Esperto di Calcio

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9 marzo 2014

Storie di calcio: capitan Cannavaro e quel cielo azzurro sopra Berlino

"Alza la coppa capitano, alzala alta in cielo capitano. Questa è la coppa di tutti gli italiani, perchè grazie a voi oggi abbiamo vinto tutti. Alzala alta, perchè oggi è più bello essere italiani". Una frase ricca di sentimento, emozioni, che suscita in me una sola immagine in mente: Fabio Cannavaro e la coppa del mondo.
Era il 2006, un anno che resterà sempre nei cuori e negli occhi di tutti gli italiani, anche grazie ad un difensore napoletano di rara solidità.
Come ho detto in tempi non sospetti, pochi difensori hanno entusiasmato i miei occhi. Fabio Cannavaro, specialmente quel Cannavaro, non poteva non impressionare. Al di là dei significati simbolici e dell'imperituro successo, lo stopper campano ha giocato partite davvero memorabili, uniche. Semifinale e finale di quel Mondiale son state i punti più alti della sua carriera, senza ombra di dubbio. I due anticipi nei secondi finali di Germania-Italia, a Dortmund, rimarranno per sempre nella storia del calcio.



La ferrea marcatura su Henry, l'uomo più in forma della Francia finalista, è stato qualcosa di formidabile. Duro, pulito e insuperabile, questo è stato Fabio Cannavaro ai Mondiali del 2006. Con accanto Materazzi, Nesta o Barzagli, è stato lui l'uomo in più della retroguardia italiana, esaltata dalle parate di Buffon, amico e compagno di una vita sportiva.



Napoletano verace, Fabio cresce calcisticamente con la sua maglia del cuore. Approdato in prima squadra nel 1992, gioca 58 partite in 3 anni. Il Napoli di Ferlaino è una squadra ancora forte, ma in costante declino. Mano a mano i giocatori più forti e significativi lasciano la Campania, e lo stesso percorso lo fa anche Fabio, giusto dopo aver alzato la coppa di campione europeo under21.



Ad attenderlo c'è la potenza emergente del calcio italiano, il Parma di Callisto e Stefano Tanzi. In Emilia Cannavaro trova una seconda casa, crescendo esponenzialmente. A Parma incontrerà due compagni che ne segneranno la carriera e con cui stringerà un legame praticamente indissolubile: Gianluigi Buffon e Lilian Thuram.



I tre formano una delle cerniere difensivi più incredibili che io abbia mai visto e mi rimane ancora oggi inspiegabile come il Parma, con altri campioni del calibro di Chiesa, Crespo e Veron, non sia riuscito a vincere un campionato. Poco male, nel 2004, infatti, dopo due anni bui di Inter, Cannavaro si trasferisce sotto la mole, dove porterà a casa due scudetti consecutivi, poi revocati in seguito al processo di Calciopoli.
"La mia situazione non è analoga a quella di Lucio, lui se n'è andato rescindendo il contratto, io in uno scambio con Carini. A 31 anni e dopo l'ultimo infortunio i nerazzurri pensavano non potessi più fare la differenza a certi livelli, invece. Fu l'Inter a cedermi, non io a spingere per andarmene come pensava qualcuno all'epoca. Ci sta ogni tanto di sbagliare qualche valutazione: quella volta è andata così".
Con la maglia della Vecchia Signora gioca alla grandissima, presentandosi in forma smagliante all'appuntamento mondiale. Qui, come tutta la squadra, si chiude a riccio e pensa solo a giocare e a vincere. Una cavalcata trionfale quella azzurra, con Cannavaro che non perde nemmeno un istante del torneo. Contro la Germania regala spettacolo, contro la Francia è un muro invalicabile.



La vittoria, sotto "l'azzurro" cielo di Berlino è il momento più alto della sua carriera, ancor più di quando Monica Bellucci gli consegnerà, sei mesi più tardi, il Pallone d'Oro.



"Mi dispiace essermi giocato questo premio con Gigi che è un amico oltre che un campione. Lui non è il migliore fra i portieri, è un fuori categoria. Con lui abbiamo condiviso tutto, ed è incredibile che un difensore e un portiere della stessa squadra siano ai primi due posti di questa classifica". Io forse avrei dato il premio a Buffon, ma il Mondiale di Cannavaro fu talmente perfetto che nessuno potrà mai contestare quel riconoscimento.
All'indomani del trionfo mundial, il ritorno all'amara realtà. La Juventus sta per esser retrocessa e Fabio non se la sente di rimanere. Buffon, Del Piero, Trezeguet, Nedved e Camoranesi sposano il progetto bianconero; il napoletano chiede la cessione. Dopo altri due anni insieme, si rompe il sodalizio con Thuram, passato al Barcelona con Zambrotta, e Buffon. Nel futuro del capitano della nazionale c'è la Spagna ed il Real Madrid, non un club qualsiasi.



Giusto il tempo di affrontare un Lionel Messi in ascesa e vincere due volte la Liga, prima di far rientro in Italia. Ad attenderlo una Juventus arrabbiata, che spera nel colpo di coda di un campione ferito. Ma Cannavaro non è più lo stesso di un tempo; la Juventus non è nemmeno una lontana parente della squadra pre-calciopoli e di quella odierna. Così il rientro di Fabio è un lento e desolato canto del cigno, che si sprigiona in tutta la sua forza nel campionato saudita, dove chiude una carriera da numero uno.
Al capitano della Nazionale 2006, personalmente, dirò sempre e solo grazie.

8 marzo 2014

Storie di calcio: Hernan "Valdanito" Crespo, semplicemente il goal.

I miei primi ricordi di fantacalcio sono legati ad un'annata ben precisa. Era il 1996 e per la prima volta, con tre storici amici, abbiamo deciso di intraprendere uno dei più bei giochi al mondo.
La mia squadra, portata in trionfo, aveva un attacco a dir poco atomico: Inzaghi, Batistuta e Crespo.
All'anagrafe Hernán Jorge Crespo, il centravanti argentino è stato fin da subito uno dei miei preferiti. Attaccante rapido e con il goal nel sangue, Hernan nasce a Florida, un sobborgo settentrionale di Buenos Aires. E' nella capitale albiceleste che muove i primi passi nel calcio che conta, crescendo nelle giovanili del River Plate, non una squadra qualunque nella storia del calcio. Con i Millonarios brucia le tappe, letteralmente, debuttando nel campionato argentino a soli 18 anni, nel 1993.





62 presenze e 24 reti in tre stagioni convincono gli osservatori del Parma a caldeggiare il suo acquisto. Tanzi, presidente di un Parma con velleità tricolore, investe 8 miliardi di vecchie lire e lo porta in Emilia, alla corte di Carletto Ancelotti. I ducali, che hanno in rosa Zola e Chiesa, hanno per Crespo un piano preciso: farne il centravanti boa di un attacco già ricco di estro e fantasia.
Nei primi mesi italiani, Crespo fatica a trovare continuità e prestazioni, ma Ancelotti vede in lui un potenziale campione. Il tecnico lo "coccola", lo aiuta e gli da fiducia, venendo a fine stagione ripagato. 27 presenze e 12 reti, secondo posto a due sole lunghezze dalla Juventus di Lippi, campione d'Europa in carica.
L'ascesa di Crespo, meglio conosciuto con Valdanito, è stata spesso oscurata da un'ingombrante presenza. Fare il centravanti ed essere argentino nel momento in cui la tua nazionale può schierare un certo Gabriel Omar Batistuta non è facile. Crespo però non si da per vinto. In Italia il dualismo fra i due, che giocano in due squadre in forte crescita, diventa routine quotidiana. Batigol, di fatto legato a Firenze per quasi tutta la carriera, è il vecchio leone, la sicurezza; Valdanito è il nuovo che avanza. Più potente e letale il prima, dotato di maggior classe, estro e colpi il secondo. Crespo non è il classico centravanti d'area di rigore, statico; ma un bomber che si muove, che vuole la palla e dribbla. I suoi marchi di fabbrica divengono ben presto due: il colpo di testa in anticipo ed il goal di tacco, un vero must di Hernan.



