Esperto di Calcio

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7 luglio 2014

Brasile 2014: scrivi Sud America, leggi calcio

In Europa il calcio è una passione, forse è la passione. In Sud America, però, è una vera propria fede, l'unica che non viene mai messa in discussione. L'amore per la Nazionale è incondizionato, ai limiti dell'estremo. In Brasile, Argentina, Cile o Colombia non fa alcuna differenza. Quando scende in campo la Nazionale il paese si ferma, in religioso silenzio. Non esistono critiche o invidie durante il rito pre-partita, ma solo sostegno e incoraggiamento, pronti a deflagrare in un urlo forte e costante.
E' questo il bello del calcio sudamericano, la passione della gente, l'amore folle verso i simboli calcistici del paese. Quando un giocatore indossa la maglia del suo paese diventa un idolo. Non si parla di "blocco" né si additano le colpe ad un club in caso di fallimento, si vince insieme e si perde insieme. Come una squadra. In questo noi europei, e italiani soprattutto, abbiamo tanto da imparare.

Bellissime le scene del rientro colombiano, dopo un gran bel Mondiale. Centinaia di migliaia di persone in festa, a Bogotà, per il ritorno degli eroi. Già, gli eroi. A nessuno importa che non abbiano vinto, perchè hanno giocato con il cuore. Sono usciti giocando la peggior partita del Mondiale con il Brasile, ma hanno comunque lottato fino al novantesimo, spaventando i padroni di casa. La gente lo ha capito e giustamente ha tributato loro un grandissimo omaggio, un onore degno dei vincitori.


Nei paesi più grandi, Argentina e Brasile tanto per intenderci, i tifosi sono davvero pazzi. Ma lo sono in senso buono, tanto da caricare la squadra come gli ultras europei non sanno fare.
L'Argentina, nella corsa al Mondiale, ha pertanto un dodicesimo uomo in campo. E non è una diceria come alcune curve italiane, che si insigniscono di questo onore tanto per darsi un tono. Lo sono seriamente, perchè motivano i giocatori durante la partita. Non smettono mai di cantare, incitare, urlare e supportare. Spingono i giocatori oltre i propri limiti e li portano ad avere energie preziose, nascoste.
Per vincere il Mondiale in terra brasiliana, impresa che avrebbe un valore simbolico pazzesco, i 40 milioni di argentini si sono coalizzati per dare ai propri beniamini un'ulteriore spinta. Lo hanno con un video molto emozionante, che Messi e compagni guardano prima di scendere in campo. Un video da far venire la pelle d'oca.



6 luglio 2014

Brasile2014, il genio al servizio della patria: Louis Van Gaal

Non sono mai stato un grande fan di Van Gaal. Sarà per quel suo fare diretto, deciso, fermo; sarà per la sua innata durezza e antipatia. Ma alcuni dati, sulla carriera del santone olandese, sono innegabili. Innanzitutto è un allenatore molto preparato, capace di vincere qualsiasi cosa con il gioco e lo spettacolo.
Una cosa che ho sempre ammirato di Van Gaal è il suo saper lavorare con i giovani, senza paura. Non come ha fatto Zeman in Italia, litigando con i grandi "vecchi" dello spogliatoio e inserendo giovani promesse, esaltandole a volte, bruciandole altre. Van Gaal ha sempre fatto le cose in maniera oculata, riuscendo a mischiare il talento dei giovani con l'esperienza di chi ha alle spalle grandi stagioni e molteplici vittorie. Con il suo modo di fare e la sua politica ha saputo mietere successi in Olanda come in Spagna e in Germania, in Europa come nel mondo. Ha allenato grandissime squadre come Ajax, Barcelona e Bayern Munchen, facendosi ascoltare e trascinando il gruppo al successo. Ha saputo fare di necessità virtù, valorizzando il materiale a propria disposizione o scegliendo i campioni, di oggi e di domani. E lo stesso gli sta capitando con la Nazionale e gli capiterà con il Manchester United, che tornerà il grande club che è stato negli anni in cui Sir Alex Ferguson ne è stato il timoniere.

Dei tantissimi pregi e successi che Van Gaal ha raccolto in carriera, quello di ieri sera ha una firma particolarmente marcata. Non avevo mai visto sostituire il portiere prima dei calci di rigore, almeno non di proposito. Un rischio pazzesco, ma ben bilanciato e ponderato da un grande stratega della panchina. Tim Krul, fino a quel momento senza minuti nel Mondiale, si è rivelato determinante nel passaggio del turno. Ha intimorito i tiratori centro-americani, con gesti e parole al limite del fair-play, e ha parato. Neutralizzare un rigore non è facile, anche se a ben vedere è il portiere ad avere tutto guadagnare e nulla da perdere. Eppure Krul è entrato a freddo, ha portato l'Olanda in semifinale e si è preso il meritato abbraccio dei compagni e del suo allenatore. Allenatore con cui ha un rapporto fantastico, tanto da dare a lui il merito di questa scelta, tributandogli un fantastico onore.
Tra i tanti tributi che la rete sta dando al santone olandese, uno mi è rimasto impresso, come spesso capita arriva dalle colonne di Eurosport, un grande network.
"In realtà Tim Krul, portiere in forza al Newcastle, non era uno specialista nel mestiere di intercettare i tiri dal dischetto: la scelta di Van Gaal è stata quindi dettata da motivi di carattere psicologico, da sensazioni o semplicemente da lucida follia, tanto da mettere in discussione la propria credibilità. I dati parlano chiaro: il record di Krul in carriera – prima del quarto di finale – recita due rigori parati su 32, nessuno nelle ultime due stagioni; ancor peggio ha fatto il giovane collega Cilessen, colui che aveva difeso la porta oranje per tutti e 120 i minuti della gara, che addirittura non ha parato nemmeno uno dei 16 rigori fronteggiati in carriera. Grandioso Tim Krul, genio Van Gaal: questa la sentenza finale".

Nient'altro da aggiungere, grandissimo Van Gaal.

4 luglio 2014

Mondiali2014: quello di Scolari è il peggior Brasile di sempre?

Penso di interpretare il pensiero comune nel dire che il Brasile, o per meglio dire questo Brasile, non piace a nessuno. Anche i tifosi della Seleçao non riescono a nascondere la preoccupazione per il gioco della squadra di Scolari, lontanissima parente dagli standard carioca. Non è un caso se contro il Cile è servita la Dea Bendata, prima sotto forma di traversa e poi di palo, per evitare un’eliminazione che sarebbe stata a dir poco clamorosa.
La domanda che mi sono fatto, a questo punto, è: questo Brasile, è il peggiore di sempre nella storia dei Mondiali? Difficile dirlo.
Credo che il paragone più azzeccato possa essere con la squadra che fu eliminata agli ottavi di Italia '90 dall'Argentina di Maradona e Caniggia, 1-0 al Delle Alpi di Torino. L'allora commissario tecnico . Niente di strano nel puntare su Careca, spalla di Maradona a Napoli, un pochino più singolare la scelta del granata Muller come titolare. Muller era un buon giocatore, ma nulla più. In 3 stagioni con il Torino segnò 24 reti in 65 partite e fu protagonista di un clamoroso intrigo di mercato. Nel 1989 doveva essere scambiato con Schillaci, appena preso dalla Juventus. Il Torino si tirò indietro all'ultimo minuto, il resto è storia nota.
Lazzaroni non si fidò di  Romario e Bebeto e puntò, invece, sulla coppia "italiana": Muller-Careca
Per il resto il Brasile di Lazzaroni giocava male e aveva tutti i crismi della squadra operaia. Come l'attuale compagine carioca, anche quella del '90 era più forte e quadrata dietro che non davanti. Il centrocampo, basato sulla quantità di Dunga e Valdo, proteggeva una difesa schierata a cinque. Gli esterni, il genoano Branco e Jorginho, dovevano avere libertà di spinta. In realtà badavano più a contenere che ad offendere, nonostante Branco avesse un calcio mancino molto potente.

Oggi la squadra di Scolari è molto molto simile. Una difesa rocciosa, con una filosofia di gioco molto europea e poco sudamericana. Il centrocampo è quanto di più lontano ci possa essere dalla qualità. Luiz Gustavo, Fernandinho e Paulinho sono mediani alla Felipe Melo, tanta corsa e quantità, pochissima attitudine a dare del tu al pallone. Davanti, poi, le cose sono ancora peggio. Neymar è davvero forte e decisivo, salta sempre l'uomo e crea pericoli a profusione. Ma oltre all'asso del
Barcelona? La depressione più totale. Oscar viene sacrificato sull'esterno, chiedendogli di dare un occhio davanti e due dietro; Hulk ha un fisico tale da poter fare la scorta al presidente brasiliano, ma non per giocare a calcio. Corre goffamente, non salta mai l'uomo e non è decisivo. Il goal annullato con il Cile (giustamente) è espressione della sua pochezza sotto porta. Un calcio orrendo, mezzo di ginocchio e mezzo di tibia, insomma tutt'altro che brasiliano. Fred e Jo nel ruolo di prima punta, infine, faticherebbero a trovare posto in qualsiasi squadra seria, figuriamoci nel Brasile.
Il risultato è un gioco che balbetta, con il solo fattore campo a tenere a galla i gialloverdi. E adesso c'è la Colombia, servirà un Brasile ben diverso per battere Rodriguez e compagni.

