato, Orsato di Schio. Nel Genoa peserà come un macigno l’assenza di Kucka, e un Ballardini ingiustamente sulla graticola dovrà cercare nuove soluzioni. Domenica ci sarà il solito e importante show delle coreografie, ed è auspicabile che sia accompagnato dal fair play tra tifoserie. Sarà un derby incandescente, maschio, duro. Speriamo anche divertente.

Esclusiva derby di Genova - Claudio Onofri: "Sarà un match all'insegna dell'equilibrio"

Andrea Pace, editor per Esperto di Calcio e grande appassionato rossoblu, ha realizzato una bella intervista esclusiva a Claudio Onofri. L'ex giocatore e allenatore del Grifone si sofferma con attenzione sulle sfaccettature del derby della lanterna, una partita fondamentale per il futuro rossoblu.

Buongiorno e benvenuto signor Onofri. Quale può essere il fattore chiave per vincere?

"Ciao a tutti, è un piacere. Risponderò con ordine: l’aspetto psicologico, ambientale, motivazionale, tattico, il colpo individuale e chi lo compie per primo e a che minuto della partita".

Quale formazione schiererebbe per imbrigliare i doriani?

"A me piace il modulo con la difesa a quattro, tre centrocampisti , un regista e due cursori di qualità, due esterni e la’ davanti il soloBorriello. Quindi : Frey, Cassani, Granqvist, Portanova, Moretti, Rigoni o Bertolacci, Matuzalem, Antonelli, Vargas e Jankovic, Borriello . Oppure due punte e un trequartista, ma credo che il Balla opti per il solito 3-5-1-1 con Frey, Granqvist, Portanova , Manfredini, Cassani o Pisano, Rigoni o M.Rossi, Matuzalem, Vargas ,Antonelli, Bertolacci e Borriello".

Ci racconta il suo ricordo più bello legato al derby?

"Non dimenticherò mai quello del '76-'77. All’andata non avevo giocato, ma fu emozionantissimo quello del ritorno. Gol di Zecchini col destro, piede col quale non saliva nemmeno sull’autobus. Pareggio di Oscarino Damiani allo scadere del primo tempo. Poi rigore sbagliato da O’Rey de Cruge, il quale però dopo un pò va in cielo a perdere un traversone di Castronaro e saluta tutti da lassu’ , 2 a 1 e tutti a casa, la Samp virtualmente retrocessa e duemila tifosi ad acclamarci fuori dal Ferraris alla fine". 

Quale squadra arriva meglio?

"Psicologicamente la Samp, ma nell’ultimo, quello d’andata, ci arrivava meglio il Genoa e abbiamo visto com’è finita. Non conta come arrivi allo stadio, ma come vai via alla fine della partita". 

Un pronostico?

"Meglio di no, non voglio gufarla (ride)".

Un ringraziamento particolare allo staff della fan page "Genoa la squadra di Genova", il cui lavoro è stato prezioso per proporvi questa bell'intervista.

12 aprile 2013

Bayern Monaco: i successi dei bavaresi saranno un problema per Pep Guardiola?



Un interessantissimo articolo che indaga quanto possa esser difficile il ruolo di Pep Guardiola in terra bavarese:

When Bayern Munich went into the Christmas break with a nine-point lead over defending champions Borussia Dortmund and only a single defeat to their name, a league title seemed inevitable.

Now the Bavarians have earned the famous Viking shield known as die Salatschüssel ("the salad bowl") with six league games remaining, a German record. What's more, they've earned their record 23rd title having claimed maximum points in 2013, also a Bundesliga record. And in his third spell at the club, 67-year-old Jupp Heynckes has become the oldest coach to win the title.

Frankly, a bull in a vinyl record shop would break fewer records.

After the heartache of falling at the final hurdle in the European Cup and DFB Pokal last season—and losing the title to BVB—Bayern have been resplendent and utterly unstoppable this season.

In the first-leg Champions League matches with Arsenal and Juventus, we have seen how the German side can pull off dominant performances, even while coasting in second gear for long periods. In their epic victory over Dortmund in the German Cup quarterfinals, we have seen how they are truly exorcising the demons of the past.
President Uli Hoeness, who has spent the vast majority of his career with Die Roten, seemed astonished by his organisation's own brilliance. "I can barely articulate how great this title is for me. I've rarely seen a Bayern team this dominant," he said after the title-clinching win at Eintracht Frankfurt.

But celebrations have been relatively muted, as the club believe their job is only one-third complete. With a Champions League semifinal place all but secured and only Wolfsburg keeping them from the DFB Pokal Final, Heynckes feels the treble is a distinct possibility in his final season in charge.

Yet the success of the Bundesliga's oldest victorious coach may be troubling for the Champions League's youngest winning manager.

Pep Guardiola is set to take the reins at Bayern Munich next season. If they win the treble, where on Earth is the Spaniard supposed to take things from there?


When Guardiola took charge of Barcelona, they had just finished third under Frank Rijkaard and were two seasons without a league win, despite a host of talented players like Ronaldinho, Deco and Samuel Eto'o. They hadn't won a Copa del Rey in 10 years.

With Barca, Pep had a ship to steer back in the right direction, and the perfect environment for players and fans to get on board with his management style. 

With Bayern Munich currently at the top of the mountain, Guardiola must struggle to stay at the peak, or start heading in the only direction possible: down.

When his decision to choose Bayern was announced in January, the Catalan was celebrated for his decision. Apparently he had shunned inflated salaries and "glamor" of certain suitors in the Premier League to join a club with solid financial grounding, in what the connoisseurs may consider Europe's best league.

Pep was particularly commended for declining the advances of Chelsea, and for not making himself subject to the fickle managerial whims of owner Roman Abramovich. The Chelsea job, after all, is perceived as a poisoned chalice.
Yet in a way, the chalice may not taste any better in Germany. At Stamford Bridge, Guardiola could have taken charge of a club who have endured a disappointing season, predominantly under the guidance of a heavily maligned "interim" manager. With Abramovich's checkbook, he could have built a new project and turned things around at the club.

There are rumors of Pep being handed a nine-figure "war chest" at Bayern, but where is he really going to spend that kind of money? Bayern don't need that much rebuilding, and any major changes he makes will risk upsetting the winning formula.



Of course, it is perfectly possible that Guardiola takes Bayern Munich to new heights. Spanish paper Marca are among those who feel he will make the German side even better. A sustained period of success like he achieved with Barcelona is not out of the question.

Yet as the Spaniard continues to enjoy his sabbatical to a backdrop of Bayern Munich dominance, he must surely be concerned by the prospect of maintaining the legacy he is about to be handed.

fonte: bleachreport.com

Daniele Baselli - 1992 - Cittadella

Nome: Daniele
Cognome: Baselli
Data di nascita: 12.03.1992
Luogo di Nascita: Brescia
Altezza: 1.82cm
Peso: 70kg
Piede: Destro





Il ruolo del regista, da sempre è stato riservato a chi è dotato di piedi buoni e visione di gioco. In Italia, i giocatori non sono mai mancati, da Pirlo a Verratti, sono sempre usciti cresciuti buoni playmaker. Adesso nelle nuove ideologie di calciomercato, si va a comperare in Serie B, terra di talenti, ed è proprio li che sta crescendo un regista dal futuro promettente, paragonato a "Pirlo" per le qualità e per il luogo di nascita.

Daniele Baselli nasce il 12 Marzo del 1992 in provincia di Brescia, precisamente a Gottolengo un piccolo paesino di 5.000 abitanti. Inizia a giocare prima ancora di andare a scuola, nella squadra del suo paese. Grazie ad una segnalazione, gli osservatori dell'Atalanta (tra i migliori a livello giovanile) lo visionano e lo portano in nerazzurro. Daniele trascorre undici stagioni nel settore giovanile bergamasco, che gli permettono di crescere calcisticamente e come uomo. Dai pulcini scala tutte le categorie, fino all'arrivo in Primavera, anticamera del calcio che conta.
Nella stagione con la Primavera il centrocampista colleziona 23 presenze e 5 gol, tanto da meritarsi la chiamata di un club professionistico. L'Atalanta lo cede in comproprietà al Cittadella, una società in costante crescita e che punta molto sui giovani. Con la compagine veneta colleziona 13 presenze ed un assist, in una stagione non esaltante numericamente ma fondamentale per la sua crescita.
Nel secondo anno, tutt'ora in corso, diventa protagonista del team di Foscarini, attirandosile attenzioni dei grandi club. Fino ad ora colleziona 31 presenze, e due assist, trascinando i granata ad una comoda salvezza.
Su di lui si sono già mosse due importanti squadre come Milan e Fiorentina, che attualmente sembrano in vantaggio su tutti per il suo tesseramento. I rossoneri in particolare sembrano vicinissimi a portare a Milano un talento che potrebbe alternarsi al giovane Cristante in cabina di regia.

