Esperto di Calcio

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13 maggio 2014

Storie di calcio: quando il Football insegna ad amare

Mentre in Italia passiamo le giornate a far polemica e farci la guerra, gli scozzesi ci danno una grande lezione. Chi segue questo blog sa che a me, non so esattamente per quale ragione, la Scottish Premier League ha sempre affascinato. L'Old Firm e quel sapore di competizione vera, maschia, intrigano come pochi chi ama il calcio. In campo gli scozzesi se le danno di santa ragione, magari con contenuti tecnici non all'altezza del grande calcio. Fuori, però, uno spettacolo immenso. Uno stadio sempre pieno, colorato con i vessilli e le sciarpe ufficiali; canti e cori all'unisono. E' questo lo stadio che mi piace, quello in cui padri e figli passano la loro domenica insieme, dove tutti pagano per entrare e sono composti nel fare il tifo. Gli assordanti urli di Ibrox e di Celtic Park sono lo specchio di una cultura del tifo che qui, purtroppo, possiamo solo sognare.

Ieri ho provato profonda tristezza nel leggere l'intervista all'ultrà del Napoli, che sprezzante dichiarava che "loro non pagano il biglietto"; così come sono sempre scosso nel vedere a Palermo finti disabili alzarsi  come per miracolo.
Ma ci sono poi le storie che mi riconciliano col football, quello vero. E la storia di oggi ci riporta nuovamente a Glasgow, specificamente a Celtic Park. I bianco-verdi di Scozia, come prevedibile, si sono laureati campioni per la quarantacinquesima volta. Lo stadio era gremito per festeggiare l'evento e i giocatori si sono goduti una festa bellissima, che solo il primo Scudetto dell'era Conte può ricordare nel Bel Paese. Ma in quel caso il frastuono di gioia non era tanto legato alla sola festa tricolore, ma era il saluto per un immenso giocatore come Del Piero, simbolo e bandiera della Signora. A Glasgow, invece, questo tipo di feste sono all'ordine del giorno, con un pubblico composto e giocatori sorridenti, pronti a farsi abbracciare dai propri fan. Nulla di nuovo verrebbe da dire, eppure un grande gesto si è consumato.

In prima fila, fra gli spalti dello stadio, siede un padre con il bambino. E' molto piccolo, avrà si e no cinque anni, ma è già un accanito tifoso del Celtic, amore ereditato dal padre. Sciarpa al collo e occhialini verdi, il bambino ha un sorriso favoloso, bellissimo, che quasi per un attimo cancella i problemi che avrà nella vita. Sfortunatamente per lui, infatti, è affetto dalla sindrome di down. Ma non gli importa nulla, è solo concentrato sui suoi eroi, sulla gioia che il Celtic ha dato a lui e a suo padre, che lo tiene in braccio stretto a sè.
E qui si consuma una delle più belle pagine di calcio della mia vita, uno di quei momenti da far vedere nelle scuole. Al bambino si avvicina Neil Lennon, allenatore della squadra. Lo vede e si toglie la medaglia dal collo, si sporge e la regala al bambino, che la sventola con orgoglio. Ma la sua attenzione è però immediatamente catturata da un ragazzone alto, con la barba. Si chiama Georgios Samaras, non sarà un fenomeno, ma da queste parti è una leggenda. Appena lo vede il bambino protende la mano verso di lui e lo chiama. Il centravanti greco si avvicina e protende le braccia; ma non si limita a dare un "cinque". Dopo un rapido cenno d'intesa con il padre, l'attaccante prende il bambino in braccio e lo porta in campo. L'espressione di gioia pura che si dipinge sul volto del giovane fan rappresenta il motivo per cui amo questo sport. E nessun delinquente travestito da tifoso potrà mai guastare questa passione; nessuno ce lo potrà mai portare via.

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12 maggio 2014

Intervista Esclusiva: Immobile e i suoi fratelli, le stelle del mercato

E' stata una stagione intensa, vissuta tutta d'un fiato. Nonostante i 14 punti di distacco, Juventus e Roma hanno dato vita ad un bel duello; così come City e Liverpool in Inghilterra. La Liga, campionato forse più "pazzo" d'Europa, deve invece ancora volgere al termine, con l'epica sfida per il titolo in quel di Barcellona fra i catalani e l'Atletico Madrid di Simeone. Poi tutti concentrati sui Mondiali e sul mercato, costante presenza nelle giornate d'estate sotto l'ombrellone.
Esperto di Calcio ha deciso pertanto di regalare a tutti i suoi followers un'intervista esclusiva a Gianfranco Cicchetti, agente FIFA ed esperto di mercato sudamericano ed est europeo, con una spiccata predilezione per scovare giovani talenti.

Ciao Gianfranco, grazie per aver accettato il mio invito.
Ciao a tutti, è sempre un piacere parlare di calcio e di giovani talenti.

Iniziamo subito. La stagione volge al termine e solo in Spagna si lotta per il titolo.. all'estero i tornei sono davvero migliore del nostro?
Al momento il calcio italiano è in una fase di estrema difficoltà e di regressione. Ci sono gravi problematiche economiche, si investe pochissimo nei vivai e i migliori giocatori non vengono più da noi. Il nostro campionato non è più un punto d'arrivo per i campioni stranieri, ma solo un punto di partenza per approdare in tornei con maggiore appeal tecnico ed economico. Tra questi c'è sicuramente la Liga spagnola, campionato dalla media età molto bassa, dove i giovani vengono utilizzati con grande continuità e dove soprattutto c'è un gioco molto migliore del nostro. I risultati in campo europeo (tre finaliste su quattro tra Champions ed Europa League) sono lo specchio fedele di questo discorso.

In Italia si fa da giorni un gran parlare di Conte e Garcia, rimarranno al timone e duelleranno per lo Scudetto?
Garcia resterà almeno un altro anno a Roma, per tentare di vincere lo scudetto e fare più strada possibile in Champions League. Conte, invece, potrebbe essere lusingato da offerte straniere e potrebbe decidere di lasciare Torino, dopo aver vinto tre scudetti consecutivi. A mio avviso sarà una questione di programmi: potrebbe rimanere solo se il club bianconero gli garantirà i rinforzi richiesti per fare il salto di qualità anche in Champions, comprando quei due-tre giocatori di spessore che mancano.

Ci sono due grandi giocatori che, lasciando l'Italia hanno faticato. Lamela e Jovetic potrebbero essere gli affari dell'estate?
A livello di cartellino le loro quotazioni si sono notevolmente ridotte, a fronte degli otre 30 mln di euro con i quali sono approdati in Premier League. Però Il problema principale resta l'elevato ingaggio che i due calciatori percepiscono nei rispettivi club, ostacolo che impedisce un ritorno immediato nel nostro campionato, poichè fuori dalla portata dei nostri club. Al momento ritengo molto complicato un loro ritorno nella prossima stagione in Italia.

Quali sono i giocatori che realmente potrebbero arrivare, e quali che potremmo dover salutare?
I club italiani farebbero bene a puntare su giovani talenti, anche sconosciuti, anzichè importare grandi nomi ormai sul viale del tramonto, solo perchè a parametro zero. Fortunatamente potrebbero arrivare diversi giovani interessanti, come il brasiliano Doria, l'olandese Janmaat, il francese Koulibaly e l'argentino Villalba, mentre mi aspetto colpi importanti da Juventus, Udinese e Roma, che sono i club italiani più attenti e protagonisti nell'opera di scouting internazionale. In uscita, purtroppo, potrebbero esserci invece cessioni dolorose: Immobile, Cuadrado e Pogba potrebbero lasciare il nostro campionato e questo non sarà sicuramente un bene per il livello generale della serie A.



