Esperto di Calcio

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28 novembre 2014

El Dies, Diego Armando Maradona

Inizia oggi una nuova collaborazione con un interessante e dinamica testata, lordofsports.it
Il portale, bello graficamente oltre che nei contenuti, vi guiderà nel mondo del calcio e dello sport in generale, grande vera passione degli italiani.
Per iniziare ecco a voi un'interessante retrospettiva su Diego Armando Maradona, classe e follia, genio e sregolatezza.

Siamo a Lanus ed è il 30 ottobre 1960, in una casa delle favelas argentine nasce un bambino, che viene chiamato Diego Armando Maradona. Diego è il terzo di sette fratelli di una famiglia povera, nell'Argentina degli anni '60, dove in pratica una persona che se vive o muore se ne accorgono solo i suoi genitori. Diego tra l’altro non è uno spavaldo, anzi è un ragazzo timido che le sue poche amicizie se le tiene strette. L'Argentina non è uno di quei paesi che viene nominato se si parla di politica o economia, ma bensì quando si parla di calcio. Ci sono paesi come il Brasile dove il calcio è tutto, non pensate che in Argentina sia diverso. E ogni giorno a Lanus, Diego quando finiva di lavorare, eh già lavorava, giocava a calcio con i suoi amici. Se state pensando a dei bambini al parchetto, vi sbagliate, Diego e compagni giocano in uno sterrato, che quando piove diventa fango e basta, in 25 contro 25. Di questi 50 bambini Diego è sicuramente il più forte, uno dei più strani per carità ma il più forte. Un giorno un amico di Diego viene preso all'Argentinos Juniors, squadra di calcio abbastanza nota, lui propone Diego e dopo qualche imbroglio Diego viene preso. Il più simpatico d questi imbrogli è il medesimo. Diego era alto come un normale bambino ma non aveva documenti, quindi quelli del club pensavano che fosse un nano (cosa abbastanza comune ai tempi in Argentina). Il bello è che Diego non è il migliore solo tra i compagni a Lanus, è il migliore anche nei campionati giovanili di tutta Argentina. Infatti l’allenatore dell’Argentinos Juniors, considerato il miglior allenatore giovanile di tutti i tempi, lo valorizza e lo rende un giocatore sempre più completo. Lui, insieme alla sua squadra soprannominata "Cebolles" vince tutto. Finché un giorno, per somma gioia del padre, Diego viene acquistato dal Boca Juniors. E qui che si inizia a capire cosa sarebbe potuto diventare, essere preso da minorenne al Boca significava non essere solo dei talenti. Nella trattativa il Boca ha dovuto spendere 2 milioni e cedere 4 giocatori. Tutta l’Argentina da questo momento della sua carriera capiva il suo ruolo, il classico numero 10. Piede magico, preferito il mancino. Sapeva mettere la palla giusta, al momento giusto, nel posto giusto. Tantissimi gli assist, come i gol. Quando c’era da decidere qualcosa, era il primo sulla lista per farlo. Qui si capiva che sarebbe potuto diventare uno dei migliori.

Nel frattempo Diego aveva mancato la convocazione ai mondiali del '78, e quindi voleva già rifarsi. Anche i tifosi erano straniti dalla mancata convocazione, nonostante avesse solo 17 anni. L'avventura al Boca dura poco, perché viene subito dal Barcellona. Arrivo al Barca per un miliardo e duecento mila peseta spagnole. A causa di un’epatite virale l’inizio coi blaugrana è stato tutt’altro che semplice. Comunque in 3 anni non è mai riuscito ad esprimersi e non ha vinto nulla. Gioca i mondiali dell'82, che vanno male ma già fa capire cosa può fare. Diego al Barca è già un fenomeno ma è quando si trasferisce a Napoli che avviene la consacrazione, lì diventa El Pibe De Oro che noi conosciamo a tutti. Qui dopo le prime 2 stagioni ha vinto il suo primo scudetto, nella stagione seguente rischia il triplete vincendo lo scudetto, la Coppa Uefa e arrivando in finale di Coppa Italia. Vince il mondiale del '86, dove ha dato spettacolo soprattutto nella partita con l’Inghilterra, dove segna un gol stupendo in serpentina e la famosa Mano de Dios. Arriva secondo a Italia '90, dove in semifinale con l’Italia viene accolto dal San Paolo come un eroe, dividendo il pubblico. Ma poi arriva USA '94. Maradona è positivo all'antidoping, più tardi dichiarerà: "Mi hanno tagliato le gambe." Questa suo essere tagliato fuori sarà grave per la sua nazionale che nasceva e moriva con Diego. Il mondiale l’ha terminato nel peggiore dei modi, da semplice telecronista. Il resto è storia, la scoperta delle droghe assunte da Diego nel corso della carriera, i tradimenti alla moglie ecc... Infatti uno dei tanti problemi riscossi nell’avventura del Barcellona era stato l’avvicinarsi alla cocaina e alla droga in generale.
Ma non ne parlo neanche perché si sa quando qualcuno fa cose splendide, si cercano solo le cose negative. Vedere Maradona col pallone tra i piedi era una gioia e a chi ama il calcio deve importare solo questo. Era un personaggio controverso, il migliore e il peggiore allo stesso tempo. Protagonista e antagonista, era calciatore, era un genio, ma era un uomo e come tutti gli uomini non ha nulla di perfetto.

Il signore dello sport

18 novembre 2014

Italia-Croazia e l'ennesimo spettacolo della giustizia all'italiana

In questo paese manca una profonda e radicata cultura sociale e sportiva. Lo si capisce fin dalle prime pagine dei giornali, in cui gli ultras croati vengono dipinti come il demonio. Lungi da me difenderli o giustificarli, ma quanto accaduto l'altra sera a San Siro è frutto di errori macroscopici, non ascrivibili alla sola milizia ultras di Zagabria.
Se infatti è inammissibile che delinquenti e mezze tacche siano prestati al mondo del tifo, inquinando quello che è uno sport meraviglioso, è altrettanto vero che esiste un servizio di sicurezza che non funziona. La Lega, da tempo, sventola la necessità che i club si paghino il servizio d'ordine. Giustissimo, perchè noi cittadini dovremmo rimetterci, pagando poliziotti che prestano servizio d'ordine in uno stadio? Ebbene, a Milano non giocava nessun club. Giocava la Nazionale italiana, e la Lega aveva il sacrosanto dovere di fare andare tutto per il meglio, in campo e sugli spalti; prima, durante e dopo il match.
E invece abbiamo assistito al solito scempio, con pochi "tifosi" che diventano padroni dello spettacolo, mettono in scacco sessantamila persone per bene e costringono l'arbitro a sospendere il match. Questo non è calcio, e questa partita andava sospesa. Magari con una sconfitta a tavolino per entrambe le squadre.
Se da un lato è vero che a macchiarsi del fatto sono stati i nostri avversari, noi gli abbiamo permesso di farlo. Le cariche della polizia in curva, ennesima testimonianza di un servizio di prevenzione inesistente, sono valse a ricordare quanto la violenza permei il nostro sistema di sicurezza. La paura, lo sgomento, quella sensazione di insicurezza perenne, avevano già permeato le brave persone di San Siro, che hanno lasciato la stadio in barba al fatto di aver speso soldi per il biglietto.

Ma com'è possibile, mi chiedo, che quando vado allo stadio vengo rivoltato come un calzino, e poi entrano razzi, bottiglie, bombe carta e petardi? Semplice e pura connivenza. Oggi si scrive da più parti che c'erano stati zelanti controlli a Trieste. Non mi pare affatto un deterrente. Ai tornelli, poi, le tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo. E non mi riferisco solo alle perquisizioni mancate o non fatte nel settore ospite, ma a tutto ciò che entra nello stadio. Non è da escludersi che i croati, supportati dai sempre preparati ultras nostrani, non abbiano trovato in loco tutta l'attrezzatura. Ebbene, credo che la responsabilità sia ancora una volta della Lega. Avrebbe dovuto vigilare sul servizio d'ordine, impedire che tutto questo accadesse.
Francamente, dopo aver sentito i vari Tavecchio e Malagò parlare, non potevamo aspettarci altro. Quest'ultimo è riuscito a riferirsi al presidente della federcalcio croata come "Dario Suker". Ecco, peccato che il signore in questione sia un certo Davor Suker, campionissimo in campo e realmente imbarazzato per quanto accaduto. Così come i suoi giocatori, che hanno definito questi militanti come "delinquenti e non tifosi".
George Bernard Shaw diceva: "La giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio". Spero davvero che non avesse ragione.