Daniele Baselli è un classico regista. Abile nell'impostazione della manovra, ha una naturale dote di corsa, che lo rende un regista atipico. Molto bravo nell'impostare il gioco, con la sua costante abnegazione è in grado di svolgere sia la fase di possesso che di recupero palla, risultato un playmaker assolutamente moderno.
In campo sembra un veterano, abbinando alle sue qualità tecniche una personalità rara per un ragazzo che ha da poco compiuto 21 anni.
Baselli si ispira a Pirlo, ma ha caratteristiche simili anche a Busquets, risultando quindi un regista di centrocampo come difficilmente si vede sui campi di gioco. E' presto per dire quale carriera farà il ragazzo lombardo, ma le qualità sono quelle di un giocatore fuori dal comune.

11 aprile 2013

Onore ai vincitori ed un applauso ai vinti: lo spettacolo della cultura sportiva


Onore al Bayern. L'ho scritto a caldo, lo ribadisco a quasi 24 ore di distanza. I bavaresi hanno meritato, facendo trionfare lo sport. Non bisogna rammaricarsi o dispiacersi, quando vince la squadra più forte e che si è distinta per correttezza e qualità del gioco, bisogna fare soltanto una cosa: applaudire.
Da questa due giorni di Champions abbiamo imparato tante cose, sul calcio, sugli arbitri e sullo stile.

Abbiamo imparato che l'operato dell'arbitro ha una sua valenza, ma che gli errori vanno accettati e capiti. Pensiamo a Borussia Dortmund-Malaga, Pellegrini si è lamentato per un goal in fuorigioco, ma non ha fatto drammi. E' passata la squadra con maggior classe e maggiore determinazione, giusto così

 Abbiamo imparato che anche i marziani si possono fermare. Il Psg di Ancelotti ha fatto tremare il Camp Nou, non ha passato il turno ma ha dimostrato a tutto il mondo che il Barcellona si può battere o, quantomeno, ce la si può giocare a viso aperto senza mai perdere.



Abbiamo imparato che i campioni, in Europa, fanno la differenza. E non parlo dei presunti fenomeni, quelli che i media montano ad arte in Italia. Gente come Ilicic e Cassano, in Champions, non ti fa la differenza. I famigerati "top player" non sono i giocatori da copertina, ma sono quelli come Mandzukic che, usciti in sordina, sono fortissimi in tutto ciò che fanno: corsa, dribbling, tiro in porta ed una mente da lottatore. Il tutto senza rimirarsi nel proprio talento o finendo sui rotocalchi patinati con la biondona di turno.

Abbiamo imparato che per vincere devi avere qualità, ma anche tanta tanta corsa. Le squadre che sono arrivate in fondo sono le più forti qualitativamente, ma anche quelle che corrono di più. C'è chi lo fa con il pallone attaccato ai piedi e mille passaggi; chi invece pressa fortissimo per 90 minuti; chi infine ha nei giovani talenti il suo punto di forza.

Abbiamo imparato che Andrea Pirlo rimane uno dei giocatori più forti del mondo, con i piedi. Ma allo stesso tempo ci siamo resi conto che, pressato da un giovane come Muller, va in difficoltà anche lui.
Fisiologico e per nulla preoccupante, ma se nel campionato italiano Pirlo domina in lungo ed in largo, questo significa che forse il nostro livello è davvero rivedibile.



Abbiamo imparato che applaudire l'avversario è bello e giusto. Così come tributare un ringraziamento a chi, nonostante l'eliminazione, ci ha provato e ce l'ha messa tutta.

Abbiamo imparato che gli arbitri europei sbagliano tanto quanto i nostri. Semplicemente son più protetti, più rispettati e, udite udite, più sereni nel prendere le decisioni. L'arbitro sbaglia, ma fintanto che parliamo di disegni divini, malafede, incompetenza o compensazione non andremo da nessuna parte

Abbiamo capito che nel calcio, come nello sport, vince sempre chi è più forte di testa. Chi non molla mai, chi prova fino all'ultimo istante a perseguire il successo e l'obiettivo che si è prefissato. A volte non basta, ma chi la dura la vince.

foto esclusiva
Abbiamo imparato che i tifosi e le squadre avversarie vanno rispettate. Il Bayern, l'ho visto con i miei occhi e lo vedrete da queste foto esclusive scattate ieri a Torino, è stato accolto con applausi e una folla pronta a far foto ai campioni teutonici. Non si sono usate spranghe, sassi o bastoni. Torino ha dimostrato di essere una città europea, e questo deve inorgoglire l'intera città ben prima che i tifosi bianconeri.

foto esclusiva










Abbiamo imparato un po' di cultura sportiva, ci sarebbe tanto bisogno di serate come quelle di ieri in Italia. Ma forse è troppo tardi..

Esclusiva Derby di Genova - Matteo Cocco: "Il fattore chiave del derby sarà..."

La salvezza passa per il derby, una partita mai come le altre e che quest'anno assume una valenza fondamentale per il Grifone. Andrea Pace ha contattato in esclusiva Matteo Cocco, collega redattore di canalegenoa.it

Ciao Matteo, benvenuto su Esperto di Calcio e grazie per la disponibilità. Quale fattore può essere a tuo avviso la chiave per vincere il derby?

"Ciao a tutti, è un piacere. Il derby è una partita a parte, ma il fattore chiave può essere rappresentato dall'approccio mentale al match, conseguenza diretta del lavoro svolto durante la settimana. Occorre essere consapevoli dell'importanza della partita ma, allo stesso tempo, non arrivare al fischio d'inizio con le gambe tremanti. In questo senso, credo che il Genoa abbia gli uomini adatti per affrontare la sfida nel modo giusto".


Quale delle due squadre arriva meglio alla stracittadina?

"Non ci arriva meglio nessuna delle due, diciamo che il Genoa ci arriva peggio. Questo può essere un'arma a doppio taglio ma, se maneggiata con cura, può rappresentare un punto di forza per gli uomini di Ballardini. E quando parlo di uomini, non mi riferisco all'età anagrafica".


Quali saranno gli undici di Ballardini?

"La formazione è un'incognita, anche in considerazione della probabile assenza di Kucka. Credo che ripartire dalla difesa a tre sia una cosa logica, sia per il fatto che consenta a Portanova di giocare qualche metro più indietro rispetto ai compagni di reparto sia per lo schieramento a due punte della Sampdoria. A fianco di Matuzalem, sarebbe importante il recupero di Rossi, con Vargas possibile mezzala sinistra. Sugli esterni Cassani ed Antonelli hanno le caratteristiche per mettere in difficoltà De Silvestri ed Estigarribia. Borriello rappresenta il punto fermo dell'attacco, l'altra maglia da titolare se la giocheranno Bertolacci e Immobile (sempre sulla base del lavoro settimanale). A partita in corso, vedo bene l'innesto di Floro Flores".

Un tuo ricordo personale sul derby?

"Sarebbe troppo facile dire il derby di Boselli, ma mi fa rabbia pensare quel scellerato secondo tempo abbia rovinato una festa che il Popolo Genoano attendeva, senza ipocrisia, da anni. Per il carattere, ricordo il derby di Milito: per certi versi, il carisma di quel Genoa mi ricorda quello dell'attuale, seppur siano i momenti chiave a fare la differenza in un gruppo. Per il gioco, ricordo quello del 3-0: una delle più belle partite del Genoa targato Gasperini".


Chiudiamo con un tuo pronostico, cosa accadrà?

"Pronostico? Credo che prima della partita mangerò tagliolini al pesto e coniglio alla ligure, accompagnati da una bottiglia di vino rosso e seguiti da caffè e Montenegro...".