Hai parlato di giovani, una tematica a me cara. Quali sono quelli da seguire con maggiore attenzione?
Mi aspetto l'esplosione definitiva di questi tre calciatori: Lukaku (Belgio), Jackson Martinez (Colombia) e il nostro Immobile. Saranno le tre 'sorprese' del Mondiale dietro ai soliti noti.

Hai citato Immobile, e io dico anche Berardi, Baselli e Verratti. Per quale ragione i nostri grandi club non puntano su di loro?
Questa è una domanda che andrebbe fatta ai nostri club. Personalmente li ritengo pronti per giocare in grandi club, non hanno niente da invidiare a tanti stranieri che a volte vengono importati in maniera troppo frettolosa e superficiale. Non bisogna però sottovalutare un aspetto, che penalizza le società italiane quando vogliono acquistare un giocatore proveniente da squadra della federazione italiana. A causa di un regolamento alquanto inadeguato e da modificare al più presto, i nostri club preferiscono così acquistare all'estero, dove non devono sottostare a troppi controlli e intoppi burocratici e bancari. Il che sfavorisce i movimenti di mercato interni, favorendo invece la dispersione dei nostri capitali all'estero. Ecco perchè si compra sempre meno nelle categorie inferiori, fattore che finisce con l'impoverire ulteriormente le squadre minori e diminuire sempre di più la presenza di italiani nelle nostre squadre.

E' stato un piacere Gianfranco, grazie.
Un saluto a tutti, alla prossima.

9 maggio 2014

Juventus, i malumori di Conte ed il futuro tecnico-tattico della Signora

La Juventus ha chiuso per il terzo anno di fila in testa. Un campionato più teso di quanto si possa pensare guardando la classifica, ma a conti fatti mai in discussione. Tutto bello penserebbe uno spettatore disinteressato, ed invece in casa Juve qualcosa scricchiola. Antonio Conte, il vero artefice del progetto zebrato, ha manifestato alcuni malumori all'indomani della festa Scudetto. A Torino non si parla d'altro. Resta o andrà via; è una finta o fa sul serio; lo fa per soldi o per ambizione. Gli interrogativi che aleggiano nella testa dei tifosi sono tanti, e ognuno dice la sua. La carta stampata, ovviamente, ci è andata subito a nozze. Da giorni si alternano ciclicamente l'avvicinamento e l'allontanamento delle parti, in un perverso gioco editoriale che potrebbe trovare il suo culmine questo pomeriggio.

Cerchiamo di capire quello che è successo. Dopo tre anni al top è evidente anche ai più miopi che il lavoro di Conte sia stato eccellente. Ha preso una compagine allo sbando e l'ha trasformata, letteralmente, in un mostro famelico. Senza investimenti esagerati ha saputo raccogliere più di quanto il più speranzoso supporter juventino si sarebbe potuto augurare. E' stato bravo a rilanciare giocatori bollati come bidoni o fermi da tempo. I media hanno negli occhi le giocate di Pirlo, ma il modo in cui Conte ha saputo trasformare Bonucci; e rilanciare Barzagli e Llorente (quest'ultimo bocciato in toto dai saccenti rotocalchi italici in estate) non può passare inosservato.
Infine l'agrodolce cambio di modulo ha dimostrato tutta la sua preparazione tattica. Da un lato (il dolce) ha plasmato un undici solido e robusto. La sua Juventus impone il gioco e segna tanto, risultando comunque una delle migliori difese. Di contro il sistema tattico bianconero ha mostrato più di una falla quando ha dovuto fronteggiare squadre estere, quasi sempre in goal con la Signora.

L'Europa, il vero tallone d'Achille della Juventus di Conte, è l'argomento che tanto piace ai detrattori dell'allenatore leccese. E' innegabile che le campagne europee dei torinesi non abbiano soddisfatto le attese. O meglio, quelle di questa stagione hanno deluso. Al (ri)debutto in Champions un onorevole quarto di finale contro il Bayern delle meraviglie, poi campione contro il Borussia Dortmund. Quest'anno invece, una deludente eliminazione in un girone tutt'altro che impossibile e la mancata finale di Europa League. Quest'ultima sconfitta, contro il Benfica, brucia ancora. Da fastidio ai tifosi, che pregustavano la prima finale nel nuovo tempio del calcio juventino; ha fatto sicuramente arrabbiare Conte. In panchina, come quando era in campo, Antonio si è dimostrato competitivo ed orgoglioso. L'etichetta di "sconfitto" in ambito europeo, ne sono certo, lo fa arrabbiare. E proprio per questa ragione sono convinto che, alla fine, Conte rimarrà. Il suo modello di allenatore è stato Lippi, capace al secondo anno di Juve di alzare la Champions League e sfiorarne altre tre, perse in finali ancora calcisticamente inspiegabili.

Ma allora, cosa chiede Conte alla società? Semplicemente un nuovo progetto tattico. Ha capito che con questo assetto, nel calcio vero, non si vince. Non è un caso se negli ultimi quarant'anni nessuno abbia vinto giocando con la difesa a tre; ed urge un'inversione di rotta. Conte, integralista della difesa a quattro nelle sue esperienze calcistiche, ha fatto di necessità virtù. Ora però, vuole fare marcia indietro. Questo è il messaggio che ha dato alla società, servono innesti di qualità ma soprattutto giocatori in grado di presidiare le fasce, tanto in fase difensiva quanto in avanti. E allora resta da capire il disegno tecnico-tattico che sta dietro i malumori del mister pugliese, che oggi ne parlerà con la società.

Realisticamente queste potrebbero essere le richieste, radicali ma ragionevoli. Via con cessioni pesanti, riguardanti giocatori di medio livello: Peluso, Padoin, Quagliarella, Isla e Vucinic. Osvaldo non sarà riscattato, nemmeno se il Southampton abbassasse di molto le sue pretese.
Il nuovo progetto di Conte riparte quindi dal 4-3-3 o dal suo antico amore, quel 4-2-4 di cui tanto si parlava un paio di estati fa. Cosa serve per realizzare questo progetto? In primis due terzini, uno per lato. Lichtsteiner ha bisogno di un ricambio; mentre a sinistra non è credibile fare una stagione ad alti livelli con Chiellini e Asamoah, entrambi generosi ma adattati. I nomi giusti potrebbero essere quelli di Evra e di un giovane da inserire, su cui Paratici sta già sicuramente lavorando.
A centrocampo la rosa è ampia e qualitativamente attrezzata, almeno nel mezzo. Marchisio, Vidal, Pirlo, Asamoah e Pogba sono un reparto di tutto rispetto. La conferma del francese e del cileno, pretesa da Conte, porrebbe fine a qualsivoglia discorso. Potrebbe aver senso inserire giusto un giovane (Baselli?) che possa col tempo sostituire Pirlo, giocatore immenso ma non più di primo pelo. Sugli esterni, invece, la situazione è davvero tragica. Mancano almeno due ali di prima qualità. Nani sembra ad un passo, e francamente il rapporto qualità-prezzo è ottimale. Per il salto di qualità, in vista di un tridente, occorrerebbe uno con il profilo tecnico e anagrafico di Alexis Sanchez, dato in uscita da Barcellona. Da non sottovalutare anche le opportunità provenienti da Parigi, con Menez in scadenza ed il duo Pastore-Lucas che storcono il naso per le troppe panchine. Onestamente, però, non prenderei nessuno dei tre e credo che anche Conte sia della stessa idea, altrimenti l'affare Menez sarebbe stato chiuso tempo fa. 
In avanti, infine, il reparto subirà un forte restyling. Via Vucinic, Quagliarella e Osvaldo, la Juve ha bisogno di attaccanti funzionali al possibile nuovo corso. Tevez è intoccabile, Llorente potrebbe anche essere sacrificabile, ma solo per esigenze di bilancio ed importanti investimenti. Giovinco è destinato a rimanere come rincalzo di qualità. Immobile sarebbe uno da riportare alla base, ma sarà ceduto per fare cassa. Gabbiadini e Zaza potrebbero seguire lo stesso iter; Berardi è invece il rebus più grande. Riportarlo a casa potrebbe sancire la sua consacrazione, come per Pogba; ma si potrebbe anche decidere di lasciarlo maturare (soprattutto di testa) ancora una stagione. Se dovessi scommettere direi che Conte lo vorrebbe in ritiro, per giudicare sul campo come ha sempre fatto. Quale potrebbe essere allora l'innesto giusto? In Germania si fa un gran parlare di Mandzukic, centravanti indubbiamente forte ma che lascerei perdere. Punterei su un profilo differente, una prima punta giovane pronta ad esplodere alle spalle di Llorente.

