Esperto di Calcio

This is default featured post 1 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 2 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 3 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 4 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 5 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

11 dicembre 2012

Cedric Diomandè Gondo: l'erede di Didier Drogba

Nome: Cedric
Cognome: Gondo
Data di nascita: 25 novembre 1996
Luogo di nascita: Costa d'Avorio
Squadra di appartenenza: Fiorentina
Ruolo: centravanti
Piede preferito: destro




Segnatevi questo nome: Cedric Diomandè Yann Gondo. Di solito, quando guardo le partite delle giovanili, tendo a distaccarmi ed analizzare lucidamente le prestazioni dei ragazzi in campo. Quando ho visto giocare Gondo, invece, mi sono subito balzati agli occhi paragoni importanti. Il centravanti della Fiorentina mi ricorda Didier Drogba, con il quale condivide ben più del paese di nascita.
Nato in Costa d'Avorio il 25 novembre 1996, si è trasferito in Italia all'età di 7 anni. Come buona parte dei calciatori africani, è dotato di un fisico fuori dal comune ed una potenza atletica favolosa. 
La partecipazione al reality "Calciatori giovani speranze" lo ha fatto conoscere al grande pubblico, rendendolo un vero e proprio personaggio. Ragazzo dal sorriso contagioso e con pochissima voglia di studiare, Gondo è un ragazzo semplice e sensibile. Dietro una facciata da playboy si cela un ragazzo con valori importanti, sempre pronto ad aiutare i compagni e dedicare goal e giocate alla sua mamma. Non ritengo che questo sia un punto di demerito, anzi credo sia la spinta giusta per sfondare nel calcio che conta. Cresciuto nel mito del connazionale Drogba, dell'italiano Balotelli e di Kevin Prince Boateng, Gondo è uno dei prospetti più interessanti del nostro calcio. 
Approdato giovanissimo alla Fiorentina, lavora quotidianamente per migliorare le sue qualità. Con i Giovanissimi si è fatto conoscere dalle grandi società italiane, realizzando 30 goal in 25 presenze di campionato, senza battere alcun calcio di rigore. Promosso anzitempo negli Allievi Nazionali, si è messo a disposizione di mister Federico Guidi. Il tecnico toscano ha puntato ciecamente sul ragazzo, facendolo diventare il suo terminale offensivo unico. Alle sue spalle un centrocampo di qualità, che sfruttava i suoi movimenti e le sue sponde, ma che aveva il compito di mandarlo in porta. Gondo non si è fatto pregare e, nonostante lo scudetto di categoria sia sfuggito di un soffio, si è distinto come uno dei giocatori più decisivi del campionato. Goal e assist non sono mancati, tanto da meritarsi la promozione nella categoria Primavera. Nessun dubbio che questo fosse l'iter che gli sarebbe spettato, ma è significativo che i viola si siano affidati ad un classe 1996 per guidare l'attacco della formazione di Leonardo Semplici. Con 6 reti in 11 partite, Gondo sta aiutando la Fiorentina a vivere una stagione da protagonista, duellando con la Juventus per la conquista dello Scudetto di categoria. A febbraio gli operatori di mercato si daranno tutti appuntamento a Viareggio, per vederlo da vicino e capirne le potenzialità. Sono certo che rimarranno tutti estasiati dalle qualità del centravanti, ma sono altrettanto sicuro che la Fiorentina non si priverà del suo talento. I viola hanno un gran bisogno di trovare un attaccante giovane e di qualità, che manca a Firenze dai tempi di Gilardino, ultimo grande interprete di una stirpe di bomber che ha visto giocare sotto la Fiesole Gabriel Omar Batistuta e Luca Toni.

187 cm per 75 kg di peso, Cedrig Diomandè Yann Gondo è il classico punto di riferimento offensivo. Con la sua stazza fisica e la sua tecnica è in grado di svariare su tutto il fronte d'attacco, mettendo in seria difficoltà le difese avversarie. Non è una prima punta statica e che vive solo per il goal, ma  un giocatore mobile che sa attaccare la profondità. Una delle caratteristiche che lo rendono unico sono i movimenti, curati con maniacale attenzione insieme a mister Guidi. Orizzontalmente o in profondità, il giovane bomber sa sempre cosa fare, sia spalle alla porta che di fronte ad essa. Velocità e forza fisica lo rendono praticamente immarcabile, anche dai difensori anagraficamente più grandi di lui. La struttura fisica è imponente, nonostante la muscolatura non sia ancora quella di un adulto. Scolpito come una statua romana, Gondo ha ampi margini di miglioramento sia in termini di forza che di velocità. La sua progressione devastante gli permette di saltare con estrema facilità l'uomo, tanto da presentarsi a tu per tu con il portiere avversario. Nonostante sia dotato di un calcio potente, predilige piazzare la palla con il suo interno piede, piuttosto che scagliare in porta una sassata. Coordinato ed elegante, Gondo può giocare come terminale offensivo unico o in coppia con un attaccante rapido. In campo ama dialogare con i compagni, specialmente Gulin e Bangu, con i quali si è creata un'affinità elettiva fin dai tempi degli Allievi Nazionali.
Fortissimo di testa, il centravanti viola ha una tecnica di base piuttosto buona. Sebbene il controllo di palla sia ottimo, può lavorare e migliorare nel dribbling da fermo. La sua stazza fisica ovviamente non aiuta in questa giocata, lui lo sa e punta l'uomo in progressione, saltandolo quasi sempre.
Destro naturale, ha un mancino di discreta qualità ed una grande freddezza sotto porta. Non è il rigosrista della squadra, ma quando è stato chiamato sul dischetto non ha mai fallito, dimostrando grande autocontrollo. In passato è stato paragonato per le sue caratteristiche tecniche ad Emmanuel Adebayor, ma io non credo che il paragone sia calzante. Rispetto al centravanti del Tottenham, Gondo ha un fiuto del goal decisamente più marcato ed una duttilità tattica più spiccata. Adattabile a diversi sistemi di gioco, credo si esalti come centravanti di riferimento, proprio come quel Didier Drogba che ha guidato il Chelsea sul tetto d'Europa. Rispetto al connazionale, Gondo sfrutta meno i tagli in profondità ed è meno propenso ad aiutare la squadra a salire. Queste sono però qualità sulle quali lavora giornalmente, mostrando negli ultimi mesi i frutti del suo lavoro.
E' presto per dire quale sarà la carriera di Cedric Gondo, ma le carte in regola per sfondare nel mondo del calcio ci sono tutte: fisico, tecnica e soprattutto testa. E' giusto che si diverta e viva la sua giovinezza, ma Gondo sta dimostrando domenica dopo domenica di avere un grande obiettivo: l'esordio in prima squadra. Continuando con questa dedizione e questa media realizzativa, l'esordio nel calcio che conta non è un'utopia.


10 dicembre 2012

Esclusiva: i segreti di Football Manager 2013 con Alberto Scotta


C'è chi sogna di emulare Leo Messi e Cristiano Ronaldo, chi invece di ricalcare le orme di Josè Mourinho e Sir Alex Ferguson. Per questi "patiti della panchina" la risposta è sempre stata una sola: Football Manager.
Il titolo della Sports Interactive, puntuale come sempre, è uscito nei negozi il 2 novembre con il suo classico appeal ed alcune interessanti novità. Ad illustrarcele un ospite tanto speciale quanto gradito, il mio amico e collega Alberto Scotta. Conosciuto in rete come "Panoz", collabora dal 1997 alla realizzazione del database italiano per il celebre gioco manageriale. In esclusiva per Espertodicalcio, ci svela oggi alcuni segreti di FM2013.

Ciao Alberto e benvenuto. Spiegaci meglio, in cosa consiste il tuo lavoro?

"Ciao a tutti e grazie dell'invito. Sono responsabile del team che si occupa ogni anno della stesura del database italiano. Il gruppo di lavoro è strutturato piramidalmente, con un responsabile per ogni serie (dalla Serie A alla Seri D!), dei capi squadra e un buon numero di ricercatori, che hanno il compito di valutare tutti i protagonisti del nostro calcio".

Quindi anche un'occasione per tutti gli appassionati che vogliono mettersi alla prova?