Andrea Pace 

10 aprile 2013

La storia si ripete: è tornata la vecchia Inter


In questo momento di difficoltà economico-politico, gli italiani hanno una certezza: l'Inter. Si perchè i nerazzurri son tornati quelli dell'era pre-calciopoli.
Ora, son stato spesso tacciato di essere anti-nerazzurro, ma non mi interessa difendermi dalle accuse, bensì argomentare le mie affermazioni. Non sarà fatta alcuna menzione nè a Calciopoli nè al ciclo di vittorie conseguito ad esso, ma piuttosto voglio soffermarmi sui giocatori che l'Inter ha avuto ed ha oggi in rosa. Sui Navigli ci si concentra troppo (e da sempre) sulla classe arbitrale, ma si guarda troppo poco in casa propria.
Diamo qualche numero: l'Inter, in 31 partite, ha fatto 50 punti. A fronte di 15 successi (come Lazio e Fiorentina, meno delle altre grandi) ha collezionato 5 pareggi e ben 11 sconfitte, 5 delle quali fra le mura amiche. Uno score troppo basso per pensare di ambire a traguardi importanti, tanto che davanti a sè i nerazzurri hanno un Milan partito con 7 punti in 8 giornate, il Napoli, la Fiorentina e la Lazio. Queste ultime avevano ambizioni diverse dall'Inter, eppure hanno collezionato più punti, colpa degli arbitri? Francamente ne dubito. Gli uomini di Stramaccioni hanno fatto 2 punti più di una Roma a dir poco disastrata, e 4 più del Catania di Maran, la cui rosa non è neanche lontanamente paragonabile.
Capitolo reti: 50 goal fatti e 43 subiti, un dato a dir poco inquietante. Una squadra colma di Nazionali non può incassare più del doppio dei goal della capolista, 9 più di un Milan che ha perso Thiago Silva e Nesta, non proprio Pippo e Pluto. Peggio dell'Inter hanno fatto solamente la Roma, grazie alla cura Zeman, il Pescara, il Genoa, il Chievo, l'Atalanta e il Cagliari. Non proprio delle corazzate, ne compagini che possono vantare difensori del calibro di Ranocchia, Samuel e Juan Jesus. Delle due una, o la retroguardia nerazzurra è sopravvalutata o c'è qualcosa che non va. Anche le reti a favore sono piuttosto basse, Lazio a parte tutte le altre grandi hanno fatto meglio.
Capitolo rosa e mercato: nel bilancio fra acquisti e cessioni, francamente non penso che la rosa sia migliorata. A parte Palacio, che ha fatto davvero una gran stagione, tutti i nuovi acquisti hanno fallito o non sono stati determinanti.
Alvaro Pereira e Silvestre dovevano puntellare la retroguardia, ma sono stati ampiamente negativi. A centrocampo Mudingayi, Gargano e Kuzmanovic sono giocatori modesti, e lo si sapeva. A Bologna, Napoli e Firenze non hanno mai fatto la differenza, era impensabile la facessero con una maglia decisamente più pesante indosso. Kovavic sta mostrando dei bei colpi, ma oltre ad esser costato caro era impensabile potesse avere l'impatto di Sneijder, troppo presto accantonato. Il mancato riscatto di Poli, che tanto bene sta facendo a Genova, testimonia una strategia confusionaria, in cui son stati presi giocatori poco funzionali. Schelotto è difficilmente collocabile nello scacchiere ideale di Stramaccioni; Coutinho è stato invece ceduto troppo presto. Parliamo di un classe '92, con ampi margini di miglioramento e numeri decisamente superiori a quel Ricky Alvarez troppo lento e discontinuo.
Si diceva dell'attacco, certo gli infortuni non hanno aiutato, ma tamponarli con Rocchi ed al contempo cedere il giovane e promettente Livaja significa essere "in bambola".
Cassano doveva essere il giocatore in grado di cambiare le partite, quello che accendeva la luce. Come sempre, Fantantonio ha alternato grandi giocate a momenti di buio totale, in cui passeggiava per il campo.
In tutto questo cumulo di errori non vedo cosa ne possa la classe arbitrale.
Capitolo età: i leader di questa Inter son vecchi. Inutile nasconderci dietro un dito, i trascinatori sono ormai sul viale del tramonto. Dietro l'uomo che fa la differenza è sempre Samuel, la cui carta d'identità dice 35 anni. Troppi, è fisiologico che non possa reggere una stagione ad altissimi livelli per 50 partite. Ranocchia, Silvestre e Juan Jesus hanno ampiamente dimostrato inesperienza o mancanza di attenzione, non possono guidare la difesa.
In mezzo al campo i leader sono ancora Zanetti e Cambiasso, 39 anni il primo e 32 il secondo. Se il capitano non ha mai tradito le attese, il pelato argentino ha disputato una stagione a dir poco sottotono. L'unico altro giocatore in grado di prendersi sulle spalle la squadra, per capacità in campo, è Guarin. Il colombiano è però troppo anarchico tatticamente e troppo emotivo, non può essere un leader.
Davanti, infine, era Milito a far la differenza, ma parliamo di un 33enne.
Se pensiamo alle concorrenti capiamo la differenza abissale. La Juventus ha Pirlo, non certo di primo pelo, ma accanto a lui ha quasi solo under30: Chiellini, Bonucci, Vidal, Marchisio, Pogba, Vucinic. Stesso discorso per il Milan, che ha De Sciglio, Abate, Montolivo, El Shaarawy e Balotelli. E ancora, il Napoli di Hamsik e Cavani, leader giovani ed al top della carriera. Ripeto, di arbitri qui nemmeno l'ombra.

Gli errori arbitrali fanno parte del gioco, non è possibile ci sia sempre un disegno anti-Inter. Mi sembra davvero si soffra troppo di manie di persecuzione in via Durini, e non lo dico con fare polemico o tono di superiorità. Penso che questa Inter, per gioco, rosa e personalità sia inferiore a molte squadre in Serie A. Non può ambire alla Champions League, è troppo poco solida, disorganizzata e gioca un calcio farraginoso. La strada giusta era quella intrapresa nella trasferta di Torino, dove i nerazzurri hanno davvero messo in difficoltà la Juventus. Purtroppo la prestazione è stata una sorta di unicum, perchè alla bella vittoria sugli storici rivali son susseguiti tonfi clamorosi. Quando si perde sia in casa che in trasferta con Siena e Atalanta; in casa con il Bologna o a Udine (pesantemente) gli arbitri possono avere un impatto limitato.
Questa Inter mi ricorda la Juve post-calciopoli, in cui gli errori arbitrali si susseguivano, ma il vero cruccio risiedeva nella rosa, nel mercato, nella preparazione atletica, nell'allenatore e nella dirigenza. Prima se ne prende atto, prima si torna a vincere. Prendersela col sistema e con gli arbitri non paga, chi mi conosce sa bene che non ho mai dato un gran peso alle decisioni delle giacchette nere. In un torneo da 38 partite vince sempre la più forte, quando fino a tre anni fa lo facevano i nerazzurri era per manifesta superiorità; chi non riconosce le abissali differenze fra le compagini pre-calciopoli e questa, rispetto alle corazzate di Mancini e Mourinho, è in malafede. Questa volta per davvero.

9 aprile 2013

Gli errori arbitrali e gli errori del sistema

Ieri è andata in scena la pessima giornata degli arbitri italiani, l’ennesima stagionale, che è ancora sotto gli occhi di tutti gli appassionati del nostro campionato. Sugli scudi troviamo le direzioni di gara di Firenze e Milano, rispettivamente assegnate a Tagliavento e Gervasoni. Nelle dichiarazioni del post gara vengono da più parti rispolverati gli antichi sospetti mai del tutto sopiti, con urla al complotto e ad un passato (non troppo) recente. A mio modesto parere, le direzioni arbitrali di quest’anno dovrebbero indurre il presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, Marcello Nicchi, a prendere in considerazione l’idea di sostituire il commissario CAN, Stefano Braschi, la cui gestione non ha né portato gli arbitri internazionali a fornire grosse prestazioni nazionali ed internazionali, né alla crescita di nuovi arbitri da lanciare. Unico merito di Braschi è l’avere definitivamente consacrato il vicentino Orsato ed il bergamasco Mazzoleni. Troppo poco per chi ha il compito di “allenare” i nostri fischietti. Ma oggi vorrei soffermarmi maggiormente sul contesto dove sono inseriti i nostri arbitri. Un campionato che non riesce ad avvincere il pubblico, quello che scappa dagli stadi, e che a poche giornate dalla fine non riesce a trovare grossi spunti di interesse, con una Juventus che si sta involando senza troppi problemi verso il secondo titolo consecutivo e dove c’è un po’ di bagarre per accaparrarsi il terzo ed ultimo posto utile per accedere ai preliminari di Champions League e per evitare la retrocessione in Serie B. Parliamoci chiaro: il nostro campionato è malato gravemente, da tempo, e ci si nasconde dietro a un dito: l’arbitro. Bisognerebbe invece cominciare a chiedersi il perché di questa involuzione della Serie A. Possiamo farlo partendo con l’esaminare una preparazione atletica a mio parere troppo approssimativa. Non è decoroso lo spettacolo dato dal vedere dei professionisti uscire per crampi o per troppi infortuni muscolari, e assistere alle gare delle coppe europee dove persino le squadre turche corrono più delle nostre big. Si potrebbe continuare facendo delle considerazioni sulla qualità dei nostri “campioni”, sempre più stranieri e col nome esotico, che passano dal nostro campionato per poter prendere qualche milioncino da spendere nelle successive esperienze in campionati trascurabili. Potremmo riflettere sulla qualità dei nostri allenatori, integralisti della difesa a 3 in assenza di terzini di tal nome e tattici esasperati, con scarsi risultati. Basta vedere Petkovic alla Lazio, un allenatore che non si è inventato niente di nuovo e sta ottenendo buoni risultati con una ristretta rosa di buona qualità.
Mi soffermerei infine sui nostri dirigenti di club, lega e federazione, sempre troppo impegnati a discutere di stadi, diritti tv e poltrone, quando basterebbe seguire il modello tedesco, dove hanno una Coverciano per ogni regione e si godono i frutti del progetto “Generazione 2006”. La mia formula è: crei i giocatori forti, crei spettacolo, crei business. Non credo ci voglia tanto, solo un po’ di sforzo iniziale tecnico ed economico. Ma siamo troppo pigri e sordi per poterlo affrontare. Alla fine credo che la nostra serie A abbia gli arbitri che si merita, una squadra di arbitri totalmente adeguati al contesto.