17 novembre 2014

Storie di calcio: Danny Ings e il calcio che vorrei

Cari lettori ed appassionati del blog, devo dirvi che per me questo periodo è stato calcisticamente travagliato: devo ammettere che la passione che mi ha sempre contraddistinto è andata lentamente scemando.
Campionato "spezzatino", coppe, coppette e coppettine. Partite ogni giorno della settimana. Un tasso tecnico mediocre e un mondiale che non si farà ricordare per gesti tecnici o nuove alchimie tattiche. Osservi il calcio del nostro bel Paese e gli unici sussulti sono gli Opti Pobà, la dotazione delle bombolette spray per gli arbitri, la nomina di un commissario tecnico messo a libro paga dallo sponsor, un campionato che sta dimostrando un equilibrio decisamente direzionato verso il basso: per conferme chiedete pure alle nostre avversarie europee in Champions. Viviamo in un contesto talmente mediocre dove ci si entusiasma per l'atterraggio di tale Massimo Ferrero, detto "er viperetta": per me, tifoso blucerchiato, è stato l'ennesimo colpo basso. Forse quello di grazia.

In questo momento seguo il calcio con un distacco quasi nauseabondo, causato da creste e scarpe fluorescenti scorrazzanti per il campo guidate da catenacciari seduti su una panchina, che si esibiscono in stadi fatiscenti dove quei pochi che vi si presentano lo fanno per insultare le origini e la razza del proprio avversario e non per sostenere il proprio club, dove l'arbitro della finale mondiale impiega tre minuti per decidere se concedere o meno un calcio di rigore, dove pennivendoli, opinionisti e telecronisti ricercano uno spunto di discussione dal nulla più totale, il tutto trasmesso da delle pay tv che si inventano nuove inquadrature stile "slow motion" per sopperire alla mancanza di gesti tecnici e giustificare dei canoni mensili da usura legalizzata. Provi a cercare una speranza altrove, magari dalle serie minori, e le uniche notizie che trovi riguardano nuovi sospetti di combine, aggressioni ad arbitri minorenni e i soliti tafferugli causati dal cosiddetto "pubblico pagante".

Non sono uno che si arrende facilmente, ma in momenti come questi si ha bisogno di un qualcosa, un qualcuno che possa riaccendere la speranza nello sport che ami. Personalmente l'ho trovata oltre lo Stretto della Manica, dalla madre del football: si chiama Daniel William John Ings, detto Danny, attaccante del Burnley. Nato a Winchester il 23 luglio del 1992, finora può vantare una carriera spesa tra Bournemouth, Dorchester Town e dal 2011 con il passaggio ai "Clarets". Una carriera quasi trascurabile verrebbe da dire, nonostante cinque presenze e due gol nella Under 21 albionica. Quindi, perchè riporre le mie speranze in Ings? Cos'ha di tanto speciale da potermi indurre a concedere un'ultima possibilità al calcio professionistico?

Ebbene, ho deciso di riporre le mie speranze in questo ventiduenne con il dieci sulle spalle e la fascia di capitano al braccio, trovatemene uno in Italia, perchè ogni volta che scende in campo è capace di rendersi protagonista, sia in campo che fuori. Un protagonista positivo. Con le sue prestazioni è riuscito a far ottenere al Burnley l'agognato ritorno in Premier League dopo ben quattro anni di assenza nonostante una concorrenza agguerritissima. Danny non è un top scorer con una media gol vertiginosa, ma un trascinatore tutto cuore e tecnica al servizio del collettivo. Insomma, il capitano che tutti vorremmo avere. Però le poche marcature che riesce a realizzare non sono mai banali, così come il loro festeggiamento. Ormai siamo abituati a capriole, balletti, mosse inconsulte: sappiate che Ings non è uno che festeggia così dopo un gol. Ings è uno che dopo ogni rete va a salutare un bimbo su una sedia a rotelle che assiste a tutte le partite casalinghe dei "Clarets" sul bordo del campo del Turf Moor. A volte lo bacia sul capo, a volte lo abbraccia, a volte lo indica per dedicargli la marcatura. Ma ci sono delle occasioni che vanno ricordate e festeggiate nel migliore dei modi. E' il 21 Aprile del 2014: nell'ultima partita della stagione contro il Wigan, al triplice fischio finale i tifosi del Burnley hanno immediatamente invaso il campo per l'entusiasmo dovuto alla promozione in Premier League. A questo punto il nostro capitano Danny Ings, con le lacrime agli occhi, ha cercato e ha trovato questo bimbo, anch'egli in lacrime. Si sono abbracciati, più forte che mai. Una immagine che ti tocca dentro, nel profondo. Ed ogni volta che la vedo so che in Inghilterra c'è un bambino portatore di handicap che ha festeggiato ancora una volta insieme al suo capitano un momento di gioia della propria squadra del cuore.

Bene, Signori: qui ritrovo la speranza. Perchè per me il calcio è questo. E' quel momento di sana competizione sportiva dove ci si affronta, confronta e comporta da Uomini, quelli con la U maiuscola. E' quel momento in cui dove non ci si comporta da rockstar ma dove si mostrano i veri valori, quelli fondamentali per ogni essere umano prima e per ogni sportivo poi. Per me il calcio in questo momento è Danny Ings, un calciatore che ogni maledetta domenica riesce a giocare e vincere la partita più importante: quella di rendere il mondo del calcio un posto migliore grazie a dei piccoli grandi gesti.
Perchè come diceva Nereo Rocco "quello che fai sul campo è quello che sei: in pochi minuti di gioco puoi dimostrare la tua vera natura". Ma a uno come Danny serve molto meno: gli basta un minuto di gioia.

14 ottobre 2014

Saranno campioni, Lisandro Magallan

Durante il Mondiale brasiliano si sono spesi fiumi di parole per Balanta, forte centrale colombiano in forza al River Plate. Dopo un serrato corteggiamento da parte delle grandi d'Italia, Balanta sembrava ad un passo dalla Sampdoria. Il trasferimento al club del neo-presidente Ferrero è saltato ad un nonnulla dalla conclusione, così Balanta è rimasto nelle fila del River, dove sta incontrando più difficoltà del previsto.
Ad emergere, nelle rocciose difese argentine, è un altro classe '93, in forza al Boca Juniors. Il suo nome è Lisandro Magallan, meglio conosciuto in patria come "il nuovo Samuel", credenziali niente male per un giovane.




Per conoscerlo meglio ne ho parlato con un esperto del campionato argentino, l'amico e agente FIFA Gianfranco Cicchetti: "Lisandro Magallan è uno dei giovani emergenti del calcio argentino. Classe '93, è un centrale difensivo del Boca Juniors, eroe degli 'Xeneizes' nell'ultimo Superclasico con il River Plate con il gol che è valso il momentaneo 1-0 (il match è poi finito 1-1). Naz. U20 albiceleste, è un giovane estremamente interessante che si è guadagnato i galloni da titolare nell'ultimo campionato nella squadra del neo tecnico Arruabarrena. E' alla sua seconda stagione al Boca, che nel 2012 lo prelevò dal Gimnasia La Plata, club nel quale è anche cresciuto calcisticamente. Dopo una stagione in panchina con Carlos Bianchi, è andato a fare esperienza nel Rosario Central, dove ha giocare con maggiore continuità. Il ritorno alla 'Bombonera' gli ha fatto bene ed ha permesso al Boca Jrs di mettere in mostra un talento destinato al trasferimento in Europa. Piace a diversi club spagnoli e italiani, tra cui Juventus, Roma e Udinese. E' un centrale arcigno e veloce, i suoi 181 cm non gli impediscono di essere molto abile sulle palle alte, sia in fase difensiva che in quella offensiva, in particolar modo sulle palle inattive. Da molti addetti ai lavori è stato ribattezzato 'il nuovo Samuel', rispetto al quale ha in comune la provenienza e le caratteristiche fisiche ma non il piede mancino. In prospettiva può diventare un difensore importante, al momento è un centrale estremamente interessante al quale però necessiterebbe un trasferimento 'soft' in un club europeo di medio livello per gradualizzarne la crescita. E' extracomunitario e al momento ha una valutazione di mercato abbordabile che ne consiglierebbe un investimento immediato".
Se son rose fioriranno...

8 ottobre 2014

Storie di calcio: Graziano Pellè, the italian goal machine

"Se è passato tanto tempo dalla mia ultima convocazione in Nazionale, è stata soltanto colpa mia. Sono arrivato adesso alla maturità totale, fisica e mentale. Ho dovuto fare un giro largo ma meglio esserci comunque arrivato. Dunque meglio tardi che mai".
Le parole di Graziano Pellè, pronunciate ieri a Coverciano, tradiscono un filo di emozione. E' normale sia così, la Nazionale è il punto d'arrivo per qualsiasi calciatore, figuriamoci per chi, come lui, ha passato anni in provincia ed è dovuto emigrare per trovare posto.
Leccese di nascita e di scuola calcistica, Pellè viene considerato dagli addetti ai lavori un predestinato. Pochi ragazzi in Italia hanno il suo fiuto del goal ed il suo fisico, caratteristiche che inducono i suoi allenatori ad impiegarlo come primo riferimento offensivo.
Sulla panchina del Lecce, in quegli anni, siede Delio Rossi, che adocchia il ragazzo e lo porta in prima squadra, dove ha l'opportunità di allenarsi con attaccanti del calibro di Bojinov, Chevanton e Mirko Vucinic.
Lo spazio in prima squadra è poco, ma tanto basta per portarlo a giocare il Mondiale Under20, tenutosi nei Paesi Bassi durante l'estate 2005. Pellè è l'arma in più dell'Italia, che a suon di goal trascina fino ai quarti di finale, persi ai rigori contro il Marocco.