3 luglio 2014

Brasile2014: la guerra dei mondi

Ci siamo, alla fine del Mondiale mancano solamente gli sgoccioli e le partite di domani segnano il vero e proprio spartiacque fra chi è arrivato fino a qui e chi può invece ambire al titolo.
Sono quarti di finale parzialmente sorprendenti, almeno secondo le mie previsioni. Al posto del Costa Rica avevo detto che ci sarebbe stata l'Italia, ma per il resto tutto normale.

Il Brasile, anche se non lo avrebbe meritato, si è sbarazzato del Cile di Vidal, Sanchez e Pinilla. Curioso sottolineare come il Cile sia sempre stato eliminato dal Brasile: 1962, 1998, 2010 e 2014. Dopo un mini allarme, Neymar si è ristabilito ed è lui l'uomo a cui la Seleçao deve aggrapparsi per non uscire dal Mondiale. Il resto lo faranno i maestosi Thaigo Silva e Julio Cesar, veri baluardi difensivi di una squadra molto europea e poco sudamericana.
A mettere i bastoni fra le ruote ai padroni di casa, la squadra più bella e frizzante vista fino ad ora, la Colombia. Persi i vari Higuita, Valderrama ed Escobar, i Cafeteros hanno trovato una seconda generazione di fenomeni, pronti a stupire il mondo.



Ad oggi sono per corsa e qualità del gioco la più bella compagine vista in Brasile, e anche per distacco. In fase di non possesso la solidità la fa da padrone, con due terzini che sono subito pronti a ribaltare il fronte del gioco. In fase di possesso, poi, la velocità e la qualità dei giocatori fa la differenza. Da Cuadrado a James Rodriguez passando per l'ex pescarese Quintero, praticamente tutti gli uomini a disposizione di Pekerman hanno qualità da vendere e, cosa da sottolineare più volte, giocano a testa alta.
I precedenti dicono inequivocabilmente Brasile: 15 vittorie, 8 pareggi e 2 sconfitte. Ma i numeri son fatti per essere modificati e stravolti, e io dico Colombia.

La Francia, arrivata al Mondiale per il rotto della cuffia, sembrava spacciata. Perso Ribery a pochi giorni dalla partenza per il Brasile, Deschamps sta facendo il solito immenso lavoro con il materiale a disposizione. La sua Francia ha gioco, grinta, corsa e qualità. Benzema e Pogba sono le stelle, Griezmann il diamante grezzo pronto a prendersi la gloria. La difesa è solida, ma finalmente la vedremo alla prova con un attacco vero come quello a disposizione di Low, Svizzera, Ecuador, Honduras e Nigeria non avevano attaccanti sufficientemente bravi ed esperti per mettere in scacco i transalpini.
I tedeschi ci sono sempre, inutile negarlo. Non avranno vinto tanto quanto Brasile e Italia, ma nelle manifestazioni che contano non sbagliano, mai. Due i punti di forza dei tedeschi: la solidità, vero marchio di fabbrica della nazione, e la qualità del gioco offensivo. Low è stato bravissimo a rimettere Muller nel suo vecchio ruolo di prima punta, e i risultati non si sono fatti attendere. Alle sue spalle un trequartista moderno come Ozil, un Gotze convincente ed in cabina di regia un Toni Kroos maestoso. Con quel fenomeno di Marco Reus sarebbero stati i favoriti per il Mondiale, a mio parere, così hanno comunque tutte le carte in regola per fare il colpo grosso.
I precedenti dicono Francia: 11 vittorie, 6 pareggi e 8 sconfitte. Anche in questo caso, credo, i numeri saranno sovvertiti, e io dico Germania.

L'Olanda, smaltita la paura in salsa messicana, si presenta ai quarti da grande favorita. Francamente il Costa Rica non può impensierire la squadra di Van Gaal, che come se non bastasse è anche più fresca e riposata rispetto ai centroamericani, reduci da supplementari e rigori contro la Grecia (giocando tantissimi minuti in inferiorità numerica).
Ho già erroneamente sottovalutato il Costa Rica nei gironi, definendola la "Cenerentola" del Mondiale, ma stavolta non credo di sbagliarmi. Troppo ampia la forbice fra le due squadre, sia in termini di qualità che di esperienza. Robben e compagni penso accederanno in semifinale, poi il destino sarà nelle loro sole mani.
I precedenti, in questo caso, non dicono nulla. Sfida inedita fra Olanda e Costa Rica, farà in ogni caso statistica.

Il programma si chiude con Argentina-Belgio, un remake della semifinale di Mexico '86. Allora la spuntò l'Argentina di Maradona, con una doppietta del Pibe de Oro nel secondo tempo. Anche stavolta i ragazzi di Buenos Aires faticheranno e non poco ad aver ragione di una squadra bella e zeppa di talento.
Gli argentini arrivano favoriti per storia, blasone e, non ultimo, avere in campo Leo Messi. Tuttavia tolti lui e Di Maria, fino ad oggi i sudamericani non hanno incantato il mondo, si sono rivelati solidi ma hanno evidenziato punti deboli. Gli stessi che Wilmots ha tutte le intenzioni di sfruttare con le percussioni del suo quartetto offensivo: Hazard, Mertens, De Bruyne ed uno fra Lukaku e Origi.



La sfida è equilibrata e molto bella, si sfidano due differenti filosofie. Da un lato l'Argentina, che ha nel suo dna il goal e la ricerca dello stesso tramite il fraseggio e i dribbling. Dall'altra la solidità e la velocità del Belgio, squadra abile nel chiudersi ed aiutarsi per poi ripartire in contropiede. Una cosa è certa, la partita sarà vibrante e molto tesa, gli argentini rischiano tanto mentre il Belgio ha tutto da guadagnare, ha già fatto un bel Mondiale ed ha le carte in regola per arrivare fino in fondo.
I numeri dicono Argentina: 3 vittorie ed 1 sconfitta. L'equilibrio è tale che non mi stupirei se si arrivasse ai supplementari.

2 luglio 2014

Mondiali2014: gli extraterrestri decidono le partite

Sono le giocate dei grandi giocatori a farti vincere le partite, sono i campioni a decidere le sorti del match. C'è poco da fare, il calcio è uno sport di squadra in cui i singoli, spesso, diventano eroi. 
E' il caso di Di Maria e Messi, campioni straordinari con i rispettivi club ed ora veri e propri eroi nazionali. L'Argentina è una squadra ricca di qualità, di piedi buoni. In qualsiasi momento può farti male e passare in vantaggio, ma alla fine dei conti ha sempre avuto bisogno dell'aiuto di un fuoriclasse. Nel girone ci ha pensato sempre quell'alieno di Lionel Messi, capace di accendersi di colpo e regalare la gioia al pubblico albiceleste. Negli ottavi di finale, contro una Svizzera compatta e robusta, ci ha pensato Angel Di Maria, servito da un'azione stratosferica del numero 10.

Nel calcio non ti puoi distrarre, basta un istante, un solo dannato secondo e sei fregato. La Svizzera non ha sbagliato praticamente nulla ieri, ha giocato come doveva e l'ha fatto bene. Hitzfeld, un grande allenatore, aveva impostato la squadra con 5 giocatori sempre dedicati alla fase difensiva, attenti a non perdere posizione e uomini. Agli altri il compito di correre e attaccare, ben sapendo che dovevano essere i primi a pressare gli avversari, per rallentarne l'avanzata, e contrastarli in fase di non possesso palla.
La tattica ha funzionato non bene, benissimo. Romero ha dovuto fare un paio di grandi interventi per salvare l'Argentina, Benaglio altrettanto, ma il risultato di parità era giusto. I rosso-crociati hanno corso come matti e non hanno mai abbassato la guardia, nemmeno nei supplementari. E' bastato un istante, una palla persa a centrocampo con un pochino troppo di sufficienza e la partita ha cambiato padrone. Straordinario Messi nel puntare e saltare due uomini, con la leggerezza consona solo ad un fuoriclasse. Sensazionale Di Maria a calciare di prima intenzione, togliendo il tempo a Benaglio. 

L'immagine di Lichtsteiner, distrutto nella rete, sembrava sancire la resa degli elvetici. Ma la Svizzera ha il carattere del suo allenatore, non molla mai. Nel giro di due minuti capovolge l'inerzia del match e crea l'occasione giusta. La palla, colpita dal napoletano Dzemaili, sembra destinata in rete. Colpisce però il palo, a Romero battuto, e rimbalza sullo stinco dello stesso centrocampista.
Come in una trama ben orchestrata, il pallone esce di un soffio. La fortuna, come nel caso della Germania, ha sorriso alla squadra più forte.