La querelle del Franchi e le risse di Roma: chi ama il calcio non urla ne picchia


Molti dei mali del nostro calcio (e del nostro paese) gravitano intorno all'asse Milano-Arcore. Tanto per non uscire dal seminato, è stato Berlusconi a far impennare il calciomercato in Italia, sbarcando sulla scena calcistica con la forza di un tornado. Certo, ha costruito un Milan stellare e meraviglioso, ma a che prezzo? L'asticella si è alzata e si è arrivati al cosiddetto "scoppio della bolla", ovvero cifre da capogiro e completamente fuori controllo. Parlo del periodo a cavallo del nuovo millennio, quello in cui le famigerate sette sorelle si sfidavano in campo e sul mercato a suon di miliardi. Le sette sorelle sono un lontano ricordo, mentre il Milan sembra tornare a poco a poco sulla cresta dell'onda.
Questa breve introduzione è funzionale a quanto sto per dire, e che mai avrei pensato di poter dire.
Il comportamento della tribuna fiorentina, domenica, è stato inammissibile. Andiamo con ordine: all'espulsione di Tomovic la tribuna autorità del Franchi esplode. Grida e lancio di oggetti verso il dirigente rossonero che, sbagliando, reagisce. Il veemente diverbio, immortalato a mezzo stampa, dimostra chiaramente quanto il nostro calcio sia malato e culturalmente arretrato.
Da un lato la tribuna, che dovrebbe essere il luogo più nobile dello stadio, che si trasforma in una "fossa dei leoni". Dall'altro un dirigente che, sentendosi accusato e bersagliato, non si limita a lasciare il suo posto, ma reagisce con grida e foga.
Non mi interessa stabilire chi ha sbagliato di più, perchè non è questo il problema. Culturalmente l'atteggiamento è intollerabile, perchè se i dirigenti si trasformano in ultras vuol dire che siamo alla frutta. Io ho in mente l'immagine del Bernebeu e del Camp Nou, dove i due presidenti si guardano il match l'uno accanto all'altro. Ciò non significa che si amino o siano in perfetta sintonia, ma si rispettano sportivamente. Danno un'immagine chiara e precisa ai propri tifosi, alla nazione e al mondo. Le nostre tribune, invece, sono specchio di una società dove la cultura occupa un ruolo di secondo piano, dove la protesta (per cose futili tra l'altro) si esprime con urla e grida, senza alcun tipo di argomentazione intelligente.
Se i custodi del nostro calcio hanno comportamenti di questo tipo non mi stupisco poi tanto se i tifosi per strada trascendono. E' successo ieri a Roma, succederà ancora altrove, purtroppo. Ma voglio ricordare a tutti una cosa: chi ama il calcio non urla e insulta, chi ama lo sport non picchia e non trascende. Il folklore e lo sfottò sono parte integrante del calcio, ma si devono limitare a questo. La chiacchiera, la presa in giro, lo striscione..al massimo un coro di scherno, niente più. Sembra che in Italia il calcio abbia pochi veri appassionati, nelle dirigenze come negli stadi.

8 aprile 2013

Le ultime parole famose in Serie A: Moratti, Juan Jesus e Delio Rossi per una domenica d'azione


Per la serie: "Le ultime parole famose" ecco le citazioni più belle e interessanti del week end calcistico appena trascorso. Quando si dice, una profezia azzeccata.

Massimo Moratti (Inter-Atalanta 3-4): "Palacio è un giocatore importante per noi e questo stop non ci voleva. Non è vero che ero furioso dopo la notizia, perché si tratta di un problema fisico e non di altro. Si è fatto male segnando un gol, non l'ha mica fatto apposta. La squadra però mi è sembrata concentrata sulla gara, consapevole della difficoltà del momento e determinata nel cercare la vittoria". Consapevole della vittoria, come no.

Juan Jesus (Inter-Atalanta 3-4): "Proveremo a vincere perché siamo in casa: sappiamo che loro sono una buona squadra, ma dobbiamo fare il nostro lavoro. Senza Palacio? E' un po' difficile perché è il nostro bomber, ma abbiamo fiducia nella nostra squadra. L'importante è vincere, poi chiunque segna va bene". Goal ne hanno anche fatti tre gli avanti, peccato che dietro servissero le scialuppe di salvataggio...

Davide Ballardini (Napoli-Genoa 2-0): "Il Genoa può fare risultato contro chiunque. Abbiamo visto che la squadra è viva. Siamo tutti fiduciosi per il prosieguo del campionato". La Sampdoria è avvisata..

Adriano Galliani (Fiorentina-Milan 2-2): "Le partite sono tutte importanti, ma è chiaro che quando giochi con i tuoi competitor valgono doppio". L'avrà detto prima o dopo il saloon rusticano?..

Vincenzo Montella (Fiorentina-Milan 2-2): "Per dare il giuso valore al nostro campionato avremmo bisogno di una vittoria. Il finale di campionato? Bisogna mettere tutto in relazione agli obiettivi iniziali, questa deve rimanere una base, adesso proveremo a concretizzare le basi che abbiamo posto. La lotta europea sarà incerta fino all'ultimo, non ci sono gare da dentro o fuori. Il Franchi pieno è motivo di soddisfazione, la spinta dei tifosi ci puó dare una spinta in più". I tifosi hanno spinto la squadra e la dirigenza rossonera, che non ha gradito..

Delio Rossi (Sampdoria-Palermo 1-3): "Palermo o derby? Preferirei vincere entrambe". I tifosi blucerchiati fanno già gli scongiuri..


Bruno Fernandes - 1994 - Portogallo

Nome: Bruno
Cognome: Fernandes
Data di Nascita: 08.09.1994
Luogo di Nascita: Maia (Portogallo)
Altezza: 1.73 cm
Peso: 73 kg
Piede: Sinistro







Il talento cristallino nascosto in un piccolo paese di periferia, che viene scovato casualmente. Un colpo importante, un nome che pochi conoscono, un acquisto a basso costo. Udinese, Chievo, Genoa sono modelli di questa tipologia di calcio-mercato. Ma oggi dobbiamo aggiungere alla lista anche il Novara che si assicura con un trasferimento "stile udinese", un vero e proprio talento portoghese.

Bruno Fernandes nasce a Maia un piccolo paese del Portogallo, l'8 settembre del 1994, e si fa notare fin da subito per le sue qualità. Inizia a giocare nella scuola calcio "Insesta" fino a quando non viene visionato dagli osservatori del Boavista, che lo definiscono un vero e proprio talento, facendolo giocare sempre sotto leva. Fa la trafila delle giovanili, giocando sempre nei campionati nazionali e mai in quelli regionali per merito delle sue qualità.