"Certamente, basta andare su www.fm-italia.it nella sezione 2014 e contattarci, stiamo già organizzando il recrouting per il prossimo anno. Ho iniziato con un db italiano da 450 voci, ed ora ne abbiamo più di 600000 solo fra calciatori e staff. Tutto questo grazie a quelli che io chiamo "gli eroi della ricerca" che recensiscono e schedano i calciatori delle categorie minori".

Parliamo un pò di FM2013, quali sono le principali novità che gli utenti si devono aspettare?

"Innanzitutto abbiamo introdotto una nuova modalità di gioco, la Classic. Questa permette un'esperienza del tutto nuovo, decisamente più veloce. L'idea è nata per andare incontro anche ai giocatori che hanno meno tempo, ma che non vogliono rinunciare a mettersi alla prova.
Nella versione standard invece, c’è un nuovo modo di gestire gli allenamenti ancora più realistico; così come nuova è l'interfaccia di gioco, che offre da quest'anno la possibilità di avere sotto controllo le statistiche di squadra, dei singoli giocatori e della partita nella stessa pagina."

I più attenti frequentatori di fm-italia.it sanno che possono sempre trovare contenuti gratuiti per un'esperienza di gioco ancor più ricca. Qualcosa di nuovo in vista?

"Come ogni anno offriamo gratuitamente alcuni servizi, che vanno dalla possibilità di scaricare le foto dei giocatori, i simboli delle squadre, sistemi tattici e di allenamento. Con il nuovo anno metterò online le Panoz Folder, all'interno delle quali si troveranno tutte le grafiche presenti sul sito in un mega pack di qualche GB".

Recentemente un giovane azero è stato assunto dal'FC Baku come head coach. Quanta soddisfazione ha generato fra gli addetti ai lavori?

"Molta. Fa certamente piacere sapere che un appassionato di FM sia riuscito a coronare il suo sogno. Da un lato questo è un riconoscimento che ci inorgoglisce, perchè significa che abbiamo fatto un buon lavoro; dall'altro mi auguro si possa aprire una sorta di "nuova era" per il calcio".

Nuova era, cosa intendi?

"Spero che altri appassionati possano avere la stessa opportunità, dimostrando che per avere successo nel calcio manageriale occorre essere un vero intenditore di calcio".

So che molti giocatori professionisti sono dei fan sfegatati di Football Manager, ce lo confermi?

"Si, eccome. Personalmente conosco Oddo, Abate e Fabio Grosso. Sono tre grandi campioni, che come tutti i noi amano cimentarsi nel difficile ruolo del manager. Massimo Oddo ha fatto le fortune del Pescara, squadra della sua città, mentre Ignazio Abate allena il Torino.
Oddo una sera mi ha chiamato alle 22 chiedendomi se potessi consigliargli qualche giocatore da prendere nel suo Pescara, stagione 2022-2023!"

Se anche i professionisti ci giocano, significa che il livello di simulazione è piuttosto vicino alla realtà?

"Lavoriamo in questo senso. Ci sono persone che osservano in maniera maniacale i movimenti dei calciatori, per adattare alla perfezione la tattica di gioco alla squadra ed ai giocatori a disposizione".

Entrando nel merito, tu sei un grande appassionato. Raccontaci un pò il tuo approccio con Football Manager.

"Io sono un giocatore incallito, ho iniziato nel lontano 1993. Con due amici comprammo il gioco e iniziammo a giocare ogni sera. Le prime esperienze da allenatore le ho maturate con grandi squadre, Arsenal e Borussia Dortmund su tutte. Dopo un pò di vittorie ho deciso di alzare l'asticella e ho incominciato a giocare online con squadre di medio livello. Con Portsmouth e Getafe ho riportato grandi successi, anche se la più bella impresa l'ho vissuta con l'East Fife Football Club. Sono partito dai dilettanti e ho portato la squadra di Methil in Premier League a giocarsela con Celtic e Rangers!".

Hai un modulo preferito o ti senti di consigliare qualcosa ai neofiti?

"Per chiunque giochi con la difesa a tre, consiglio caldamente la marcatura a uomo,onde evitare goleade. Io sto giocando con un 3-5-2 alla Conte, con tre uomini di qualità in mezzo al campo e due esterni veloci che mettano in mezzo traversoni dal fondo".

Alleni ancora le grandi del calcio?

"No, ormai sono un nostalgico. Sono anni che alleno solo le piccole squadre della mia regione. In FM12 ero lo storico manager del Novara, quest'anno cerco la scalata in Serie A con la Pro Vercelli. La mia speranza si chiama Richmond Boakye, preso in prestito dalla Juventus e fino ad ora super protagonista nel mio sistema di gioco".

Alberto, grazie di tutto. Ci rivediamo su www.fm-italia.it?

"E' stato un piacere, seguiteci e non perdetevi le Panoz No-Fake2013, l'unico file che vi permetterà di giocare on tutti i nomi veri delle competizioni, delle squadre e degli awards".

Un appuntamento immancabile per tutti i fan di Espertodicalcio e Football Manager. Ancora grazie all'amico Panoz, che da anni regala a tutti noi appassionati di calcio un'esperienza manageriale di classe superiore.

Il punto sulla Serie A: 16esima giornata


In attesa che la giornata di Serie A si chiuda con i posticipi serali, analizziamo quanto successo nel week end calcistico nostrano.

Atalanta-Parma: bella vittoria della Dea, che merita il successo con uno spento Parma. Denis e Peluso portano avanti gli orobici nei primi minuti e a nulla vale il gol in chiusura di tempo del parmigiano Amauri. Prestazione convincente per gli uomini di Colantuono, che ritrovano il successo e scacciano lo spettro della lotta per non retrocedere. Un'altra sconfitta per il Parma (dopo quella di Roma) ed una prestazione da rivedere.

Roma-Fiorentina: la più bella partita dell'anno. Le due compagini giocano a viso aperto e danno spettacolo. Bravo Zeman a preparare la partita, ma un applauso a Montella per aver messo in difficoltà una bella Roma. Troppo Totti per i difensori gigliati, e soprattutto per un Viviano in serata no. Roncaglia ed El Hamdaoui provano a tenere a galla la Fiorentina, ma il capitano giallorosso, Osvaldo e Castan chiudono la pratica e lanciano la corsa verso le prime posizione.

Cagliari-Chievo: Paloschi trascina il Chievo fuori dalla zona calda con una prestazione sublime. Dopo la tripletta a Genova, ecco il goal dell'uno a zero a Cagliari. Chiude il match il francese Thereau, con una punizione fantastica. Brutta partita per i rossoblu, che ritrovano Pinilla ma smarriscono la qualità del gioco.

Palermo-Juventus: una sola squadra in campo al Barbera. La Juventus espugna con il minimo sforzo Palermo, ma i due pali e un paio di macroscopiche occasioni potevano rendere diverso il risultato. Conte torna in panchina e sprona i suoi ragazzi, che non mollano mai di un centimetro. La gara, mai chiusa dai bianconeri, poteva riaprirsi solo grazie a Miccoli, ben disinnescato dal trio di difensori della Signora. 3 punti che vogliono dire primo posto in solitaria, attendendo un possibile nuovo bomber a gennaio

Pescara-Genoa: scontro salvezza a senso unico. Il Pescara doma un Genoa letteralmente inguardabile e sempre più nel baratro. Gli uomini di Bergodi, come ho già detto più volte, non possono prescindere dal talentino Weiss, autore di due assist al bacio. Per il Grifone un altro black-out che significa penultimo posto. Ora c'è da chiudere l'anno con qualche punto e attendere gli innesti dal mercato, con Floro Flores cavallo di ritorno e Matuzalem in rampa di lancio.

Siena-Catania: altra occasione gettata alle ortiche dagli uomini di Cosmi. In vantaggio di una rete, si sciolgono nella ripresa come contro la Roma. Castro e un doppio Bergessio chiudono la pratica al Franchi, riportando il sorriso in Sicilia.

Torino-Milan: Ventura prepara bene la gara, ma il Milan è tornato. El Shaarawy è incontenibile e Gillet non è quello dei giorni migliori. Allegri sembra aver trovato la quadratura del cerchio con il tridente fantasia, nel quale sorridono anche Pazzini e Robinho. Per i granata l'unica buona novella è la rete di capitan Bianchi, a secco da fine settembre.