L'esplosione di Crespo coincide con la crescita del Parma, che inizia a mietere successi a livello nazionale ed internazionale.



Dopo 116 presenze e 62 reti, Crespo saluta il Parma per approdare alla Lazio di Cragnotti, fresca vincitrice dello Scudetto.



Con i biancocelesti gioca partite sensazionali, tanto in Italia quanto in Europa, fino a laurearsi per la prima volta capocannoniere del campionato, siglando nel 2000-01 la bellezza di 26 reti. Valdanito è ormai un bomber consumato, un giocatore affermato e di livello mondiale, tanto che le mire delle grandi d'Europa si fanno costanti. Il crack di Cragnotti, o quantomeno il suo inizio, spingono l'argentino ad accettare la corte dell'Inter di Moratti, dando vita alla prima delle sue tante esperienze meneghine, tanto nell'Inter quanto nel Milan.
Con i nerazzurri vive un rapporto tumultuoso, fatto di tira e molli continui. Dopo il primo anno alla corte nerazzurra, infatti, Crespo si trasferisce a Londra, sponda Chelsea. Ranieri fa di Crespo il suo nuovo bomber, che nonostante continui infortuni griffa 12 reti.



L'approdo di Mourinho a Stamford Bridge spinge Crespo a tornare nel Bel Paese, ritrovando il più caro dei suoi maestri, Carlo Ancelotti. Con i rossoneri vive una stagione esaltante, soprattutto in Champion League, dove trascina il Diavolo in finale. Qui, nell'incredibile e nefasta partita con il Liverpool, realizza due reti una delle quali a dir poco magnifica. Il tocco d'esterno di Valdanito non vale il successo finale, ma è una gemma rara.



A fine anno il Milan decide inspiegabilmente di non riscattarlo, così Crespo fa ritorno a Londra. Qui inizia a lavorare con Mourinho, manager con cui non avrà la fortuna di rinverdire i fasti di Parma e Roma. Con lo Special One, però, conquista trofei pesanti, e stringe un rapporto molto forte, proseguito poi nella seconda esperienza nerazzurra.
Terzo marcatore della storia della Selecìon, Crespo saluta il calcio giocato con la bacheca zeppa di trofei e riconoscimenti personali. Nel salutare il calcio e la Serie A, non poteva scegliere una cornice diversa da quella di Parma, città che lo ha letteralmente adottato.
"Io sarò sempre qui, questa è la mia casa. Qui andranno a scuola le mie figlie, qui continuerò a vivere. I tifosi li incontrerò a passeggio, magari in via Repubblica o piazza Garibaldi. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto e di quello che ho conquistato. Provo gioia quando sento un padre e un figlio che parlano dei miei gol".
Valdanito, un centravanti memorabile.



7 marzo 2014

Storie di calcio: un leone fra i Geordie, Alan Shearer

Capello biondo e braccio alzato. Questa è la prima immagine che mi balena in testa quando penso ad Alan Shearer, uno degli attaccanti che più di tutti mi hanno colpito.
Di solito non amo i giocatori britannici, non mi piace il loro stile o il loro gioco. Alan, però, è stato per carisma, tecnica e forza, un calciatore sensazionale.
"Sembra che zoppichi". In gioventù Alan era mal visto per il suo incedere curvo, sgraziato, quasi storto. "Non ti curar di loro, ma guarda e passa". Come pochi altri al mondo, Shearer ha saputo far suo l'aforisma dantesco e ha sempre solo guardato avanti. Un campo verde, due pali, una traversa e la rete alle loro spalle. Gli occhi del giovane Geordie ardono di fuoco; la sua sete di goal sembra non arrestarsi, mai. Solo così mi spiego la tripletta all'Arsenal, nel suo esordio dal primo minuto in Premier League. Diciassette anni di pura sfrontatezza e furia omicida.
Non potrebbe essere altrimenti, funziona così se vuoi essere un grande attaccante. Il target unico dev'essere il goal; il successo è il boato sordo e cupo della folla, come un moderno gladiatore.
Io non ho mai giocato in un grande stadio, al cospetto di una folla urlante, ma l'ho sognato tante volte. Tutti i bambini sognano di gonfiare una rede, di sentire l'adrenalina del goal salire a dismisura, fino ad esplodere l'esplosione del pubblico e lasciarsi andare in un abbraccio con i compagni. L'attaccante, come il portiere, è un ruolo particolare, unico. Quando fai la punta, quella vera, te ne freghi di tutto, tranne che del goal. La tua casa sono gli ultimi venti metri, di fronte a te solo i difensori, il portiere e la rete, un amico e un nemico con cui stringere un'ambivalente rapporto.

Geordie vero, originario della Newcastle operaia, Shearer cresce con il calcio nel sangue. Il dna bianconero è trasmesso lui dal nonno e dal padre, Alan anche lui, che sognano per il biondo ragazzo un futuro nello sport. A dire il vero è il golf lo sport a cui Shearer è avviato in gioventù, ma il richiamo del cuoio è troppo forte per lui. Ancora bambino fa una scommessa con il padre: una sterlina se fosse riuscito a realizzare una rete in un torneo scolastico. Pronti via ed il piccolo Alan gonfia tre volte la rete, inaugurando un intimo rapporto con l'hattrick.

Il Wallasend Boys Club è la sua prima squadretta, con cui realizza qualcosa come 150 reti in tre anni. Le domeniche spese a guardare il Newcastle, sognando di essere il nuovo Kevin Keegan, spingono Alan a lavorare e migliorarsi, per indossare la casacca della sua città. I magpies lo avevano lì, a pochi passi, ma se lo sono fatto soffiare. Jack Hixon, un osservatore del Southampton, lo vide e fu amore a prima vista. Attese la fine di una partita, poi prese il ragazzo, lo fece salire in macchina e lo accompagnò a Gosforth. In men che non si dica Shearer era diventato il nuovo centravanti delle giovanili dei Saints.

Shearer è veloce, in campo come nella vita. Ci mette poco a stregare tutti, tanto da convincere Chris Nicholl a portarlo in prima squadra ancora minorenne. L'allora "bomber" dei Saints era Paul Rideout, appena rientrato in Inghilterra dopo la parentesi di Bari. Proprio un suo infortunio, nell'Aprile del 1988, spalanca le porte della Premier League a Shearer. Tre goal da attaccante consumato per stendere l'Arsenal di George Graham, futuro campione d'Inghilterra. E' la genesi di un campione, di un attaccante che da 17 a 36 anni non smette più di mettere la palla nel sacco, di gonfiare le reti di tutto il mondo.
Nel 1990 Alex Ferguson avrebbe fatto carte false pur di portarlo allo United e farne l'uomo simbolo della rinascita, ma a bruciarlo è un ricco magnate dell'acciaio. Jack Walker, uomo d'affari del Lancashire, decide di omaggiare la sua città natale con un grande club. Ha ambiziosi progetti per il Blackburn e fa di tutto per costruire una squadra vincente, regalando a Kenny Dalglish la creme del calcio britannico: Alan Shearer e Chris Sutton. L'ascesa dei Rovers va di pari passo con la crescita di Shearer: 16 reti il primo anno, 31 il secondo, 34 al terzo tentativo, chiuso con uno storico trionfo in Premier League.
Il successo, la fama e la Nazionale non cambiano il ragazzo, che ha in mente una cosa sola: tornare a casa. Nel 1996, dopo quasi dieci anni di esilio forzato, Shearer realizza il suo sogno di vestire la maglia del Newcastle. "Se gli piacciono le maglie bianconere del Newcastle, la Juventus le ha ancora più belle", parole e musica dell'Avvocato Agnelli, stregato dal bomber britannico visto giocare a Torino nella Champions League 1995-96, culminata con la coppa per la Vecchia Signora. Ma Alan non ci sente da quell'orecchio, per lui esiste solo un bianconero, quello Geordie. "Non me ne andrò mai più. La mia vita è qui".