Con questi presupposti, a mio parere, il matrimonio continuerà.

5 maggio 2014

Storie calcio: Marc-Andrè Ter Stegen e l'emozione di un calcio che non c'è più

Una volta il calcio andava oltre il denaro, non veniva dominato da esso. I giocatori si identificavano con una maglia, con dei colori, ne divenivano un simbolo. Indossare la fascia di capitano era un privilegio, rendevano quel giocatore una leggenda, una icona.
Oggi non è semplice rivivere queste emozioni, pensare ad un campione che ama così tanto la sua squadra tanto da fondersi con essa. I vari Maldini, Del Piero, Zanetti e Totti sono esempi che stanno andando a perdersi, almeno in Italia. All'estero le cose vanno leggermente meglio, ma solo per squadroni come il Barça, il Real Madrid, il Chelsea o il Liverpool.

Ecco perchè vedere le immagini del saluto di Ter Stegen al Monchengladbach mi ha toccato davvero.



Marc-Andrè Ter Stegen è un estremo difensore giovane, forte e con margini di miglioramento enormi. E' nato e cresciuto a Monchengladbach, dove fin da piccolissimo ha avuto un solo chiodo fisso: il pallone. A quattro anni incomincia a giocare nella squadra per cui il papà fa il tifo, una nobile decaduta del calcio tedesco. Il Borussia Monchengladbach vanta infatti 5 titoli tedeschi, 3 coppe nazionali e la bellezza di due Coppa Uefa; ha annoverato nelle sue fila campioni veri, come Vogts, Kamps e Heynckes.
A fine anni '90 i biancoverdi di Germania toccano il punto più basso della loro storia, retrocedendo in Zweiteliga. Ma quando si tocca il fondo è il momento giusto per spingersi e risalire, e così il "Gladbach" punta forte sui giovani e sullo stadio di proprietà, inaugurato il 30 Luglio 2004.
Fra i giovani in questione anche un giovane portiere, classe 1992: Ter Stegen. Perno delle rappresentative giovanili, l'estremo difensore attira le attenzioni di mister Favre nel 2011, dopo aver già debuttato la stagione prima in Bundesliga. Le grandi parate, specie nello spareggio salvezza con il Bochum, consegnano a Ter Stegen la maglia da titolare, che da quel momento in avanti non mollerà più.

Il suo entusiasmo è travolgente, ed accompagna la fantastica cavalcata del Borussia nella stagione 2011-12, chiusa con un quarto posto impensabile ed una qualificazione ai play-off di Champions League. L'avventura nell'Europa che conta dura giusto il tempo di bagnarsi la lingua, ma il vecchio continente si è ormai accorto di questo portiere di talento, dal fisico scultoreo ed il cuore colorato di bianco e verde. Ecco perchè il Borussia Monchengladbach ed il giovane resistono alla corte di svariate squadre, fino a quando non è il Barcelona a farsi vivo. Troppo ghiotta l'occasione per Marc-Andrè, la società non si oppone e accetta la cessione, che si consumerà nel corso di questa estate. Per quasi tutti i calciatori, oggi, andare al Barça significa fama, successo e soldi. Li vedi in giro con macchinoni e tatuaggi ricordare al mondo che loro ce l'hanno fatta. Ter Stegen, invece, non ha gioito, almeno non pubblicamente. La gioia e la soddisfazione per aver dato una svolta alla sua carriera son state annebbiate dalla tristezza per lasciare casa sua. Ter Stegen è il Galdbach, nell'animo e nel corpo. Nel salutare la sua gente, i suoi compagni, si è lasciato andare in un pianto a dirotto. Questa è storia di un calcio che non c'è più e che a me manca, non sapete quanto. Ad un ragazzo così non posso che augurare ogni fortuna e tanti successi. Di talento ne ha da vendere, se avete dubbi chiedete a Muller, Messi, Shurlle e Van der Vaart, solo alcuni dei campioni ipnotizzati dal dischetto da Marc-Andrè Ter  Stegen, l'angelo di Monchengladbach.

1 maggio 2014

Storie di calcio: Manchester United and the class of 1992

Quante squadre possono fregiarsi di avere inserito, in un solo anno, giocatori del calibro di Ryan Giggs, Paul Scholes, David Beckham e Gary Neville? Ve lo dico io, solamente una: il Manchester United. 
I Red Devils, allenati dalla leggenda scozzese Sir Alex Ferguson, erano lontani dall'essere una potenza del calcio mondiale, ma qualcosa in quel lontano 1992 stava radicalmente cambiando. Il manager scozzese, stufo di vedere festeggiare a Liverpool, Londra e Leeds, decide di cambiare registro. Oggi sembra strano, ma a cavallo fra gli anni '70 e '90, il centro nevralgico del calcio inglese era Liverpool. I reds dominavano in Europa ed in patria, dove in più di un'occasione hanno dovuto arrendersi dinnanzi ai cugini dell'Everton o all'Arsenal di George Graham, superbamente esaltato da Nick Hornby nel suo "Febbre a 90'".
Persino il Leeds di Strachan e McAllister si fece beffe dello United nella stagione '91-92', ma il vento della rivincita stava per partire.

Sir Alex Ferguson, chiamato sulla panchina dei Red Devils per riportare la squadra ai massimi livelli, ha le idee molto chiare. Per vincere serve tanta qualità ed un carico di entusiasmo che solo i giovani possono dare. Le colonne della squadra sono il danese Peter Schmeichel in porta; l'irlandese Denis Irwin in difesa; Paul Ince ed il russo Andrey Kanchelskis in mezzo al campo ed un attacco tutto forza ed estro.
A comporlo sono l'esperto cannoniere gallese Mark Hughes ed Eric Cantona, calciatore dal talento smisurato come la sua follia. Accanto al loro una vera e propria nidiata di giovani campioni, che il mondo imparerà a conoscere nel giro di pochi anni.