L'esperienza con l'Under20 è importante per la crescita di Pellè, che stenta però a ritagliarsi il suo spazio con la maglia del Lecce. Inizia quindi un lungo viaggio fatto di prestiti in cadetteria, dove dopo un inizio difficile inizia a macinare gioco e reti. A Crotone le prime reti fra i professionisti; con la maglia bianconera del Cesena la prima stagione in doppia cifra, che sembra porterlo portare al grande salto.
Nel suo destino, come per il Mondiale Under20, c'è l'Olanda. Ad aggiudicarselo è l'Az Alkmaar, allenato dal guru olandese Van Gaal, uno che ha pochi eguali al mondo a lavorare con i giovani.
Il santone olandese, reduce dall'esperienza con il Barcellona, intravede in Pellè le potenzialità del campione. Sa che è un diamante ancora grezzo, ma nonostante le difficoltà gli da fiducia. Il centravanti pugliese lo ripaga con tanto impegno e pochi gol. Van Gaal crede nelle potenzialità del ragazzo, ma quando sente la chiamata del Bayern Monaco non può rifiutare. Con l'approdo in panchina di Verbeek il divorzio è inevitabile.

E' Pietro Leonardi a riportarlo in Italia, e Parma sembra la squadra a misura d'uomo che può permettere a Pellè di esplodere definitivamente. Qualcosa s'inceppa, mancano feeling e fiducia, e dopo un anno e mezzo speso fra Parma e Sampdoria, in prestito, le strade si dividono nuovamente. Nemmeno a dirlo la chiamata arriva nuovamente dal paese dei tulipani, più precisamente dal Feyenoord di Rotterdam. Prestito con diritto di riscatto prefissato a 5 milioni di euro, Pellè sbarca alla corte di Ronald "Rambo" Koeman. L'alchimia fra i due è immediata, tanto da portare il Feyenoord a basare il proprio gioco sul terminale offensivo italiano. Con la maglia bianco-rossa di Rotterdam, Pellè esplode letteralmente. E' un po' come se il suo talento, sopito per troppo tempo, riemergesse con la forza di un'esplosione vulcanica. Il suo killer-istinct in area di rigore torna ad essere quello delle giovanili, i portieri orange non hanno scampo. Al primo anno le reti sono 29, il secondo 26. 55 goal in 66 presenze sono numeri mostruosi, che gli valgono finalmente il palcoscenico di un campionato top. La chiamata arriva dalla Premier League, più precisamente da Southampton, dove sulla panchina dei "Saints" si è appena insediato il suo mentore, Ronald Koeman.
Devo ammetterlo, avevo ancora qualche perplessità su di lui, mi sembrava così strano che segnasse a raffica in Olanda dopo aver trovato tutte quelle difficoltà in Italia, ma ho sbagliato. In 7 partite di Premier il bomber leccese ha timbrato 4 volte il cartellino, realizzando una rete meravigliosa in acrobazia contro il Queens Park Rangers.



La continuità in zona gol gli vale il soprannome "the italian goal machine" e, soprattutto, il ritorno in azzurro. Non più la maglia di una giovanile, bensì quella pesante della Nazionale maggiore.
"Speravo di andare in nazionale, quest'anno sono passato in un campionato più importante, avevo possibilità di essere preso in considerazione, il mister lo ha fatto e mi ha convocato". Il futuro è ora nelle sue mani.

7 ottobre 2014

La polemica, l'unico vero male del calcio italiano

Il vero male del calcio italiano è la polemica. Viscerale, perenne, continua. Il calcio è la passione degli italiani, ma ultimamente mi sembra che sia diventato il tiro a segno. Gli arbitri, più ancora dei calciatori, vengono passati ad un accurato screening post-match, andando a vedere qualsivoglia minuzia nella loro direzione. Un malcostume tutto italiano, che sta rovinando il nostro calcio e la nostra cultura sportiva. 
I primi a rendersi conto di questo dovrebbero essere gli addetti ai lavori e i giornalisti, che non perdono occasione di passare al setaccio ogni fischio del direttore di gara. Le interviste post-partita, specialmente su Mediaset, diventano una moderna caccia alle streghe, con presunti opinionisti scatenati e allenatori che attizzano il fuoco meglio della carbonella.

Un malcostume inaccettabile, esploso in tutto il suo clamore dopo Juventus-Roma. Non entro nel merito degli episodi, ma mi limito a evidenziare che alla sesta di campionato si usano parole forti come "sistema", "campionato falsato". Una follia. Lo sarebbe verso fine campionato, figuriamoci ad Ottobre. Prima di parlare di "sistema", credo, occorrerebbe un pochino di onestà intellettuale. Dal Milan di Sacchi e Capello, passando per la Juventus di Lippi o l'Inter di Mancini e Mourinho, hanno sempre vinto i più forti. E sarà sempre così, perchè in un torneo a venti squadre è il più forte a vincere, spesso in maniera netta e definitiva. Pochi campionati si decidono sul filo di lana, e anche questi non sono contraddistinti dai singoli episodi. Penso al duello Juventus-Inter del '98, il cui epilogo non può essere attribuito al solo presunto rigore non concesso all'Inter (dietro in classifica e sotto di un goal in quel match). Ma si pensi anche al nubifragio di Perugia, quando a perdere il titolo fu la Juventus di Ancelotti, rea di aver dilapidato un cospicuo vantaggio in classifica, venendo poi punita dall'acquazzone umbro. C'è stato poi il tricolore che la Roma ha messo in bacheca l'anno successivo, andando a strappare i punti decisivi nello scontro diretto di Torino, schierando Nakata (autore di una rete decisiva) che, fino ad una settimana prima, non avrebbe potuto esser convocato. O, infine, i titoli che Mancini e Mourinho hanno portato in casa Inter, lasciando sempre al secondo posto la Roma di Totti, pronta ad avvelenare i post-partita ad ogni piè sospinto. Non si trattava di una macchinazione allora, non c'è alcun sistema oggi.

Se solo Totti avesse avuto un pochino più di memoria, credo, non avrebbe detto ciò che ha detto a Torino. Ha sparato a zero sulla lega e sul movimento calcistico italiano, reo secondo lui di favorire la Juventus. Eppure non ricorda che proprio questa lega e l'intera architettura del calcio italiano hanno salvato la Roma. Una squadra che ha vinto uno scudetto (non un'egemonia, un solo e unico successo) acquistando giocatori che aziendalmente non poteva permettersi. I vari Emerson, Candela, Cafu, Nakata, Batistuta e Montella, tanto per fare qualche esempio, hanno portato al tracollo finanziario la Roma e la famiglia Sensi. Sommersa dai debiti, (come la Lazio, vincitrice anch'essa di un tricolore), la società giallorossa avrebbe dovuto scomparire e ripartire dai dilettanti. Per evitare sommosse popolari, in una città in cui il tifo è tutt'altro che tranquillo, il "sistema" ha salvato la Roma. Ha evitato a Totti e compagni di fare la fine di Napoli, Torino e Fiorentina. 

Al capitano, poi, si è aggiunto il tecnico Rudi Garcia. Una persona che ho fin da subito reputato elegante e intelligente, capace di parlare un italiano sorprendentemente buono fin dai primi giorni. Eppure, il gesto del violino è una caduta di stile clamorosa. Scimmiottare Mourinho, senza esserlo, non è un vanto. Ancor peggio, però, le frasi a mente fredda. Sostenere che partite così facciano male al calcio italiano è vero, ma da un'altra prospettiva rispetto a quella di Garcia. Il problema non è stato nè l'arbitro nè il risultato, ma il contorno di inutili polemiche. Dalle rumorose parole di Totti e Garcia fino allo stucchevole siparietto fra Sacchi e Allegri, uno spettacolo a cui faremmo tutti volentieri a meno.

29 settembre 2014

Calci di rigore: il falso mito su Gigi Buffon

I numeri non mentono, mai. Dopo il Mondiale 2006, vinto ai rigori contro la Francia, una leggenda metropolitana si è diffusa nel Bel Paese: Gigi Buffon non para mai i rigori.
Una falsità assoluta, che ha però tratto in inganno quasi tutti gli appassionati, pronti a celebrare il funerale del numero uno quando si trova dinnanzi un tiratore dagli undici metri.
Spesso e volentieri le leggende metropolitane celano falsità e inesattezze, che mi sento in dovere di smascherare con numeri inequivocabili.
La classifica dei migliori specialisti dagli undici metri è questa:

Samir Handanovic ha parato 27 di 82 rigori
Jens Lehmann ha parato 24 di 101 rigori
Gianluigi Buffon ha parato 21 di 108 rigori
Oliver Kahn ha parato 17 di 139 rigori
Júlio César ha parato 15 di 55 rigori
Iker Casillas ha parato 15 di 105 rigori
Petr Cech ha parato 15 di 88 rigori
Andrés Palop ha parato 12 di 52 rigori
Victor Valdés ha parato 11 di 53 rigori
Manuel Neuer ha parato 11 di 59 rigori
Edwin van der Sar ha parato 8 di 94 rigori

A ben vedere non è poi messo così male Buffon, terzo nella classifica di tutti i tempi.
Ora, forse la percentuale non sarà elevatissima, ma è ampiamente in media e soprattutto migliore di alcuni grandi del passato: Kahn, Zoff (nemmeno in classifica), Banks, Sebastiano Rossi..nessuno passato alla storia come vittima sacrificale dagli undici metri.
Se a questi 21 aggiungiamo quelli neutralizzati nella fase a penalty (così a memoria due in finale di Champions contro il Milan), ci si rende immediatamente conto che il numero uno della Juventus e della Nazionale non sia poi così male. Di certo è peggio come tiratore, dove a fronte di un penalty calciato risiede un altrettanto errore. Ma in fondo quello non è il suo mestiere.