L'importanza di realizzare i propri sogni, si diceva. Bene, Shearer sapeva benissimo che a Newcastle non avrebbe vinto, ma non gli è mai interessato. Per alcuni è importante vincere e guadagnare; per altri essere felici. Alan lo era solo con la maglia del Newcastle sulle spalle ed una palla da far rotolare in rete. Poi braccio alzato e corsa verso gli amici del St James' Park, gli unici che lo possono capire, i soli che lo possono portare in trionfo, condividendo con lui gli stessi valori e la stessa passione.
148 reti in 303 presenze con i Magpies sono il regalo che Alan fa alla sua città, alla sua gente. Nessuno a Newcastle lo ha mai messo in discussione, nemmeno dopo i contrasti con Ruud Gullit, che di lui diceva: "Alan è ingombrante. Non vuole correre, non vuole lavorare". L'olandese è costretto a mollare, ad andarsene, aprendo il sodalizio con un altro grandissimo della storia del Newcastle: sir Bobby Robson.



"Non me ne andrò mai" diceva Shearer, ed è stato un uomo d'onore. Ha chiuso la carriera con i bianconeri, ma ha continuato ad amare i Magpies, ad aiutarli. Nel 2009, quando nessuno avrebbe preso in mano la squadra, ha accettato ad occhi chiusi di allenare i ragazzi. Non è riuscito ad evitare la retrocessione, ma ci ha sempre messo la faccia. I 52 mila abbonati del St James' Park, nell'anno di Championship, sono forse il suo successo più grande.

6 marzo 2014

Storie di calcio: il gladiatore dal cuore d'oro, Carles Puyol

"A fin de temporada rescindiremos el contrato y dejaremos sin efecto los dos años que quedan de contrato".
Con queste poche ma inequivocabili parole saluta il Barcelona uno dei difensori più forti degli ultimi anni, simbolo di una squadra e di una città intera.
Carles Puyol ha deciso di salutare tutti con anticipo, senza ipocrisie o ripensamenti di comodo. Ha convocato una conferenza stampa, si è presentato con Adoni Zubizarreta e Ivàn de la Peña, amici e simboli del Barça, tanto quanto lui. Sobrio, emozionato ma pacato come sempre, Puyol saluta i blaugrana dopo 19 anni, quattro spesi fra cantera e squadra B, 15 a guidare l'assalto con il suo furore agonistico, la sua tempra ed il suo stile unico.
"È uno che, anche se si sta vincendo 3-0 e mancano pochi secondi alla fine della partita, griderà al massimo della sua voce se pensa che la concentrazione stia andando via". Le parole di Piquè, centrale esploso all'ombra del suo mito Carles, inquadrano perfettamente che tipo di calciatore sia stato e sia oggi Puyol, un lottatore.



Fra i difensori centrali non ho molti miti, forse giusto Paolino Montero, Fabio Cannavaro e Paolo Maldini, ma dal primo giorno in cui vidi questo capellone dal cuore immenso sentii subito un’attrazione fatale nei suoi confronti. Sarà stata la maglia che indossava, che fin da bambino ha suscitato in me sogni e ammirazione; sarà per il suo stile ruvido ma corretto; sarà per il suo fare schivo e disinterassato; sarà per un insieme di fattori. L'unica incontrovertibile realtà è che Puyol è stato uno dei difensori che più mi hanno entusiasmato, che più si confanno alla mia idea di stopper.
Cresciuto con il sogno di diventare portiere nella squadra della propria città, Pobla de Segur, si trasforma in giocatore di movimento per un problema alla spalla, entrando a far parte delle giovanili Blaugrana come mediano. I tecnici del Barcelona capiscono in breve tempo che quel furore agonistico non può essere ingabbiato nella mediana, e lo trasformano in terzino destro. Corsa, grinta e tenacia gli fanno bruciare le tappe, tanto nella crescita calcistica quanto nelle gerarchie catalane.



Il 2 ottobre 1999 è il santone olandese Luis Van Gaal a lanciarlo in prima squadra, in una trasferta sul campo del Real Valladolid. Van Gaal non è mai stato uno dei miei allenatori preferiti, ma è di certo uno dei più coraggiosi in fatto di giovani. Come potrebbe essere altrimenti crescendo alla scuola Ajax, ma i meriti nel lanciare giovani campioni non glieli possiamo certo togliere.
Carles ci mette poco a ritagliarsi il suo spazio, tanto nel Barça quanto nella nazionale under 21, con cui vince l'argento a Sidney, nelle Olimpiadi del 2000.

La ferocia con cui aggredisce il campo e gli avversari impressiona la Spagna, tanto da iniziare una metamorfosi tattica ben definita. Puyol inizia ad arretrare il suo raggio d'azione e collocarsi nel cuore della difesa, dove il suo fisico gladiatorio sovrasta gli attaccanti avversari.



Divenuto in breve tempo idolo assoluto della tifoseria catalana a Puyol diventa una colonna della squadra, tanto da meritarsi una clausola di rescissione "monstre": 180 milioni di euro. Nel 2003 Frank Rijkaard gli consegna la fascia da capitano, preferendolo a campioni del calibro di Ronaldinho; colonne come Luis Enrique o giovani stelle come Iniesta e Xavi. Proprio con questi ultimi due stringe un sodalizio molto forte, tanto in blaugrana quanto in Nazionale.
Proprio con le Furie Rosse vive nel 2010 forse l'emozione più grande, vincendo il Mondiale da protagonista. Suo il goal che ha spalancato l'accesso alla finale, stendendo con una testata la Germania di Loew in semifinale.

Di pari passo a successi ed allori, nazionali e internazionali, arrivano gli infortuni.





Il sorriso e lo spirito da guerriero, a volte, non bastano. Otto operazioni al ginocchio, una alla spalla, una al gomito..metterebbero k.o. quasi tutti, ma Puyol ha stretto i denti, ha provato a non mollare. A quasi 36 anni, però, è umano dire basta, arrendersi.
Io, che l'ho sempre apprezzato e sostenuto, lo ricorderò sempre per quello che è secondo me uno dei gesti più belli nella storia del calcio e dello sport.



Alzare un trofeo, o per meglio dire "il trofeo" nel caso della Champions, è un onore impareggiabile. Cedere fascia e onore ad un compagno sfortunato, Abidal, denota quanto grande sia il cuore di questo ragazzone spagnolo.





5 marzo 2014

Storie di calcio: Mohamed Kallon, il bomber di Freetown

Al secolo Mohamed Ajay Kallon, è stato una delle tante meteore del calcio italiano, da sempre attanagliato da un'esterofilia dilagante. Esploso in Sierra Leone, collezionando presenze e goal nella massima serie africana, viene portato in Europa dal Lugano, dove realizza 20 reti in 53 presenze. Sebbene nell'ultima stagione in riva al lago metta a segno una sola rete, i dirigenti dell'Inter credono fermamente in lui, tanto da acquistarlo e girarlo in prestito al Bologna. In rossoblu, però, è solo di passaggio, perchè viene ben presto girato al Genoa, in cadetteria.
Con la maglia del Grifone colleziona presenze e goal, senza però convincere l'Inter a riportarlo a Milano. Non c'è due senza tre dicono, e allora un'altra "rossoblu" è nel destino di Kallon. A Cagliari, dimostra di avere il goal nel sangue, e dopo tre anni di cadetteria ecco il grande salto.
Stagione 1999-2000, l'esordio in massima serie. Con indosso la maglia della Reggina ed il bizzarro numero 2 sulla schiena, Kallon realizza il primo storico goal in Serie A per i calabresi. Una rete importante, segnata nel palcoscenico dello stadio Delle Alpi, che non vale però punti salvezza. Le sue 11 reti, comunque, portano la Reggina ad un'insperata salvezza e lo rendono un uomo-mercato.
A vincere l'asta è il Vicenza di Reja, che può schierare una coppia di avanti da sogno: Luca Toni e Mohamed Kallon. I due non si comportano nemmeno male, segnando 17 reti (8 il nostro eroe di Freetown), ma retrocedono per un solo punto.
La provincia comincia a stare stretta a Kallon, che fa rientro a Milano. Qui incontra Raul Hector Cuper, Ronaldo, Vieri, Adriano e Nicola Ventola, con cui condividerà più di un'emozione sotto la Madonnina. L'Inter di Cuper ha velleità tricolore, ma la coppia dei sogni, Vieri-Ronaldo, ha più di un acciacco. "Pacca sul cuore" Cuper non si piange addosso e punta forte sul bomber africano. Pronti via e proprio Kallon ad aprire le danze di un campionato che i nerazzurri perderanno nella cornice dell'Olimpico, il 5 Maggio 2002.