 

1 luglio 2014

Mondiali2014: "E alla fine vincono i tedeschi"

E' il Mondiale della corsa e della grinta, della determinazione e del cuore. Non avrei mai e poi scommesso che l'Algeria potesse impensierire la Germania, non almeno quella quadrata e robusta vista nei gironi. E' invece, come sempre, la bellezza del calcio mi ha sorpreso. Non solo gli africani avrebbero potuto passare il turno, ma lo avrebbero fatto con merito. Non si sono né chiusi né tanto meno spaventati davanti ai tedeschi, hanno giocato e ribattuto colpo su colpo. Hanno sfiorato il vantaggio, lo hanno trovato con una bellissima rete, ma in fuorigioco, e hanno costretto Low a inventarsi qualcosa di nuovo. Rais, portiere impegnato nel campionato bulgaro, ha tirato fuori dal cilindro una prestazione maiuscola, bloccando e respingendo praticamente tutti gli assalti tedeschi. I suoi compagni hanno spinto e corso come forsennati, spaventando non poco la statica retroguardia di Berlino, con Mertesacker in costante difficoltà quando doveva fronteggiare il rapidissimo Feghouli.

E così si arriva ai tempi supplementari, nonostante l'ingresso di Schurrle dopo appena una frazione di gioco per spingere sull'acceleratore. La Germania non avrebbe bisogno di fortuna, ma si sa, le grandi squadre sono sempre baciate dalla Dea bendata. Un cross basso di Muller, a due minuti dall'inizio del supplementare, passa in mezzo ad una selva di gambe. L'attaccante del Chelsea è bravissimo a prendere il tempo al suo marcatore e costruirsi l'occasione giusta. Basta colpirla forte e Rais è battuto, ma Schurlle la sbuccia. Vuole calciare forte sul primo palo ma la palla gli rimane sotto la suola. La sfera prende a questo punto una rotazione impensabile, scivola via dalla traiettoria sperata e Rais non può fare che guardarla. Se ci fosse la giustizia si spegnerebbe sul fondo, ma invece rotola crudelmente in fondo al sacco, sul secondo palo.
Un colpo mortifero per l'Algeria, che si butta lo stesso in avanti alla ricerca del pari. Così facendo si espone al contropiede tedesco, magistralmente orchestrato dal "turco" Ozil e dallo stesso Schurlle. Una combinazione fra loro porta il numero 9 ad un passo dal raddoppio, ma a salvare gli africani ci pensa un difensore, sapientemente appostato sulla linea di porta a coprire la disperata uscita di Rais. Ancora una volta, però, la fortuna volge lo sguardo verso Berlino dimenticando di dispensarne un po' anche al continente nero. Il pallone carambola sui piedi di Ozil, che da dentro l'area calcia forte di collo e trova il due a zero.

A nulla vale la rete di Djabou a pochi secondi dalla fine del match, almeno per quanto riguarda il passaggio del turno. E' il giusto premio per una delle squadre rivelazione del torneo, capace di scrivere la storia del calcio algerino ed africano in generale, che avrebbe meritato una nazione ai quarti. Ma ancora una volta la beffa parla tedesco, come in quell'estate spagnola del 1982, in cui l'Algeria di Madjer spaventò a morte la Germania per venire poi sconfitta per differenza reti dall'Austria di Prohaska.
"Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi" - Gary Lineker

30 giugno 2014

Scrivi "Gazzetta dello Sport" e leggi scarsa informazione

L'informazione sportiva, in Italia, è ai minimi storici. Tolta la piattaforma satellitare (Sky ndr) ed Eurosport, le altre testate e televisioni sono davvero ai più bassi livelli. Personalmente apprezzo abbastanza il Corriere dello Sport, mentre da anni la Gazzetta dello Sport sta toccando inesplorate vette di scarsa qualità.
In occasione dei Mondiali, gli amici della rosea, hanno iniziato con il produrre qualche speciale sulle Nazionali. Un'idea poco originale, sì, ma in genere molto apprezzabile. Fa sempre piacere a tutti vedere le grandi gesta del passato; interessante un paragone con i campioni del presente. E cosa c'è che non funziona, direte voi? Semplicemente tutto, a partire dal format (un video con sequenza di immagini) passando per i contenuti. Su questi, io, non transigo.

Ecco allora il primo grande strafalcione di rosa vestito. "I grandi "fucilieri" brasiliani": Roberto Carlos e David Luiz. Dai, ma stiamo scherzando? Vogliamo davvero paragonare un grande specialista sui calci piazzati, l'inimitabile Roberto Carlos, con David Luiz? Chiunque abbia fatto questa scelta, a mio parere, di calcio ne capiva poco. O forse non ha mai visto giocare Roberto Carlos, questo spiegherebbe tutto.
Giusto per dare una mano ai colleghi di Milano e ricordare a tutti noi la grandezza del terzino carioca, riprendo un vecchio pezzo del mio blog, "il sinistro divino di Roberto Carlos" e condivido un video con alcuni suoi goal.



Dulcis in fundo faccio notare un dato alquanto sostanziale. I goal di David Luiz con la maglia del Brasile latitavano fino all'altro ieri, quando ha trovato il primo acuto, anche un pochino casuale. Niente male per un "fuciliere".

Dopo il paragone fra il divino Roberto Carlos e lo stopper di Diadema, la mia attenzione è catturata da un altro grande tocco di professionalità. La rosea mette a confronto David Trezeguet e Olivier Giroud, "bomber d'oltralpe". Ora, non so come la vediate voi, ma io penso che la differenza che intercorre fra i due sia come quella che c'è fra il giorno e la notte. David Trezeguet è stato un centravanti fenomenale, di una cattiveria impressionante sotto porta. Nesta, non proprio un difensore qualunque, lo ha definito "il giocatore più difficile da marcare in area di rigore". Di Giroud, a meno di smentite, nessuno ha mai detto nulla di simile.
Non parliamo di un giocatore scarso, per carità, ma nemmeno di un campione. Trezeguet non solo ha vinto tutto a livello di club, ma è stato il vero protagonista della grande Francia. Ha vinto Mondiale ed Europeo, ha sfiorato il bis nel 2006 (regalando proprio lui il Mondiale all'Italia) ed ha uno score pazzesco: 66 reti con tutte le selezioni nazionali francesi.
Giroud, che Wenger sta pensando di sostituire all'Arsenal, è invece un ariete d'area di rigore. Utile ma non formidabile. Fino ad ora ha realizzato 9 reti con tutte le selezioni nazionali, e a 27 anni non credo abbia velleità di eguagliare David.
Un paragone più calzande, credo, sarebbe stato quello con Karim Benzema, peraltro anche un anno più giovane del Gunner.
Ma chi sono io per suggerire a dei professionisti come i giornalisti della Gazzetta... i loro speciali, però, son davvero scadenti. Concettualmente e giornalisticamente parlando, ovviamente.

29 giugno 2014

Mondiali2014: la banda Cafeteros spaventa il Brasile

E' Colombia-spettacolo al Mondiale. L'ho detto più di un anno fa, questa squadra può fare grandi cose. Non c'era alcun dubbio che l'Uruguay, orfano del suo leader, non avrebbe avuto alcuna speranza. E infatti i Cafeteros hanno dominato in lungo e in largo, spaccando la difesa celeste con le accelerazioni degli esterni e le imbucate di James Rodriguez, un numero 10 fantastico. I quarti di finale, risultato storico per i sudamericani, sono strameritati e francamente penso che non sia così utopistico pensare di vederli arrivare fino in fondo. La squadra ha tutto davvero: una difesa solida, un centrocampo sostanzioso, due esterni spaventosi, un attacco formidabile. Cos'altro si potrebbe volere?
All'indomani dell'infortunio di Falcao più di un dubbio si è insinuato negli addetti ai lavori. "E' una buona squadra, ma senza Falcao non trovereanno la via del goal". Mai fare i conti senza l'oste, Falcao era ed è un leader per questa Colombia, ma James Rodriguez e Jackson Martinez non hanno molto da invidiargli. Quest'ultimo, partito in sordina, è deflagrato contro il Giappone, realizzando la prima doppietta della storia colombiana in un Mondiale. James, l'attuale capocannoniere del torneo, si è invece imposto come leader fin da subito. Compagno al Monaco proprio di Falcao, si è preso la squadra sulle spalle e ha iniziato a dare spettacolo con giocate e reti sopraffine. Sua la più bella del Mondiale, proprio nel 2-0 all'Uruguay. Stop di petto fuori dall'area di rigore e palla calciata al volo, prima che rimbalzi a terra con il mancino. Una conclusione secca, precisa e imparabile. Muslera la sfiora quel tanto che basta perchè sfiori la traversa interna, rimbalzi a terra e s'insacchi in rete. Un goal fantascientifico di un giocatore pazzesco, classe '91 e destinato ai maggiori palcoscenici del calcio internazionale.

In Europa c'è ancora qualcuno che si stupisce, in Colombia ed Argentina no. James Rodriguez è stato il più precoce giocatore della storia per moltissimi aspetti. Figlio dell' ex calciatore professionista Wilson Rodriguez, mezzala titolare della Nazionale che disputò il Mondiale Under-20 del 1985, James inizia la sua avventura nel calcio vero a 12 anni. Se lo litiga mezza Colombia e alla fine se lo aggiudica l'Evingado, squadra con cui debutta e con cui si guadagna la prima maglia della Nazionale Under-17.
Nel giro di pochi anni è asta in Sud America per lui, la spunta il Banfield che lo porta in Argentina a 17 anni. Giusto il tempo di diventare il più giovane straniero della storia a debuttare in Primera Division ed ecco un nuovo record. Nel 2009 è già titolare indiscusso e leader del Banfield, a sorpresa campione d'Argentina per la prima volta nella sua storia. Il resto è storia nota, con il suo passaggio al "solito" Porto e l'investimento del Monaco per farne una delle colonne del nuovo ciclo monegasco. Ora che anche Carlos Valderrama l'ha nominato a "Pibe" erede, nulla lo può fermare.