In difesa viene promosso dall'academy dello United un terzino destro classe 1975. Ha 18 anni ed un fratello due anni più giovane, che tanto bene sta facendo nelle giovanili dei diavoli rossi. Il suo nome è Gary Neville, fludificante di destra destinato a fare la storia della fascia di Manchester. Qualche mese più tadi, con sconcertante precocità, viene aggregato ai grandi anche l'altro fratello Neville, Phil, classe 1977. I due risulteranno essere l'uno il complemento dell'altro. Se Gary presidia la corsia di destra; Phill attacca con ferocia quello sinistra, andando a generare uno sconcertante gioco di specchi.


A centrocampo servono quantità e qualità, e ce ne sarà da vendere. Per la prima viene chiamato in causa un ragazzino inglese, appena maggiorenne. Capelli rossi e corsa da vendere, Nicky Butt studia alla scuola di Paul Ince, pronto a raccoglierne l'eredità pochi anni più tardi, complice il passaggio del mediano colored all'Inter di Moratti. Per la qualità, invece, c'è abbondanza davvero. In mezzo è promosso in prima squadra un altro ragazzo dai capelli color fuoco, classe 1974. Paul Scholes è il suo nome, un centrocampista fantastico, capace di fare bene qualsiasi cosa: recuperare palloni, impostare, inserirsi con e senza palla. 
Sulle fasce, poi, il "vecchio" Ferguson ha riservato i colpi migliori. Sulla sinistra è pronto a prendersi il suo spazio un inglese, nato nel 1973. Lo scozzese lo ha strappato nell'87 all'academy del City, con un vero e proprio colpo di mano. La leggenda dice infatti che a scoprire questo ragazzo, conosciuto all'anagrafe come Ryan Wilson, sia stato Dennis Schofield, lattaio di professione e allenatore nel tempo libero. Lo aveva portato al City, certo che sarebbe stato un colpo sensazionale. Il giorno del quattordicesimo compleanno del ragazzo, però, bussò alla porta di casa Wilson Alex Ferguson, non aconra insignito del titolo di "Sir".
In men che non si dica Ryan firma per lo United, coronando il sogno di giocare con la squadra del cuore. Pochi mesi dopo, a causa dei pessimi rapporti con il padre, cambia cognome e nazionalità, diventando il gallese Ryan Giggs. 
Sulla destra, infine, i bookmakers britannici son pronti a fare carte false per un biondo ragazzo del '75. Si chiama David Robert Joseph Beckham e fa impazzire le coetanee con il suo sorriso smagliante e la folta chioma bionda. Gli scout, invece, notano il suo piede destro, raffinato come quello dei grandi campioni. Di lui si dice che possa essere l'erede di George Best, chi dice per il fascino innato, chi per la classe cristallina. A conti fatti passerà alla storia come David Beckham, giudicate voi se il paragone poteva reggere.

Neville, Butt, Scholes, Beckham e Giggs, ovvero "the class of '92". Non credo sia mai esistita, in un solo club, una formazione giovanile tanto forte e preparata. Non parliamo di giocatori normali, ma di campioni leggendari che faranno la storia dello United per più di un decennio, collezionando titoli e trofei a profusione. Il tutto sotto l'abile regia di un allenatore che di normale ha poco o nulla. Quando penso a Ferguson mi viene in mente l'immagine del Padrino, stile "master of puppets". Del Marlon Brando di Coppola, Ferguson, non ha lo stile da duro, ma la decisione. Ha sempre saputo dove voleva andare e ha sempre saputo come arrivarci. Ha saputo investire sui giovani, li ha fatti crescere sotto la sua ala protettiva e li ha lanciati nel momento giusto. Non ha quasi mai sbagliato una mossa di mercato, cedendo a caro prezzo i suoi gioielli per reinvestire in nuovi talenti, pronti a spiccare il volo.
E così nasce la generazione del'92, raccontata in un film-documentario che consiglio a tutti di vedere, per non dimenticare mai una delle nidiate più forti nella storia del calcio. "Consilio et Labore" sono il simbolo dei Red Devils, gli inglesi dicono "Wisdom and Effort". Sir Alex Ferguson e i suoi ragazzi non hanno lesinato nè la sapienza nè lo sforzo, e i risultati hanno dato loro ragione. 

30 aprile 2014

Clarence Seedorf e il paradosso del Diavolo

Sembra ormai certificato il divorzio fra Clarence Seedorf ed il Milan. L'olandese, approdato a Milanello per precisa richiesta di Berlusconi, potrebbe essere scaricato dopo pochi mesi dal suo insediamento. E' naturale domandarsi perchè il Milan abbia deciso un tale destino per il suo allenatore, e francamente non mi so dare una risposta chiara. Proviamo a capire insieme perchè Seedorf dovrebbe essere confermato; o perchè sia giusto dirsi addio precocemente. 
Clarence ha lasciato questo inverno il calcio giocato, in maniera abbastanza inaspettata. Arrivava da una stagione intensa con la maglia del Botafogo, eppure ha appeso le scarpe al chiodo. Penso lo abbia fatto per il Diavolo, troppo forte il richiamo dei colori rossoneri per un giocatore che ha fatto la storia del club. E' stato fischiato e spesso ingiustamente criticato da una curva che, dopo i fischi a Maldini, non ha più smesso di sconvolgermi. Eppure Seedorf ha sempre provato un amore incondizionato, totale, verso il Milan; ed ecco la scelta: addio al rettangolo verde, è ora di infondere conoscenza da fuori.

Il 16 gennaio s'insedia a Milanello, succedendo a Max Allegri. Il toscano, partito bene al suo primo anno, è andato in costante calando, fino al tracollo di Sassuolo. Clarence rappresenta il nuovo che avanza, ma il materiale tecnico nelle mani dell'olandese è quello che è. In primis la squadra non l'ha fatta lui; in secundis la qualità della rosa è ben lontana dai giorni migliori. Clarence non si scoraggia e inizia un percorso irto e tortuoso. Ad oggi sono 16 le apparizioni sulla panchina rossonera, con 9 vittorie e 2 pareggi. Francamente non mi sembra un brutto viatico, specie se pensiamo che le sconfitte sono arrivate contro la Juventus, la Roma e l'Atletico Madrid, non proprio delle squadre scarse. Di contro un importante successo a Firenze ed un derby alle porte, che potrebbe riaprire scenari per la qualificazione del Milan all'Europa League. Certo, non un gran traguardo per una squadra abituata all'Europa che conta, ma pur sempre meglio di nulla.

Eppure, nonostante dei risultati soddisfacenti, si parla quotidianamente di una sua sostituzione. Due i motivi principali: scarso feeling con lo spogliatoio e con la proprietà. Ma come, mi domando, non era stato proprio il presidente in persona a volerlo a tutti i costi? E soprattutto, chi potrebbe sostituirlo? Ecco, proprio rispondendo a questo quesito rimango un momento di stucco. I media parlano di Inzaghi, che tanto bene sta facendo con la Primavera, ma che un tecnico esperto non è. Sembra quasi che la scommessa Seedorf, seppur non si possa dire che sia stata persa, possa essere accantonata in favore di un nuovo azzardo. Una scelta di questo tipo, a mio modo di vedere, non avrebbe alcun senso. L'olandese è uomo di calcio capace e intelligente; prima ancora di essere stato un grande giocatore, ha dimostrato di essere un uomo integro, con un cervello ben funzionante. La sua filosofia, tanto in panchina quanto in sala stampa, l'ho sempre apprezzata. Sta facendo un ottimo lavoro, specialmente se pensiamo a quanti giocatori di medio-basso livello si trova a dover allenare.
Gente come Constant, Mexes, Zaccardo, Muntari e Birsa non avrebbe potuto nemmeno metter piede a Milanello qualche anno fa. I giocatori d'esperienza, Abbiati, Kaka e Robinho su tutti, sono troppo d'esperienza per vincere da soli le partite; Balotelli continua con le sue personalissime battaglie mediatiche, via microfono o social network, senza caricarsi la squadra sulle spalle. L'unica luce, per ora, è Adel Taarabt, giocatore da sempre talentuoso e che nessuno, prima di Seedorf, aveva saputo valorizzare tanto.