28 partite e 9 reti ed una media realizzativa di un goal ogni 181' non bastano a convincere i nerazzurri ad aumentare il suo minutaggio, che nel corso delle due stagioni successive si fa sempre più scarno. L'approdo alla Pinetina di Crespo e Batistuta prima; l'esplosione di Oba Oba Martins poi, pongono fine all'esperienza meneghina di Kallon, che ha però le sue migliori cartucce ancora in serbo per i suoi fans.
Nel 2003, ormai accantonato dall'Inter, si fa beccare positivo ad un controllo antidoping. Nandrlone la sostanza incriminata, che porta la procura federale a squalificarlo per 8 mesi, pena poi ridotta in appello. Kallon si dice sconcertato: "Io non ci credo proprio e non dico una bugia, tanto per dire qualcosa. Vi giuro che non ho preso nulla. Niente di niente".
Con una minusvalenza pazzesca (ricordo a tutti il costo del riscatto di Kallon dal vicenza, 13 milioni di euro), il bomber africano viene ceduto al Monaco per 5 milioni di euro ed un contratto di tutto rispetto per un calciatore fermo da sei mesi. Non male per vivere nell'assolata Montecarlo, lontano dagli stress delle alte competizioni.
In effetti Kallon non se lo fa ripetere due volte, si mette in forma e ricomincia a giocare come ai bei tempi, andando in doppia cifra. Le 11 reti non bastano a cancellare negli occhi dei monegaschi le giocate di Morientes, Saviola e Giuly, così Kallon viene ceduto in prestito. In Europa? Macchè, negli Emirati Arabi, dove lo accoglie l'Al Ittihad. In un campionato come quello saudita anche Kallon può giocare senza troppi stress facendo una bella figura. 26 partite e 12 reti bastano a riconquistare il Monaco, con cui vivrà due stagioni ai margini della tribuna. La sua carriera, ormai in declino cronico, continua in Grecia, all'AEK Athens, fino a quando nella mente di Kallon scatta il secondo colpo di genio.
Dopo la squalifica per doping, ecco infatti la cacciata dall'Arabia. Già, sembra quasi un racconto biblico-mitologico, ma corrisponde a verità. Kallon, dopo essersi accordato con l'Al Shabab, inizia a trattare in prima persona con l'Al Ittihad. I sauditi, che possono accettare di avere un campionato ridicolo ma non che ci si comporti da disonesti, non la prendono bene. Kallon viene bandito dall'Arabia Saudita (il paese, non il campionato) per 3 anni, senza diritto di replica. Il bomber prova a difendersi, inorgoglito: "Anche se questo divieto venisse rimosso non ho più intenzione di giocare in Arabia Saudita dopo quello che è successo. Ma voglio che venga fatta giustizia per la mia reputazione e se la Federazione saudita non toglie quel divieto al più presto mi rivolgerò alla Fifa". Non preoccuparti Momo, nessuno in Arabia aveva cambiato idea.

Doping, contratti firmati e sconfessati, sembra che Kallon abbia finito le sue munizioni, ma non è così. Il meglio viene sempre alla fine, come nei film.
Nel 2002, infatti, Kallon aveva sfruttato il suo faraonico contratto italiano per investimenti in patria. Quale business migliore se non il calcio? Per 30000 dollari, infatti, aveva acquisto i resti di una squadra di prima divisione sierraleonese: Sierra Ficheries. L'ego del campione è tale che la denominazione del club cambia in "Kallon Football Club". Dopo la disavventura in terra araba, ecco l'idea. Quale soluzione migliore per la carriera di Kallon se non quella di andare a giocare nel suo paese e nella sua squadra. A memoria d'uomo, smentitemi se sbaglio, è il primo presidente-giocatore della storia, almeno a quei livelli.
Il primo anno alla guida dei verdi di Free Town non è di quelli da ricordare, 11 presenze e appena 2 reti nel temibilissimo campionato sierraleonese. A questo punto, deluso dalle prestazioni sportive, ecco il vero e rinomato lampo di genio del campione: Kallon cambia casacca e si "autosvincola" per andare al Guizhou Rhene, in Cina .
Le ragioni di questo trasferimento, se per denaro o opportunità sportive, rimarrano avvolte nel mistero. Dopo 21 partite e 7 reti, Kallon cambia ancora. Il Viva Kerala, compagine indiana, si aggiudica le prestazioni sportive di Momo. All'ombra del Taj Mahal, il nostro eroe, chiude la carriera con 15 reti in 65 match.
Rientrato in patria, per guidare dalla scrivania il suo Kallon Football Club, l'ex centravanti nerazzurro dimostra tutta la sua ambizione. A luglio 2013, infatti, si candida per guidare la federazione sierralionese. Il suo impegno per il calcio africano è grande quanto i suoi propositi, raccontati in un'intervista a "Il Giornale".

"Persino Capo Verde ha fatto meglio di noi. È assurdo, perché sotto il profilo tecnico abbiamo davvero pochi rivali nel continente nero. Guardate il mio curriculum. Non c'è nessun altro in Sierra Leone che può vantare la stessa esperienza nel calcio. So come rimettere a posto le cose. La squadra che ho fondato funziona come quelle europee. Migliorerò il movimento sportivo del mio paese. Porterò con me gente onesta e farò in modo che non ci siano interferenze con il mondo politico. E poi c'è l'esempio di un caro amico, Kalusha Bwalya. Lui ha rivoluzionato lo Zambia e da presidente ha vinto anche una Coppa d'Africa. Il mio club? È un modo per restituire al mio Paese quello che ha fatto per me. Ci prendiamo cura delle giovani promesse, ma soprattutto li allontaniamo dalla strada e dalla povertà. Un tempo anche dalla guerra. Per fortuna gli anni dei bambini-soldato sono distanti. Qualcuno si è salvato grazie al calcio e di questo non posso fare altro che ringraziare Allah".
Mohamed Kallon, una vita vissuta al massimo.


4 marzo 2014

Storie di calcio: Zidane, Dugarry e quel giallo allo stade Chaban-Delmas

"Non abbiamo mai avuto particolari scontri di mercato, solo una volta i destini nostri di dirigenti e dei nostri club si sono avvicinati al punto quasi di toccarsi: era il 1996, il Bordeaux che stava facendo tanto bene in Francia metteva in mostra due talenti. Galliani prese il centravanti Dugarry, io preferii puntare sul giovane Zidane. Sapete tutti chi fece l'affare...".
Parole e musica di Luciano Moggi, che ai microfoni di "goal.com" ricorda il clamoroso colpo di mercato che la Juventus mise a segno e che portò al Milan il carneade Dugarry. Ricostruiamo la vicenda, certamente degna di una delle storie dell'Esperto.

A metà anni '90 Milan e Juventus dominano la scena italiana ed internazionale, a livello tecnico ed economico. Real Madrid, Bayern Munchen, Manchester United e Barcelona sono ancora lontane parenti delle compagini schiacciasassi e "distruggi-mercato" odierne; l'Inter spendeva e spandeva a vuoto (ricordiamo i miliardi investiti per giocatori del calibro di West, Ventola, Vampeta, Cauet, Keane, etc); non esistevano ancora gli sceicchi e i produttori di gas, capaci di sborsare cifre da capogiro.
Luciano Moggi e Adriano Galliani erano i "re" del mercato internazionale, sempre pronti a piazzare il colpo a sorpresa, specie sui giovani talenti europei. La Francia è nella seconda metà degli anni '90 una sorta di "Eldorado" del mercato, letteralmente saccheggiato da lombardi e piemontesi.
I rossoneri hanno portato al di qua delle Alpi i più fulgidi talenti transalpini: Jean-Pierre Papin, Marcel Desailly ed un giovanissimo Patrick Vieira. La Juventus, dopo l'epopea Platini degli anni '80, risponde portando sotto la Mole Didier Deschamps, apri pista di una lunga lista di francesi, che vedrà giocare con la casacca bianconera campionissimi del calibro di Zidane, Trezeguet, Thuram ed Henry, tutti eroi del Mondiale '98 vinto sotto l'azzurro cielo di Parigi.