Nel maggio del 2008, la squadra portoghese viene coinvolta in un maxi-scandalo chiamato "fischietto d'oro" provocandone così la retrocessione in terza divisione, anche se dopo il consiglio di giustizia ribalta la sentenza e riporta il Boavista in Prima Divisione, non restituendo però il valore dei giocatori, che così vengono ceduti a prezzi molto bassi. Bruno è uno di questi e viene notato dal talent scout del Novara Rico Ribalta, che viene subito impressionato dalla sua bravura. Il trasferimento ha però dei rallentamenti a causa di problemi burocratici ed il centrocampista può debuttare soltanto il 13 ottobre contro il Livorno nel campionato primavera, segnando anche un gol. Bruno gioca soltanto sei partite  con la primavera collezionando 3 reti e con l'avvento in prima squadra del tecnico Gattuso della Primavera al posto di Tesser il gioiellino portoghese inizia l'approccio in prima squadra, il suo debutto è al minuto 77 della gara con il Cittadella. Ma è da dicembre che il portoghese inizia a giocare con maggiore regolarità, e serve attendere poco per vedere il primo gol, che arriva il 22 febbraio nel 6-0 rifilato dai suoi allo Spezia; la settimana successiva grazie ad un altro suo gol il Novara riesce a pareggiare in casa della Ternana.
Oltre alle convincenti prestazioni, Bruno trova la rete anche nella vittoria nel girone di ritorno con il Cittadella per 6 a 2. Intanto mezza Serie A, ha messo gli occhi su di lui, da Inter e Juventus, a Roma, Udinese, Sampdoria e Genoa. Il prezzo si alza giornata dopo giornata, le cifre parlano di quasi 8 milioni per portarlo via ai piemontesi.
Secondo le ultime indiscrezioni l'Udinese sembra aver trovato un accordo con il Novara, si parla di circa 2.5 milioni per la comproprietà, ma ancora nulla di ufficiale.


Bruno Fernandes è una classica mezz'ala che può venir usato anche come trequartista, abile nel destreggiarsi negli spazi con ottime qualità tecniche, che alle volte lo portano al gol.
Nel Novara viene usato a destra in un centrocampo a tre, fantasia e velocità sono le doti che abbina, per dare vivacità alla manovra della squadra di Aglietti.
Il suo raggio d'azione arretrato, favorisce i movimenti tra le linee che ne permettono il senso del gol.
Viene paragonato a Marchisio o Aquilani, e sicuramente avrà un avvenire roseo, già dalla prossima estate potrebbe giocare in Serie A. 

7 aprile 2013

Filip Jankovic - 1995 - Serbia


Nome: Filip
Cognome: Jankovic
Data di nascita: 17 gennaio 1995
Luogo di nascita: Belgrado
Altezza: 177 cm
Peso: 67 kg
Piede: destro







Era qualche anno che la Serbia non sfornava centrocampisti degni di nota. Dopo Stojkovic e Stankovic, sembrava iniziato un periodo di magra per il calcio serbo, che è destinato però a concludersi molto presto. La nuova leva è infatti caratterizzata da giocatori di indubbio valore: Markovic, Ninkovic ed il classe '95 Jankovic.

Filip Jankovic nasce a Belgrado il 17 gennaio 1995. A otto anni entra nel settore giovanile della Stella Rossa, una delle squadre di maggior prestigio dell'intero continente. 
Fin dai primi anni di gioco dimostra di avere una marcia in più rispetto ai pari età, tanto da costringere i tecnici serbi a promuoverlo con sempre maggior rapidità nelle categorie superiori rispetto ai suoi coetanei. 
Il costante confronto con ragazzi più grandi stimola Jankovic, che aumenta costantemente l'asticella della difficoltà. Lo staff tecnico della Stella Rossa è unanimemente d'accordo nel ritenere il piccolo Filip un talento su cui scommettere ad occhi chiusi. Il giovane centrocampista viene quindi prematuramente aggregato alla Primavera e, nell'estate del 2011, addirittura alla prima squadra. 
Alla vigilia della preparazione estiva, infatti, il tecnico Prosinečki comunica la decisione di aggregare il capitano della Primavera ai suoi ragazzi, in modo da farlo crescere ancor più velocemente.  
L'impatto di Jankovic con la prima squadra è fortissimo, Prosinečki apprezza l'abnegazione del giovane serbo ed il 4 agosto 2011 gli regala il debutto in Europa League, seppurnel facile terzo turno di qualificazione contro i lettoni del Ventspils, sconfitti con un roboante 7-0. Il piccolo Filip diventa così il più giovane giocatore della Stella Rossa ad aver debuttato in Europa, il secondo di sempre dietro il connazionale Dejan Stankovic. 
Dieci giorni dopo arriva anche il debutto in campionato, nella sconfitta in trasferta sul campo dello Spartak Zlatibor. 
Sebbene l'esperienza con la Stella Rossa dei grandi si sia fino ad ora fermata a queste due presenze, Jankovic è considerato un talento cristallino. 18 anni appena compiuti, continua a strabiliare con la Primavera della Stella Rossa, ponendo le basi per la definitiva aggragazione in squadra. 
Punto fermo delle Nazionali giovanili serbe, vanta due sole presenze con l'Under 16, perchè è stato ben presto in Under17. Con i ragazzi serbi ha fino a questo momento giocato 13 partite, realizzando 4 reti. La chiamata dell'Under18 è ormai prossima, ma occhio alla Nazionale maggiore. 

Jankovic nasce come trequartista centrale, ruolo in cui le sue caratteristiche vengono esaltate. Possiede infatti doti tecniche innate ed una spiccata visione di gioco, che gli consentono di assolvere alla grande quel ruolo. Nei primi anni di carriera, infatti, è stato spesso impiegato dietro le punte, ma recentemente i tecnici della Stella Rossa si sono accorti che una decina di metri più indietro potrebbe diventare il vero faro del centrocampo. 
Jankovic possiede infatti tempi d'inserimento eccelsi ed un tiro da fuori piuttosto efficace. In patria stanno lavorando molto tatticamente, per rendere Jankovic un centrocampista poliedrico, in grado di occupare quasi tutti i ruoli del centrocampo. 
Cresciuto nel mito di Dejan Stankovic, il giovane talento ha caratteristiche piuttosto simili all'interista. Come il nerazzurro possiede corsa, dinamismo, senso della posizione ed un calcio fuori dal comune. Anche Stankovic agli esordi giocava trequartista, per poi trasformarsi in quel fantastico centrocampista centrale che abbiamo per anni ammirato in Italia. 
177 cm per 67 kg, Jankovic deve crescere un pò muscolarmente, ma per il resto è pronto per il grande calcio. La pensano così anche gli scout di mezz'Europa, più volti visti a Belgrado ad osservare le giocate del talentino serbo. 

6 aprile 2013

Luca Garritano - 1994 - Italia


Nome: Luca
Cognome: Garritano
Data di nascita: 11 febbraio 1994
Luogo di nascita: Cosenza
Altezza: 174 cm
Peso: 68 kg
Piede: destro





Cosentino verace, Luca Garritano nasce l'11 febbraio 1994. Nel capoluogo calabrese inizia a muovere i primi passi, giocando nel Real Cosenza. Le belle prestazioni con la squadra calabrese convince l'Inter a muoversi sul ragazzo, portato a Milano nel 2008. A 14 anni cambia città e vita, iniziando la sua avventura nel calcio che conta. Con i Giovanissimi Nazionali di Cerrone si guadagna la maglia da titolare, diventando una colonna della squadra che a fine stagione vincere lo Scudetto di categoria.
Nel 2009 è aggregato agli Allievi Nazionali, con i quali gioca un grande "Torneo della città di Arco", tanto da convincere l'Inter a puntare forte sul suo futuro.
Nel 2010 inizia ad allenarsi con la Primavera, riuscendo a giocare otto partite agli ordini di Andrea Stramaccioni. Agli ordini dell'attuale tecnico nerazzurro non vince solo il campionato, segnando una rete in finale contro la Lazio, ma anche la Next Generation, il più importante torneo internazionale a livello giovanile.
Nell'affare Nagatomo il suo cartellino viene ceduto in comproprietà al Cesena, ma l'Inter si riserva il diritto di riscatto. Recentemente i nerazzurri hanno rinnovato il contratto al giovane attaccante, fino al 2016; e la comproprietà con il Cesena fino al 2015.
Pur essendo a metà con i bianconeri, Garritano gioca con la Primavera dell'Inter, della quale è uno dei perni. Insieme al bresciano Lorenzo Tassi è il fiore all'occhiello del settore giovanile meneghino, avendo timbrato il cartellino 7 volte in 19 presenze.
Garritano non è solo un grande talento, ma anche uno dei perni del progetto azzurro. Con l'Under18 ha collezionato 7 presenze e 3 reti, e recentemente è stato convocato con l'Under19. Per il momento ha giocato 4 match, senza riuscire a segnare alcuna rete.