Il lavoro in panchina dell'ex centrocampista è stato buono, a tratti molto buono. Il Milan non gioca un calcio divertente o spumeggiante, ma siamo sicuri che sia colpa di chi siede in panchina? Io per nulla. Capirei se al timone si mettesse un allenatore esperto, vincente; ma puntare su Inzaghi sarebbe un errore. In primis verso l'ex bomber rossonero, che senza i giusti investimenti farebbe la stessa fine di Seedorf. E qui si torna al serpente che si morde la coda, perchè se prendi un manager vincente questi pretende investimenti importanti. E allora non è meglio accontentare Seedorf e continuare il sodalizio? Ai posteri l'ardua sentenza.

28 aprile 2014

Storie di calcio: Daniel Alves, uno schiaffo al razzismo

Il razzismo è un problema. Va tanto di moda dire che l'Italia è un paese razzista, dove ululati e insulti rappresentano un problema vero, mentre all'estero godono di cultura e classe. Questo non è vero, non lo è mai stato e mai lo sarà.
La Spagna, uno dei fari del movimento calcistico itnernazionale, vive realmente questa piaga, e non fa molto per debellarla. Anzi, non fa nulla.
I più si saranno dimenticati, ma mentre qui da noi ci inventiamo squalifiche per "insulti territoriali", altrove non fanno nulla quando viene fatto il verso della scimmia a Eto'o come a Paulao.





La risposta migliore a questi ignoranti, però, l'ha data ieri Daniel Alves. Nessuna scenata o polemica, ma tanta tanta classe. Non ha dato soddisfazione ad un gruppo di trogloditi retrogradi, capaci solo di dileggiare in branco, protetti dalla massa e dalle barriere. In alcuni casi, purtroppo, anche dalla legge.



Gesti così valgono più di mille prese di posizioni; sono più incisivi di tante parole. Le federazioni e la FIFA potrebbero prendere appunti, non servono infinite riunioni, ciò che si deve fare è agire.

23 aprile 2014

Storie di calcio: Ariel "El Burrito" Ortega

Estro, follia e classe. Sembrano la ricetta per un disastro, ma non sono altro che le componenti del campionato argentino, un luogo sacro per i giovani talenti sudamericani. In tempi non sospetti ho raccontato la storia di uno dei più forti trequartisti degli ultimi anni, Juan Roman Riquelme; oggi voglio invece ricordare le giocate e le follie di un altro pazzesco talento albiceleste, Ariel Arnaldo Ortega.
Dio tifa Boca, un gran bel portale, scrive parlando del Burrito:
"Sposare una squadra, non vuol dire non vedere oltre. Non poter godere di bellezze non proprie. Ed ecco ad esempio perché, nonostante la mia assurda e cieca devozione al Boca, mi chiedo come non potrei urlare al mondo intero che Ariel Ortega, per me, è stato uno dei migliori poeti della pelota che io abbia mai visto solcare, incantare e seminare con tale talento ‘non umano’ un campo di calcio ?
Senza ombra di dubbio devo dirlo e ribadirlo. Senza neanche pensarci troppo. No.
Si perché Ariel è stato letteralmente uno dei miei preferiti, uno dei miei idoli incontrastati, uno di quei ‘mostri sacri’ che hanno avuto il compito e l’onere di farmi innamorare di questo sport talmente tanto che adesso, io, non posso farne veramente più a meno.
Più del pane. Più dell’acqua che serve al mio corpo Prima di tutto, adesso, per me, c’è il fùtbol e le sue divinità. Una di queste, è appunto Ariel. L’immenso Ortega. Lo stratosferico Ortega.
Amato da me come se fosse uno dei miei, acclamato dal mio cuore nonostante fosse simbolo e ‘Dio’ dell’altra, malvagia ed odiatissisma, parte di Buenos Aires, quella delle galline. Ma questo non importa. Ho sempre amato quel ‘flaco’ dai piedi così maledetti ed imprevedibili che poteva inventare magia e calcio da un momento all’altro. Ha poca importanza che lui non abbia mai giocato per i miei colori, apparte nella piccola parentesi parmense, dove ha indossato gli stessi amati cromatismi bochensi. Si perchè per il resto della sua esistenza, lui, ha sempre giocato solo e soltanto per quelli che non potranno mai essere i miei colori.
Lui ha giocato per anni in quello che, anche se bellissimo, non sarà mai e poi mai il mio stadio.
Lui ha mandato in estasi gente che non mi apparterrà mai.
Ha visto l’inferno ed il paradiso con una maglia che odio e sempre odierò.
Tutto questo, purtroppo, non importa. L’evidenza deve essere mostrata, detta, spiattellata e resa pubblica, al di lá dei colori, al di lá della fede, al di lá di una verità che molte volte può fare male
".


Io lo capisco, eccome. Nonostante quei colori maledetti, ho sempre amato il Fenomeno, il primo Ronaldo che mi balzerà sempre nella mente. E Ortega, nonostante una stagione in chiaro-scuro con la maglia ducale del Parma, è stato un gran giocatore. Uno di quei predestinati, nati con un dono che pochi hanno la fortuna di avere. Ariel Ortega, nato calcisticamente nella cittadina di Ledesma, è il classico bambino prodigio. In strada incanta i passanti con i suoi palleggi, lunghi e duraturi; in campo annichilisce i bambini avversari, incapaci anche solo di colpirlo per fermarlo. Il suo piede destro, educato e delicato quasi come il mancino di un grande argentino del passato, regala rabone, pallonetti e dribbling a profusione. Troppo forte per giocare con i coetanei; inarrestabile anche per i ragazzi più grandi, indispettiti ed intimoriti al cospetto del piccolo asinello.
Nel 1991, a 16 anni, è già una colonna del River Plate e fa sognare l'intera nazione. L'Argentina, a quei tempi, ha un grosso, grossissimo, problema. Diego Maradona, il Dio del Boca, è in fase calante, ha quasi esalato il suo ultimo respiro calcistico. Ecco allora che Ortega, un ragazzino capace di accendere anche le giornate più buie, diventa il "nuovo Maradona". El Burrito, però, non ha il carisma di Diego; non ha la continuità di Maradona, nè la sua sfrontatezza. Ha colpi geniali, li dispenserà qua e là per tutta al carriera, ma non sarà mai Diego. Ed è giusto che sia così, perchè nemmeno Messi è Maradona, ogni calciatore è unico, nel bene e nel male.