Il mercato francese è uno dei migliori d'Europa in rapporto qualità-prezzo, ottimi giocatori a prezzi contenuti. Poco prima della rassegna continentale di Euro '96, le italiane mettono a segno alcuni colpi importanti. La Juventus acquista un giovane trequartista di origini algerine, tale Zinedine Zidane; l'Inter risponde con un centrocampista di origini armene dal nome impronunciabile, Youri Djorkaeff. Il Parma di Tanzi, sotto traccia, porta in Emilia Lilian Thuram, ma a fare il colpo "a sensazione" è il Milan, che si assicura le prestazioni di Christophe Dugarry, attaccante considerato un "astro nascente" del calcio internazionale. Galliani mette a segno l'acquisto per l'equivalente odierno di 6,5 milioni di euro, una cifra non impressionante oggi, molto più cospicua all'epoca. Considerazione ben più valida se pensiamo ai costi dei colleghi di Dugarry: 3,5 milioni per Zidane; 6 milioni per Djorkaeff, addirittura costo 0 per Thuram.
Come sono andate le cose è sotto gli occhi di tutti, sia in termini di investimento che di qualità di gioco. Zinedine Zidane fatica nei primi mesi italiani, ma esplode letteralmente e nel giro di pochi anni arriva a vincere tutto, a livello personale, di club e nazionale. Dugarry, impacciato come pochi, chiude la sua annata con la miseria di 5 reti ed un foglio di via fra le mani.

Nella rifondazione rossonera non c'è spazio per lui, ad attenderlo c'è l'assolata Catalogna. Inspiegabilmente, infatti, c'è ancora chi crede nel transalpino, che accetta di buon grado il trasferimento al Barcelona. Ai tifosi blaugrana non sembra vero, dopo anni spesi a guardare Romario, Stoichkov e Ronaldo si trovano in squadra un attaccante che il goal nel sangue non ce l'ha mai avuto, tanto da non chiudere mai, e sottolineo mai, una stagione in doppia cifra.
C'est la vie direbbe qualcuno, fatto sta che Dugarry riceve un nuovo due di picche, facendo ritorno in Francia, per poi chiudere la carriera con poche apparizioni e pochissime reti in Premier, con la maglia del Birmingham City.

A legarsi al dito l'errore è stato Silvio Berlusconi, parola di Thiago Silva: "Mi ricordo una discussione con Silvio Berlusconi: un osservatore era in Francia, a Bordeaux, per vedere Zidane ed un altro giocatore…L’osservatore ha scelto l’altro giocatore e si è lasciato sfuggire Zidane. Silvio Berlusconi è impazzito, gli ha detto: Come hai fatto a prendere l’altro e non Zidane?".
Come dargli torto? Leggenda vuole che, a Bordeaux, ci fosse lo stesso Moggi in tribuna. Scaltro come una faina l'ex direttore generale bianconero pare abbia fatto costanti apprezzamenti a Dugarry, per indurre l'osservatore del Diavolo a fiondarsi su di lui e lasciargli campo libero per Zidane. Verità o leggenda?

3 marzo 2014

Storie di calcio: Tevez,Llorente e quel sapore di passato nell'aria

"Ho perso il conto delle stagioni che abbiamo giocato insieme e dei gol che abbiamo fatto. Di sicuro, siamo la coppia che ne ha segnati di più nella storia della Juventus, più di Charles e Sivori – due immensi campioni - e questo lo sai bene è un grande orgoglio per entrambi.
Quante formazioni in questi anni finivano così: Del Piero e Trezeguet, Trezeguet e Del Piero. Quante vittorie, quante delusioni (per fortuna, molte meno delle soddisfazioni che ci siamo tolti), quanti abbracci: non c’è altro compagno con cui io abbia giocato di più.
Diciassette gol all’anno di media, come il tuo numero di maglia: questo basta per dire che bomber sei. Ma per me che ho giocato al tuo fianco, non c’è bisogno di numeri. Ritengo sia stato un onore fare coppia in campo con uno dei più grandi attaccanti del mondo, in assoluto".

Oggi come ieri una coppia gol si sta instaurando sul palcoscenico dello Juventus Stadium. Per chi come me ha nel cuore la coppia Del Piero-Trezeguet, quanto sto per scrivere non suonerà come una novità. 
Ho visto tanti grande coppie di bomber vestire la casacca della Signora, a cominciare da Vialli-Baggio, non proprio due dilettanti. E' stato poi il tempo di Del Piero-Vieri (o Boksic); di Inzaghi-Del Piero e dei più recenti miscugli di attaccanti. Antonio Conte, uno che di calcio ne capisce eccome, è stato bravo ed abile a trasformare dei buoni giocatori in attaccanti da scudetto. Ma il suo merito più grande, secondo me, sta nell'aver capito quali fili tirare in società per farsi acquistare due attaccanti, passatemi il francesismo, "coi controcazzi". 
Sento un'aria conosciuta, dalla prima partita ufficiale in cui Carlos Tevez e Ferando Llorente ho capito che sarebbero stati perfetti insieme. Pronti-via schiantato un ottimo Verona, guardacaso con una gemma di Carlitos ed una zuccata di Fernando. Le analogie, nel vederli giocare, sono state molte, fin da subito: Carlitos dal "Barrio" e Fernando da Pamplona, come Alessandro da Conegliano e David da Rouen.

Tevez indossa la numero 10, è stato il primo a vestire quella maglia dopo che dal 1995 era stata di un solo unico, immenso, proprietario. Non si è fatto nemmeno scalfire dall'eredità, ma ha onorato fin dalla prima di campionato quella casacca. Lo ha fatto con il suo stile di gioco, meno elegante e delicato rispetto a quello di Del Piero, ma tremendamente efficace. A memoria  non ricordo un numero 10 così caparbio, abile e devastante. Tecnicamente eccelso, Tevez ha la furia agonistica che arde negli occhi di un pugile. Non molla mai, è il primo ad inseguire gli avversari quando hanno il pallone nei piedi, l'ultimo a mollare. L'azione del primo tempo di ieri, insieme alle due clamorose giocate che hanno deciso la partita, ne sono l'emblema. Tevez prende palla e s'invola verso la porta avversaria, venendo recuperato da Taarabt. Ma Carlitos non si da per vinto, con una spallata si riprende il pallone e genera una palla goal clamorosa, salvata da un Abbiati in stato di grazia. Tevez è così, un lottatore. Racchiude perfettamente lo spirito Juve, quell'essere bello e spietato, un cannibale elegante. Oggi è in vetta alla classifica cannonieri della Serie A, vinta come ultimo juventino, guarda caso, da Alessandro Del Piero.