Inter-Napoli: bella partita a San Siro, ricca di giocate interessanti ed emozioni vibranti. Parte fortissimo l'Inter, che trova con Guarin il goal del vantaggio. Bello schema dei nerazzurri, che puniscono in contropiede con Milito e chiudono sul due a zero il primo tempo. Il Napoli rientra con un altro piglio e la partita viene riaperta dal solito Cavani, con un goal di rapina dopo una carambola in area di rigore. Gli azzurri spingono, l'Inter riparte in contropiede e la partita vive sul filo dell'equilibrio, anche perchè Palacio avrebbe la palla buona ma spreca con un brutto controllo. Un monumentale Ranocchia stoppa il tiro a colpo sicuro del solito Matador, ma non c'è nulla da fare. Vince l'Inter, che scavalca il Napoli e insegue la Juventus a quattro lunghezze.



9 dicembre 2012

Piccoli Messi crescono: Cristian Tello Herrera


Nome: Cristian
Cognome: Tello Herrera
Data di nascita: 11 agosto 1991
Luogo di nascita: Sabadel (Spagna)
Altezza: 178 cm
Peso: 65 kg
Piede preferito: ambidestro 



Il giovane è una risorsa inestimabile per la società. Parole e musica targate Barcellona. I catalani, dopo l'avvento in panchina di Johan Cruijff, hanno iniziato ad investire pesantemente sul settore giovanile. Il guru olandese ha portato in blaugrana un po' di quella bella mentalità che ha permesso all'Ajax di primeggiare in Olanda ed in Europa. E così la cantera balugrana si è trasformata, a partire dagli inizi degli anni '90 in una vera e propria fucina di campioni. Zubizarreta, Guardiola, Sergi, De la Pena, Amor, Xavi, Puyol, Piquè, Iniesta, Pedro, Busquets, Messi, Fabregas, Jordi Alba. Sono solo alcuni dei prodotti del vivaio catalano, uno dei più floridi del mondo. A Barcellona nessuno sembra voler modificare questa politica, che ha portato i catalani in cima al mondo.
Gli anni novanta non sono solamente il momento di svolta per la politica giovanile del club iberico, ma sono anche un decennio di potenziali campioni. Calciatori come Thiago Alcantara, Jonhatan Dos Santos, Cuenca, Tello, Montoya e Muniesa si sono tutti formati nella cantera blaugrana, e sono pronti a spiccare al volo.
Uno dei più interessanti è indubbiamente lo spagnolo Tello, non a caso nel giro della prima squadra da un paio di stagioni.
Cristian Tello Herrera nasce a Sabadel l'11 agosto 1991. La passione per il pallone è fortissima, fin da bambino. A 11 anni inizia a giocare in una squadra locale, mettendo in mostra doti fuori dal comune. Gli osservatori del Barça, sparsi lungo tutto il territorio catalano, notano subito questo ragazzino dai capelli castani ed il sorriso contagioso.
Inserito nella Cantera blaugrana, Tello inizia un percorso di crescita che si rivelerà più lungo e duro del previsto. Nel 2007, infatti, il Barcellona sembra aver perso fiducia in lui e lo gira al CF Damm, club dei sobborghi della città specializzato nella formazione dei giovani under18. E' il preludio ad un doloro addio, che si consuma l'anno successivo. Il Barça non rinnova il contratto a Tello, che è ora libero di trovarsi una nuova sistemazione. Barcellona gli piace, è la città giusta per sfondare nel mondo del calcio. L'Espanyol fiuta l'affare e mette sotto contratto il veloce attaccante spagnolo. Con il secondo club della città vive due stagioni sensazionali. Cresce sotto il profilo umano e calcistico, arrivando ad esordire in terza divisione con la squadra B. Quattro presenze ed una rete nel calcio professionistico convincono i dirigenti del Barcellona a riportarlo "a casa". Inserito nella rosa del Barcellona B, Tello si ritaglia uno spazio sempre crescente in Seconda Divisione. Trentanove presenze e nove marcature con la seconda squadra, convincono Pep Guardiola a convocarlo e farlo esordire con il Barça. Nell'andata e ritorno dei sedicesimi di finale di Copa del Rey, contro l'Hospitalet, debutta e realizza la sua prima doppietta.
La stagione 2011/2012 è, ovviamente, di transizione. A 19 anni non può essere altrimenti, soprattutto in uno squadrone come il Barcellona. Allenarsi con i grandi campioni, non mi stancherò mai di ripeterlo, è l'esperienza più formativa che possa esserci per un ragazzo talentuoso. E così è per il ragazzo catalano, cresciuto nel mito di Ronaldinho e con un'infinita stima per Leo Messi.
La rivoluzione in casa blaugrana, con l'approdo in panchina di Tito Vilanova, garantisce più spazio al ragazzo. Tello parte subito titolare la prima di campionato, firmando due assist. Stessa sorte alla prima in Champions League, dove griffa una rete da fuori area nel successo contro lo Spartak Mosca.
I tempi sono maturi ed il numero 37 catalano lo sa. Ha visto l'ascesa di Pedrito, altro prodotto della cantera poco più grande di lui, e ha tutte le intenzioni di ricalcare le sue orme.

Cristian Tello è un attaccante di indubbio valore. 178 cm per 65 kg di peso, nasce come seconda punta. Tecnico e veloce viene spostato dagli allenatori della cantera a sinistra, dove le sue doti sono esaltatate e messe al servizio della squadra. Dotato di un calcio secco e preciso, ha una delle qualità più importanti per un attaccante: è ambidestro. Questo non solo gli permette di essere impiegato su tutto il fronte offensivo, ma lo rende anche imprevedibile ai suoi avversari. Partendo largo a sinistra, dove Vilanova lo impiega con maggior regolarità, fa impazzire i terzini avversari. I difensori non riescono infatti a capire se la finta di Tello sarà volta ad accentrarsi e scaricare la conclusione in porta, con il destro, o vuole sbilanciarli per arrivare sul fondo e crossare con il suo sinistro.
Non è il classico esterno spagnolo, tutto velocità e dribbling, ma un calciatore completo. Il suo fisico, seppur non imponente, gli permette di affrontare a testa alta anche i marcatori più forti. A 21 anni ha tempo di lavorare sul suo corpo, fortificandosi, "mettendo su" un po' di massa muscolare. Senza perdere facilità di corsa e dribbling, sarebbe utile a Tello avere un pò più di forza esplosiva e fisicità. Come tutti gli spagnoli, la tecnica di base è sopraffina. Il tocco di palla è morbido e vellutato, ma la potenza non ne risente. La sua conclusione in porta è efficace, sia colpendo con l'interno piede, che di collo. Bravissimo a portarsi la palla avanti con la suola, ha un'impressionante cambio di passo sul breve. Quando ti punta è difficile restirergli e per i difensori si pone un amletico dubbio: lasciarlo andare garantendo agli avversari la superiorità numerica o bloccarlo fallosamente. Anche per questo Vilanova lo reputa tanto importante, perchè crea situazioni di pericolo o procura "succulente" punizioni nella metà campo avversaria, magari condite con un cartellino giallo per il difensore.
La rivista sportiva "Don Balon" l'ha recentemente inserito nella lista dei migliori calciatori nati dal 1991 in poi. In patria gode di un seguito piuttosto consistente, come dimostrano le sue presenze in tutte le Nazionali giovanili iberiche. A dire il vero Tello non è mai riuscito ad esprimere il meglio di sè con la maglia della Spagna, e questo si è potuto vedere chiaramente durante il torneo olimpico. A Londra la Spagna partiva con in favori dei pronostici. Con in rosa De Gea, Jordi Alba, Muniain, Mata, Isco e appunto Tello, doveva puntare alla vittoria. Invece i "senatori" hanno deluso, compreso l'eclettico attaccante esterno del Barça.
Perfetto per il gioco dei blaugrana, Tello deve ancora crescere a livello di personalità per imporsi al grande pubblico e ritagliarsi un posto anche nella selezione nazionale di Del Bosque. Le qualità tecniche e fisiche sono perfette per il calcio spagnolo, fatto di possesso palla, dribbling e velocità. Son tutte caratteristiche che Tello ha nelle sue corde, gli manca solo quel pizzico di consapevolezza e presunzione per fare il grande salto.