Insomma, il Brasile non può dormire sonni tranquilli. Lo sapete, questo Brasile io non lo amo per nulla, rappresenta l'antitesi di tutto quello che so e che amo della Seleçao. Anche ieri, contro il Cile, avrebbero meritato di uscire. La traversa di Pinilla, colpita al 119', grida ancora vendetta; i miracoli di Julio Cesar, in partita e durante i rigori, hanno tenuto a galla una squadra poco viva. Davanti il solo Neymar fino ad ora è bastato, anche se contro la Roja non ha trovato la via della rete. Ma basterà per sempre?
Io non credo, ma quando il Brasile scende in campo nella sua terra è difficile non pensare che sia favorito.

28 giugno 2014

Italia, come uscire dall'impasse Mondiale

I vizi capitali sono i principali desideri dai quali tutti i peccati traggono origine:
La superbia, o per meglio dire l' irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui.
L'avarizia, o per meglio dire la scarsa disponibilità a donare ciò che si possiede.
La lussuria, o per meglio dire il desiderio irrefrenabile del piacere .
L'invidia, o per meglio dire la tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio.
La gola, o per meglio dire l'abbandono ed esagerazione nei piaceri.
L'ira, o per meglio dire l'irrefrenabile desiderio di vendetta.
L'accidia, o per meglio dire il torpore malinconico nel compiere opere di bene.

Io non sono mai stato un credente, né mai lo sarò. Ma quando mi son trovato davanti all'opportunità di dire la mia sui comportamenti di alcuni giocatori della Nazionale, beh i sette vizi capitali mi sono venuti in mente subito. Datemi pure del monotono, ma io la premiata ditta Cassano-Balotelli non la voglio più vedere con la maglia della Nazionale. In molti adesso tendono a sottolineare come in realtà non sia loro la responsabilità del fallimento italiano, e mi sta bene. Concordo nel dire che il più grande responsabile sia Prandelli, che aveva il dovere e la responsabilità di scegliere persone diverse, di puntare su altri giocatori fin dal giorno successivo all'umiliazione patita dalla Spagna. E' vero, e fortunatamente il commissario tecnico ha avuto il buon gusto di dimettersi, nella speranza che non ci sia uno di quei ritorni in sella che tanto piacciono ai rotocalchi d'informazione. Anche perchè andare avanti con uno 0-0 striminzito e poi, probabilmente, perdere contro la Colombia non avrebbe reso il nostro Mondiale soddisfacente. Quindi, meglio così.

Silurato Prandelli, ora è il momento di far piazza pulita anche in campo. Balotelli e Cassano si sono dimostrati dei piantagrane sopravvalutati, incapaci di dare un valore aggiunto al progetto azzurro. Se penso al linciaggio mediatico patito da Del Piero dopo Euro2000, da Totti, da Buffon prima di Germania2006 o da Bobo Vieri per le sue dichiarazioni fuori dalle righe, rabbrividisco.
Ci troviamo di fronte ad un ragazzo, Cassano, che circa 15 anni fa ha dimostrato all'Italia intera di avere un talento. Passavano le stagioni ed il dono che aveva ricevuto si affievoliva; di contro aumentavano a dismisura le sue scenate. Quelle che in gergo sono conosciute come "cassanate" altro non sono che espressioni caratteriali che poco si confanno ad un gruppo con pretese di vittorie. E non è un caso se a Roma è stato isolato, completamente. Francesco Totti, che gli faceva da chioccia, lo ha lasciato nel suo brodo e ha fatto in modo di allontanarlo. Stessa cosa al Real Madrid, dove è riuscito ad inimicarsi persino Fabio Capello, padre severo con tutti e stranamente accondiscendente con Antonio. Poi il rilancio a Genova, sponda Sampdoria. Un rilancio prevedibile, perchè i mezzi tecnici li ha sempre avuti. Semplicemente deve trovare il gruppo giusto in cui esprimerli, ed una compagine di medio livello in cui sono gli altri a mettersi al suo servizio è l'unico posto adatto a lui. Milan ed Inter non rispecchiano questa descrizione; tanto meno la Nazionale di calcio italiana, che ha anche una storia da salvaguardare.

Mario Balotelli è invece esploso in punta di piedi. Non arrivava dalla provincia ma è riuscito ad imporsi con la maglia di un'Inter che, all'epoca, vinceva tutto. Se vogliamo qualcosa di ancora più difficile per un giovane, a cui colpi e fisico non sono mai mancati. La stabilità di Mario è durata ben poco, sono bastati l'incontro con Josè Mourinho e qualche fischio di troppo da parte di San Siro per fargli perdere la testa.
Non è andata meglio in Inghilterra, dove la stampa è ancora meno tenera che nel Bel Paese. Nemmeno il rendez-vous con il mentore Mancini è servito per fargli mettere la testa a posto e pensare alla sua carriera, giocando a pallone e vivendo la sua vita serenamente. E così, fra scherzi, scandali e risse, Balotelli torna in a Milano, sponda rossonera, dove è ben lontano dal trovare la pace.
Incapace di fare gruppo e di tenere la bocca chiusa, in spogliatoio o via social network, Balotelli sta letteralmente bruciando un talento cristallino unito ad un fisico pazzesco. Un peccato, in primis per lui, in secundis per il suo club e per l'Italia. Incapace di accettare le critiche e sempre pronto a sfuriare, contro opinionisti tv, allenatori o compagni, rende evidente che uno così non potrà essere utile alla causa.

Enrico Turcato, dalle colonne di Eurosport, ha scritto su Mario:
A 24 anni c’è l’obbligo di tirare un bilancio. E l’analisi, chiara e lucida, ci dice che Balotelli non è un campione. Vero, sono stati soprattutto i media che lo hanno elevato a simbolo del rinnovamento italiano. Ma lui ci ha giocato e grazie alla visibilità che i mezzi di comunicazione gli hanno fornito, si è arricchito ed è diventato un personaggio di fama mondiale. E quindi ora è giusto che si prenda le sue responsabilità e capisca che gli anni “buttati” cominciano ad essere troppi. E che chi ha provato con pazienza ad aspettarlo, ora si è veramente stancato.

L’ATTEGGIAMENTO INDISPONENTE – Strafottente, con quel fare da “essere superiore”, da chi pensa di aver sempre e comunque ragione. In campo non corre come dovrebbe. La sensazione è quella di non dare mai tutto quello che ha.

NEI GRANDI APPUNTAMENTI FALLISCE SEMPRE – In Champions League mai decisivo. Al Mondiale esce sconfitto. E una doppietta in semifinale all’Europeo non può durargli da paracadute in eterno.

TROPPI CARTELLINI GIALLI – Due in tre partite in questo Mondiale. Avrebbe saltato comunque gli ottavi di finale per squalifica. Ne ha presi 13 in totale in stagione con il Milan, spesso per proteste o litigi. 10 lo scorso anno tra Premier e Serie A. Troppi per chi i cartellini gialli dovrebbe farli prendere ai difensori.

VIENE ABBANDONATO DA TUTTI – All’Inter era un corpo estraneo, pur vincendo la Champions con Mourinho. Al City è riuscito a bisticciare anche col mentore Mancini. Ieri, da solo in panchina, è sembrato essere nuovamente solo. Se non riesce a stringere rapporti solidi con i compagni un motivo ci sarà.

DICE SEMPRE LA COSA SBAGLIATA AL MOMENTO SBAGLIATO – Quel Tweet dedicato alla regina d’Inghilterra prima della sfida al Costa Rica è sembrato fuori luogo. Le sue dichiarazioni sembrano spesso fuori luogo. A volte è meglio tacere.

NON SI ASSUME MAI LE PROPRIE RESPONSABILITÀ - “Non capisci niente di calcio”, aveva detto a Marocchi (Sky Sport) dopo una critica in un post partita. Mai umile, mai auto-critico, caratteristica che permette spesso ai campioni di capire gli errori e migliorare.

FISICO DA GRANATIERE, MA SPESSO PER TERRA – L’immagine a torso nuodo dopo la doppietta alla Germania ne fotografa la potenza fisica. Balotelli avrebbe tutto per essere un gigante, uno di quelli a cui non porti mai via la palla. In realtà simula troppo e va giù ad ogni contrasto.

NON RIESCE A GESTIRE LA VITA PRIVATA – L’abilità di chi sta ad alti livelli per anni è anche quella di scindere la vita privata da quella professionale. A meno che tu non sia Maradona, ma non sembra questo il caso. Se poi nella vita privata ne combina una per colore, non si deve lamentare se i giornali lo prendono di mira.