Llorente indossa la numero 14, un numero inusuale per un ariete d'area di rigore, proprio come il 17 di Trezeguet. Serio e posato, Llorente sembra incarnare alla perfezione l'austerità basca, fatta di lavoro e sudore. Proprio come Trezegol ha nel colpo di testa la sua arma migliore, il suo colpo ad effetto. Nessuno come lui in Europa nel gioco aereo, lo dicono i numeri e la cronica difficoltà dei suoi marcatori nel contenerlo. Llorente ed il francese hanno una grande differenza, che sfocia in una chiara similitudine, il senso del goal. Trezeguet viveva per quello, non partecipava alla manovra, ne era quasi avulso. Il suo "must" era la sponda di prima, destro o sinistro che fosse, per poi fiondarsi nel cuore dell'area di rigore. Il suo valore aggiunto, la sua migliore qualità, era la capacità di colpire in ogni modo e maniera, come un serpente che si acquatta silenzioso fra le foglie e con un lampo stermina la sua preda.
Llorente non è così, è un centravanti che gioca per la squadra, si fa trovare sempre pronto per dare respiro alla manovra. Ha fisico e peso, sa come pochi prendere il tempo ai difensori. Il suo tipico movimento è quello di partire alle spalle del difensore, per sopravanzarlo in un flash e prendere posizione. Una volta che ti è davanti ed apre le braccia è finita, i suoi 94 chilogrammi di muscoli non li muovi più. Fernando da Pamplona arriva al goal, non vive per quello ma è la degna conclusione delle sue azioni. Bollato come "bidone" dalla saccente stampa italica, Llorente ha nel giro di poche settimane conquistato tutti. A chi diceva in estate che il suo ingaggio fosse stato un errore, un azzardo, Llorente ha risposto con goal pesanti, prestazioni sublimi ed il carattere dei forti. Mai una parola di troppo, un comportamento fuori luogo, solo tanto lavoro e abnegazione. 11 goal, 4 assist; un goal ogni 148 minuti giocati in campionato; miglior cannoniere europeo di testa con 6 reti. Serve altro per definirlo un grande attaccante? Solo una Nazionale come la Spagna, che di fatto non gioca con il centravanti, potrebbe farne a meno. Conte, ne sono certo, se lo tiene ben stretto.

Tevez-Llorente come Del Piero-Trezeguet, è presto per dirlo ma i segnali di una certa analogia ci sono tutti. Chi ha visto nascere e crescere la coppia più prolifica della storia della Juventus sa fin da ora che i numeri, alla fine, non saranno comparabili. Inarrivabili i record di Alessandro e David, almeno quelli in termini di reti assolute. L'aria che si respira a Torino, però, è quella dei giorni migliori. Dopo anni bui e stagioni passate ad "aspettare" l'esplosione del Matri di turno, finalmente la Signora ha ritrovato le sue certezze: due centravanti di livello mondiale.

2 marzo 2014

Storie di calcio: Louis Van Gaal e i primi successi del guru olandese

28 Febbraio 1996: Ajax v Real Zaragoza

“Capello? Lo stimo molto, sia sul piano professionale sia su quello umano. È per questo che un mese fa l'ho invitato a L'Aja a tenere una conferenza sugli allenatori olandesi. Io e Fabio abbiamo idee molto simili su lavorare con i giocatori e come trattarli”.



Louis Van Gaal è uomo tutto d’un pezzo, allenatore vincente e persona di rara durezza. Su di lui si sprecano aneddoti, racconti e leggende. Luca Toni ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire essere allenati da Van Gaal: “Van Gaal si calò i pantaloni e ci disse di non avere paura a sostituire nessuno, poiché lui aveva le ‘palle’… tuttavia, non ero in prima fila, ricordo che era una scena da pazzi, ma non ho visto tutto in maniera nitida… E' capitato anche che Van Gaal mi offendesse, prendendomi anche per il collo, urlando senza sosta”. La realtà racconta anche di come Van Gaal abbia cambiato il calcio europeo, di come abbia rilanciato la visione “totale” tutta olandese, e di quanto bello fosse il suo Ajax. Costruito intorno alla solita filosofia dei giovani, quella scuola di pensiero basata sul talento e l’abnegazione, per “coltivare” in casa i campioni, il club di Amsterdam spazza via prima il Milan e, dulcis in fundo, il Real Zaragoza. Partite complicate, difficili, che valgono ai lancieri una Champions League ed una Supercoppa europea, ancora giocata nell’antico formato di andata e ritorno.

L’Ajax che si presenta all’Olympisch Stadion di Amsterdam la sera di fine febbraio è una squadra giovane e scafata, bella e cinica. Ci sono alcuni campioni esperti, come Van der Sar, Frankie De Boer o Danny Blind; ed altri in rampa di lancio. Le stelle sono il numero 9 Patrick Kluivert, carnefice del Milan al Prater di Vienna, il fantasista Jari Litmanen e l’ala destra Finidi George. Accanto a loro un giovanissimo Edgar Davids, già leader, padrone incontrastato del centrocampo.
Il Zaragoza, reduce dal successo in Coppa delle Coppe ai danni dell’Arsenal, si presentano avendo perso l’uomo decisivo. Fa sorridere pensare che io mi stia riferendo all’argentino Juan Eduardo Esnàider, che tanto male ha fatto con la maglia della Juventus, eppure è così. Suo uno dei goal che ha steso l’Arsenal, sempre sue le giocate più interessanti della stagione appena passata, storica per il club aragonese. Esnàider ha giocato così bene da meritarsi la chiamata del Real Madrid, ed il Real Zaragoza ha fatto di necessità virtù. Per sostituirlo hanno acquistato dall’Albacete un centravanti molto giovane, forte di testa e fisicamente corazzatissimo. Il suo nome è destinato a ritornare spesso in questo libro, perchè si tratta di Fernando Morientes, conosciuto come “El Moro” ai tempi del Madrid, della Nazionale spagnola e del Monaco. Accanto a lui l’altra stellina della squadra, Daniel Garcìa Lara (al secolo Dani) che sarà qualche anno più tardi acquistato a peso d’oro dal Barcellona. Per il resto una squadra compatta, con l’uruguagio Poyet e l’argentino Fernando Càceres come leader del centrocampo e della retroguardia.

Gli spagnoli sono una squadra giovane, sfrontata, con nulla da perdere. Al cospetto dell’Ajax sono poca cosa, ma hanno carattere. Nella partita d’andata, giocata davanti ai caldi tifosi della Romareda, i bianco-blu spaventano i lanceri. Giocano bene, attaccano e si portano avanti con una rete di Aguado. L’Ajax fa fatica, ma è una grande squadra. Kluivert acciuffa il pari nell’unico momento in cui gli avversari tirano il fiato, il resto lo fa Van Gaal. Conscio di essere in difficoltà si copre, toglie Litmanen e puntella la zona nevralgica del campo, mettendo in scacco il Zaragoza. L’esperienza del santone olandese è troppo importante, quasi malefica. Arginata l’esuberanza iberica, Van Gaal sa che ad Amsterdam l’inerzia sarà tutta dalla sua.
Nel gelo olandese, su un campo ben lontano dal meraviglioso prato dell’odierno impianto di Amsterdam, è l’Ajax a dominare la partita. Un match quasi scritto, in cui l’inerzia è tutta dalla parte dei bianco-rossi di casa, bravi a non far mai respirare gli avversari. E così, dopo venti minuti di possesso palla, i lanceri si guadagnano un calcio di rigore. Sul dischetto va Frank de Boer, che sbaglia. Il difensore tulipano inaugura così, ancora giovanissimo, un sodalizio agrodolce con il dischetto degli undici metri, che tante soddisfazioni darà a noi italiani in un’Olanda-Italia di Euro2000. Tutti si aspettano un crollo psicologico degli uomini di Van Gaal, che invece rilanciano e trovano il vantaggio a fine primo tempo. E’ il difensore Winston Bogarde a sbloccare il risultato. Blind batte un calcio d’angolo, la palla attraversa tutta l’area di rigore. La mancano quasi tutti e Bogarde, non certo un bomber consumato, la tocca quel tanto che basta per superare la linea di porta.

Nella ripresa ci si aspetta che Vìctor Fernàndez ridisegni la sua squadra, cercando il goal che vuol dire supplementari. E’ invece l’Ajax a continuare a fare il match, attaccando a pieno regime. Il Real Zaragoza è però annichilito, l’ombra della pimpante squadra vista alla Romareda. Dopo un’azione tambureggiante sulla fascia, Kluivert raccoglie e scarica dietro. Il nigeriano Finidi George è bravo a piazzare con il piattone, rendendo vano il tuffo dell’estremo difensore, che tocca il pallone senza arrestarne la corsa. La sfera prende una traiettoria beffarda, lenta, quasi a lacerare i tifosi spagnoli e s’insacca nell’angolo sinistro. Il balletto di Finidi e Kluivert è l’immagine della squadra di Amsterdam, spietata e sbarazzina, con giocatori già pronti per grandi palcoscenici che hanno un solo obiettivo quando scendono in campo: divertirsi.