8 dicembre 2012

Il punto sulla Serie A: aspettando la 16esima giornata


Sabato, con Atalanta-Parma, si apre la 16esima giornata di Serie A, che si chiuderà lunedì sera con il "monday night" al Dall'Ara di Bologna, dove andrà in scena la partita fra i rossoblu di Pioli e la Lazio.
Come di consueto andiamo ad analizzare le partite, per capire quali insidie e quali spunti stiano dietro ad ogni match.

Atalanta-Parma: gli uomini di Colantuono hanno bisogno di fare punti e smuovere la classifica. Con tre sconfitte consecutive i bergamaschi non possono più steccare o saranno risucchiati nella lotta per non retrocedere. Battere il Parma non sarà semplice, ma gli orobici sono piuttosto solidi in casa. Il Parma arriva invece da un buon periodo in campionato, nonostante la sconfitta di Roma con una brillante Lazio.
Speriamo in una partita divertente, anche se il rischio di un match bloccato c'è tutto.

Roma-Fiorentina: una delle partite più interessanti di questo week-end. I giallorossi sono lanciatissimi per la rincorsa della zona Champions, la Fiorentina è una delle più belle realtà di questa stagione. Gli ingredienti per una partita spettacolare ci sono. Da un lato Zeman, sinonimo di goal e azioni spettacolari; dall'alto Montella, che ha inculcato nei Viola una mentalità propositiva. Le due squadre cercheranno il successo tramite il gioco, e la qualità dei 22 in campo sarà tale che difficilmente sarà una partita avara di goal. Roma-Fiorentina è la classica partita da 1X2, ma vedo i giallorossi leggermente favoriti.

Cagliari-Chievo: i rossoblu, dopo la batosta di Udine, devono muovere la classifica. I clivensi, dopo il successo a Genova, potrebbero andare in Sardegna in cerca di un punto. Vedo dunque una partita bloccata, in cui il Cagliari cercherà il risultato pieno ed il Chievo che ripartirà in contropiede. Non credo sarà una domenica ricca di goal allo stadio di Quartu Sant'Elena, ma le due squadre dispongono di giocatori di qualità in avanti, capaci di giocate interessanti.

Palermo-Juventus: i rosanero vengono da una sconfitta di misura a Milano, i bianconeri dal successo nel derby. Se da un lato i siciliani potrebbero accontentarsi di un punto, per la Juventus non è possibile pensare ad altro risultato che la vittoria. I bianconeri devono sfruttare il turno favorevole, dal momento che Inter e Napoli si sfideranno a San Siro, per allungare in vetta alla classifica. Il ritorno di Conte in panchina potrebbe essere una svolta importante, anche se Gasperini sta studiando una gabbia per fermare Pirlo e scatenare il contropiede di Fabrizio Miccoli, chiamato all'ennesima impresa.

Pescara-Genoa: siamo all'ultima spiaggia. Bergodi ha la ghiotta occasione di smuovere la classifica, sfidando in casa una diretta concorrente per la lotta alla retrocessione. Del Neri non ha invece altra possibilità alla vittoria, con i tifosi sul piede di guerra da alcune settimane. Il tecnico ex Juventus è all'ultima occasione, se non vincerà in riva all'Adriatico sarà esonerato, ne sono sicuro. Forse è giusto così, se pensiamo a com'è stato trattato De Canio, allontanato pur avendo fatto 5 punti più di Del Neri nello stesso lasso di tempo.

Siena-Catania: difficile leggere questa sfida. Siena e Catania sono squadre quadrate e concrete. Vengono entrambe da una brutta sconfitta casalinga, cercheranno pertanto il riscatto immediato al Franchi. Per il Siena è una partita di svolta, perchè non può perdere altri punti dopo aver così brillantemente iniziato la stagione. Maran ha invece l'obbligo di smuovere la classifica, dopo le sconfitte con Palermo e Milan.

Torino-Milan: i granata devono riscattare la cocente sconfitta del derby, i rossoneri dare seguito al buon periodo di forma. Credo sarà una partita bloccata, con una serrata lotta a centrocampo. La sfida Ogbonna-El Shaarawy è sicuramente interessante, ma il piccolo Faraone farà ammattire anche i terzini del Toro, che dovrà essere bravo a rifornire Bianchi di palloni giocabili. Ultimamente il capitano granata non ha avuto un solo pallone buono da scaricare verso la porta e ha bisogno di sbloccarsi, Santana e Cerci sono avvisati.

Inter-Napoli: il vero big match di giornata. Seconda contro terza, 3-4-3 contro 3-5-2, Stramaccioni contro Mazzarri. Ci sono tanti spunti per leggere una partita che sarà di certo bella e ricca di spettacolo. Cavani metterà alla prova il fortino nerazzurro, orfano del suo leader argentino, Walter Samuel. Milito, Palacio e Cassano sfideranno i tre difensori del Napoli, che dovranno stare molto attenti al trio di Stramaccioni. L'Inter da il meglio di sè con le grandi squadre, per questo credo che sia leggermente avvantaggiata. Viceversa il Napoli soffre molto i grandi stadi, ma se vuole davvero puntare allo Scudetto non può più perdere punti, come accaduto a Torino con la Juventus e a Napoli con il Milan.

Sampdoria-Udinese: le compagini arrivano da un buon periodo di salute. La classifica non è spettacolare, per entrambe, ma alla lunga i valori verranno fuori. Di certo i giocatori in campo cercheranno il successo, senza risparmiarsi. E' una partita da tripla, con i doriani che hanno dimostrato personalità e freschezza atletica nelle ultime settimane. Di Natale guiderà i bianconeri, che cercheranno il secondo successo consecutivo, dopo i quattro goal rifilati al Cagliari.

Bologna-Lazio: senza Klose la Lazio faticherà, ma Kozak avrà una chance da non farsi sfuggire. Per il Bologna, dopo il successo con l'Atalanta, la ghiotta occasione di giocare un'altra partita casalinga. Diamanti e Gilardino sono giocatori di livello internazionale, e metteranno in difficoltà la retroguardia bianconceleste.





7 dicembre 2012

Le perle della Serie A: Cavani, Klose, El Shaarawy


Nel bene o nel male, a far parlare di sè son sempre gli attaccanti. Più di ogni altro giocatore sanno entusiasmare gli spalti, possono regalare quel fragoroso boato di gioia o di dolore.
Si sente spesso dire che la Serie A è povera di talento, ma non penso che sia del tutto vero. Il nostro campionato ci regala almeno tre grandissimi attaccanti, che non penso tanti tornei europei possano vantare. Sto parlando di Edinson Cavani, Stephan El Shaarawy e Miroslav Klose. Questi tre cannonieri non solo realizzano goal a raffica, ma regalano giocate spettacolari domenicalmente.
L'uruguagio Cavani è formbidabile, una prima punta di indubbio talento. A mio modo di vedere, in quel ruolo, solamente Radamel Falcao è al momento superiore al numero sette del Napoli. 112 partite e 83 goal con gli azzurri sono dati che parlano chiaro, Cavani è un attaccante di livello mondiale. Riesce a segnare in ogni modo e maniera: destro, sinistro, testa, rigore, di rapina, da fuori area, un repertorio completissimo e degno di un ragazzo che può ambire ad un posto di rilievo nella storia del calcio.
Miro Klose è a mio modo di vedere un calciatore fantastico, approdato in Italia troppo tardi. Miro è diventato ben presto un punto di riferimento per la Lazio, capace di fare reparto da solo e di togliere le castagne dal fuoco. Nonostante non sia più di primo pelo (classe 1978), il bomber teutonico ha realizzato 24 reti in 51 presenze con la Lazio. Se il suo score lo scorso hanno aveva stupito tutti, in quest'inizio di stagione Klose si è confermato con ancor maggior impatto. Petkovic ha costruito intorno al numero 11 il suo gioco e Klose non sta deludendo le aspettative. Goal, giocate sensazionali e sponde per i compagni, insieme al tedesco sono cresciuti anche Mauri, Candreva ed Hernanes, che stanno giocando a livelli mai toccati fino a quest'anno.
Su Stephan El Shaarawy, infine, non vi sono più aggettivi. Si sapeva che avesse talento e che poteva diventare un ottimo giocatore, ma nessuno, neppure al Milan, si aspettava un'esplosione del genere. Non sorprende solo per personalità e sicurezza, ma per costanza di rendimento ed efficacia sotto porta. Schierato come attaccante di riferimento, il piccolo Faraone ha dimostrato di non far rimpiangere Ibrahimovic. Vi dirò di più, lo svede l'anno scorso aveva segnato 8 reti in campionato e 4 in Champions League. El Shaarawy è a quota 12 in Serie A e 2 in Champions, ma senza aver calciato alcun calcio di rigore.
A volte le parole non bastano per descrivere i grandi giocatori, i video e i goal lo fanno molto meglio di me.