Classe 1994, Luca Garritano è un attaccante molto duttile, capace di giostrare come attaccante di raccordo o come punta vera e propria. Rapido e tecnico, può essere impiegato in differenti contesti tattici. Può giocare in appoggio alla prima punta o in un tridente, ma all'occorrenza può anche essere impiegato sulla trequarti, a fare da raccordo fra centrocampo e attacco.
Le innate qualità tecniche e la sua visione di gioco rendono Garritano uno dei prospetti tecnici più interessanti del panorama calcistico italiano. Insieme a Tassi e Cristante può esser considerato come un potenziale campione, anche grazie alla sua accelerazione impressionante.
Grintoso e con grande spirito di sacrificio, Garritano è un ragazzo con la testa sulle spalle che deve solo trovare fiducia e continuità in campo per fare il salto di qualità. Il prossimo anno potrebbe già giocare titolare in una piccola di A o in Serie B, per fare un anno di gavetta ed esplodere.
Dribbling, qualità fisiche e tiro in porta non gli mancano, così come la prestanza fisico-atletica. Tatticamente pronto a giocare con i grandi, è pronto ad una carriera da protagonista.

5 aprile 2013

La giornata di squalifica a Cambiasso e la pessima stagione della giustizia sportiva.

30 Marzo 2013, stadio San Siro di Milano. Corrono gli ultimi secondi di recupero di un palpitante Inter-Juventus, fermo sul risultato di 1-2. Mentre Rizzoli sta fischiando il terzo fischio finale, Esteban Cambiasso decide di entrare in maniera scriteriata su Sebastian Giovinco. Rizzoli non esita a mostrare il cartellino rosso al “Cuchu”, il quale dopo un iniziale disappunto si reca a chiedere scusa al numero 12 della Juventus. Un delirante Caressa chiede “almeno cinque giornate di squalifica”, che a parer mio sono troppe. Ma, caro Tosel, una giornata di squalifica è troppo poco. Cerco di analizzare la situazione partendo con le attenuanti: Cambiasso è un giocatore che in carriera ha preso poche espulsioni ed è un picchiatore da “giallo”, non da “rosso”. Cambiasso ha chiesto scusa sia in campo che negli spogliatoi. Cambiasso gioca per l’Inter, se avesse giocato nel Pescara credo che avrebbe avuto le giornate di squalifica invocate da Caressa. Ma anche dopo l’analisi delle attenuanti credo che una giornata sia troppo poca. Per il genere di fallo, condotta violenta allo stato puro, una entrata con piede a martello alto che poteva rovinare la carriera di Giovinco, fortunato nel lasciar scivolare la gamba colpita. E’ stato un gesto gratuito quanto pericoloso. Il fatto che Cambiasso chieda scusa non può essere considerata una attenuante: sarebbe come bocciare in auto, ammettere il torto, e non firmare la constatazione amichevole. Se sbagli, paghi. Un giudice sportivo attento, e un arbitro attento in fase di referto, si sarebbe accorto che negli ultimi minuti Chivu e Cambiasso facevano entrate dure e minacciose su Giovinco, forse per fargli pagare qualche giocata eccessivamente “tecnica”. Spesso sono situazioni che se vengono prevenute, non vanno a finire male.
La prevenzione deve essere fatta sia in campo, sia in sede di giustizia sportiva. Il famigerato comunicato recita che Esteban Cambiasso è stato “espulso per essersi reso responsabile di un fallo grave di giuoco”. Alla luce di questa motivazione, non è ammissibile una sola giornata di squalifica, caro giudice sportivo Tosel: quando si prende una decisione del genere bisognerebbe pensare a chi guarda la partita, tra cui ci sono giocatori di tutte le età e categorie che ora si sentiranno liberi di fare entrate come quella di Cambiasso e prendersi solo una giornata. Certe squalifiche dovrebbero fare giurisprudenza in un senso, non nell’altro. Bisognerebbe pensare ai campi di periferia, dove gli episodi di violenza tra giocatori, arbitri, dirigenti e pubblico sono all’ordine del giorno, e dove il massimo della pena applicata prevede che le società vengono multate, al solo fine di rimpinguare le casse federali, invece che essere sanzionate col pugno di ferro. La squalifica di Cambiasso è l’ennesimo segnale di una giustizia sportiva cieca o forse troppo oculata. Calciopoli e Scommessopoli sono ancora lì a parlare di indagini e sentenze parziali. Credo sia ora di ridare credibilità ad un sistema e ad un regolamento troppe volte ignorato e applicato con parzialità. Per il bene del calcio, dalla Serie A ai Primi Calci. Marco Chessa

Memphis Depay - 1994 - Olanda

Nome: Memphis
Cognome: Depay
Data di Nascita: 13, Febbraio 1994
Luogo di Nascita: Moordrecht
Altezza: 178 cm
Peso: 76kg
Piede: Destro
Squadra: PSV





L'Olanda, fucina di grandi campioni, da sempre ha avuto una particolare predilezione per gli attaccanti. Da Van Basten a Kluivert, sono sempre usciti grandi campioni dai settori giovanili "orange". Ad oggi ci vengono in mente Van Persie, Huntelaar o Robben, campioni che ci incantano settimana dopo settimana. Il ciclo non sembra finito, perchè nell'Olanda che verrà il reparto avanzato avrà  un grande potenziale.

Memphis Dapay nasce il 13 Febbraio del 1994 a Moordrecht, piccolo paesino dell'Olanda meridionale. Inizia fin da subito a giocare a pallone, nella squadra della sua città. Dopo tre anni si trasferisce nello Sparta Rotterdam quotato club olandese, e da li inizia la sua scalata verso l'Eredivise. Trascorsi tre anni con lo Sparta, il ragazzo compie un salto di qualità passando al PSV Eindhoven, dove milita tutt'oggi.
Dopo quattro anni nel settore giovanile, Memphis viene aggregato alla prima squadra, con la quale firma anche il rinnovo del contratto fino al 2014.
Il suo esordio arriva il 21 settembre 2011, quando entra in campo nella gara di Coppa d'Olanda, tra PSV e VVSB siglando la rete dell' 8 a 0.
La prima presenza in campionato arriva contro gli "odiati" rivali del Feyenoord, mentre la prima rete è siglata nel match contro l'Heereveen. L'8 aprile il giovane talento festeggia il primo trofeo vinto, la Coppa d'Olanda.
Il resto è una continua "escalation" fatta di prestazioni convincenti e di numeri d'alta scuola con il quale si sta guadagnando una considerazione sempre maggiore tra gli addetti ai lavori. Tutto ciò gli sta offrendo una buona vetrina, e gli occhi degli osservatori lo monitorano giorno dopo giorno, con il Milan che sembra la squadra più intenzionata a far sul serio.
Memphis scala anche le varie nazionali, fino ad arrivare nell'under19 con la quale è diventato protagonista.

Memphis Depay è un esterno sinistro, molto bravo ad accentrarsi ed a calciare da fuori. Destro naturale, gioca sulla fascia mancina per sfruttare la sua innata capacità di vedere la porta. La sua qualità più brillante è il tiro in porta, forte e preciso.
Abile nelle percussioni Memphis ha dimostrato di possedere un'ottima tecnica ed una buona velocità, qualità che si sommano al suo innato altruismo. 
Abbiamo davanti a noi un vero talento, che è pronto ad esplodere, e siamo sicuri che tra un paio d'anni l'Olanda avrà sull'esterno un'altro vero campione.

4 aprile 2013

Saverio Madrigali - 1995 - Italia


Nome: Saverio
Cognome: Madrigali
Data di nascita: 28 gennaio 1995
Luogo di nascita: Pisa
Altezza: 190 cm
Peso: 81 kg
Squadra: Fiorentina






Big Brother is watching you. Quello per George Orweel era un'invasione della privacy, per altri può trasformarsi in una grande opportunità. Ovviamente non sto parlando di falsi miti della tv, ma di ragazzi che si son messi in mostra grazie al loro talento. Sudore, sacrificio e tanto tanto impegno, son queste le qualità che i ragazzi del Talent "Calciatori - Giovani Speranze" hanno mostrato all'Italia intera, tenendo attaccati alla tv milioni di persone. Gulin, Rosa Galstaldo, Gondo, Lezzerini, Madrigali, Bangu.. ragazzi normali, con un sogno nel cassetto: diventare dei campioni. 