Van Gaal dalla panchina lascia giocare i suoi, li vede propositivi e applaude convinto, nascosto nel bavero del suo cappotto scuro. Kluivert, scatenato, vuole il goal. Scatta in profondità e si presenta davanti a Cedrùn, che vistosi dribblato lo stende. Rigore e cartellino rosso, con il 3-0 di Danny Blind facile facile. Gli spagnoli non ci sono più, ma la clemenza non è una caratteristica propria degli uomini di Van Gaal. Passano pochi minuti e un’altra scoppiettante discesa di Kluivert finisce con il bomber colored a terra. Stavolta è Oscar Luis a lasciare il campo per volere dell’arbitro, che assegna il terzo rigore all’Ajax. Blind, difensore completo, forte e freddissimo va sul dischetto. Il suo destro è ancora una volta telecomandato e s’insacca in rete, per il definitivo 4-0. Una lezione severa per il Real Zaragoza, ma che insegna a tutti una cosa: se vuoi puoi, l’inesperienza, la paura, i dubbi, son tutte fisime che stanno nella mente umana. Il futuro c’è, basta saperselo costruire.

28 febbraio 2014

Storie di calcio: Simpson e calcio un connubio perfetto

Quando due passioni forti e dilaganti si uniscono il risultato è quasi sempre uno solo: la perfezione. Il calcio è uno degli sport più belli e appassionanti del mondo, capace di tenere incollati al teleschermo milioni di persone, miliardi nel caso dei Mondiali. Un altra grande passione, almeno per quanto mi riguarda, sono i Simpson. Il celebre cartone animato di Matt Groening ha da sempre sconfinato nel mondo reale, trasformando in versione "springfieldiana" celebri personaggi del mondo dello spettacolo americano e non.

Da qualche anno è in voga la "Simpsonizzazione" anche nel mondo dello sport, a cominciare dalle star degli sport statunitensi fino ad arrivare ai campioni europei.
Qualche tempo fa il difensore della Juventus, Giorgio Chiellini, aveva chiesto ai suoi followers di realizzarlo graficamente. La vincitrice, una ragazza, aveva raffigurato lui ed i compagni in questo modo:


Di recente, solo pochi giorni fa, anche Fernando Torres ed il Chelsea hanno "messo piedi" a Springfield, per stessa ammissione del bomber spagnolo. 

Sono queste le iniziative che vogliamo, a questo devono servire i social. Basta cazzate alla Balotelli, Icardi o Wanda Nara, aggreghiamo le persone con lo sport, facciamo appassionare i bambini e creiamo armonia. Lunga vita al calcio; lunga vita ai Simpson. 


27 febbraio 2014

Pillole di Champions: il grande divario fra prime e seconde, quando i campioni fanno la differenza

Con il roboante successo del Real Madrid in quel di Gelsenkirchen ed il pareggio fra gli eterni "amici" Mourinho-Mancini, è andato il archivio un altro match day di Champions.
L'andata ci ha insegnato chiaramente una cosa: il divario fra le prime e le seconde classificate è abissale. Pochi risultati sono ancora in bilico, poche squadre possono ancora sperare di passare il turno, a meno di imprese epocali.

Molti allenatori e giocatori hanno preso coscienza di tutto ciò, e le frasi rilasciate a caldo sono lo specchio di questa consapevolezza. Niente piagnistei e lamentele, ma tanta umiltà.

Manchester City v Barcelona: poco da dire, lo 0-2 degli uomini di Martino è piuttosto eloquente. Lo sa Pellegrini, che ha detto "you cannot make mistakes like we did against a great team like them. It will always be costly. We will try our best at the Nou Camp but the second goal makes it very difficult"; lo sa Martino, che tiene comunque alta la tensione "for ten minutes during the first half we lost control a little but in the rest of the game we did well. We have to keep calm and continue along the same path – in no way are we going to relax".
I gicoatori catalani, intanto, festeggiano.



Arsenal v Bayern Munchen: anche in questo caso il risultato parla chiaro. Guardiola prova a gettare acqua sul fuoco "anything can happen in the second leg. For now we have a great chance to reach the quarter-finals and with the help of our fans we will get there", ma è tranquillo. Wenger prova a stimolare i suoi ragazzi, ma non ce ne sarà in quel di Monaco. "We were down to ten men and lost another to injury which made it hard to make any changes. It was a difficult night but the team showed a lot of class. However, the bottom line is we still lost".



Bayer Leverkusen v Paris Saint Germain: scoppola pazzesca per i tedeschi, presi a pallate da Ibra e compagni. Soddisfatto Ibra, che pregustava la vetta dei cannonieri (strappatagli ieri da Ronaldo). "We had a good game. We scored early and when you are in the lead it is much easier. In addition the second and third goals came in the first period and in the second period we continued to play our game. This was a really good evening"; non cerca scuse il centrocampista del Leverkusen Omer Toprak "we didn’t win any duels and made life much too easy for them. In the second half we tried to fight a little bit more and sometimes it worked out, but in the end it was a very disappointing evening for us".

Pochi dubbi su chi sia stato l'uomo del match, anche fra i colleghi e rivali per la Coppa...



Milan v Atletico Madrid: forse la partita più aperta, anche se credo che al Vicente Calderon il Milan non ce la farà. La cura Seedorf, comunque, funziona. E' una persona e un allenatore intelligente, tanto tatticamente quanto in sala stampa. "Everybody saw what my players did tonight and I am proud. It will be tough in the return leg – we really respect Atlético but we can do it". Di contro aveva una grande squadra e un grande tecnico, quel "cholo" Simeone che solo in Italia è stato bistrattato. "We know it will still be difficult in the second leg. We have taken a solid step but there is so much still to play for at the Vicente Calderón". Inoltre l'Atletico ha anche due stelle emergenti, in porta e in avanti. Diego Costa: "it was a very difficult game against a really big team. We were better at the crucial moment, however. Our best quality is our unity. Thibaut Courtois is one of the best goalkeepers in the world and he knows it. With a keeper like him, we feel more secure".



Olympiakos v Manchester United: mai avrei scommesso su un 2-0, ma Moyes non ci sta davvero capendo nulla. In Italia sarebbe già stato mandato via, in Premier gli stanno dando tempo. Fino a quando?
"We'll put it right, we're determined to put it right and we'll have opportunities to do it in the coming weeks. The players are hurting; they know how they've performed". Lui ci crede, lo faranno anche i suoi giocatori?
Mikael Silvestre, ex di turno, sembra non crederci troppo.



Felice invece Joel Campbell, scuola Arsenal, autore di un grande goal.



Zenit v Borussia Dortmund: una lezione di calcio offensivo da parte degli uomini di Klopp. Lewandowski, nonostante abbia firmato per il Bayern, continua a deliziare i gialloneri con goal e pregevoli giocate. Giustamente sconsolato Spalletti, reo a mio avviso di aver scialacquato una cifra pazzesca per due giocatori che sono (forti) sopravvalutati: Hulk e Witsel. "We made too many naive mistakes and were punished. If you make these ridiculous mistakes you have to pay a very high price". A Klopp il ruolo di pompiere: "we were close to an optimal performance tonight. We are not through yet, we still have some work to do in the return leg".



Galtasaray v Chelsea: la classica situazione dei cani che abbaiano ma non si mordono. Mourinho e Mancini, dopo tante parole, chiudono sull'1-1 la gara di Istanbul, rimandando tutto al ritorno di Stamford Bridge. "We cannot say this was a bad result. They are a good, experienced team with big, powerful strikers. I cannot complain and I'm pleased with my players", il solito Mou; "in the end it was a good result for us. In the second half we played very well but in the first we played with a lot of fear and made mistakes", il solito Mancio.

Willian e David Luiz, comunque, non sembrano preoccupati.


Schalke04 v Real Madrid: "I'm satisfied with everything because that was the perfect game. My players played with togetherness and they played well. Everything came off for us. The front three all scored twice but they also had the help of their team-mates". Come dar torto a Carletto Ancelotti?
La delusione in casa Schalke è palpabile, Boateng non cerca scuse: "we had lots of plans for this game, but simply couldn’t implement them against an almost overwhelming opponent. There is nothing I can complain about regarding our team’s performance, we were simply shown our limititations".
In casa Boateng, nel pomeriggio, qualcuno aveva predetto la sconfitta....