NON FA MAI GRUPPO - Ieri se ne è andato via dallo spogliatoio senza nemmeno aspettare il saluto di Pirlo, che voleva ringraziare il gruppo per l’ultima gara in azzurro. Non si fa. In generale preferisce sempre sé stesso agli altri e così, gli altri, finiscono per scaricarlo in fretta.

CATTIVO ESEMPIO PER I GIOVANI – Simbolo dell’integrazione culturale italiana, ma mai vero esempio in campo. Vorreste che un vostro figlio avesse come idolo un giocatore che si comporta sempre in questo modo? Noi, francamente, no.

Ribadisco, e chiudo. Balotelli e Cassano non sono gli unici e soli responsabili del fallimento italiano, ma mi auguro di non vederli più con la maglia della "mia" Italia. La Nazionale è un bene di 60 milioni di italiani, chi indossa quella maglia ha un solo grande onere: il rispetto, della maglia, dei compagni e dell'allenatore. Nel calcio vince la squadra e perde la squadra.

27 giugno 2014

L'eterno dilemma: Messi o Maradona?

Lionel Messi è un campione assoluto, su questo non ci sono dubbi. Anche i più diffidenti si sono da anni dovuti arrendere alla realtà dei numeri, dei goal, dei successi. L'argentino è un giocatore straordinario, umile ed in possesso di doni che solo pochissimi fortunati ricevono da madre natura.
Eppure il tormentone su Messi non finisce mai e verte sempre intorno ad un solo e topico argomento: Diego Armando Maradona. Ecco, Diego è una figura mistica nella storia del calcio mondiale. La sua aura di ribelle ed anticonformista, unita ad una fantasia calcistica senza pari, hanno fatto del numero 10 "el dies", ovvero il solo e unico numero 10.
Giorni fa gli amici della redazione di Fantagazzetta hanno chiesto a me e a tutti i redattori un parere. La domanda, annosa e puntuale, era: Messi ha raggiunto Maradona?
Il 73% ha risposto "no", per svariate e valide ragioni. Il mio piccolo contributo è stato questo:
"Sì. I numeri e la longevità sono dalla parte di Leo, a cui manca solo l'acuto Mondiale per scrollarsi di dosso lo scomodo paragone. Maradona aveva più estro e fantasia, era capace di infiammare le folle, Messi è il prototipo del campione moderno, capace di fare la differenza sempre. Resta il dubbio di non aver visto Diego al massimo della forma e lontano dai vizi".

Alla luce del girone Mondiale vorrei contestualizzare e approfondire la mia risposta, per dar modo a chiunque di riflettere su questa tematica.
In primis penso che un paragone di questo tipo sia anacronistico. Un calcio diverso, un'epoca diversa, calciatori completamente diversi, in campo e fuori. Maradona è stato catapultato sui palcoscenici mondiali in un periodo ricco di campioni, probabilmente una delle epoche più floride della storia del calcio. Era in possesso di una tecnica impareggiabile, un carattere fortissimo e non aveva paura di nulla. Fisicamente, quando stava bene, era straripante. Lontanissimo dagli scultorei atleti odierni, Maradona aveva una potenza impressionante nelle gambe, tale da produrre uno scatto bruciante. Una qualità fondamentale in un calcio come quello di metà anni '80, fatto di ritmo lento e improvvise accelerazioni. I ritmi atletici erano decisamente più bassi, si correva meno, in termini di quantità e intensità; di contro i difensori erano più rudi, arcigni. E Maradona li soffriva tremendamente, tanto da non riuscire a incidere come avrebbe potuto quando stretto da una ferrea marcatura a uomo. Gentile, con le buone e le cattive, nel Mondiale spagnolo lo annientò; così come Franco Baresi e Jurgen Kohler nel corso di Italia '90.
Diego è stato un giocatore formidabile, a mio avviso il più estroso e fantasioso che possa esistere. Ha fatto dei goal così pazzeschi da non poterci credere, la stragrande maggioranza dei calciatori goal del genere non riesce nemmeno a pensarli. E non alludo alla "mano de Dios" o alla serpentina contro l'Inghilterra, ma a goal quali la punizione da dentro l'area contro la Juventus o i ripetuti goal da centrocampo, un misto di follia e coraggio che solo un grandissimo campione può avere. Farne uno è un caso, farne tanti significa essere dei numeri uno.

Leo Messi è invece figlio del calcio moderno, fatto di un'intensità ed un atletismo spaventosi. Le capacità atletiche dei calciatori si sono evolute, trasformandoli in macchine. I giocatori sono oggi più simili ad atletici olimpici, nel corpo e nelle capacità fisiche. La preparazione atletica è diventata parte integrante della vita del calciatore, che segue anche un regime alimentare adeguato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, muscoli scolpiti, velocità impressionante, resistenza da corridori.
Messi ed il suo gemello Ronaldo sono perfetta espressione di questo nuovo calcio, combinando le capacità tecniche dei grandi del passato con la preparazione atletica odierna. Le partite sono veloci, frenetiche; i contrasti sempre più frequenti e vigorosi. Gli attaccanti, però, sanno tener botta. Non sono più "vessati" dai rudi centrali avversari, le prendono e le danno. Tutto questo non per 20-30 partite l'anno, come negli anni '80, ma per 50-60. Il logorio fisico è pertanto accentuato vistosamente.
Nonostante tutto Messi, a soli 27 anni, ha polverizzato ogni record. Lo ha fatto in termini di vittorie di squadra e acuti personali, incantando il mondo con giocate sopraffine. E' vero, Maradona aveva forse una scintilla di genialità maggiore, ma la continuità e la maturità di Messi è senza eguali. Il ragazzo di Rosario è un martello, implacabile. I suoi numeri fanno sapvento: 17, 16, 38, 47, 53, 73, 60 e 41 reti solo con il Barcelona nelle ultime 8 stagioni sportive. Ma vi rendete conto, 73 goal in una stagione di 60 partite. Qualcosa di astronomico anche solo a pensarlo, nemmeno a livello giovanile si riescono a raggiungere questi numeri. Il tutto condito da un Palmares da far venire male al cervello.
I detrattori gli imputano di esser stato fino ad ora poco decisivo in Nazionale, una verità molto discutibile. Leo ha infatti oggi realizzato 42 reti in 89 presenze, 8 reti più di Maradona con 2 presenze in meno. Ha vinto un Mondiale Under-20 e un'Olimpiade. Alla sua stessa età Maradona aveva fatto meno goal e vinto lo stesso numero di trofei, portando l'albiceleste in trionfo a Messico '86. Se Messi dovesse vincere questo Mondiale avrebbe eguagliato le vittorie in Nazionale di Diego, cannibalizzando letteralmente i suoi primati.

Un altro piccolo dettaglio, che tanto piccolo non è, risiede nei compagni di squadra. L'Argentina di oggi è una squadra solida, ma non è più forte di quella di Messico '86. L'ultima Argentina campione del mondo aveva sì Maradona, ma accanto a lui fuoriclasse del calibro di Batista, Ruggieri, Burruchaga e Valdano. Campioni guidati in panchina da un grandissimo come Bilardo, capace di portare la sua nazione in due finali consecutive alla Coppa del Mondo. Messi sta giocando con campioni del calibro di Di Maria e Aguero (fresco d'infortunio), ma anche con modesti interpreti del calcio come Gago, Maxi Rodriguez e Campagnaro sotto la guida tecnica di Sabella, su cui le polemiche si sono sprecate numerose.
Tutto questo per dire che vincere un Mondiale è un'impresa incredibile, che ti rende in automatico una leggenda, che tu sia Maradona o Buffon.
L'aura che si è creata intorno a Maradona è tipica di tutti quegli eroi tormentati di cui il mondo della musica e della letteratura è zeppa. Sono loro i più amati, il proibito attira ed affascina l'uomo. La biografia di Maradona è un libro sensazionale, coinvolgente. I racconti monotoni di un atleta come Messi non saranno mai entusiasmanti come le avventure folli di Diego, ma questo non significa che uno sia automaticamente meglio dell'altro.
Ognuno di noi avrà sempre la sua preferenza, per l'uno o per l'altro. La domanda di base è fuorviante, perchè la risposta vera e giusta sarebbe solo "due campioni immensi, diversi com'è giusto che sia". E sono loro due stessi ad autocelebrarsi vicendevolmente. Diego dice che Messi è il più grande di tutti; Leo che Maradona è inarrivabile.
La verità è che siamo stati fortunati a vederli giocare, entrambi.

26 giugno 2014

Mondiali2014: le lacune tattiche di Prandelli, preludio di una sconfitta inevitabile

L'argomento del giorno è ancora sempre e solo uno, l'eliminazione dell'Italia dal Mondiale brasiliano. Sul web, grazie alla dritta di un amico, mi sono imbattuto in un'interessante analisi tattica, tratta da ultimouomo.com.