Edinson Cavani:

 

 Miroslav Klose:

 

 Stephan El Shaarawy:

 

L'ombra del mercato sulla Serie A: De Rossi, Sneijder e la guerra di nervi


Alzi la mano chi, a inizio stagione, era convinto che Daniele De Rossi e Wesley Sneijder sarebbero stati ai margini delle rispettive squadre. I due centrocampisti sono casi diversi, ma con più di un punto in comune.
De Rossi vive a Roma come un corpo estraneo. Tutta la squadra segue i dettami di Zeman, iniziandone a raccogliere i frutti. Il mediano romano, invece, non riesce ad integrarsi negli schemi del boemo. Negli ultimi anni Daniele si è sempre sentito un leader, forse anche più di Francesco Totti, la cui importanza iniziava ad esser messa in discussione, perlomeno in campo. Il numero 10 giallorosso è tornato ai livelli di un tempo, giocando sempre titolare e fornendo grandi prestazioni. E' come se De Rossi avesse accusato il colpo, chiudendosi in sè stesso e iniziando ad accumulare errori su errori. Prima la sterile polemica per la posizione da tenere in campo, quindi la reazione nel derby.
Le continue voci di mercato e gli spigolosi caratteri dei protagonisti non permettono di ricucire il rapporto. Onestamente non credo ci sia alcuna possibilità che si possano sistemare le cose. Le dichiarazioni rese dai protagonisti lasciano poco spazio all'immaginazione e preludono un futuro lontano fra i due. Dapprima Capitan Futuro ha dichiarato: "Il mio ruolo? Si fa fatica ad analizzare le posizioni tattiche se non si prende mai la palla. La squadra deve crescere. Il calcio è uno solo, non lo inventa nessuno. Dobbiamo fare punti"; quindi Zdenek Zeman, alla vigilia della sfida con i Viola, ha risposto: "De Rossi per me non è una nota dolente, ma non ha reso da De Rossi. Non si è integrato con la squadra. E’ un giocatore importante, ha fatto la sua carriera nella Roma e l’ha fatta molto bene, spero renda come nelle passate stagioni. Forse, all’inizio, è stato influenzato dal mercato. Qualcuno dice che lo cercano 11-12 squadre ma io ho qualche dubbio, non mi risulta. Si sta allenando con impegno, non si sa mai chi in settimana può stare meglio o peggio. Io spero lui stia meglio".
Tatticamente il discorso è semplice: Zeman vede meglio Tachtsidis e Florenzi, entambi classe 1991. De Rossi deve adattarsi, correre e giocare per la squadra. Il mediano ha un mese, due al massimo per convincere tutti e riprendersi Roma. Tre partite prima della sosta, qualcuna a gennaio, poi si tireranno le somme.
Piuttosto limpida anche la situazione in casa Inter. Al numero 10 è stato proposto un prolungamento di contratto che non prevede alcuna remunerazione per la stagione 2015-16. L'olandese ha rifiutato e ha rincarato la dose attraverso i social network. Dapprima un comunicato in cui si diceva contrario al rinnovo, quindi le polemiche sulle convocazioni di Stramaccioni. Il clima si è fatto gelido alla Pinetina e le voci di una sua imminente partenza sono all'ordine del giorno. A che prezzo? Difficile recuperare i soldi investiti, ma piuttosto complicato anche trovare un grande club che voglia accollarsi uno stipendio netto di 6 milioni annui. L'unica sarebbe il Psg, ma ritengo che uno scambio con Pastore non sia nemmeno un'opzione catalogabile come "fantacalcio". Il presidente del Palermo Zamparini mi trova d'accordo quando dice: "Sorridendo, credo che Pastore possa passare all´Inter solo se i nerazzurri girano in cambio al Psg il cartellino di Sneijder più 30 milioni. Non scordiamoci che il Psg ha pagato solo pochissimo tempo fa il cartellino di Pastore una cifra altissima, una cifra da campione. In generale credo che Pastore potrebbe tornare in Italia, ma non certamente in un momento storico in cui nessuno spende più e una squadra come il Milan cede campioni del calibro di Ibrahimovic e Thiago Silva". Una sacrosanta verità, che mostra come la situazione sia di difficile risoluzione.

Francamente è assurdo pensare di (s)vendere due talenti come l'olandese e l'italiano, per il nostro calcio e per le due squadre. Paradossalmente è più semplice risolvere l'affaire De Rossi, che potrebbe essere riaccolto come il figliol prodigo al Campidoglio. Viceversa solo l'Inter può andare in contro alle richieste di Wesley, dopo essersi fatta un clamoroso autogol con le parole di Branca. Stramaccioni, in sintonia con la società, non convoca il ragazzo dichiarando che la decisione e solo sua. Strano non cresca il naso alla Pinocchio, perchè è chiaro che il problema non sia tecnico. Per quanto il ragazzo possa essere scosso e psicologicamente non al meglio, non convocarlo nemmeno è sinonimo di un patto con la società. Un azione intelligente per la sua carriera di allenatore, ma che non risolve i problemi. I tifosi stanno abbracciando in toto l'operato della società, e a questo punto il divorzio appare inevitabile. Facendo un rapido giro sui social network ho notato come molti tifosi dell'Inter non si dimostrino contrari ad una cessione al Milan, magari in cambio di un epurato rossonero. A tutti questi dico "attenti", Seedorf e Pirlo potrebbero avere un altro erede.

6 dicembre 2012

Tecnica e velocità: Axel Gulin


Nome: Axel
Cognome: Gulin
Data di nascita: 19 luglio 1995
Luogo di nascita: Trieste
Altezza: 169 cm
Peso: 66 kg
Squadra di appartenenza: Fiorentina
Piede preferito: sinistro




Dopo Leonardo Capezzi e Luca Lezzerini, mi concentrerò oggi su di un altro grande prospetto delle giovanili viola. Triestino di nascita e personaggio televisivo a tutto tondo, Axel Gulin ha numeri da potenziale fuoriclasse.
Nato a Trieste il 19 luglio 1995, Axel Gulin cresce calcisticamente nella sua città. Dopo due stagioni nel settore giovanile della Triestina, nel 2010 viene acquistato dalla Fiorentina. A soli 15 anni cambia casa, scuola ed amici, in nome di un sogno: diventare un calciatore professionista. Può suonare retorico, ma è bello ci siano persone che dedichino così tanta passione ad inseguire un sogno. Ancor più bello quand'è la famiglia a spingerti e sostenerti per farti arrivare in alto, laddove hai sempre sperato.
Cresciuto nel mito di Messi e Cristiano Ronaldo, dei quali aprrezza esplosività, tecnica e dribbling.
Axel, come tutti i componenti degli allievi nazionali della Fiorentina, si è fatto conoscere al grande pubblico grazie ad Mtv. Non per le sue doti musicali, nonostante sia un rapper di discreto talento, ma per aver partecipato al reality show "Calciatori, giovani speranze". Qui si è fatto conoscere come calciatore e come ragazzo, dimostrando personalità e simpatia.
Axel Gulin, fuori dal campo, è una persona umile. Simpatico e per nulla timido, ama la musica e il divertimento. Il classico adolescente, non fosse per quello straordinario talento sul campo da gioco.