8 settembre 2014

Serie A: il mercato e la nostalgia dei primi anni 2000

E' stato un mercato intenso, ricco di chiacchiere e colpi di scena. In questa estate italiana piuttosto atipica, caratterizzata da un tempo quantomeno ballerino, il calciomercato ha rappresentato una certa continuità. Colpi di scena più in uscita che in entrata, come da alcuni anni a questa parte, ed una sensazione di indebolimento che non ci abbandona mai.
Il colpo ad effetto è stato senza ombra di dubbio l'addio di Conte alla Juventus. Dopo tre anni di successi e qualche discussione di troppo sugli investimenti, Antonio ha salutato tutti. Ho già speso diverse parole sull'argomento e non voglio dilungarmi ancora. Sono contento sia andato in Nazionale, perchè in fondo siamo tutti italiani e forti tifosi degli azzurri. La prima a predirlo è stata la mia ragazza, io non ci credevo. Ho sempre pensato che Conte fosse un uomo di campo, uno che deve masticare calcio ventiquattro ore al giorno. Eppure mi sbagliavo, o semplicemente è la sistemazione migliore per un allenatore distrutto dallo stress del day by day.
L'altro grande colpo di mercato, a mio avviso, è stata la cessione di Balotelli al Liverpool. L'Italia non faceva per lui ed il rapporto con il Milan era ormai logoro. La cessione in Inghilterra è un bene per tutti, ma la sensazione è che ormai Mario abbia deciso di gettare al vento il suo talento, un po' come ha fatto Cassano.
Il nostro calcio ha poi perso Cerci, per il quale le italiane non hanno fatto a gara; e Alvarez, parcheggiato a cifre record in Inghilterra. Benatia ha salutato Roma per approdare in Baviera, dove Robben l'ha accolto alla grande, dichiarando: "Onestamente non so chi sia. So soltanto che il nostro club l'ha preso dalla Roma. Ma se il Bayern lo ha acquistato ci sarà un motivo: si è infortunato Javi Martinez quindi avevamo bisogno di un buon sostituto". A quella cifra la Roma ha fatto il colpaccio, davvero.
Il capocannoniere del torneo scorso, Ciro Immobile, si è accasato al Borussia Dortmund. Classe '90, Immobile avrebbe fatto comodo alle grandi della Serie A, ma nessuno aveva i soldi per comprarlo. La Juventus, che non ha mai realmente creduto in lui, ha deciso di fare una bella plusvalenza e parcheggiarlo all'estero, dove non può far male alla Signora.

Se le cessioni ci hanno strappato un mezzo sorriso, sono gli arrivi che ci fanno ripiombare nell'oblio. Da un lato la resistenza della Juventus, capace di tenere Vidal e Pogba; dall'altra colpi di mercato quantomeno discutibili. A Verona sono arrivati Marquez e Saviola, che mi fanno ripensare al primo Barcellona di Rijkaard, tristemente risalente a inizio anni '00.
Il Milan ha deciso di sostituire Balotelli con Torres, preso gratis dal Chelsea. E' emblematico che Mourinho si sia disfatto di un giocatore acquistato poche stagioni fa per una cifra monstre. A me l'ingaggio del Nino affascina, ma il mercato del Milan è bocciato dalla scellerata cessione di Cristante, uno dei più fulgidi talenti del nostro calcio. Cederlo, per appena 6 milioni oltretutto, è stato un errore. Galliani ha provato a dire che è Cristante ad aver chiesto la cessione, ma non ci credo. Gli avessero dato la possibilità di gicoarsi il posto con i vari Muntari e De Jong (non Xabi Alonso e Kroos), secondo me sarebbe rimasto.
La Juventus ha comprato a peso d'oro Morata, il cui talento è indiscutibile ma che è tutto da valutare; così come Evra, arrivato da Manchester e per ora poco impiegato. Coman è stato il fiore all'occhiello del mercato bianconero, capace di un altro grande colpo a costo zero. Aspettando Rabiot.
La Roma ha fatto il bello e il cattivo tempo sul mercato, comprando tanto e in tutti i settori. Un mix di gioventù (Ucan, Iturbe, Manolas..) ed esperienza (Cole e Astori) per dare l'assalto al tricolore, inutile nasconderlo. L'Inter ha continuato nel suo progetto, sbandierando una difesa a quattro che difficilmente Mazzarri schiererà. Vidic è un buon colpo, ma siamo sempre in zona over30, inoltrati.

Non è un paese per vecchi, dicevano i fratelli Coen..forse non sono mai stati in Italia. 

1 agosto 2014

Storie di calcio: l'indio, Matias Almeyda

"Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista esposi il mio modo di pensare. Prima della gara successiva Davids mi è venuto incontro. Ho pensato che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Bravo, la penso esattamente come te". Avremmo potuto diventare amici".
Sono queste le storie di calcio che amo, che voglio che amiate, che voglio raccontare. Storie di uomini e atleti che in campo davano tutto, per sè stessi e per la squadra. L'io si fondeva con l'esigenza dei compagni, il successo e la fama personale passava attraverso il sudore riversato in campo, a volte oltre i limiti del consentito. Esattamente come la vita di Matias Almeyda, vissuta senza freni e inibizioni, cercando la gloria in quell'incredibile rettangolo verde circondato da migliaia di persone.

Di Almeyda si potrebbero raccontare tante cose. Dal suo pazzesco goal a Buffon, in un Parma-Lazio di tanti anni fa, alle migliaia di palloni recuperati; dal suo correre incessante dietro agli avversari, ai successi con River Plate, Parma e Lazio. Ma le parti più incredibili ce le racconta lui stesso, in una biografia intrisa di aneddoti, curiosità, confessioni, verità. Una storia da moderno gladiatore, o più semplicemente da Matias. "Undici Almeyda, vogliamo undici Almeyda".



"Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale".
"Alla Lazio si è visto l’Almeyda migliore. Ero tra i più bassi, quindi ho allestito una palestra a casa per rinforzarmi, tiravo anche di boxe. Là mi sono fatto tatuare l’indio sul braccio: la mia bisnonna lo era. Andavo all’allenamento con i jeans a pezzi, a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensavano che fossi proprio un indio".
"Una volta al Parma ho lasciato lo stadio nel baule della macchina dei miei suoceri. C’erano 20 ultrà che mi aspettavano per un gestaccio che avevo fatto. In realtà era stato solo uno sguardo, ma di sfida, dopo che mi avevano urlato qualcosa. Avevo fatto amicizia con un gruppo di rugbisti argentini, che per la gara successiva mi hanno accompagnato al Tardini. Un ultrà grande e grosso mi ha fermato con la pancia: "Devi chiedere scusa ai tifosi". "Non chiederò scusa per qualcosa che non ho fatto", ho risposto sapendo che i miei amici erano pronti a intervenire".

"Al Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto. Il calciatore non fa domande, ma poi, con gli anni, ci sono casi di ex calciatori morti per problemi al cuore, che soffrono di problemi muscolari e altro. Penso che sia la conseguenza delle cose che gli hanno dato".
"Dopo che avevo litigato con Stefano Tanzi, una volta mi ferma la polizia e mi sequestra la macchina. Giorni dopo, mi sono svegliato e la macchina nuova era sparita dal garage. A Milosevic, lui pure in conflitto con la società e con un contratto alto come il mio, capitava lo stesso. Un giorno mia moglie torna a casa e sente delle voci all’interno. Scappa e chiama la polizia. A casa poi non mancava niente. Ma c’era una manata sulla parete. Fatta con olio di macchina. Un messaggio mafioso. Mia moglie ha avuto un parto prematuro. Dopo il Mondiale ’02 a Parma non sono più tornato".
"Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. Io ho detto di no. Sensini, lo stesso. La maggioranza ha risposto così. Ma in campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio. Soldi? Non lo so. Loro lo definivano un favore...".

"Lele (Adani) è la mia anima gemella. Ci siamo conosciuti quando io iniziavo a stancarmi dal sistema. Lo considero il fratello che mi ha dato la vita. È venuto a vedere il River e un giorno lavoreremo insieme in Italia. Anche con Roberto ho ancora un buon rapporto. È un fuoriclasse, ma correvo io per tutti e due. Glielo dico sempre: "Mi hai distrutto il fegato, da quanto mi hai fatto correre".
E a chiudere l'esperienza meneghina, a portarlo alla depressione. "È iniziata a Milano. Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensavo e pensavo. Un giorno non sentivo più la mano, quello dopo avevo perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici. Le chiamo le pillole della bontà, mi fanno essere più buono".