Saverio Madrigali nasce a Pisa il 28 gennaio 1995. Inizia a giocare a calcio fin da bambino, entrando all'interno della scuola calcio Freccia Azzurra, una squadra della sua città. All'ombra della torre pendente più famosa del monto si forma come giovane calciatore ed uomo, avvalendosi dell'aiuto di un tecnico che gli ha dato tanto: Maximiliano Magliulo. Il primo incontro con l'allenatore che ne segnerà l'inizio di carriera avviene a 12 anni, quando il difensore pisano viene fatto allenare con ragazzi due anni più grandi di lui. Sulle pagine de "Il Tirreno" è lo stesso Magliulo a ricordare uno dei momenti più intensi della sua vita sportiva: "Quando proposi la cosa - dice - mi presero quasi per pazzo. Saverio era grassottello, ma in lui riconobbi subito una qualità fondamentale: l’intelligenza tattica. In questa esperienza trovai una spalla importante in Lamberto Piovanelli e, forte del suo sostegno, iniziai su Saverio un lavoro specifico. Risultato: alla fine del girone di andata eravamo primi contro tutti i pronostici e in gennaio tre ragazzi, tra cui Saverio, vennero selezionati da squadre professionistiche". 
Fra questi ragazzi c'era appunto Saverio Madrigali, che si trasferisce a Firenze per vestire la maglia Viola. Aggregato agli Allievi Nazionali, nel giro di poche partite Madrigali non solo si distingue come uno dei più interessanti difensori d'Italia, ma guadagna anche la fascia di capitano della Fiorentina. La sua attitudine alla leadership e la sua calma trasmettono ai compagni tanta serenità e grande forza agonistica. 
Con i tecnici fiorentini inizia un lavoro di crescita fisica e tattica, che lo porta ben presto a scalare tutte le categorie del settore giovanile gigliato e trovare la convocazione in Nazionale. Con l'Under17 gioca 5 presenze, una delle quali "fatale" per il suo inizio di carriera. Contro la Germania, infatti, riporta la rottura del legamento crociato anteriore, che lo costringe ad uno stop di qualche mese. Durante la riabilitazione è uno dei protagonisti del docu-reality di Mtv "Calciatori giovani speranze", grazie al quale si fa conoscere all'Italia intera. 
Il lavoro dello staff medico della Fiorentina è ottimo, tanto che in estate Madrigali viene aggregato alla squadra Primavera di Leonardo Semplici. Qualche settimana per testare in allenamento il ginocchio e Madrigali torna in campo. Dalla sesta gioranta del campionato primavera il centrale di difesa si riprende il suo posto in campo, e non lo lascia più. Madrigali torna a guidare la difesa come prima dell'incidente, tanto da destare le attenzioni di Montella. Insieme a Capezzi viene aggregato sporadicamente alla prima squadra, guadagnandosi due convocazioni in Serie A. Nelle sfide casalinghe al Siena ed al Pescara, Madrigali non ha l'occasione di scendere in campo, ma può respirare l'aria del grande calcio. 
Allenarsi con giocatori affermati come Jovetic e Pizarro è una soddisfazione enorme, ma conoscendo il carattere meticoloso del ragazzo, son certo che abbia carpito i segreti di difensori esperti come lo spagnolo Gonzalo Rodriguez o il montenegrino Stevan Savic. 
Le grandi prestazioni agli ordini di Semplici hanno portato Madrigali ad esser nuovamente convocato in Nazionale. Il ct dell'Under18 Alberigo Evani lo ha infatti convocato per la sfida sul campo della Germania. Il difensore ha così esorcizzato i brutti ricordi, giocando 25 minuti sul campo dei tedeschi, senza riuscire ad evitare la sconfitta per 3-0. 
Tornato a pieno regime, la Fiorentina punta moltissimo su Saverio Madrigali, che potrebbe diventare uno dei pilastri del futuro. 

Saverio Madrigali è un difensore centrale intelligente e dotato di un gran fisico. Può giocare indifferentemente come interno di destra o di sinistra, perchè la sua principale dote è guidare la difesa. Come i grandi difensori, gioca a testa alta e non perde mai la calma. Possiede un innato senso della posizione ed una predisposizione al comando, che lo rende una sicurezza per i compagni. 
190 cm per 81 kg di peso, Madrigali è pressochè insuperabile nei colpi di testa, così come nella marcatura. Le prime punte soffrono moltissimo le sue "attenzioni", sempre corrette ma decise. Con la stazza fisica che madre natura gli ha regalato, è raro vedere Madrigali andare in anticipo, perchè preferisce braccare l'attaccante alle spalle, per chiudere ogni tentativo di girata. In recupero, grazie ad una buona accelerazione, fa del tackle uno dei suoi punti di forza. 
Tecnicamente è un giocatore capace di far ripartire l'azione, sia appoggiandosi al centrocampista che lanciando lungo. In questo fondamentale può ancora migliorare, specie allenandosi con un difensore come Gonzalo Rodriguez, che oltre ad un colpo di testa formidabile, possiede piedi di primissima qualità. 
Il difensore toscano ha tutto per far bene in Serie A e diventare un grande interprete del ruolo. Ciò che colpisce quando lo si vede in campo, è la sua tranquillità. Saverio si diverte, è concentrato ma non perde mai quella giovanile spensieratezza che rende il calcio lo sport più bello del mondo. Penso che possa essere questa la spinta decisiva per il decollo della sua carriera. 
Classe '95, Madrigali ha appena compiuto 18 anni e potrebbe facilmente rappresentare il futuro della Fiorentina. Piccoli campioni crescono, Firenze e la Nazionale si augurano che uno di questi si chiami Saverio Madrigali. 

3 aprile 2013

Diego Laxalt - 1993 - Uruguay

Nome: Diego
Cognome: Laxalt
Data di nascita: 7 febbraio 1993
Luogo di nascita: Montevideo (Uruguay)
Altezza: 177 cm
Peso: 66 kg
Piede: sinistro





Sembra proprio che l'Inter di Stramaccioni abbia intrapreso una nuova strada. Dopo l'inserimento dei giovani Juan Jesus ('91) e Mateo Kovacic ('94), i nerazzurri hanno messo le mani su due sudamericani di talento. Per Ruben Botta si attende ancora l'ufficialità, mentre è già certo l'approdo a Milano del centrocampista uruguaiano Diego Laxalt, mancino classe 1993.

Diego Laxalt nasce a Montevideo il 7 febbraio 1993. Il giovane Diego incomincia a giocare a calcio fin da piccolo, entrando giovanissimo nel settore giovanile del Defensor. Con la maglia viola fa tutta la trafila della cantera, distinguendosi come uno dei più promettenti talenti dell'intero paese. I dirigenti se ne accorgono e programmano un inserimento progressivo, che permetta al giovane Diego di acquisire esperienza senza "bruciarsi".
A 17 anni viene aggregato alla formazione Primavera, con la quale si ritaglia il ruolo del trascinatore. Il tecnico del Defensor, Gustavo Diaz, decide di farlo allenare con la prima squadra, per accelerare il suo processo di crescita. La svolta della giovane carriera di Laxalt si consuma nell'estate del 2012, quando il neo allenatore del Defensor, Tabarè Silva, decide di portarlo in ritiro. Qui il centrocampista lavora con abnegazione e disponibilità, ottenendo la fiducia di tecnico e società. La prima convocazione arriva il 25 agosto 2012, nel pari casalingo con il Nacional de Montevideo. Nel corso del derby cittadino, Laxalt non ha l'occasione di debuttare, ma respira per la prima volta l'aria del professionismo.
L'ora del debutto è vicina per il centrocampista, che ha l'occasione di scendere per la prima volta in campo il primo di settembre. Nell'agevole successo sul campo dei Wanderers, Laxalt gioca gli ultimi 24 minuti, festeggiando a fine gara con i compagni la prima vittoria stagionale.
Il Torneo di Apertura si chiuderà con 3 presenze all'attivo, sufficienti a fargli guadagnare la convocazione della Nazionale per il Sudamericano Under20. Con indosso la maglia celeste dell'Uruguay, Laxalt si esalta e si fa notare come uno dei più interessanti prospetti del calcio sudamericano. Realizzando una pregevole rete contro i fortissimi brasiliani, Laxalt si guadagna le attenzioni dei più importanti club italiani, con Inter e Lazio pronte a tutto per portarlo nel Bel Paese.
Tornato dalla spedizione nazionale, il mancino di Montevideo viene schierato titolare nella prima giornata del Torneo di Clausura. E' proprio il giovane Diego a realizzare il goal vittoria sul campo del Nacional Montevideo. Nei due successivi incontri viene ancora schierato in campo, titolare contro i Wanderers e come subentrante contro il Liverpool. La personalità sempre più spiccata convince l'Inter di Moratti ad investire circa 750 mila euro su di lui. Laxalt sbarcherà a giugno alla Pinetina, e i dirigenti nerazzurri stanno lavorando per fargli ottenere il passaporto comunitario, la cui assenza ha bloccato il suo possibile trasferimento nel mercato di gennaio.