La dura legge del goal, griffata CR7.





26 febbraio 2014

Storie di calcio: Serie A, il campionato più bello del mondo

Potete dirmi quello che volete, ma la Serie A rimane per me il campionato più bello del mondo. Non tutti lo possono capire, molti vedono solo i nostri problemi.
Questo pezzo vuole però essere una celebrazione per tutti quelli che, come me, si sono innamorati del nostro torneo a metà anni '90. Sarebbe facile rifarsi al Milan degli imbattibili o alla grande Juve di Lippi, chi ama la Serie A si ricorderà però...

Il Brescia di Giga Hagi: una parentesi di passaggio fra Barcelona e Real Madrid, come dire non proprio due squadrette da poco. Eppure il Maradona dei Carpazi si è fatto sedurre dalla "bassa" bresciana e da uno dei suoi mentori, un certo Mircea Lucescu.

Il Genoa di Franco Scoglio: una squadra tutta cuore e organizzazione, con giocatori che ancora oggi mi emozionano. Il vecchio Tacconi fra i pali, chioccia della giovane e mancata promessa Micillo; il grande Signorini in difesa, libero vecchio stile che ha ispirato Baresi. Fu Sacchi a prendere un video dell'allora numero 6 rossoblu, farlo vedere al capitano del Milan e dirgli "se vuoi essere un grande libero guarda Signorini". Ruotolo a centrocampo, un motorino inesauribile, pronto a mettere in moto Marco "la foca" Nappi; il ceco Skuhravy ed un giovane Michele Padovano, pronto per l'ascesa in bianconero.

La Sampdoria di Eriksson: un porto di mare. Compagine con giocatori eccezionali, capace di rinnovarsi di anno in anno. I doriani hanno scoperto giovani campioni, del calibro di Mihajlovic, Veron, Boghossian, Chiesa e Montella; e posto fine alla carriera di giocatori che avrebbero dovuto fare la differenza: Klinsmann, Gullit e Signori, capace poi di riscattarsi a Bologna.

Il Vicenza di Guidolin: storico nell'andare a sfiorare la Coppa Coppe. Luiso e Di Carlo erano cuore e anima di quella squadra, fermata solo dal Chelsea di Vialli e Zola.

La Fiorentina di Batistuta: uno dei centravanti più forti mai visti. Quanti fantacalci mi ha fatto vincere Batigol, l'unico vero re di Firenze..con Rui Costa suo paggio e spadino Robbiati scudiero di corte.

Il Milan di Ibou Ba: arrivato a Milano coi crismi del campione e scopertosi ben presto bidone. Ba poteva giusto fare la controfigura di Wesley Snipes, ma per un anno mi ha fatto divertire come non mai con la sua chioma ossigena ed i piedi storti.

La Juventus di Blanchard: capace di rovinare l'epopea d'oltralpe in bianconero. Dopo Platini e Deschamps occorreva toppare un acquisto, no?

L'Inter di Moratti:  naltresì conosciuta come l'Inter dei bidoni. Cosa dire, vi faccio giusto qualche nome e riderete con me. Sorondo, Domoraud, Fontolan, Colonnese, Brechet, Coco, Brncic, Vampeta, Farinos, Cauet, Okan, Sukur, Pacheco, Vivas... devo continuare?

Il Cagliari di Oliveira: proprio lui, Lulù. Il primo belga capace di segnare con continuità in Italia, facendo impazzire i tifosi sardi, ammaliati da un Pippo Pancaro ancora coi capelli e da Tovalieri-Muzzi, due esponenti mondiali della tamarria organizzata.

Potrei continuare citando il Perugia di Tovalier, il Venezia di Novellino, la Cremonese di Tentoni; e ancora il Parma di Scala e Tino Asprilia, il Napoli di Pino Taglialatela e l'Atalanta di Pippo Inzaghi. Ma non ce n'è bisogno, la Serie A è il campionato più bello del mondo.

25 febbraio 2014

Il leone che diventa gazzella: Riccardo Meggiorini

Il derby non è una partita come le altre, non lo sarà mai. Fra un becero striscione su Superga ed un indignoso coro sull'Heysel, ci si aspetterebbe che almeno in campo le cose andassero diversamente.
Onore a Ventura ed El Kaddouri per aver protestato con toni pacati, consci (forse) che abbassare i toni non è poi una cosa così sbagliata.
Non la pensava così il "bomber" granata Meggiorini, soprannominato dagli stessi tifosi torinisti "Peggiorini" per le sue opache prestazioni con la storica maglia granata.
Su Fantagazzetta, fra un bel post e l'altro, ho trovato questo divertente articolo di Fabio Giambò, che ho deciso di riprendere.

Se c'è un uomo che negli ultimi derby ha provato (purtroppo per lui con scarsissimi risultati) a mostrare quell'ormai poco evidente "cuore Toro", questi è senza dubbio Riccardo Meggiorini, calciatore che anche solo per curriculum non è mai andato d'accordo con la Juventus.

L'attaccante scuola Inter ci ha provato ultimamente a vestire i panni del torinista perfetto, quello che farebbe innamorare l'Aldo Agroppi di turno ("Le dichiarazioni pro-Juve di Ventura e Cairo sono troppo ruffiane, mortificano la storia della Juve", le parole di uno degli pseudo-simboli più noti dell'anti-juventinità italiana che della sportività e del rispetto se ne frega evidentemente), ma mai per meriti sportivi, mai rendendosi protagonista di quella giocata spettacolare o pungente, mai assomigliando a gente come Rizzitelli, Maspero o Ferrante.

La sua battaglia personale comincia nell'aprile 2013: insulto a Pogba da lui stesso ammesso, inchiesta della Figc su possibile matrice razzista, poi l'archiviazione per insufficienza di prove nonostante lo stesso Ventura, suo mister, avesse ammesso l'episodio: “Mi sembra di capire che l’insulto sia stato ‘brutto nero’, così ho capito almeno. Non è una frase particolarmente violenta, una frase detta sotto stress come se ne dicono tante in campo. Nata e finità lì”.

Seconda puntata nel settembre 2013, derby d'andata di questo campionato: Marchisio è in possesso palla, la difende su pressione di Meggiorini, appunto, ma a quel punto Riccardo Cuor di Leone si ricorda della sua missione, e decide bene di sferrare un pugno sulla schiena dell'avversario. Anche qui la scampa, nessuna sanzione per lui, ma non è questo il punto ora.

Siccome non c'è due senza tre, però, il nostro eroe non si può lasciar sfuggire l'occasione: non si sa mai, ormai non è di certo un giocatore sulla cresta dell'onda, nella prossima stagione potrebbe pur non essere appetibile per squadre di A, e dunque ecco l'atto finale. Domenica 23 febbraio 2014. Finisce il derby, il primo pensiero è di andare su Twitter per postare la frecciata all'odiata Vecchia Signora: “La forza della Juve spesso è il cosiddetto dodicesimo uomo in campo...appunto, in campo, xkè mica sono i tifosi della Juve!”. A questo punto, però, succede qualcosa di strano; il leone si trasforma in gazzella, indifeso, accerchiato, e fa marcia indietro con un altro tweet: "L'adrenalina post derby gioca brutti scherzi,la mia voleva essere soltanto una battuta,per alcuni infelice,per questo ho rimosso il tweet".

Il suo cammino di crescita (?), però, non è ancora finito, e allora ecco il colpo di scena: arriva il momento in cui la gazzella diventa pulcino, ancora più indifeso, ancora più solo ed accerchiato, e dunque ecco apparire i titoli di coda; Riccardo Meggiorini chiude il profilo twitter, sperando che questo sia l'ultimo capitolo di questa triste storia.


Non si offendano i cugini, fra un fotomontaggio di Rizzoli con la maglia bianconera ed una protesta a mezzo di stampa di Urbano Cairo, un sorriso su Riccardino ci farà tornare a tutti il buon umore.

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