30 luglio 2014

Storie di calcio: il mito di Faryd Mondragon

28 Giugno 1994, Stanford. La Russia di Salenko demolisce il Camerun e saluta gli Stati Uniti con un successo roboante, rotondo. Il centravanti di Leningrado realizza una storica cinquina, che gli vale il titolo di re dei bomber nella manifestazione statunitense. La notizia più clamorosa non sono i cinque goal di Salenko, ma il solo e semplice acuto di un uomo sempre sorridente, pacato. E' nato a Yaoundè, in Camerun, e per il suo paese è un simbolo. Rappresenta la forza, la determinazione, il sacrificio. Ha segnato una rete pazzesca contro l'Argentina, in quel di San Siro, ma la sua carriera non è conclusa. Il suo nome è, naturalmente, Roger Milla, e a furor di popolo è portato in America, dove vive un Mondiale da spettatore. Con la squadra eliminata, però, scende in campo per tutto il secondo tempo. A 42 anni è il giocatore più vecchio ad aver messo piede in campo in un'edizione del Mondiale; nel giro di un minuto anche il più vecchio ad aver realizzato un goal.

24 Giugno 2014, Cuiabà. La Colombia di James Rodriguez asfalta il Giappone di Zaccheroni chiudendo il girone a punteggio pieno. A sei minuti dalla fine Josè Pekerman guarda verso la panchina e fa un cenno con il volto. Si alza Faryd Mondragòn, un cenno d'intesa e un abbraccio. Il numero 22 scende in campo con il sorriso stampato sul volto. A 43 anni e 3 giorni è il giocatore più vecchio che abbia giocato una partita del Mondiale, un record che per Mondragòn vale tantissimo.
Un portiere con un fortissimo temperamento, un giramondo di padre colombiano e madre libanese. Un colosso di 191 cm capace di giocare in tre continenti e prendersi una delle soddisfazioni più grandi e meno difficilmente battibili che possano esistere. Se questa Colombia è una grande squadra e un grande gruppo, in parte, il merito è anche suo. Mondragòn, Valderrama, Escobar..un gruppo di grandissimi giocatori che hanno spinto il movimento calcistico colombiano oltre i limiti. Hanno ispirato Falcao, Cuadrado, Rodriguez e tutti gli altri grandi giocatori cafeteros che hanno fatto tenere il fiato ai colombiani, tremare i brasiliani e sperare tutto il mondo. La favola della Colombia campione del mondo, quest'anno, non si è avverata. Ma su questa strada non è utopistico pensare ad un nuovo paese al vertice del calcio mondiale.

28 luglio 2014

Storie di calcio: USA, no more soccer

Dopo la scoppola presa al Mondiale casalingo, nel 1994, gli Stati Uniti decisero di dare una spinta al movimento calcistico americano. Stadi all'altezza della situazione ed un campionato di livello più alto, per conquistare il cuore della gente ed aiutare la nazionale. Gli States non sono una nazione che nello sport, in genere, si limita a partecipare. Olimpiadi o Mondiali che siano, i ragazzi a stelle e strisce sono quasi sempre fra i favoriti alla vittoria, in tutte le discipline. Nel calcio, invece, non hanno mai rischiato di vincere qualcosa, non sono mai riusciti a dominare. E francamente credo che il trend continuerà.

Agli americani il calcio piace, ma fino ad un certo punto. E' una tipologia di sport estranea al mondo del marketing e della domenica seduti, per ore, a mangiare snack e hot-dog. Il campionato di massima divisione, l'MLS, è specchio di questo disinteresse, nonostante intorno ad esso gravitino molti ma molti soldi. Un po' come i tornei arabi, la massima lega americana sembra essere "la tomba dei campioni", ripercorrendo la tradizione che ha voluto giocare negli USA campioni a fine carriera. Pelè e Beckenbauer ne sanno qualcosa. Nulla di male, semplicemente un calcio con meno ritmo e meno qualità, dove a farla da padrone sono i nomi e non le abilità dei giocatori.

E, a supporto della mia tesi, ecco i risultati. I campioni in carica sono la temibilissima compagine del Kansas City, il cui giocatore simbolo è Claudio Bieler. Vi chiederete chi sia costui, come ho fatto io. Ecco, Bieler è un centravanti argentino naturalizzato ecuadoriano, le cui stagioni al top son state vissute con la maglia della Deportiva Universitaria de Quito.
In finale, spuntandola solo ai rigori, il Kansas ha sconfitto il Salt Lake City di Alvaro Saborio, centravanti del Costa Rica con un passato al Sion, in Svizzera.
Sconcertante direte voi, ma voglio chiudere con il dato più allarmante. A New York, con la maglia dei Red Bull, giocano questi calciatori: Peguy Luyindula, ex Lione; Thierry Henry, un campione sensazionale; Tim Cahill, fresco di un goal da spellarsi le mani al Mondiale; Bradley Wright-Phillips, speranza del City, figlio di Ian Wright e fratello di Shaun Wright-Phillips, un altro definito in gioventù un fenomeno.

Di questo passo il calcio è destinato a rimanere un gioco per gli americani. Divertente, appassionante, ma solo e sempre un passatempo. Ed è un peccato, con Klinsmann alla guida della Nazionale, infatti, gli States hanno dimostrato un grande potenziale. Poche nazioni al mondo sono così forti nello sport, è quasi una fortuna per i grandi paesi europei che gli americani non si dedichino anima e corpo al calcio, ma fino a quando durerà tutto questo? Klinsmann sembra avere indirizzato gli americani sulla giusta rotta.

26 luglio 2014

Storie di calcio: Savo Milosevic

Correva l'anno 2000, nell'aria c'era fermento per l'inizio del nuovo millennio. L'anno era iniziato con la paura del "Millennium Bug", e durante l'estate si sarebbe svolta una delle più belle edizioni dell'Europeo di calcio. Nel corso della manifestazione europea, tenutasi a cavallo fra il Belgio e l'Olanda, si misero in luce tantissimi giocatori. Il più brillante di tutti, quello che personalmente mi colpì di più fu un centravanti serbo. Era forte come un toro e grosso come un bisonte, lanciato negli spazi non lo potevi tenere.
La nazionale dell'epoca si chiamava ancora Yugoslavia, aveva una stella rossa sullo stemma e tantissimo talento. Jokanovic, Mihajlovic, Jugovic, Kovacevic e Stojkovic. E ancora, Dejan Stankovic, uno dei centrocampisti più forti degli ultimi due decenni, Pedrag Mijatovic e appunto lui, Savo Milosevic.

Nato e cresciuto in una cittadina dell'attuale Bosnia, a pochi chilometri dai confini con Serbia e Croazia, Milosevic ha un cognome comune ma molto pesante.
In patria viene subito notato per il suo fisico fuori dal comune ed il suo killer instinct in area di rigore, ma soprattutto per la sua capacità di fare reparto. Fin da bambino è impiegato nel ruolo di centravanti, bruciando in poco tempo le tappe con la maglia del Partizan Belgrado. Nel 1992, a 19 anni, debutta in prima squadra, prendendosi da lì a poco i galloni del titolare. 64 reti in appena 98 presenze, nemmeno tutte dal primo minuto, sono un bottino importante, come la chiamata dell'Aston Villa. Milosevic accetta il trasferimento e va a Birmingham, dove può misurarsi in Premier League, uno dei tornei più difficili del mondo. In Inghilterra abbassa la sua media realizzativa, ma innalza il suo quoziente di utilità per la squadra. I compagni sanno che lì davanti, difensori o no, le prende tutte Savo.
"Milošević era il calcio, non ho mai conosciuto altri attaccanti che sapessero giocare con i compagni e per i compagni come Savo". Le parole di Ulivieri, suo allenatore ai tempi di Parma, descrivono molto bene che tipo di giocatore sia stato il serbo.

Trasferitosi nel 1998 al Real Saragoza, in Liga, arriva all'appuntamento con Euro2000 come riserva di lusso. Nei piani del rimpianto Vujadin Boskov, infatti, la coppia titolare è composta dall'ex Real Madrid Pedrag Mijatovic e l'ex bianconero Darko Kovacevic, supportati dall'estro ed il talento di Dragan Stojkovic, trequartista che merita una storia tutta sua.
Pronti via, però, la Yugoslavia non ingrana. Contro la Slovenia, in un derby caldissimo, i ragazzi di Belgrado son sotto di tre reti. Boskov, non a caso conosciuto come "il maestro", pesca il più classico dei conigli dal cilindro. Mette in campo Milosevic e la partita cambia radicalmente. In pochi minuti Savo spazza via la difesa slovena, segnando una doppietta. I difensori non tengono il suo strapotere fisico, e la "Yugo" pareggia.
Boskov, che è uomo di calcio intelligente e scaltro, ha capito che Milosevic è troppo più forte e affamato, non si può tenerlo in panchina.
La scelta è saggia e Milosevic prima annichilisce la Norvegia, poi spaventa la Spagna. Agli ottavi l'Olanda prende letteralmente a pallate gli uomini di Vuja, ma il goal della bandiera è nuovamente di Milosevic, che chiude il torneo con cinque reti in quattro partite.