Ortega incanta con la maglia dei Millonarios e con la camiseta valenciana, il suo primo approdo nel calcio europeo. A portarlo in Italia è la Sampdoria di Mantovani, che nonostante il talento del Burrito e la concretezza sotto porta di Montella retrocede. A Genova incanta con giocate sontuose, ma si fa vedere anche per quello che è uno dei suoi vizi più noti: la bottiglia. E così si avvia verso la fine della sua carriera, un misto di rimpianti e delusioni contornati da momenti di classe pura.
A raccontare la fine dell'era del Burrito, di nuovo le parole di Dio tifa Boca, un impressionante amante del folletto argentino.
"Destro, sinistro, colpo di tacco ed esterni da paura. Niente. Niente che quel maledetto vagabondo ubriacone non sappia fare, se solo si mettesse in testa di giocare seriamente.
Di giocare da Ortega, e non da Maradona.
Purtroppo però la stagione per la squadra genovese non va affatto bene, tanto che la Samp a fine campionato retrocede ed Ariel è il pezzo più pregiato del mercato che di li a poco inizierá.
Le grandi squadre però non possono permettersi un tale giocatore, talento si, ma discontinuo da far rabbia.
Alla fine la spunta il Parma, squadra dove il destino bastardo ha fatto si che giocasse un suo grandissimo ex compagno di squadra, anch’esso amico e guerriero di mille battaglie e gioie, Hernan Crespo, con cui vince una SuperCoppa italiana a stagione ancora da iniziare, ai danni del Milan del neo acquisto Shevchenko e della pantera nera George Weah.
I rossoneri passano in vantaggio al 59esimo con gol di Guglielminpietro, ma proprio Crespo pareggerà sette minuti dopo e Boghossian, nel pieno recupero, gelerà San Siro con un colpo di testa che porta i ducali in Paradiso.
Sembra proprio giunto il momento buono per Ortega per fare il tanto agognato salto di qualità, ma ahimè, neanche stavolta è quella buona: Ariel ricade nel suo maledetto vizio di incaponirsi troppo in giocate fini a se stesse, mentre fuori dal campo troppe volte cerca felicità nel fondo di una dannata bottiglia.

A fine stagione, così, finisce la sua, non certo positiva, avventura italiana.
Ariel fa rotta verso casa: torna al River.
Con’La Banda’ ritrova finalmente lo smalto dei bei tempi andati, come se l’aria di casa lo avessere rigenerato, tanto che, insieme a compagni del calibro di Radamel Falcao, Diego Buonanotte, Sebastian Abreu e Alexis Sanchez, riporta la gente del Monumental sulla vetta più alta del paese, vincendo, con i ‘millonarios’, un campionato mai in discussione: il Clausura 2002.
Ben presto il nome di Maradona torna ad accoratarsi al suo. Ed ad Ariel questo non piace.
A 28 anni decide così di scappare da quelle voci e di affrontare di nuovo un’avventura in Europa: stavolta ad aggiudicarsi i suoi servigi sono i turchi del Fenerbahce.
Dopo un inzio di stagione tutto sommato postivo, a febbraio il ‘burrito’ viene convocato dalla nazionale albiceleste per una partita.
Niente di strano direte. È no. Ariel, infatti, vola in Argentina, ma una volta riunitosi con amici ed ex compagni, decide di non fare più ritorno sul Bosforo.
La dirigenza dei ‘canarini gialli’ va letteralmente su tutte le furie. Porta l’asinello in tribunale e vince la causa, forte del fatto che Ortega aveva ancora tre anni e mezzo di contratto con gli acerrimi nemici del Galatasaray.
La FIFA lo squalifica fino alla fine dell’anno e lo costringe a sborsare la cifra monster di 11 milioni di dollari.
Dopo questa mazzata devastante, Ariel decide di dire addio al calcio
".

22 aprile 2014

Storie di calcio: la crisi blaugrana e la follia dei suoi tifosi

"Mercenari". Una ignobile etichetta per dei campioni che hanno portato il club sul tetto del mondo. Più vado avanti e più penso che il tifo organizzato, da qualunque nazione provenga, sia uno dei mali di questo sport.
Ripercorriamo i fatti: dal 2008 al 2013 il Barcelona non si limita a vincere, ma stravince. I blaugrana cambiano la concezione di calcio, un po' come l'Ajax di Cruijff o il Milan di Sacchi; Guardiola non si limita a raccogliere l'eredità vincente del Barcelona di Rijkaard, impartisce ai catalani una nuova filosofia. Non tutti hanno amato o amano il tiki-taka (ammesso e non concesso che si scriva in questo modo), ma è senza dubbio innegabile che questa filosofia di gioco abbia regalato partite emozionanti, vibranti. Tanto in Liga quanto in Champions, il Barcelona si è imposto come il club più vincente del nuovo millennio.
I tifosi, estasiati dalle giocate di campioni del calibro di Xavi, Iniesta e Lionel Messi, hanno negli anni gremito il Camp Nou ed arricchito la società ed il marchio catalano. La squadra li ha ripagati sul campo, conquistando titoli a profusione, in Spagna, Europa e nel mondo.

Nell'estate 2011 Pep Guardiola saluta la Catalogna designando un successore: Tito Vilanova. Il tecnico iberico, storico vice di Pep, guida la squadra con lo stesso gioco del predecessore. Possesso palla e giocate di alta scuola confermano il Barcelona come il club dominatore in Spagna. In Champions il cammino non è quello dei vecchi tempi, ma è solamente il super Bayern di Heynckes a spegnere la corsa blaugrana verso l'ennesimo alloro europeo. Tito, però, è tartassato dalla sfortuna. Un tumore lo porta a rinunciare alla panchina del Barcelona, che la dirigenza decide di affidare per la prima volta dopo anni ad uno straniero. Il Barça non è nuovo ad affidarsi a manager stranieri, ma è la scuola olandese quella che ha saputo rimpolpare la bacheca della sede. Stavolta, però, il tecnico arriva dall'Argentina, più precisamente da Rosario. Gerardo Martino, soprannominato El Tata, viene ingaggiato alla vigilia della Liga per guidare la squadra.

Martino si siede sulla panchina più ambita di Spagna e le voci si sprecano. I più dicono sia stato lo stesso Messi a volerlo in Catalogna, ma questo, io, francamente non lo so. Di certo mi sono accorto che Martino è entrato nel mondo catalano con i piedi di piombo. La squadra non l'ha fatta lui, ma il materiale a sua disposizione è di primissima qualità. Pronti-via, il difficile non è tanto dare una fisionomia di gioco alla squadra, che potrebbe esprimersi con il pilota automatico, ma far convivere le stelle dell'attacco. Messi è probabilmente il giocatore più forte della terra, e accanto a lui s'inserisce un certo Neymar. All'inizio l'ingaggio del brasiliano sembra un affare, poi viene fuori la verità: l'acquisto di Neymar ha prosciugato le casse blaugrana.

La convivenza fra la Pulce ed il carioca non è semplicissima, ma pian piano funziona. I problemi emergono lentamente, tanto in Catalogna quanto nel resto della penisola iberica. Il Barça vive una stagione sfortunata, perdendo praticamente tutta la difesa nel momento clou della stagione. Valdes si fulmina i legamenti; Puyol e Piquè riempiono l'infermeria. La cerniera difensiva del Barcelona, che non è mai stata il punto forte della squadra, inizia a sgretolarsi. Mascherano, senza una guida, finisce per annegare; Bartra fatica come pochi.
Parallelamente, in Spagna, le due compagini madrileni tornano ai fasti dei vecchi tempi. Il Real si è affidato ad Ancelotti, sinonimo di successo tanto in Italia quanto nel resto del continente. L'Atletico Madrid, fuori dal giro che conta da circa vent'anni, torna ad essere uno squadrone. Simeone plasma i Colchoneros per vincere qualcosa d'importante, dopo essersi bagnato le labbra con Europa League e Supercup.