"Come annunciato l’Italia gioca 3-5-2 con Immobile-Balotelli come coppia d’attacco. La presenza di due attaccanti centrali suggerisce prudenza a Tabárez che non vuole accettare situazioni di parità numerica al centro della difesa e pertanto schiera la propria squadra, anch’essa con tre difensori centrali, disegnando così in campo due squadre disposte a specchio. Gli uomini sono gli stessi del 4-3-1-2 visto contro l’Inghilterra, ma Cáceres fa il centrale di sinistra, Gonzales l’esterno destro e Lodeiro la mezzala destra. In campo si generano delle contrapposizioni ben definite: le mezzali si affrontano tra loro, così come gli esterni.
In fase di non possesso l’Uruguay si dispone tranquillamente nella propria metà campo, con Cavani che si abbassa su Pirlo. Il piano di gioco è quello solito: aspettare, aspettare, aspettare. In second’ordine provare qualche ripartenza (lunga, vista la zona media di recupero palla dell’Uruguay) con Suárez e Cavani. Non rischiare nulla. Eventualmente, se necessario, provare a forzare nell’ultimo quarto d’ora.
L’atteggiamento dell’Uruguay è talmente prevedibile che a fine partita i suoi giocatori avranno effettuato 369 passaggi quando la media delle due precedenti partite era 371, di cui 276 corti e 70 lunghi (287 e 65 la media nelle prime due partite). Quasi esattamente gli stessi numeri.
L’errore fondamentale dell’Italia è quello di giocare la partita dell’Uruguay. Di accomodarsi sui ritmi e sul disegno progettato da Tabárez. Le scelte dovevano essere estreme: costringere gli uruguaiani a fare loro la partita o, al contrario, giocare un match per vincere, spaventando gli avversari e forzandoli a una partita a ritmi più elevati. Invece l’Italia non ha scelto niente e l’apparente controllo della partita si è rivelato una pura illusione. L’Italia è stata apparentemente in controllo del match ma, nonostante il cambio di modulo e di uomini, la pericolosità degli azzurri è stata praticamente nulla. Come contro il Costarica.
La tanto invocata difesa a tre ha funzionato in fase di non possesso: Barzagli, Bonucci e Chiellini sono sempre stati in superiorità numerica contro Suárez-Cavani e tutto sommato le due occasioni avute da Suárez, entrambe parate da Buffon, possono essere considerate un equo tributo da pagare alle capacità del duo d’attacco dell’Uruguay. Il 3-5-2 ha però del tutto fallito in fase di possesso palla, non creando alcun pericolo al portiere uruguaiano Muslera.
Ancora una volta, nonostante il cambio di modulo, i difetti sono stati quelli visti in questo Mondiale: squadra che attacca con pochi uomini, dal baricentro troppo basso e con troppi uomini che si pestano i piedi in zona mediana.
Contro la pressione di Suárez e Cavani il rombo arretrato costituito da Barzagli, Bonucci, Chiellini e Pirlo è sempre in superiorità numerica e può gestire le fasi iniziali della manovra. In particolare grossa libertà è concessa a Barzagli e Chiellini.
Nonostante la superiorità numerica i movimenti di smarcamento di Verratti sono sempre in prossimità di Andrea Pirlo e mai in zona avanzata. E se Verratti gioca un’ottima partita da un punto di vista tecnico, rimangono forti interrogativi sull’utilità tattica della sua interpretazione del match. Sarebbe stato utile 20 metri più avanti da subito, anche per la possibilità di offrire una linea di passaggio in avanti al rombo arretrato, abbassando oltretutto la posizione del pericoloso Rodríguez. Il risultato è che l’Italia ha quasi sempre 4 giocatori dietro o sulla linea del pallone : il baricentro si abbassa, il numero di uomini sopra la linea della palla è troppo basso (oltretutto Darmian e De Sciglio sono, giustamente, sempre aperti e quindi non giocano “tra le linee”) e Balotelli approfitta degli spazi non coperti dai centrocampisti per assecondare la sua voglia di girare al largo dai difensori uruguaiani e lasciare al proprio destino, tra Giménez, Godín e Cáceres, Ciro Immobile. Con Verratti a giostrare in posizione arretrata, le possibilità di giocare la palla avanti e contemporaneamente alzare tutta la squadra rimane essenzialmente nelle mani dei movimenti della coppia di attaccanti. Come già detto Balotelli gioca lontano della linea difensiva avversaria e le qualità dei suoi smarcamenti è, come sempre, davvero povera. Oltretutto, se sorpassato dal pallone nella manovra offensiva, l’attaccante azzurro non accorcia verso la porta avversaria, lasciando Immobile a coprire l’intero fronte offensivo
".

L'analisi è praticamente perfetta, la condivido in toto. Credo però manchi un elemento fondamentale per spiegare le nostre difficoltà. Tralasciando l'aspetto mentale, lacuna tanto evidente quanto pesante, la scelta del 3-5-2 è stato un ripiego di comodo. Come ho avuto modo di scrivere prima del calcio d'inizio, adottare questo scacchiere tattico ha significato per Prandelli mettere a nudo tutte le sue debolezze come allenatore. Nel momento del bisogno si è affidato al blocco-Juve in difesa, sconfessando la sua unica e storica idea tattica (la difesa a 4 ndr), e cosa ancor più grave ha buttato nella mischia Immobile. Condivisibile l'impiego del capocannoniere della Serie A, meno i modi e le motivazioni. Dopo averlo escluso perchè bollato come "incompatibile" con Balotelli, è stato schierato titolare per le pressioni di stampa e paese. Una scelta che denota l'incapacità di fare il commissario tecnico della Nazionale, dove preferisco uno che sbaglia con la sua testa ad uno che prova a mettersi al riparo dalle critiche. E la "sfuriata" in sala stampa dopo il match, con quel patetico discorso sulle tasse pagate, è l'emblema di quanto sto affermando.
Tornando al nostro modulo, però, c'è un aspetto che nell'analisi tattica sopra riportata non viene sufficientemente enfatizzato. Fare l'esterno nel 3-5-2 è probabilmente uno dei ruoli più duri e difficili che esista. Per farlo bene occorre avere corsa, polmoni, gambe e tanta duttilità mentale. L'esterno deve infatti conoscere alla perfezione i movimenti difensivi, scalando in copertura in fase di non possesso, e quelli offensivi. Due terzini non classici non riusciranno mai a fare questo tipo di lavoro.

Tant'è vero che Darmian e De Sciglio hanno caratteristiche abissalmente diverse da Asamoah e Lichtsteiner, aspetto che rende del tutto impossibile paragonare lo scacchiere tattico dell'Italia a quello della Juventus di Conte. I terzini schierati da Prandelli sono due ottimi giocatori, bravi sia in fase di difesa che in fase di spinta. Non hanno però nel loro dna le caratteristiche di forza e dribbling richieste per fare l'esterno in questo tipo di modulo tattico. Asamoah è una forza della natura, corre per tre ed ha una potenza impressionante nel saltare l'uomo. Con il suo scatto bruciante crea la superiorità numerica; giocando a testa alta sa sempre se mettere il pallone raso terra o alto, cercando la testa dell'attaccante. De Sciglio, invece, è il classico esterno di una difesa a quattro. Meticoloso nelle chiusure, bravo nelle diagonali e propositivo quanto basta. La sua abitudine a crossare alto, molto spesso dalla trequarti, è emersa con forza. De Sciglio è abituato ad arrivare in corsa sul fondo e buttare la palla al centro dell'area di rigore, dialogando spesso con il centrocampista esterno. Qualcosa di completamente diverso rispetto ai compiti di un fluidificante che solca l'intera fascia.
Darmian, più a suo agio nel ruolo, è stato adattato nel tempo da Ventura. Giocare in una squadra che si difende e riparte veloce è molto diverso rispetto ad una che deve imporre il proprio gioco. La corsa e la fase difensiva non gli mancano, ma di nuovo non ci siamo in quanto proposizione. Lichtsteiner dialoga con i compagni, salta l'uomo in velocità, è sempre pronto all'uno-due e, soprattutto, si lancia negli spazi. I suoi tagli nel cuore dell'area di rigore hanno fatto le fortune di Conte, con la classica palla telecomandata di Pirlo che trova lo svizzero davanti al portiere, pronto a calciare verso la porta. Tutte qualità che mancano al seppur ottimo Darmian, anche lui imbrigliato nel classico schema del cross dal fondo.
Il peso offensivo della manovra, quindi, risulta inevitabilmente compromesso. Parliamo di 12 reti in dote ai due esterni di Conte contro le 0 di De Sciglio e Darmian, numeri che fanno riflettere.

L'altra macro differenza tattica, a mio avviso, risiede nelle caratteristiche dei centrocampisti. Verratti-Pirlo-Marchisio contro Pirlo-Pogba-Vidal. Giocatori diametralmente opposti, nelle caratteristiche e nel gioco. A partire dallo stesso Pirlo, chiamato a fare il vertice basso in bianconero ed il centrale di centrocampo con l'Italia. Giocando dieci metri avanti, si pensava, la qualità della manovra sarebbe aumentata. Errore madornale, perchè si toglie spazio alle mezz'ali ed inventiva a Pirlo, i cui lanci non possono trovare gli esterni (per il discorso fatto poc'anzi) nè l'inserimento del centrocampista. Unica alternativa la verticalizzazione per Balotelli o Immobile, non proprio in giornata di grazia.
Le caratteristiche di Vidal e Pogba, poi, sono certamente differenti a Verratti e Marchisio. Lo dico per fisicità, tipologia di gioco e buon senso. Parliamo di due splendidi recupera palloni capaci di inserirsi e concludere, tanto da dentro quanto da fuori area. Solo Marchisio ha caratteristiche vagamente simili a uno dei due, Verratti è uno splendido giocatore ma va messo nelle condizioni di giocare a modo suo. I campioni sanno coesistere, va solo trovato il modo di farlo. E' Marcello Lippi a dire: "un grande tecnico non si focalizza su un sistema di gioco, ha solo delle tracce. Dev'esser bravo e capace di far giocare insieme i suoi campioni, mettendoli nelle condizioni di potersi esprimere". Come dire, il contrario di quanto visto nella recente spedizione brasiliana.