Il Parma, venduto Crespo alla Lazio, s'innamora di Savo e fa follie per portarlo in Emilia. Qui lo inserisce al fianco dell'estro carioca di Marcio Amoroso, un attacco di tutto rispetto. Io, ovviamente, lo prendo al Fantacalcio, seduta stante.
Milosevic in Italia sarà schiavo di un altalenante rendimento da parte dei ducali, che sono lontani anni luce dalla bella squadra che avrebbe potuto dominare in Italia ed Europa. Dopo 9 goal appena saluta il Bel Paese con qualche chilo di troppo e tante delusioni. Chi come me si ricorda di come giocava, però, sa che Milosevic è stato attaccante di razza, capace di fare la fortuna di tanti assist-man.

Chiusa la carriera fra Spagna e Russia, dove vince lo scudetto con il Rubin Kazan segnando la rete decisiva, Milosevic fa ritorno in Serbia. Nel 2011, in un giorno d'estate, la tragedia che non ti aspetti. Una lite in famiglia si trasforma in tragedia, con il nonno che imbraccia il fucile e spara al padre, ferendolo a morte. Milosevic, che da sempre è stato giocatore rude e schivo, si ritira dalla vita pubblica e da anni, ormai, se ne sono perse le tracce. Io, però, lo voglio ricordare sempre come Savo-gol, il centravanti con il colletto alzato e lo sguardo da duro che ha impressionato il mondo a Euro2000.

24 luglio 2014

Storie di calcio: il vichingo, Ebbe Sand

Il calcio non è fatto di soli campioni, di soli fuoriclasse. Ed è per questo che è un grandissimo gioco, uno sport meraviglioso. Anche i normali atleti ti possono entusiasmare, anche i gregari possono decidere le partite. Ogni campionato ha i suoi, ogni nazione li schiera. Questi generano una naturale empatia o antipatia, a seconda di come li si voglia guardare.
Oggi vi voglio raccontare la storia di uno dei centravanti che più di altri mi ha fatto stringere i pugni e gonfiare le vene. Il luogo da cui inizia il racconto è un paesino del nord Europa, così piccolo e caratteristico da ricordare le fiabe dei fratelli Grimm. Hadsund è il classico borgo danese, dove di giorno si lavora e la sera si sta insieme. Il 19 Luglio del 1972 la famiglia Sand mette alla luce due gemelli, destinati a fare la storia del calcio nordico. Il primo a venire alla luce si chiama Peter, ed è stato baciato da un gran fisico; il secondo ha invece assorbito tutto il talento calcistico, e viene chiamato Ebbe.

Ebbe Sand inizia a giocare a calcio a cinque anni, militando insieme al gemello Peter nella squadra locale. I due hanno lo stesso fisico, lo stesso modo di muoversi sul campo, lo stesso ruolo. Fin dai primi vagiti calcistici giocano in avanti, avendo nel sangue il senso del goal. E' chiaro però a tutti che uno dei due veda la porta in maniera diversa, con più convinzione. Questo è Ebbe, che nel giro di pochi anni fa parlare di sé l'intera penisola danese. Come spesso capita in questi casi, il Brondby decide di comprare "la famiglia in blocco". A Copenaghen vengono portati sia Ebbe che Peter, una storia che ricorda il passaggio al Barcelona dei fratelli De Boer, via Ajax.
La crescita dei due è diametralmente diversa, Ebbe convince tutti e si guadagna il posto in prima squadra, Peter vive all'ombra del gemello e cercherà fortuna altrove, spendendo la sua carriera nella massima lega danese. Al contrario, l'ascesa di Ebbe Sand è costante, continua. Fisicamente si fortifica, confermando la scelta degli allenatori delle giovanili che hanno insegnano lui a stare in campo come centravanti. Ebbe diventa infatti la classica prima punta di riferimento, abilissimo nel gioco aereo ed in grado di fare reparto da solo. A dispetto di un fisico notevole, Ebbe ha piedi abbastanza educati, calciando indistintamente di destro o sinistro.
L'esordio con il Brondby avviene si consuma all'età di 20 anni, e da lì l'ascesa è costante. Sand si guadagna la maglia numero 9 e i galloni del titolare, scrivendo parte della storia del club di Copenaghen. Fra il 1995 ed il 1998 è il vero trascinatore dei giallo-blu, che si laureano campioni di Danimarca per tre stagioni consecutive. I goal e le prestazioni di Sand destano ovviamente l'attenzione dei grandi club, ma prima ancora da Bo Johansson, che vede in lui la spalla perfetta per i fratelli Laudrup in Nazionale. Ebbe viene così convocato per i Mondiali di Francia '98, dove raggiunge i quarti di finale e griffa una rete contro la Nigeria.

Dopo i Mondiali la grande occasione arriva dalla vicina Germania, dove lo Schalke04 di Andy Moeller vuole fare di Sand la punta di diamante del suo attacco. Sand approda così a Gelsenkirchen, dove giocherà sette anni e dove chiuderà la carriera. Agli ordini di Huub Stevens non solo vince due coppe di Germania, ma segna a ripetizione. La sua stagione d'oro è quella del nuovo millennio, quando mette a referto 22 reti in Bundesliga e si porta a casa il titolo di re dei bomber.
Nel frattempo incontra con la maglia della Danimarca un altro ottimo attaccante, quel Jon Dahl Tomasson che tanto bene farà con il Milan e con cui forma una coppia perfetta. La potenza di Sand al servizio dell'istinto omicida di Tomasson fanno della Danimarca un brutto cliente per tutti. Nel 2004, dopo anni di onorato servizio, Ebbe Sand saluta la Nazionale con 66 presenze e 22 centri.
Attaccante generoso e con un gran fisico, Ebbe Sand mi è sempre piaciuto tantissimo. Prima punta classica, ha deliziato i tifosi tedeschi, tanto da diventare il record-man per goal europei, fino ad essere poi eguagliato e superato dal "cacciatore" olandese Huntelaar.

22 luglio 2014

Giovani in rampa di lancio, il meglio del Mondiale carioca

Il Mondiale carioca è stato bellissimo, emozionante. La Germania si è imposta come molti avevano pronosticato, ma lo ha fatto in modo surreale. Dapprima umiliando i padroni di casa con un 1-7 di proporzioni epocali. Ed i padroni di casa non erano l'Honduras o il Gibuti, ma il Brasile. Dunque con una meravigliosa rete di Mario Gotze, a beffare una sprecona Argentina orfana di un vero leader carismatico.
Per commentare la rassegna carioca ecco un amico di Esperto di Calcio, l'agente FIFA Gianfranco Cicchetti.

Ciao Gianfranco, grazie per essere di nuovo con noi. E' andato in archivio un Mondiale molto bello, dove ha vinto la squadra più quadrata. Cosa ne pensi?

Ciao a tutti, è un piacere tornare a discutere di calcio con gli amici dell'Esperto. Alla fine ha vinto la squadra più forte, secondo me contro la seconda più quotata della manifestazione. A mio avviso l'Argentina avrebbe potuto sfruttare molto meglio il suo enorme potenziale offensivo, soprattutto nella finalissima, di contro nessuno si sarebbe aspettato alla vigilia della finale che i tedeschi dovessero faticare così di tanto per aver ragione degli argentini. In generale è stato un Mondiale spettacolare e assai interessante, con poche sorprese (eccetto la Costarica), tranne le sciagurate eliminazioni iniziali di Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra, chiaro segnale di un calcio europeo non più dominante come un tempo.

Dopo EURO2004, la Germania ha fatto tabula rasa ed è ripartita dai giovani. Chi potrebbero essere i nostri Gotze, Draxler e Schurrle?

L'esempio della Germania deve farci riflettere attentamente, ma dubito che ciò possa ripetersi in Italia, per tanti e svariati motivi. Nonostante la miopia e le discutibili scelte programmatiche dei nostri dirigenti, il calcio italiano continua a sfornare gioielli: Scuffet, Cerri, Romagna, Vido, Bonazzoli, Bernardeschi, Belotti, Berardi, etc. sono giovani talenti destinati ad una grande carriera, bene farebbero i nostri club a lanciarli quanto prima con maggiore continuità nella massima serie.

Per chiudere, si fa un gran parlare di James Rodriguez, ma i vari Rojo, Blind e Yadlin hanno fatto benissimo. Chi sono gli 8-10 giovani che prenderesti subito in Serie A?

Tejeda (Costarica), Brahimi (Algeria), Origi (Belgio, appena passato al Liverpool), Depay (Olanda), Schar (Svizzera), Jefferson Montero (Ecuador), Musa (Nigeria), Balanta (Colombia, su cui ci sono Napoli e Juvenuts), Manolas (Grecia), Aurier (Costa d'Avorio), Kramer (Germania, vicino al Napoli). Credo però che per la maggior parte di questi sia davvero difficile ipotizzare un loro trasferimento in Italia, a causa del rialzo delle loro quotazioni di mercato.