Mancino e dotato di una grinta fuori dal comune, Diego Laxalt è un centrocampista poliedrico. Nato come mezz'ala sinistra o incontrista davanti alla difesa, si sta lentamente trasformando in un centrocampista tutto fare, in grado di giocare sia in mezzo al campo che sull'esterno sinistro.
Le prime grandi prestazioni come mezz'ala sinistra di un centrocampo a tre, hanno portato tecnici e giornalisti uruguagi a paragonarlo a Walter Gargano. In realtà le caratteristiche dei due giocatori son decisamente diverse, tanto che Laxalt si sta progressivamente evolvendo in esterno offensivo.
L'intuizione è da attribuire allo staff tecnico del Defensor di Montevideo, che ha provato a sfruttare le doti di corsa del giovane uruguagio. Rapido ed in possesso di una grande accelerazione, Laxalt ha una buona tecnica di base ed un carattere di ferro. Non molla mai ed è tenace e caparbio, qualità particolarmente apprezzata in Sud America.
Nonostante sia nato come incontrista di centrocampo, il giovane Diego è in possesso di un buon bagaglio tecnico. Mancino naturale, ha un piede dolce ed una conclusione in porta secca e precisa. Il dribbling, unico suo vero tallone d'Achille, deve essere ancora perfezionato. Per ora Laxalt lo ha mascherato molto bene con la sua accelerazione, ma se vuole davvero diventare un esterno di qualità, il dribbling è uno di quei fondamentali imprescindibili.
178 cm per 66 kg di peso, Laxalt non è in possesso del fisico da "corazziere", ma ha un rapporto peso-muscoli invidiabile. A soli 20 anni, ha margini di miglioramento tecnici e possibilità di crescere anche fisicamente. L'approdo in Europa non potrà che giovare alla sua carriera, che con le qualità tecnico-tattiche in suo possesso potrebbe essere davvero spumeggiante.

2 aprile 2013

Serie A, il podio degli allenatori

Non mi piace fare calcoli prima della fine, ma credo che ormai il dado sia tratto per la scelta dei migliori allenatori di questa stagione. Le mie scelte non riguardano solo i risultati, ma considerano più che altro il modo di giocare delle proprie squadre. Mi piace vedere il bel calcio, quello palla a terra, fatto di verticalizzazioni e giocate spettacolari.
In Serie A, a parer mio, soltanto la metà delle squadre ha saputo dare questa impronta, mentre l'altra metà ha scelto una manovra di gioco più combattiva, più "all'italiana". Facendo questo podio, ho dovuto comunque lasciar fuori allenatori che non avevano niente di meno di quelli che si trovano sui tre gradini più importanti.

1 - Vincenzo Montella. La Fiorentina oltre che per i buon risultati mi ha fatto una grandissima impressione per il gioco che ha messo in campo, il paragone con il Barcelona non è esagerato. Tutto il merito è di mister Montella, che fin da subito sia a Roma che a Catania ha mostrato di voler imporre le sue idee. Giovane ma con personalità, così com'era in campo, a lui va anche riconosciuto il merito di aver risollevato il morale di una piazza come Firenze, che per due anni ha vissuto periodi negativi. Con la sua eleganza, quel modo di fare che sembra essere di un allenatore veterano, ha fin da subito impressionato. Grandi meriti vanno anche alla famiglia Della Valle, che fin da subito ha creduto in lui e gli ha messo a disposizione giocatori compatibili al suo tipo di gioco.
SPUMEGGIANTE

2 - Antonio Conte. Se fosse per una questione di risultati l'avrei messo primo, se fosse per simpatia l'avrei posizionato come ultimo. Non sono un suo grande estimatore, soprattutto per l'aspetto caratteriale, ma come sportivo non posso chiudere gli occhi ai risultati che sta ottenendo. Arrivato in una situazione molto difficile, a saputo rianimare questa Juventus, ora per il secondo hanno di fila è in testa alla classifica con un netto distacco dal Napoli, ed è ai quarti di Champions League. Ha ottenuto il secondo posto, perchè la Fiorentina in confronto gioca un calcio molto più propositivo ed elegante. La sua bravura è stata quella di tirar fuori da ognuno dei suo giocatori il massimo, e di non fargli mai abbassare la guardia. A livello tecnico-tattico la Juventus non gioca un brutto calcio, ma alle volte arriva alla vittoria per merito dei giocatori di livello e non per la trama di gioco.
SICUREZZA

3 - Rolando Maran. Un allenatore dai grandi meriti, forse dei tre tecnici è quello che aveva un'eredità più
pesante, doveva sostituire Vincenzo Montella alla guida del Catania. All'inizio molto scetticismo verso di lui, che con il lavoro e con la serietà a saputo fino ad ora portare gli etnei in una posizione migliore dell'anno passato. L'europa per ora resta un sogno non tanto impossibile, mentre la salvezza tranquilla è stato un obbiettivo raggiunto con largo anticipo. L'ex allenatore di Varese e Vicenza, ha costruito la sua squadra sulla compattezza e sulla velocità, sapendo sfruttare le qualità offensive degli argentini, unendoli al blocco squadra che compone centrocampo e difesa. Un'ottima presentazione per un tecnico che fino ad ora era stato protagonista solo nella serie cadetta. 
SORPRESA

1 aprile 2013

Arbitri addizionali:innovazioni e vecchi problemi

E' con grandissimo piacere che presento una nuova figura all'interno del blog. Un amico, oltre che un grande appassionato di calcio ed ex fischietto: Marco Chessa
Marco si occuperà del mondo arbitrale, indagando le più nascoste sfaccettature di una categoria mediaticamente ai margini. Le sue saranno analisi lucide e spietate, senza guardare in faccia nessuno, come chi scrive su Esperto di Calcio deve fare. 
(Daniele - Esperto di Calcio)

Piccola premessa: non sono favorevole alla tecnologia applicata al calcio. Il calcio è uno sport dove anche l’errore crea spettacolo, ma, soprattutto, è uno sport dove su ogni singolo episodio potremmo passare ore a disquisire su possibili decisioni da adottare. Gli arbitri addizionali sono stati introdotti al fine di dare una maggiore percentuale di decisioni arbitrali corrette, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Introdotti da Platini nell’Europa League 2009-2010, da quest’anno le sestine arbitrali sono designate nella nostra Serie A e nella Supercoppa Italiana, con una Coppa Italia che è svalutata anche sotto questo punto di vista. Il compito degli arbitri addizionali è così ampio che è già difficile prima di iniziare: valutare le infrazioni in area di rigore, valutare il “gol fantasma”, controllo delle dinamiche nella zona di competenza. Dopo un inizio dove erano collocati dal lato opposto all’Assistente Arbitrale, per non cambiare la famigerata “diagonale” arbitrale sono stati collocati sul lato di pertinenza dell’Assistente. Nell’attuale serie A vengono solitamente designati un arbitro Can A ed uno Can B, mentre nelle gare di cartello entrambi gli addizionali sono arbitri Internazionali. Nella stagione 1999-2000 nella Coppa Italia era stato provato, con esiti catastrofali, il doppio arbitro: ebbene, devo dire che anche gli arbitri addizionali si stanno rivelando un esperimento fallimentare. Per diversi motivi. Il primo: troppi galli nel pollaio. L’arbitraggio è uno sport ancora troppo lontano dall’essere considerato uno sport di squadra. Ognuno cerca di fare una buona prestazione, spesso a discapito dei colleghi. La soluzione? Adottare delle cinquine/sestine fisse, in modo da cementare il gruppo e renderlo coeso anche nelle difficoltà. Il secondo: la grossa confusione. La sestina è collegata via audio e via vibrazione elettronica, con il risultato di avere persino troppa comunicazione e troppo poca tempestività nelle decisioni, la quale provoca tante incomprensioni e fa assumere una decisione definitiva dopo troppo tempo. La soluzione sarebbe dare maggior potere all’arbitro centrale, il quale spesso subisce l’influenza di quello addizionale (specie se internazionale), designando un assistente come arbitro addizionale al quale dare il compito di vigilare sul gol non gol e nell’evitare decisioni totalmente sbagliate, con una nuova area di giurisdizione, che può essere quella di origine. Il terzo: scarsa personalità nell’adottare una decisione. Gli arbitri italiani sono troppo titubanti e spesso calcolatori, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La soluzione è una maggiore preparazione atletico-tattica, che è quella che porta ad essere lucido, ma soprattutto credibile. Bisogna puntare sulla preparazione qualitativa dell’arbitro, non sulla quantità di arbitri. Ci sono giovani interessanti, sui quali lavorare senza perdere tempo su esperimenti di cui non se ne avvertiva francamente il bisogno.

Marco Chessa

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