169 cm per 66 kg di peso, Gulin è un centrocampista offensivo dotato di una tecnica fuori dal comune. Nasce come esterno di centrocampo, ma con il tempo si è trasformato in una vera e propria ala. Sinistro naturale, è spesso impiegato sull'out di destra, per sfruttare la sua innata capacità nell'uno contro uno e la sua propensione alla conclusione in porta.
Brevilineo e determinato, Axel Gulin sembra un piccolo toro quando punta l'uomo. Baricentro basso e velocità impressionante, diventa immarcabile quand'è lanciato verso la porta avversaria. In carriera ha ricoperto diversi ruoli, esterno difensivo, ala e seconda punta. Il suo talento non va limitato ne contenuto, per questa ragione diventa devastante se gioca esterno alto in un tridente d'attacco o seconda punta. Non è prolifico come un'attaccante, ma è più pericoloso di un trequartista. La sua corsa e la naturale propensione a svariare sul fronte offensivo lo rendono difficilmente marcabile dai difensori, che sono spesso portati fuori posizione dai suoi movimenti.
Axel Gulin, per statura e movenze in campo, ricorda alcuni grandi giocatori: Sanchez, Di Natale e Lavezzi. Rispetto all'italiano ha più difficoltà ad andare in goal, vede meno la porta. Più calzanti invece i paragoni con Alexis Sanchez ed Ezequiel Lavezzi. Come loro Gulin spacca le difese avversarie, va alla conclusione ed è abile nel servire i compagni. I suoi rapidi tagli in profondità sono garantiscono ampie zone di tiro per la squadra, tatno che nella Primavera viola i centrocampisti Capezzi, Costanzo e Rosa Gastaldo riescono spesso a trovare lo spazio per la conclusione.
Tecnicamente dotato di una classe cristallina ed un tocco di palla vellutato, Gulin è fisicamente piuttosto potente. Con la Fiorentina sta seguendo un programma di rinforzo muscolare, volto a migliorare la sua massa senza compromettere la sua velocità sul breve.
E' presto per profetizzare quale carriera farà Gulin, ma non faccio fatica a dire che troverà posto nel calcio professionistico. E' un giocatore moderno ed eclettico, che fa parte di uno dei settori giovanili più organizzati d'Italia.
Il suo talento non è passato inosservato e la convocazione nelle selezioni nazionali giovanili italiane non si è fatta attendere. L'altezza, considerata fino a qualche tempo fa un limite, non rappresenta più un problema. Messi, Giovinco, Sanchez, Di Natale e Miccoli sono tutti giocatori piccoli di statura, in grado però di cambiare volto alla partita con una sola giocata. Gulin, in Primavera, è come loro. In estate ha lavorato a stretto contatto con Montella e la prima squadra, avendo così l'opportunità di imparare da Jovetic e Ljaijc, due fra i giocatori più talentuosi della Viola. L'esperienza è stata fruttuosa, tanto che al ritorno in Primavera Axel sta dimostrando di essere un punto fermo. Dieci presenze ed un goal, primo posto in classifica con la Fiorentina, sono credenziali ottimali per un futuro a tinte viola.

Milan e Juventus, gioie Champions


Andati in archivio i gironi di Champions League possiamo tranquillamente affermare che per le italiane sia stato un vero successo. Dopo la prematura dipartita dell'Udinese nei preliminari, Milan e Juventus hanno affrontato con serietà i rispettivi gironi, tenendo alto il tricolore.
Il Milan, passato come secondo e con un turno di anticipo, ha avuto la meglio su Anderlecht e Zenit di San Pietroburgo. Il gruppo, completato dal Malaga, non era irresistibile, ma la bella vittoria in Russia ha spianato la strada agli uomini di Allegri. Il difficile verrà ora, qualificandosi come seconda non sarà semplice evitare un difficile sorteggio. Escluse Juventus (squadra italiana) e Malaga, al Milan restano solo corazzate: Barcellona, Bayern Monaco e Manchester United. Non meno difficile il Borussia Dortmund, capace di arrivare davanti al Real Madrid e di strapazzare il City di Mancini; suggestivo un sorteggio "amarcord" con il Paris Saint Germain di Ancelotti, Ibrahimovic e Thiago Silva. La manna dal cielo si chiamerebbe Schalke04, squadra solida e compatta ma alla portata dei rossoneri.
Per la Juventus una vera impresa, invece. Arrivare prima al ritorno in Champions, eliminando i campioni in carica è una bella soddisfazione. Partiti con qualche difficoltà, gli uomini di Conte si sono scrollati di dosso i dubbi nelle ultime tre partite del girone. Se il successo con la Cenerentola Nordsjelland non doveva essere in discussione, la prova di forza con il Chelsea a Torino è stata un bel segnale per il nostro calcio. La partita di ieri, infine, è stata l'ennesima riprova di un notevole acume tattico per Conte. I bianconeri, forti anche di due risultati su tre, hanno aspettato lo Shaktar, disinnescando la velocità in contropiede dei brasiliani di Lucescu. Bloccati i punti forti degli ucraini, ecco il contropiede vincente, orchestrato da Vucinic e Lichtsteiner e concluso con un'autorete, viziata dal tocco di Sebastian Giovinco.
Per i torinesi lo spauracchio è ora il Real di Mourinho, mentre le altre sono più abbordabili. Porto, Valencia e Arsenal rappresentano tradizione, esperienza e bel gioco; le altre sono decisamente meno forti. Si fa per dire, nel momento in cui si rimane in 16, ma Celtic e Galatasaray sono avversarie con le quali la Juventus si presenterebbe coi galloni della favorita.

Qualificate come prime:

Paris Saint Germain, Schalke04, Malaga, Borussia Dortmund, Juventus, Bayern Monaco, Barcellona e Manchester United.

Qualificate come seconde:

Porto, Arsenal, Milan, Real Madrid, Shaktar Donetsk, Valencia, Celtic Glasgow e Galatasaray


5 dicembre 2012

Buffon: "Di tutto per la Champions League"


Sulle colonne di TuttoJuve.com viene riportata un'interessante intervista a Gigi Buffon. Il portierone azzurro parla ai microfoni di Mediaset della grande sfida con lo Shaktar, in previsione fra poche ore in Ucraina:

Il fatto che si parli di biscotto, fa parte di una mentalità tipicamente italiana? 
"Non ho idea, noi sappiamo che non è così e proprio per questo ci stiamo preparando, ci siamo preparati per venire a disputare una grande partita, sotto tutti i profili, anche perchè poi si sta parlando di due squadre che vivono una situazione completamente diversa: una è già qualificata e una che invece si deve qualificare".
Perchè lo Shakhtar deve aver paura della Juve? 
"Deve aver paura della Juve perchè la Juve ha dimostrato in questo ultimo anno e mezzo che se entra in campo nella maniera giusta e consona a quelle che sono le nostre qualità e caratteristiche, la Juve fa paura a chiunque. Detto questo, credo che anche noi della Juve abbiamo un grande rispetto nei confronti dello Shakhtar che è primo nel nostro girone non per caso, ma con grande meriti, perchè è una squadra veramente forte".
Quanto credi a questa coppa, in questo lungo cammino? 
"Mah...io penso che bisognerebbe fare un passo alla volta. Cominciamo a pensare al passaggio del turno, che non è una cosa scontata, è una cosa che ci dobbiamo guadagnare, e faremo il possibile e l'impossibile per poterlo conseguire".