L'analisi tattica di ultimouomo.com, poi, continua sulla seconda frazione di gioco. Lì c'è ben poco da aggiungere, i cambi, l'espulsione e la paura hanno portato l'Uruguay agli ottavi di finale e noi sull'aereo per l'Italia, evitando una probabile disfatta con la Colombia di Cuadrado.
"Nell’intervallo Prandelli sostituisce Balotelli con Parolo. Marchisio si sposta nella posizione di mezzala destra, Parolo prende quella di mezzala sinistra e Verratti viene avanzato nominalmente alle spalle di Immobile. Anche Tabárez mette mano alla sua squadra, inserendo Maxi Pereira al posto di Lodeiro: il neo entrato si piazza sull’esterno destro con Gonzales in posizione di mezzo-destro. Ancora una volta l’Uruguay segue logiche originali, abbassando la qualità della squadra sebbene abbia la necessità di segnare un gol.
La mossa tutto sommato sembra rendere più fluido il gioco dell’Italia, con Parolo e Marchisio che in possesso palla si alzano in posizione intermedia occupando lo spazio ai fianchi di Arévalo Rios, impegnato da Verratti, regalando così linee di passaggio a Pirlo e ai tre difensori. E, vista anche la prestazione tattica di Balotelli, la squadra non paga pegno in peso offensivo, perché Immobile, aveva in ogni caso giocato da solo contro tre difensori avversari. In occasione di una palla ricevuta al limite dell’area dell’ex Pescara (finta su due difensori e assist su Immobile in fuorigioco), si intravede la potenziale pericolosità di Verratti più vicino all’area avversaria.
L’espulsione di Marchisio cambia le carte in tavola. Per l’Uruguay è il segno che è ora di provarci e ci prova nell’unico modo che sa e che può: alza la pressione in fase di non possesso per cercare di rubare il pallone prima e in zona più avanzata possibile cercando di innescare velocemente le punte. Tabárez cambia tatticamente la squadra inserendo Stuani al posto di Pereira: è 4-3-1-2 con Cavani colpevolmente allontanato dall’area di rigore per lasciare spazio al neo-entrato come partner d’attacco di Suárez. Prandelli sostituisce uno sfinito Verratti con Thiago Motta, aggiungendo centimetri alla squadra. Ma è l’ingresso di Cassano al posto di Immobile che davvero regala campo all’Uruguay. Cassano è chiamato a occupare il ruolo di unica punta nel 3-5-1 con cui Prandelli ha disposto la squadra dopo l’espulsione di Marchisio. Ma Cassano non è in grado né di tenere palla in quella posizione, né tanto meno di allungare la squadra con movimenti profondi. L’Italia non riesce più ad alzare il baricentro e si consegna a una partita puramente difensiva. L’Uruguay è talmente sicuro di non correre rischi dietro, che a un quarto d’ora dalla fine Godín si sgancia in avanti ad ogni azione offensiva. Perché ormai lo schema è uno solo: fare giungere la palla sull’esterno e da lì metterla in mezzo con i cross.
Ormai delle due cose che avremmo dovuto fare contro l’Uruguay la seconda è saltata: abbiamo assecondato il piano di gioco di Tabárez che è lì dove avrebbe voluto essere: a un quarto d’ora dalla fine, sul punteggio di 0-0 e con 15 minuti davanti in cui forzare l’”episodio”. Anzi, grazie all’espulsione di Marchisio, è pure più avanti. Rimane il primo punto del piano: gestione concentrata e impeccabile degli episodi. E, come si è visto, al minuto 81 della partita anche il primo punto salta. Siamo fuori dai Mondiali
".

25 giugno 2014

Mondiali2014: Italia, una vergogna senza fine

Le colpe di questa esclusione sono tante, nessuno ne è immune. Occorre però capire che il peggior risultato di sempre nel Mondiale è specchio del nostro movimento calcistico, ormai allo sbaraglio. Sotto tutti i punti di vista il nostro calcio trasuda marciume, a partire dai vertici dirigenziali fino all'ultima scuola calcio. Il mio non vuole essere né un discorso qualunquistico né di comodo, ma dobbiamo prendere coscienza di quanto sta accadendo nel nostro calcio.
Nemmeno due mesi fa, a Roma, ci sono stati scontri indicibili in occasione della finale di Coppa Italia. Questa volta, purtroppo, ci è "scappato" il morto. In un paese civile tutto questo non sarebbe tollerato, ma in Italia facciamo spallucce. In primis la partita si è giocata, regolarmente. In barba alle tragedie si è andati avanti a testa bassa, dimenticando ben presto l'accaduto. I giornali non hanno preso posizione, le televisioni hanno rilanciato la notizia quel tanto che bastava per fare audience. Nel mentre un ragazzo moriva e a conti fatti cosa veniva fatto? Nulla. Le tifoserie di Roma e Napoli non sono state punite, le squadre meno che mai. Si è parlato per una settimana di Genny 'A Carogna, nomignolo che faceva vendere rotocalchi, poi tutto dissolto in una bolla di sapone. Nel paese in cui si chiudono le curve per i cori contro Balotelli e contro i napoletani, non si prendono provvedimenti per evitare che i delinquenti diventino padroni dello stadio. Non stupiamoci se padri e figli preferiscono guardare la partita sul divano, spendendo meno e rimanendo nelle civili mura domestiche.

In un contesto così è il minimo che il progetto tecnico sia un fallimento. E la ritengo una fortuna, l'esclusione dell'Italia ci da la possibilità di riflettere e fare piazza pulita. Si deve ripartire da zero, senza i soliti slogan sui vivai e le famiglie allo stadio. Occorre tirarsi su le maniche e fare qualcosa, ma farlo davvero.
Nel mondo multietnico in cui viviamo la risposta non può essere la chiusura delle frontiere, assolutamente. Serve aprire gli occhi e cambiare rotta, insegnando ai nostri ragazzi, italiani o immigrati che siano, la cultura del lavoro e del sacrificio. Sarebbe utile ridimensionare la figura del procuratore, evitando così quella perversa compra-vendita di giovani talenti (spesso africani o sudamericani) che fa tanto tratta degli schiavi. La società dev'essere una scuola, una palestra di vita. E' inammissibile vedere giovani della Primavera atteggiarsi a sportivo arrivato, con il taglio di capelli alla moda ed il braccio appoggiato al finestrino dell'Aston Martin. Testa bassa, umiltà e tanto lavoro, così si diventa campioni. E lo si può essere a 18 come a 25 anni, ma uno sportivo vero vive per fare bene il suo lavoro. Non si pavoneggia nel lusso, va a dormire presto e prepara il suo corpo e la sua mente per la prossima sfida.

Se a tutto questo aggiungiamo un incondizionato amore per l'estero, fin dalla più tenera età, la frittata è fatta.
E' giusto e doveroso criticare il commissario tecnico e i giocatori, autori di un Mondiale imbarazzante, ma pensiamo anche ai nostri club. Praticamente tutte le grandi d'Italia (o presunte tali) hanno giocatori stranieri a comporre l'undici titolare. La Nazionale, di conseguenza, ha poco materiale su cui lavorare, specie se si decide che chi va a giocare fuori, come Pepito Rossi nel passato o Criscito e Santon, non sia degno di nota.
E così ci troviamo di fronte ad un piccolo blocco Juve, decisamente meno qualitativo rispetto alle edizioni passate, ed il nulla più totale intorno.
La Roma, che tanto bene ha fatto quest'anno, gioca con Castan, Benatia, Maicon, Nainggolan, Pjanic e Gervinho; Destro e Florenzi, giovani di prospettiva, sono stati bocciati da Prandelli, De Rossi è l'unico ancora di valore, ma parliamo di un giocatore ormai esperto e navigato. Il Napoli non ha praticamente italiani, in nessuna zona del campo. Reina, Albiol, Fernandez, Hamsik, Inler, Mertens, Higuain, Callejon; Prandelli si è portato dietro "lo scugnizzo" Insigne, che fa panchina in azzurro. E vorrei ben vedere, Mertens e Callejon sono giocatori di uno spessore completamente diverso, Insigne ha qualche numero, va bene per una compagine di medio livello, ma se non trova posto nel Napoli come possiamo pensare lo trovi con l'Italia?
La Fiorentina gioca con Neto, Gonzalo Rodriguez, Savic, Tomovic, Borja Valero, Cuadrado e Mario Gomez. Giuseppe Rossi è stato lasciato a casa, Aquilani è stato portato in gita in Brasile, Pasqual bocciato perchè poco adatto alla difesa a 4.
L'Inter, come sempre, di italiani nemmeno a parlarne. Handanovic, Rolando, Samuel, Nagatomo, Hernanes, Kovacic, Cambiasso, Alvarez, Icardi, Palacio, Milito. Togliamoci pure dalla testa che Ranocchia o D'ambrosio avrebbero potuto portare qualsivoglia valore aggiunto alla Nazionale, trattasi di giocatori normalissimi.
Il Milan, l'unica insieme alla Juventus ad aver fornito veri blocchi alla Nazionale negli ultimi trent'anni, si è smarrito. Mexes, Rami, De Jong, Emanuelson, Constant, Kaka e Taarabt accanto a giocatori modesti come Montolivo e Poli o direttamente scarsi come Abate e Bonera, che mi chiedo cosa ci faccia in Serie A ancora oggi.