Grazie mille, alla prossima.

21 luglio 2014

Esclusiva mercato: le mosse delle grandi d'Italia

La Serie A è alle porte, le squadre stanno rodando i motori e noi scopriamo i segreti del mercato e della prossima stagione con l'agente FIFA Gianfranco Cicchetti.

Ciao Gianfranco, bentornato per una chiacchierata con l'Esperto. Partiamo subito con una domanda sul nostro calcio. La Serie A parte tardi rispetto al solito, può essere un vantaggio per le grandi d'Italia? Andranno meglio in Europa?

Ciao a tutti, è un piacere. Per rispondere alla tua domanda...beh dico no. Non credo sia proprio un vantaggio, anzi, soprattutto nelle prime partite di Champions League, dove altri club (come quelli dei paesi dell'Europa Centrale e Orientale) potrebbero avere una migliore e più rodata condizione fisica grazie alle più partite giocate.

La Roma guarda alla linea verde, ma sempre all'estero. Ucan è un ottimo giocatore, ma non servirebbe qualche innesto più importante e lanciare giovani italiani?

Gli arrivi di Ucan e Iturbe, oltre a quelli di Keita, Cole e Emanuelson a parametro zero, pongono la Roma come una delle più serie candidate alla vittoria dello Scudetto. Se dovessero arrivare un altro difensore (Vlaar?) e non dovesse partire Benatia, i giallorossi potrebbero fare strada anche in Europa, con una rosa molto competitiva. La ciliegina sulla torta potrebbe essere l'arrivo di un forte centravanti, un giocatore come Eto'o a costo zero o un acquisto di grande prospettiva come Lukaku o Rodrigo.

Pereyra, Morata, Evra..basteranno per fare una grande Juventus o ci saranno altri colpi?

La Juve deve cercare di tenere Vidal e Pogba e contemporaneamente rinforzarsi a dovere in attacco e in difesa. Servono un centrale, un terzino sinistro e una punta esterna, visto che con l'arrivo di Allegri si passerà molto probabilmente al 4-3-3. Dai bianconeri ci si attendono investimenti sul mercato per essere vincenti anche in Europa.

Il Milan si è affidato ad un Inzaghi molto determinato. Credi possa lottare per il titolo?

Il Milan sarà la mina vagante del campionato. Non giocare le Coppe, avere un organico più forte e la presenza in un panchina di un tecnico 'famelico' come Inzaghi rendono i rossoneri un cliente pericoloso per tutti. Se 'SuperPippo' dovesse riuscire a far rendere al massimo Balotelli e sistemare la fase difensiva, credo che il Milan potrebbe lottare anche per il titolo.

Con Gomez, Cuadrado e Rossi a pieno servizio, dove arriverà la Viola?

La Fiorentina deve acquistare un difensore di livello internazionale e un attaccante importante per coprirsi le spalle nel caso in cui Gomez e Rossi dovessero ancora marcare visita. Se rimanesse anche Cuadrado, i Viola potrebbero respirare aria di altissima classifica.

20 luglio 2014

Il Conte ha lasciato la Signora, ma ci sono motivi per stare Allegri

Tifare una squadra è questione di fede. Non sei tu a scegliere il club che ti apparterrà, è lui a scegliere te. L'unica cosa che puoi fare è supportarlo, nel bene e nel male. 
Gli uomini passano ma la Juventus resta, diceva l'Avvocato. Ed è così. Ho voluto aspettare a scrivere le mie idee, perchè il mio pensiero non fosse inquinato dalla tristezza o dalla rabbia.

Antonio Conte è stato un grande calciatore, un immenso capitano ed un allenatore ancora migliore. E' un gladiatore, capace di fare oltrepassare ai suoi ragazzi qualsivoglia tipo di limite. E' lui l'artefice dei successi negli ultimi anni, è suo il merito se la Juventus è riuscita a tornare tale dopo la tragedia sportiva del 2006. Ed è proprio ripensando a quell'agrodolce estate italiana che i tifosi bianconeri possono sorridere. La gioia di un Mondiale ampiamente targato Juve fu infatti mitigata dalla retrocessione in Serie B. Nel paese dei processi eterni e dei continui rinvii, la Juventus venne processata e condannata in fretta e furia. Giusto o sbagliato che fosse, non è questa la sede per dirlo, il risultato fu brutale. La corazzata di Capello venne smantellata, la Juventus ridimensionata e i tifosi mortificati. Ma nessun vero bianconero si è allontanato dallo stadio o dalla tv, sostanzialmente dalla squadra.
Ci è voluto del tempo, ci sono stati tantissimi errori gestionali, ma la Juventus è tornata in vetta. In Italia da tre anni vince e convince, quest'anno ha letteralmente dominato in lungo ed in largo. Lo ha fatto grazie a Conte, certo, ma anche grazie alla società. Sono stati Marotta e Paratici ad aver consegnato a Conte i vari Barzagli, Pogba, Pirlo, Vidal, Tevez e Llorente. E lo hanno fatto spendendo pochissimo.

La storia d'amore fra la Juve e Conte era esaurita. Son stati sbagliati i tempi, pessimi i modi. Ma è forse la cosa migliore, per il leccese e per il club. Non mi piace Allegri, lo dico senza mezze misure, ma questo non significa che la Juventus perderà la sua competitività. Troppo spesso si è detto che il logorio del rapporto fra la Juve e Conte è stato causato dal mercato. Sanchez e Cuadrado sono dei campioni, nessuno lo può negare. Così come nessuno può affermare che acquistarli fosse semplice, tantomeno economico. E difatti l'uno rimarrà a Firenze per prendere poi il volo tra 12 mesi; l'altro è andato in Premier League, dove i soldi girano che è un piacere. Iturbe, l'altro nome caldo, è stato pagato una cifra spropositata, che solo con anni di eccellenti prestazioni potrà esser ripianata. No, non possono essere stati questi i motivi del divorzio.

La società non sta spendendo quanto altri grandi squadre europee, per una ragione chiarissima. Spendere tanto non significa vincere, ed il Real Madrid ne è la più grande testimonianza. Senza la grande "inzuccata" di Ramos all'ultimo istante, nella finale di Champions, parleremmo di un grandissimo fallimento. E anche incensando Ancelotti e giocatori, vi invito a ricordare che il Real Madrid non vinceva la Champions League da tantissimi anni. Ci sono voluti 12 anni ed investimenti smodati per vincere una sola coppa, e questo non può essere il modello a cui una società deve ambire. 
Il lavoro della dirigenza torinese è chiaro e metodico: costruire un'impalcatura societaria solida, una squadra forte che sia capace di autofinanziarsi e durare nel tempo. Ecco allora i colpi a costo zero ed i giovani in rampa di lancio, anche se i nomi di Berardi (stagione 2012/13) e Sturaro non accendevano la fantasia del tifoso medio sotto l'ombrellone.

Per primo mi sono battuto contro la scelta di Allegri, ma a mente fredda mi rendo conto che non ci fossero alternative credibili in giro. Si poteva tentare una scommessa, e mi avrebbe intrigato non poco il nome di Zidane o di De Boer. I vari Spalletti, Mancini e Prandelli non erano alternative migliori rispetto ad Allegri, che ha pur sempre vinto uno Scudetto in carriera. Ciò che gli chiedo e di essere "meno moscio" e dare stimoli e motivazioni ad un gruppo gestito fino a ieri da un esagitato come Conte. Detto questo spero che metta sul piatto le sue idee tecnico-tattiche. Ben venga la difesa a quattro (comprando giocatori validi e opportuni), largo al trequartista o al tridente. Può anche non vincere e sbagliare, ma lo deve fare con le sue intuizioni. Pereyra e Morata sono buoni colpi, Evra è ad un passo e arriveranno altri calciatori. Il materiale è più che sufficiente per vincere ancora; o quantomeno è abbastanza per piazzarsi in Champions League, competizione alla quale la Juventus non può più rinunciare negli anni avvenire.

18 luglio 2014

Storie di calcio: non sarai mai Diego, ma forse è meglio così

Ti ho visto impotente ieri sera, più volte. Ti ho visto silente, attonito e spaesato quando dall'impianto del Maracanà risuonava il tuo nome: Leo Messi, pallone d'oro del Mondiale. A cosa serve vincere un premio individuale quando nella tua mente c'è solo la voglia di scrivere la storia? Una camminata triste, solitaria, quella di chi sa di aver perso l'occasione della vita. Quella di chi sa di aver giocato male le sue carte a pochi centimetri dalla gloria. Quella di chi ripensa alla sua sfida, magari imprecando per aver evitato uno scatto in più, aver sbagliato il tocco decisivo, non aver inventato a sufficienza. E' la triste storia di chi, chiamato a dover COSTANTEMENTE dimostrare il proprio talento, si ferma, con le chiavi tra le mani, davanti le porte del paradiso.