Si arriva a fine stagione ed il Barcelona è in corsa su tutti i fronti. In Champions l'urna di Nyon mette sulla strada del Tata Martino il connazionale Diego Pablo. L'Atletico spaventa i campioni al Camp Nou; li annichilisce al Calderon. Passano pochi giorni e gli uomini di Martino perdono a Granada, lasciando sul campo andaluso una buona porzione di campionato.
In settimana la goccia che fa traboccare il vaso. Il Barça affronta gli eterni rivali del Real Madrid nella finale della Copa del Rey, un trofeo che dal nome dovrebbe appartenere ai castigliani. Pronti-via è l'argentino Di Maria a portare avanti i madrileni, trafiggendo il solito indecoroso Pinto. Bartra pareggia a metà ripresa, prima di farsi ridicolizzare in accellerazione da Bale, per il goal del definitivo successo blanco.

A questo punto la rabbia dei tifosi deflagra in tutto il suo furore. I tifosi aspettano la squadra e sfogano la frustrazione con insulti e frasi ingrate. Lo stesso Messi, un attaccante a dir poco formidabile, non viene risparmiato. L'insulto più carino è quello di "tenere più alla grana che alla maglia". La vera domanda, però, è come sia possibile tutto questo.
Mi sembra che si stia su un altro pianeta, perchè gli unici mercenari, secondo me, sono i tifosi. Sono loro che tengono più ai successi che alla maglia, festeggiando i trofei e la gloria, per poi dimenticarsi tutto rapidamente. E' nei momenti difficili che i tifosi devono stare accanto alla squadra; è dopo le grandi sconfitte che il vero calciofilo applaude i propri beniamini. Soprattutto se nei dieci anni precedenti quegli stessi giocatori hanno regalato qualcosa come sei campionati e tre Champions League, solo per citare le vittorie più prestigiose.
Ma tant'è..l'ingratitudine sta di casa sulla Rambla. A pagare, come sempre, sarà l'allenatore; ma la società dovrebbe invece dare un forte messaggio ai tifosi, perchè se si mettono a contestare i supporters del Barça, significa che qualcosa, nel calcio, davvero non funziona.

14 aprile 2014

Baggio, Batistuta, Baggio, Del Piero... once upon a time Serie A

Io sono cresciuto bene, calcisticamente viziato, lo so. Baggio, Del Piero, Totti, Zola...e ancora Batistuta, Ronaldo, Zidane, Rui Costa.. la Serie A era piena zeppa di campioni. Calciatori formidabili e uomini tutto d'un pezzo. Certo, si potrà dire che Totti ha avuto cadute di stile; che Zidane ha avuto scatti d'ira incontrollabili; che Ronaldo, ai tempi dell'Inter, non sia stato un esempio di professionalità. Ma nulla a che vedere con la Serie A odierna, troppo inquinata da ragazzini viziati e campioni gonfiati.

Se guardiamo le rose delle nostre squadre, infatti, non vedo campioni veri. Ci sono davvero pochi campioni nel nostro campionato, specie nei reparti avanzati. Tevez, Pepito Rossi, Higuain e tanti giovani in rampa di lancio. Fra questi non considero, in tutta onestà, nè Balotelli nè Icardi.

Mario Balotelli, seppure l'anagrafe sia dalla sua, è un giocatore ormai fatto e finito. Ha ragione Seedorf quando dice che un campione non è, e secondo me non lo diventerà. Ha grandi numeri, li aveva anche cinque anni fa, ma una testa inadatta ad essere il numero uno. Passa troppo tempo ad occuparsi di aspetti extracalcistici, dalle macchine al gossip passando per sterili polemiche con la stampa o via Twitter. Dei campioni veri, quelli citati a inizio pezzo, nemmeno una traccia.

Icardi, poi, è l'ultimo stadio dell'intelletto umano, così in basso da meritare uno studio sociologico. Il talento c'è, lo ha dimostrato lo scorso anno e lo sta facendo quest'anno. Esattamente come Balotelli è esploso molto giovane, ma si è dimostrato altrettanto precoce nel fare cazzate. Non parlo dell'orecchio teso verso i tifosi della Sampdoria, quello ci può stare. Nel mondo etico in cui non si devono aizzare i tifosi è un gesto deplorevole, ma capisco che una persona, insultato di continuo, risponda sul campo con un gesto del genere.
Ho giocato a calcio e so che queste cose, nel pathos del momento, possono capitare.
Non è invece ammissibile tutto il contorno, con quella squallida vicenda che vede protagonista lui, Maxi Lopez e quell'altra, di cui non mi sforzo nemmeno di fare il nome. Sono fatti loro, possono fare e disfare ciò che vogliono nella loro intimità (posto che con tre bambini di mezzo un pochino più di classe ci vorrebbe). Ma, appunto, nella loro intimità. Il ragazzino e la compagna, invece, vanno avanti da mesi a bombardare la rete con le loro storielle, di cui francamente faremmo tutti a meno. I giornali le riprendono, causa morbosità italica, ma ve lo dico chiaro e tondo: siete ridicoli e di un tale cattivo gusto che non vale la pena spendere altre parole o incorporare dei tweet che, sul mio blog, non voglio.
Non è un caso se Diego Maradona, non proprio l'ultimo fesso arrivato, abbia detto: "Per me Icardi è un traditore. Va a casa di Maxi Lopez, gioca a fare l'amico e poi gli frega la donna, questo è tradimento. Ai nostri tempi se qualcuno osava guardare la donna di un compagno, nello spogliatoio ci mettevamo a turno per prenderlo a pugni". E non credo sia nemmeno un caso che il Barcelona, la cantera migliore d'Europa negli ultimi dieci anni, lo abbia mandato via senza mai guardarsi alle spalle. 

Insomma, rimpiango i tempi in cui la domenica potevo vedere Batistuta che la insaccava su pregevole assist di Rui Costa; in cui Ronaldo faceva il Fenomeno e Baggio ci deliziava con sontuose giocate. Le domeniche in cui lo speaker acclamava un goal di Del Piero e l'altro di Trezeguet; in cui Beppe Singori ed Hernan Crespo accendevano il derby della via Emilia, oggi in preda alle "sfuriate" di Cristaldo e Palladino. Rimpiango le testate di Bierhoff e i dribbling di Marcio Amoroso, consapevole che oggi, a parte qualche sprazzo di luce targato Rossi, Tevez o Higuain, non ne vedrò. E allora largo ai giovani, ai Destro e agli Immobile, ma anche ai Berardi, i Bernardeschi e i Paloschi. Ci domandiamo come gli altri campionati, Germania e Portogallo su tutti, ci abbiano sopravanzato nel ranking europeo. La risposta è semplice, sono i giovani. Chi punta su di loro, alla fine, cresce.

7 aprile 2014

Storie di calcio: Leonardo, il giramondo dai piedi fatati

Leonardo Nascimento de Araujo, meglio noto come Leonardo, è stato un calciatore fantastico. Amato in ogni squadra in cui è stato, Leonardo è nato nel Vasco da Gama ma è esploso nel Flamengo, prima di dispensare poi calcio nel San Paolo, nel Valencia, nel Kashima Antlers e nel Paris Saint Germain, prima di arrivare in Italia, al Milan.
Una carriera fatta di grandi club, grandi giocate ed una classe impareggiabile, dentro e fuori dal campo. Perno della Seleçao per quasi dieci anni, Leonardo è stato sicuramente uno dei calciatori più intelligenti degli ultimi vent'anni.