E allora ecco l'Italia che ci meritiamo, quella contro cui mesi fa mi sono scagliato. L'Italia dei Balotelli non mi rappresenta. E non perchè una squadra mediocre o perdente, ma perchè priva di valori morali e senso di squadra. Io voglio vedere gente che in campo da tutto, che corre e suda. I Gattuso, i Camoranesi, i Toni del 2006, ragazzi con la fame di vincere, pronti a lottare dal primo all'ultimo istante. Vedere Thiago Motta e Cassano ciondolare boccheggiando, dopo aver messo piede in campo da 30 secondi, è sconvolgente. Di Balotelli non dico più nulla, è un giocatore così piccolo e presuntuoso da non meritare attenzioni. Questo è il materiale umano che Prandelli ha giudicato essere il migliore. A fine partita avrebbe potuto limitarsi a dimettersi e chiedere scusa, come fece Lippi nel 2010. Invece ha perso anche l'ultima occasione per fare una bella figura. Voltiamo pagina e facciamolo in fretta, magari non prendendo Allegri o Zaccheroni come commissario tecnico.

24 giugno 2014

Mondiali2014: Italia, si torna a casa. Giusto così!

Quando ti presenti all'appuntamento decisivo, dopo aver per giunta perso con il Costa Rica, e non fai nemmeno un tiro in porta, meriti di uscire. Non ci sono scuse o giustificazioni che tengano, l'Italia è uscita dal Mondiale con pieno merito. Ha espresso un calcio ridicolo, non è stata in grado di rendersi pericolosa e non ha manifestato alcuna idea. Prandelli, che almeno ha avuto la decenza, è stato il commissario tecnico più disastroso della nostra storia, almeno dal '66 ad oggi.
Una squadra, la nostra, talmente brutta da non meritare commenti, ma uno sfogo lo merita ogni italiano. Abbiamo il diritto di criticare questa compagine insulsa e amorfa, che ha offeso il nostro glorioso movimento calcistico.
Dopo il girone di Sud Africa 2010 ero convintissimo che il fondo fosse stato toccato. Non si può giocare peggio di così, mi sono detto. E invece gli uomini allenati da Prandelli, la cui parentesi in Nazionale rispecchia la sua carriera a livello di club, sono riusciti a ribaltare ogni mia previsione.

Dopo aver chiuso l'Europeo con quattro sberle sonanti (e l'umiliazione di un Casillas che chiede agli arbitri di stoppare il massacro), gli azzurri si presentano in Brasile con più di una incognita. Bastava pochissimo per essere testa di serie, e invece la Svizzera ci ha bagnato il naso. Il tecnico, dopo aver cambiato talmente tanti moduli da far venire il mal di testa pure a un matematico, annuncia le sue intenzioni: difesa a 4. L'Italia si prepara così al Mondiale con una linea al quanto discutibile. Barzagli e Chiellini sono i sicuri titolari, per gli altri posti se la devono vedere Abate, Paletta e De Sciglio. Bonucci, poco adatto alla linea, viene momentaneamente parcheggiato in panchina, Darmian scalza all'ultimo istante i più quotati rivali.
Il centrocampo, che si poggia sul solito Pirlo, è un reparto che fa venire l'angoscia. Marchisio viene come di consueto impiegato in qualsiasi posizione, un leit motiv che ha in un certo qual modo limitato la sua carriera; Candreva è il nuovo che avanza; De Rossi è riciclato davanti alla difesa, quasi una sorta di libero avanzato. Verratti, l'unico vero grande giovane in rosa, per poco non viene lasciato in Italia, riuscendo a salire sull'aereo solo "grazie" all'infortunio di Montolivo. Thiago Motta, mai in discussione, è un punto fermo del commissario tecnico, Dio solo sa cosa ci veda in lui. Gli altri sono nomi inquietanti, del calibro di Aquilani e Parolo. Mai avrei pensato che certi giocatori avrebbero partecipato al Mondiale.
L'attacco è la ciliegina sulla torta. Balotelli è l'inamovibile, nonostante anche i sassi abbiano capito che lui un campione non è. A casa Destro, reo di segnare troppo, Pepito Rossi e Toni, Prandelli chiude il reparto con Cerci e Insigne, nonostante quest'ultimo sia la riserva di Mertens e Callejon, ed il colpo a sorpresa: Cassano. Classe '82, il talento di Bari fa carte false pur di approdare in Brasile, paese il cui clima si confa poco con il suo approccio atletico al calcio.

Così, dopo esperimenti vari e 3 punti contro la più brutta Inghilterra degli ultimi 50 anni, si arriva al match decisivo. Prandelli sconfessa tutte le scelte, ha paura. Sceglie un modulo tattico "sicuro", il 3-5-2 con cui la Juve di Conte ha stravinto lo Scudetto. Purtroppo per il commissario tecnico, però, ha la brillante idea di rivisitarlo con gli uomini a disposizione. Il blocco difensivo è lo stesso, ma gli esterni cambiano radicalmente. De Sciglio non è (e forse non sarà mai) Lichtsteiner, Darmian ha caratteristiche diverse da Asamoah, nonostante sia un ottimo terzino. Il centrocampo è radicalmente diverso, Pirlo non fa il vertice basso ma gioca 10 metri più avanti. Accanto a lui non agiscono Pogba e Vidal, ma Marchisio e Verratti, giocatori completamente diversi. In avanti, poi, Balotelli e Immobile. Il primo ha come sempre fornito una prestazione nervosa e assolutamente insufficiente; il secondo è stato schierato in campo solo a furor di popolo, dietro non c'era alcun tipo di idea.

Pronti-via la partita si rivela come tutti ci aspettavamo, brutta e bloccata. Gli uruguagi sono una squadra solida ma tutt'altro che irresistibile; giocano compatti e lanciano per Cavani e Suarez, due fuoriclasse veri con la palla nei piedi. Noi non siamo in grado di impensierire Muslera, se non con una punizione di Pirlo. La palla è facile, un qualsiasi portiere di terza categoria la respingerebbe, ma l'ex Lazio per poco non la combina grossa. L'occasione è una perfetta metafora della nostra partita, qualcosa che sarebbe potuto essere ma che non è stata. Per il resto solo tanti falli, brutte giocate e tanto nervoso. Balotelli, un baluardo nel commettere errori stupidi, si fa ammonire e si prepara per la doccia.
Nel secondo tempo ci presentiamo con Parolo in luogo dell'attaccante colored, tanto per sottolineare chiaramente il nostro credo: speriamo di pareggiare. Il resto del match è un continuo susseguirsi di sciocchezze, da parte nostra e dell'arbitro.
Marchisio entra in modo deciso sull'ex Palermo Arevalo Rios, un fallo come gli altri. Non per l'arbitro, che estrae un inspiegabile rosso. Dieci minuti dopo Luis Suarez, uno che a Liverpool gode di uno psicologo personale per contenere i suoi attacchi di rabbia, ne combina una delle sue. Si azzuffa con Chiellini e gli morde la spalla, le vecchie abitudini sono dure a morire. L'arbitro non vede e pochi istanti dopo Godin ci punisce.

Usciamo così dal Mondiale, e ce lo meritiamo. L'arbitro ha commesso errori, certo, ma quando perdi in questo modo non ci sono alibi. Prandelli, che nel frattempo ha inserito il più lento essere sulla terra, Thiago Motta, sembra una sfinge. L'ultima intuizione, se si può chiamare tale, è la sostituzione di Immobile per Cassano. Ma come, fuori l'unica punta rimasta per un attaccante lento e compassato? Ebbene sì. Nemmeno il tempo di capire l'accaduto e Godin porta avanti i suoi. Le nostre speranze di pareggio, come prevedibile, non esistono. I giocatori freschi camminano, gli altri sono in totale confusione. La partita si trascina stancamente fino al 96', quando viene sancito il nostro addio al Mondiale. Un saluto compassato, giusto, meritato. Il nostro movimento calcistico è in crisi totale, ci siamo per anni nascosti dietro ai club e ai loro risultati, alla crisi economica del paese, ma non è questa la verità. Non abbiamo coraggio, non siamo in grado di essere la solita squadra. Non siamo l'Italia. Recuperiamo la nostra identità, subito. Per farlo servono misure drastiche, cambiamenti. Spero davvero che tutto questo accada, ma sono perplesso. In Italia facciamo tante parole e pochi fatti, spero di essere smentito.

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