"L'eterno secondo", "non sarai mai Diego", "non sei un grande capitano", "non hai le spalle larghe", "non sarai MAI il più grande di tutti i tempi". Quelle vocine continuano a rimbombare nella tua testa. Rivolte proprio a te che ti sei ritrovato ad essere sempre il più piccolo in un mondo di giganti, il catalano tra gli argentini, il diez dopo Dios. Tu che hai sempre preferito scrivere poesia con il mancino più che prendere parola in pubblico. In fondo da te non ci si aspettano dichiarazioni forti, da te non ci aspettano discorsi motivazionali alla squadra. Forse sai anche che c'è chi è più bravo di te nel farlo. Secondo me quella fascia neanche la volevi...

"Non sarà mai Diego". E forse è pure meglio così. Il calcio è bello perché è unico: non ci sono due partite uguali tra loro, non ci sono due campionati uguali tra loro, non ci sono giocatori uguali tra loro. In fondo cosa avete in comune? Siete bassi entrambi, vestite entrambi la 10, siete tutti e due argentini. Vivete però su due pagine di storia differenti, in due capitoli separati da diversi chilometri, di due mondi lontani anni luce. L'eroe delle Malvinas e di Napoli da una parte, il timido fenomeno ingobito esile e silente dall'altra. Fa comodo vedervi uno contro l'altro, fa piacere ai tifosi, ai giornalisti, anche a chi di calcio mastica poco. "Maradona era tutta un'altra cosa...".

Guardandoti uscire a capo chino, poche ore fa, anche io ho pensato: "ci credevo davvero, l'avevo sognata ed era 1-0 con il tuo gol, dove ti sei nascosto?". Poi ho ripensato alla tua annata storta, alla tua carriera incredibile, ad una federazione a cui fai comodo (faccia pulita, il miracolo del campioncino cresciuto con i sacrifici), a quel mondo che gioco forza rappresenti. Mi fermo, rifletto. Non si può dubitare di te, o almeno non lo posso fare io. Semplicemente non era scritto, non era così che doveva andare. NON SEI QUELLO CHE GLI ALTRI VORREBBERO CHE TU FOSSI. Vai accettato così, per quello che sei. Puoi piacere, puoi essere odiato. In fondo questa è la storia di tutti quelli che si trovano al centro dell'attenzione. Non potrò mai avere un metro di giudizio imparziale nei tuoi confronti, perché per me sei IL CALCIO, più di chiunque altro. Con il tuo mancino, con le tue spalle strette e con i tuoi silenzi. La macchia resterà indelebile, ma il dipinto, nel suo insieme, rimane un assoluto capolavoro.

UNICO, nonostante tutto.

Mauro Piro - Il calcio secondo me

Un grande grazie al sopracitato Mauro, amico e collega stimato che ha voluto condividere questo bellissimo editoriale su Leo Messi con tutti gli amici di Esperto di Calcio. Nel suo pezzo Mauro racchiude tutto ciò che penso di Leo, un calciatore straordinario che pensa solo al campo. Non ha mai voluto essere il capitano o il leader, non è mai andato spavaldo davanti ai microfoni a fare dichiarazioni e proclami. Se n'è sempre stato nel suo angolino ad allenarsi e giocare. Ha deciso campionati e coppe, ma è sempre stato protetto da un gruppo solido e coeso. Puyol, Xavi e Iniesta in campo, Guardiola in panchina. Nessuno di loro ha mai messo pressione su Messi, lo ha mai caricato di responsabilità eccessive. Lui non è un leader, ma non ha la pretesa di esserlo. Lui non è Maradona, e non ha la pretesa di esserlo. Diego aveva carisma e grinta, Leo continuità e professionalità. E' questo il grosso divario che c'è fra i due. L'uno voleva essere la stella, l'altro vuole vincere, in silenzio. E non è una colpa. 

16 luglio 2014

Futuro e verità: l'addio di Conte e la corsa al suo trono

Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate - Friedrich Nietzsche.

A volte il temporale viene preannunciato da tuoni e fulmini, a volte le gocce di pioggia iniziano a cadere così, all'improvviso. Non è questo il caso, il rapporto d'amore fra la Juventus e Conte si era da tempo incrinato. Difficile capirne le ragioni e i motivi, non più semplice accettare l'epilogo, per modi e tempistiche.
All'indomani del terzo Scudetto consecutivo, con tanto di stratosferico record di punti, Conte esprimeva strani sentimenti. Una settimana di voci e preoccupazioni, con sullo sfondo un Mondiale da preparare per l'Italia. Poi l'annuncio, stringato e dimesso: Conte rimane l'allenatore della Juventus.
Per il rinnovo di contratto c'è tempo, si diceva. Io per primo ero convinto che il prolungamento sarebbe arrivato, in autunno. E ora invece la relazione fra Antonio e la Signora è finita, almeno per ora. Il suo cuore è e resta bianconero, ma la realtà dice che ora la Juventus si trova senza allenatore. Il mercato è partito, basato su idee e strategie concordate con Conte, ed ora è quasi tutto da rifare.

Gli uomini passano, la Juventus resta. Un'affermazione vera, che non toglie l'amarezza dal palato dei milioni di juventini che amano e hanno amato Conte. Non tanto e non solo per le vittorie ed il bel gioco, quanto proprio per la sua juventinità. Quel suo essere fiero ed orgoglioso in sala stampa; duro e grintoso in campo. E' stato il suo carisma, la sua forza d'animo, a far rialzare una squadra a terra e riportarla laddove merita di stare. E non importa se in Champions League non ha vinto o giocato finali, questo è pane per i detrattori. Nessun'altro avrebbe preso un gruppo allo sbando completo e l'avrebbe riportato al successo. Subito. Nessun'altro sarebbe stato in grado di infondere in poche settimane una mentalità vincente ed uno spirito di sacrificio immane. Conte lo ha fatto, e per questo tutto il popolo bianconero lo ringrazierà sempre. 

Resta la domanda del perchè se ne sia andato, un quesito lecito da porsi. Non so dare la risposta, come non la sanno i media o i giocatori. Ciò che posso darvi è il mio personale punto di vista, che parte da un'analisi del Conte uomo prima che del Conte allenatore. Il leccese è persona verace, che ha dato alla causa tutto sè stesso, fino a svuotarsi di energia. L'ambizione lo ha portato ad alzare l'asticella oltre i limiti, ma per alzarla ulteriormente serviva un importante appoggio da parte della società. La Juventus, però, non è mai stata una squadra scialacquona sul mercato; non lo ha fatto quando la Serie A primeggiava nel mondo, con le romane e milanesi a farla da padrone sul mercato internazionale, a maggior ragione non lo fa ora. E qui c'è stato il primo punto di rottura, credo.
Conte ha chiesto innesti, tanti e di qualità. La società non ha potuto (o voluto) accontentarlo. Niente Sanchez o Cuadrado, sono altri i nomi per rinforzare la Signora. E allora ecco i primi dubbi, espressi in un surreale Maggio torinese. 
Il secondo possibile punto di rottura, tutto ancora da dimostrare, potrebbe riguardare uno dei pezzi pregiati di casa. Vidal o Pogba potrebbero lasciare la Juventus, lo si dice da tempo e nel giro di qualche giorno o settimana anche il tifoso medio saprà quale sarà il loro destino.
Questa potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il cosiddetto "point break". 

Ma ormai ciò che è successo è successo, una squadra vincente deve guardare al futuro. Conte ha reso grande la Juventus, di nuovo, e ciò che occorre fare è valorizzare il grandissimo lavoro fatto da Antonio. Occorre ripartire dalla mentalità vincente che ha saputo dare, adattandola al servizio delle idee di un nuovo allenatore, a cui è chiesto gioco-forza di vincere subito. 
Tanti sono i nomi che si fanno, con Allegri e Mancini che sono in pole position. Francamente non riesco a immaginare come Allegri, in predicato di essere il favorito, possa sedersi sulla panchina bianconera. Le frecciatine che negli anni del Diavolo ha lanciato verso Torino, unite ad un'antipatia innata verso Andrea Pirlo, lo dovrebbero escludere dalla corsa. E invece sembra che sia davanti a tutti gli altri, per quanto la cosa lasci sbigottiti. Mancini è uno con carattere, esperienza e carisma. Il suo passato nerazzurro non mi preoccupa più di tanto, piuttosto mi lascia perplesso il suo onorario e la sua atavica allergia a vincere sotto pressione, specie in Europa.
E allora faccio i nomi che vorrei sentire e che, per ora, nessuno fa. In primis Didier Deschamps, che ha lasciato la Juventus in sordina e che avrebbe fatto il percorso di Conte, ne sono sicuro. Dietro di lui Fabio Capello, l'usato sicuro che potrebbe riportare la squadra ai livelli che gli competono anche in Europa. Dietro questi due solo allenatori stranieri o giovani in rampa di lancio: Hitzfeld, Frank De Boer, Mihajlovic, Jorge Jesus o le suggestioni Zidane, Nedved e Del Piero. Ma alla fine il nome verrà fuori da uno fra Allegri e Mancini, speriamo almeno nel secondo. Fra due mali, meglio il male minore.  

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