Neymar-El Shaarawy, i campioni del futuro


Dopo la vittoria di Catania Galliani si è lasciato andare ad un intrigante paragone fra Stephan El Shaarawy ed il brasiliano Neymar: "È al di sopra di ogni nostra aspettativa. Ha fatto 20 anni la settimana scorsa e non so quanti attaccanti della sua età stiano segnando con questa continuità. Come lui al mondo c’è solo Neymar. Quando è arrivato dal Padova aveva un sacco di problemi fisici, ma adesso sta bene ed è uno dei talenti maggiori che ci sono al mondo. Calcia in maniera strepitosa e mette la palla dove vuole con un grande senso del gol". Il Faraone come Neymar, un parallelismo che cela dietro di sè più di una verità. Giovani, sorridenti e con una cresta sbarazzina, sono fra i giovani calciatori più interessanti dell'intero panorama calcistico mondiale. Entrambi classe 1992, El Shaarawy e Neymar hanno avuto un processo di crescita piuttosto differente. Il giovane italiano ha dovuto guadagnarsi sul campo la possibilità di giocare ad alti livelli. Dopo l'esordio in Serie A con la maglia del Genoa, ha infatti dovuto passare un anno in purgatorio prima di approdare in rossonero. In Serie B si è fatto le ossa, ha imparato a farsi rispettare e ha maturato esperienze in ruoli diversi. Nato come centravanti nelle giovanili rossoblu, El Shaarawy ha imparato a ricoprire molti ruoli: seconda punta, esterno offensivo, trequartista. Se questo ha limitato parzialmente il suo potenziale offensivo, lo ha contemporaneamente aiutato a giocare per i compagni e per la squadra. Liberatosi dell'ingombrante presenza di Ibrahimovic, il piccolo Faraone è letteralmente esploso come centravanti. Destro, sinistro, da fuori o di testa, ogni modo è risultato buono per lasciare il segno. Neymar è invece cresciuto nelle giovanili del Santos, squadra in cui tutt'ora milita. Nel 2009, a soli 17 anni, ha iniziato a giocare con regolarità in prima squadra. In Brasile è considerato l'erede di Pelè e a dire il vero non ricordo un giocatore tanto forte dai tempi di Ronaldo. Ambidestro e tecnicamente dotato, Neymar è un vero e proprio killer dell'area di rigore. La sua principale abilità è il dribbling, grazie al quale riesce a smarcarsi e scaricare in porta. A 20 anni ha già realizzato 52 reti nel campionato brasiliano e ben 17 reti in Nazionale, e non parlo delle selezioni giovanili, ma della Seleçao. Leader in campo e fuori, è considerato in patria "il prescelto", colui che dovrà guidare il Brasile alla conquista del Mondiale casalingo del 2014.

 178 cm per 72 kg il primo, 174 cm per 65 kg il secondo, sono due calciatori fisicamente molto simili. Piccoli ma solidi, sono tecnicamente completi. Apparentemente non hanno punti deboli e con 1992 scritto sul documento d'identità, non possono che migliorare. E' spesso difficile dire quale carriera un giovane farà, ma in questo caso mi sento di espormi e dire che Neymar ed El Shaarawy sono destinati a fare grandi cose. Pallone d'oro o campioni sarà il tempo a dirlo, ma è escluso che i due ragazzi finiscano nell'anonimato. Spesso i giocatori in erba, capaci di strabilianti stagioni in una piccola squadra, possono sentire il peso della pressione. In questo caso, però, i due ragazzi militano nel Santos e nel Milan, e sanno cos'è la pressione. L'unico augurio che posso rivolger loro è di rimanere integri fisicamente, ci regaleranno goal a raffica e giocate meravigliose. Il paragone ha destato stupore negli ambienti calcistici mondiali, ma io credo quella di Galliani non fosse una provocazione, ma una sincera opinione. E ha ragione, El Shaarawy e Neymar sono molto più simili di quanto si possa pensare, divertiamoci.

 

Calcio sporco di sangue: il brutale omicidio olandese



Non ho parlato di quanto accaduto in Olanda volutamente. Ho avuto bisogno di un paio di giorni per metabolizzare questa tragedia, che ha irreparabilmente macchiato il nome del calcio. Uno sport fantastico, unico, che amo e amiamo con un calore inimmaginabile, ma che ora è sporco di sangue. Il brutale omicidio di Richard Nieuwenhuizen da parte dei tre ragazzini olandesi ci deve far riflettere. Dobbiamo capire chi siamo e dove vogliamo andare, perchè la bussola è ormai smarrita. Se tre quindicenni uccidono a calci e pugni un signore di 41 anni per una partitella giovanile, questo deve imporci una profonda riflessione. Non sul calcio, visto troppo spesso come un male sociale, ma sul modo in cui vengono educati i ragazzi, a casa, a scuola e nello sport. Troppo semplice prendersela con il calcio, che con questo tipo di violenza non ha nulla a che fare.
Dice bene Sepp Blatter, presidente della FIFA, quando dichiara che "la violenza è un problema di tutta la società e per questo può verificarsi anche sui campi di calcio. Ma questo sport è una forza del bene anche grazie all'esempio e agli sforzi di persone come Richard Nieuwenhuizen". Lo sport è bene, il calcio dev'essere un'isola felice per tutti. Per chi lo pratica, per chi lo guarda, per chi lo vive.
Com'è possibile che dei ragazzini possano macchiarsi di un omicidio tanto efferato? Con quali valori sono cresciuti, con quali modelli? Dobbiamo agire, pulire la società o quantomeno il mondo del calcio. Devono essere allontanati ed isolati i violenti, in campo e fuori. Ma è un'azione che non dev'essere perpetrata a posteriori, come successo in Olanda, si deve prevenire.
Da anni si dice che lo stadio deve tornare ad essere un posto per tutti, ma com'è possibile pensarlo? I fanatici, quelli che con lo sport non hanno nulla da spartire, sono infiltrati ovunque. Sono arrivati persino ad infangare il calcio giovanile, ma adesso basta. Stop alle risse sugli spalti fra genitori esagitati, fermiamo chi va allo stadio per il solo gusto di insultare ed offendere. Che sia fatto con cori o striscioni, non è ammissibile che si insultino i morti, si espongano vessilli razzisti o s'inneggi alla morte.
La vita di ogni essere umano è fatta di gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni. Il calcio dev'essere amore, passione, gioia, felicità. Non importa quale maglia si indossi o quale coro si canti, ci dev'essere rispetto. Questo non significa che non possano esistere gli sfottò, ma fra la bonaria presa di posizione e l'insulto corre una linea piuttosto evidente, che viene oltrepassata con giubilo dall'ignoranza delle persone.
Chi va allo stadio o in campo per picchiarsi ed insultarsi non merita di far parte di quella grande famiglia che è il mondo del calcio. Questa dev'essere un "locus amoenus", in cui trascorrere con amici, famiglia e compagni il proprio tempo libero. Tutto il resto è specchio di una frustrazione recondita, di un'instabilità mentale e una capacità di ragionamento più simile a quella di una bestia che ad un uomo.
Per i tre assassini olandesi mi auspico l'ergastolo, perchè non ci possono essere attenuanti, nemmeno quelle legate alla giovane età. Ma il problema va affrontato di petto, in tutti gli stati e tutti i contesti sociali. Eliminiamo la violenza dal calcio, e restitugliamogli la sua vera e unica dimensione: quella del gioco.