Nato a Niterói il 5 settembre 1969, da piccolo Leonardo tira i suoi primi calcio nel Rio Cricket, per andare poi nelle giovanili del Vasco da Gama, a Rio de Janeiro. Per qualche mese abbandona il pallone per studiare, l unica cosa che Leonardo ritiene più importante del calcio. Si iscrive alla facoltà di ingegneria di Rio de Janeiro, ma a diciotto anni viene chiamato dal Flamengo. Così, mentre pensa di diventare un bravo studente, come il fratello e la sorella maggiori, Leonardo gioca insieme a Zico e Jorginho, non proprio gli ultimi due arrivati.
"Il mio primo scudetto l'ho vinto a 17 anni, nel 1987 con il Flamengo - racconta -. Eravamo partiti malissimo, con una sconfitta alla prima partita contro il San Paolo. Ma abbiamo rialzato subito la testa: poi abbiamo vinto tutte le partite. Pensate che giocavo con Zico, Muller, Careca, Silas, Andrade. In piu' Zinho, Edinho, Leandro, Bebeto, Jorginho. Tutti nazionali conosciuti dappertutto. Che squadra!". Un esordio da predestinato, tanto da scorllarsi di dosso il soprannome di "Ratinho" che i giovani coetanei verdeoro gli avevano affibiato.

Leonardo diventa, in men che non si dica, un'icona. Passato dal Flamengo al San Paolo, Leonardo gioca due grandi stagioni. Con il San Paolo si fa notare per la sua duttilità, facendo un po' di tutto: laterale, difensore, uomo di fascia, attaccante. "Il bello del calcio è anche questo: conoscere, scoprire, vivere ruoli ed esperienze". Le sue giocate, i suoi goal, non passano inosservati. E' il Valencia di Hiddink a portalo in Europa, dove non s'imporrà di primo acchito. In Spagna sono gli anni del Barcellona di Cruijff, troppo forte per le altre. Leo scopre però un nuovo campionato e nuovo modo di giocare, pur non vincendo nulla. Due buone stagioni lo riportano, però, in Brasile, tanto per cambiare al San Paolo. Qui torna a lottare ai massimi livelli, quello che il Valencia non poteva raggiungere. Il destino lo porta a giocare la finale di Coppa Intercontinentale a Tokyo contro il Milan di Fabio Capello. "Quella sera abbiamo perso, ma almeno abbiamo scoperto un talento", la frase di Galliani nel giorno della presentazione al Milan, che la dice lunga sulle qualità del centrocampista rossonero.

Dopo il successo in Intercontinentale, l'insospettabile stop. Leo cede alle lusinghe dell'oriente, accettando la faraonica offerta del Kashima in Giappone. Qui gioca ad occhi chiusi, spingendo il movimento calcistico nipponico ai massimi livelli. Numero 10 sulle spalle e sorriso d'ordinanza, Leonardo è il fiore all'occhiello di un campionato tecnicamente povero. La voglia di tornare in Europa, nel calcio che conta, però è tanta. Ecco allora riecheggiare forti e chiare le sirene del il Paris Saint Germain. Nella relativa tranquillità del campionato francese costruisce un altro po' della sua notorietà, preparandosi a spiccare il volo. Con la maglia dei parigini incontra un attaccante consumato, che in qualche modo segnerà il suo destino: Marco Simone.
Si vocifera sia infatti stato l'ex centravanti del Diavolo a suggerire a Galliani di investire forte sul brasiliano.



"Ora è un bene che parta e non solo per me, anche per il Psg". Il commiato di Leo è commisurato alla gioia di Capello, che ha fatto carte false per averlo. Leonardo, nelle intenzioni del tecnico di Pieris, rappresenta l'uomo capace di dare il cambio di velocità alla manovra. Il motore del Milan ha altri cavalli che garantiscono qualità, come Albertini, Boban oppure Maini; da Leo ci si aspetta il guizzo imprevedibile. Per gran parte della stagione l'idea non arriva, il guizzo è strozzato. I detrattori parlano di pessimo investimento, alla stregua di Ba e Bogarde, ma tra i motivi del basso rendimento di Leonardo c'è una fastidiosa pubalgia. "Se non gioco bene non cerco di giustificarmi e di trovare scuse con i dolori alle gambe", sono le parole di chi sa di avere le capacità di riscattarsi. E così, sotto la guida di Zaccheroni, è proprio Leo a guidare il Diavolo al tricolore, riagganciando la Lazio in una corsa Scudetto incredibile. Dodici reti, due nel derby ed una nel match scudetto con la Lazio di Eriksson, sono il marchio tricolore del brasiliano giramondo.

"È giusto che vada via, dopo quattro anni molto positivi. Sono contento di tutta la mia esperienza e per tutto quello che ho imparato. Il Milan deve cambiare, deve prendere giocatori più giovani, è una cosa normalissima". Nel 2001 saluta Milano e torna in patria, ma il suo non sarà un addio nè al Diavolo nè alla città, dove tornerà sotto altre vesti.

4 aprile 2014

Il calcio dei tweet: Moscagol adotta un tifoso e ci insegna a sorridere

Ci sono calciatori che sono grandi per le proprie qualità sportive; altri che diventano personaggi mediatici. Questo è il caso di Davide Moscardelli, ormai uno dei personaggi di punta su Twitter.

La simpatia e la goliardia di "Moscagol" stanno dilagando in Italia, tanto da aver fatto diventare Moscardelli uno dei calciatori più amati e conosciuti dello stivale. Mosca, da par suo, ha sempre lodevoli e simpatiche iniziative. L'ultima in ordine cronologico mi ha fatto davvero ridere, e spero susciterà in voi lettori lo stesso sorriso che ho fatto io quando ho visto questo bel video.



Si sprecano tantissime parole su quanto sia importante avvicinare i giovani ad un calcio goliardico, pulito. Moscardelli è uno dei pochi ad aver capito la giusta tecnica per farlo, aprendo (spero) la strada ad una nuova cultura del calcio e dello sport. Non me ne voglia Davide se dico che è più simpatico e personaggio che non campione in campo, ma sono sicuro che lo capirà anche lui. Autoironia, sorriso sulle labbra e tanta tanta gioia sono le carte che il movimento calcistico deve giocarsi. Grazie a personaggi come Moscardelli, forse, il calcio sarà uno sport migliore.



28 marzo 2014

Storie di tweer: the italian job, Chelsea FC

Le squadre di tutto il mondo cercano costantemente di soddisfare i fan, di regalare loro emozioni e chicche rare. Ad aiutare i club di tutto il mondo, recentemente, sono arrivati i social media. Facebook è lo strumento "principe" per far parlare i tifosi, per farli sfogare. Twitter garantisce la possibilità di regalare dei reperti di valore inestimabile.

Protagonista dell'odierna puntata di "storie di tweet" la squadra britannica più italiana di tutte, il Chelsea. Divenuta celebre con lo Special One in panchina, ha iniziato la sua crescita con Gianfranco "Magic Box" Zola, Gianluca Vialli e Roberto Di Matteo. Quest'ultimo, dopo aver alzato coppe sul campo, ha guidato i Blues all'alloro più grande: la Champions League.





Il più grande giocatore del secolo per i tifosi del Chelsea



Stava nascendo una grande squadra, un mix di calcio latino e britannico













Fino ai giorni nostri, con lo Stamford Bridge in festa

























Fino a Samuel Eto'o, un campione senza età.



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