4 dicembre 2012

Gioventù al potere: l'Arsenal di Arsene Wenger

"Io come Cruyff sono convinto che si possa vincere la Champions League anche con giovani talenti e non per forza spendendo molti soldi per giocatori affermati. Ogni tanto, naturalmente, è frustrante vedere il tuo lavoro distrutto dai soldi di altri. Avrei potuto lasciare i 'Gunners' almeno dieci volte, ma i soldi non sono mai stati una grande motivazione per me". Parole e musica di Arsene Wenger, riportate in estate dal The Sun. Ho deciso di esordire con questa citazione perchè credo riassuma alla perfezione la filosofia del tecnico alsaziano. A differenza di tutti l'Arsenal non è una formazione che ha, come unico obiettivo la vittoria. L'inserimento di giovani promettenti in luogo di grandi campioni ce lo testimonia. In quest'ottica vanno lette le cessioni illustri degli ultimi anni: Vieira, Henry, Hleb, Tourè, Adebayor, Nasri, Fabregas e Van Persie. Star di primo piano, che non rientravano più nei parametri anagrafici ed economici del manager francese. Wenger, colto allenatore alsaziano, approda a Londra nell'estate del 1996. Laureato in economia ed ingegneria, ha dedicato la sua intera vita al calcio. Vincitore di un campionato francese con la maglia dello Strasburgo, inizia ad allenare nel 1984. Gli bastano tre anni e porta il Monaco al successo in Ligue1, attirando su di se le lusinghe del Bayern Monaco. Wenger rifiuta il trasferimento in Baviera, lui è un tecnico che ama i progetti a lunga scadenza. Il suo marchio di fabbrica è chiaro fin da subito: pochi giocatori d'esperienza e tanti giovani di talento. Ecco allora che il Monaco ingaggia l'inglese Glenn Hoddle a far da chioccia ad alcuni giovani fantastici: Youri Djorkaeff, Lilian Thuram, Emmanuel Petit, Enzo Scifo George Weah e Jürgen Klinsmann. Tutti campioni, arrivati nel Principato poco più che maggiorenni o cresciuti direttamente nelle giovanili. A metà anni '90 l'Arsenal è guidato da George Graham, allenatore preparato e vincente. Graham fu bandito per un anno dalla Football Association per il suo coinvolgimento in uno scandalo di mercato. Il tecnico dei Gunners avrebbe, per sua stessa ammissione, accettato un "inaspettato regalo" da parte di un procuratore. Il club ha bisogno di ricostruire la squadra e la propria reputazione. Wenger è l'uomo giusto, ingaggiato nell'agosto del 1996. Fin dal primo anno sulle rive del Tamigi, il francese imposta il mercato della squadra secondo il suo credo: giovani, meglio se francesi. I primi due acquisti sono infatti Patrick Vieira (20) e Nicolas Anelka (17). Spesa totale 5 milioni di pound, strabiliante. Sul campo l'Arsenal inizia ad assimilare i dettami tattici dell'alsaziano. Corsa, tocchi di prima, sovrapposizioni ed una difesa solidissima. A fine anno si centra un terzo posto e l'accesso alla Champions League. Per prepararsi alla massima competizione continentale occorre investire sul mercato. In biancorosso arrivano Marc Overmars (24) ed Emmanuel Petit (26). Con un investimento inferiore ai 10 milioni di pound arrivano ad Highbury due campionissimi. I risultati danno ragione a Wenger, che riporta i Gunners in cima alla Premier League dopo sei stagioni. Costruita una solida impalcatura, è il momento giusto di inserire altri giovani: Nwankwo Kanu (21) e Fredrik Ljungberg (21). Il bomber nigeriano, impressionante talento ai tempi dell'Ajax, tradisce le aspettative. Lo svedese, invece, si affermerà a Londra come una delle ali più forti d'Europa. I Gunners giocano bene, sono una delle più belle realtà calcistiche. Sfiorano il titolo in Inghilterra ed arrivano in finale di Coppa Uefa ed FA Cup. Wenger continua il suo programma "giovani" e porta in biancorosso un giovane francese di bellissime speranze: Thierry Henry. Il fuoriclasse francese, sottovalutato da Ancelotti alla Juventus, diventerà trascinatore e simbolo di un Arsenal vincente. Oltre al francese sono ingaggiati l'ivoriano Kolo Tourè (20), Sol Campbell (24) e Robert Pires (26). L'Arsenal diventa un meccanismo ben oliato, che esprime un calcio meraviglioso. In Inghilterra parlano di calcio "Champagne", ma io lo definirei più semplicemente "Arsenal style". Con la promozione dal vivaio del terzino Ashley Cole viene sistemata anche la difesa e nel 2001/02 arriva il secondo titolo della gestione Wenger. Non sono successi fini a se stessi, ma fanno parte di un vero ciclo. L'anno successivo arriva un secondo posto e la vittoria in Coppa d'Inghilterra, giusto in tempo per accogliere a Londra un'altra infornata di giovani promesse. Nel 2003/04, stagione che coinciderà con il terzo titolo di Premier, Wenger ingaggia un gruppo di talenti meravigliosi: Cesc Fabregas (16), Gael Clichy (17) e Josè Antonio Reyes (19). Solo "la perla di Utrera" viene strapagata, gli altri sono i soliti colpi ad effetto del manager francese. Con tre titoli di Premier e quattro FA Cup, Wenger diventa il manager più vincente degli ultimi anni, ma l'Europa continua ad essere un tabù. Arrivano ad Highbury Robin Van Persie (20), Mathieu Flamini (20), Theo Walcott (16), Emmanuel Adebayor (21), Abu Diaby (19) e Emmanuel Ebouè (21) per dare l'assalto alla tanto agognata Champions League. L'Arsenal ci va vicino, tantissimo, nel 2005/06. La cavalcata europea sembra inarresabile, ma il 17 maggio 2006 a Parigi c'è il Barcellona. Nonostante l'inferiorità numerica l'Arsenal va in vantaggio, ma negli ultimi quindici minuti Eto'o e Belletti regalano la coppa ai catalani. La sconfitta segna la fine dell'apogeo Gunners, che dalla stagione successiva modificheranno radicalmente la propria struttura tecnica. Wenger si rende conto che il ciclo di quell'Arsenal è finito, occorre vendere i campioni affermati e ripartire da zero, ovviamente con i migliori giovani disponibili sul mercato. Nel giro di poche stagioni la squadra perde Bergkamp, Cole, Vieira, Henry, Reyes, Gilberto Silva, Pires e Ljungberg. Tifosi e società sono tutti con Wenger, che si rimbocca le maniche ed insieme ai suoi collaboratori va alla ricerca di una nuova generazione di talenti. Difficile dire se i giovani Gunners riusciranno ad eguagliare i propri predecessori, ma lo spirito non gli manca. Walcott, Alex Oxlade-Chamberlain, Ramsey, Wellington Silva, Coquelin, Vela e Joel Campbel sono tutti ragazzi di grande prospettiva, ciò che manca è forse quel gruppetto di giocatori esperti che possa aiutarli a crescere ed affermarsi. Nel calcio dei milioni, degli sceicchi e dei magnati russi o americani, l'Arsenal rappresenta per me un'isola felice. Nick Hornby diceva "mi sono innamorato del calcio come mi sono innamorato delle donne" e provare stima ed ammirazione per questo Arsenal è qualcosa che nasce dal cuore, spontaneamente. E' bello sapere che esiste una grandissima squadra nella quale la giovinezza non è un limite. E' bello sapere che, ogni anno, in Champions League si possono ammirare i colpi spensierati di chi ha un solo obiettivo in campo: divertirsi. Per me il calcio è questo, divertimento allo stato puro. Dei ragazzi che incantano in campo e sono umili fuori, persone con doti fuori dal comune che non hanno paura di metterle in mostra davanti a cinquanta mila persone. Allontaniamo da questo sport pressioni e polemiche ed eliminiamo lo stupido preconcetto che per giocare ad alti livelli occorra esperienza. Ci va anche quella, ma è il talento a fare la differenza, ed è qualcosa che non si può allenare o acquisire. Diamo la possibilità ai nostri ragazzi di esprimere il loro potenziale, di mettersi in mostra e fronteggiarsi con i migliori giocatori del mondo. L'Arsenal ci ha chiaramente dimostrato che con loro si vince.

 

Sneijder e il "mobbing": la totale assenza di vergogna del calcio



In questi giorni si è spesa troppe volte la parola "mobbing" parlando del contratto di Wesley Sneijder. Per quanto la mia opinione possa contare come quella di una singola persona, sento la necessità di fare alcune considerazioni in merito.
In primo luogo parlare di mobbing per un ragazzo di 28 anni che guadagna 6 milioni di euro a stagione (solo di contratto, sponsor esclusi), mi pare una scelta piuttosto azzardata.
Detto questo, che mi sembrava doveroso verso le migliaia di giovani disoccupati, credo che da ambo le parti siano stati perpetrati errori grossolani. Cercherò di ricostruire la vicenda, in modo da avere un quadro d'insieme dettagliato.
Wesley Sneijder approda a Milano nell'estate del 2009, firmando con la società di Moratti un contratto da 4 milioni netti a stagione, valido fino al giugno 2013.
L'impatto con i colori nerazzurri è fortissimo, Sneijder diventa uno dei leader in campo e fuori. Con Mourinho il rapporto è perfetto, l'olandese si esalta e vive la stagione più bella della sua carriera: 41 presenze, 8 goal e 14 assist. Ma soprattutto il "triplete" e la finale dei Mondiali con la sua Olanda. Wesley lascia il segno in tutte le competizioni, risultando decisivo per la conquista della Champions League e disputando un Mondiale meraviglioso. Con cinque reti, di cui due al Brasile, Sneijder è la vera star della rassegna in Sud Africa e su di lui iniziano le consuete voci di mercato.
L'entourage dell'olandese non se lo fa ripetere due volte e batte cassa. Massimo Moratti acconsente alla richiesta di prolungare il contratto e rivede l'ingaggio: 6 milioni di euro netti l'anno, scadenza giugno 2015. In buona sostanza un aumento netto di 4 milioni di euro (con due ulteriori anni, che gli frutteranno altri 12 milioni) , niente male come aumento di stipendio.
Il fair play finanziario è alle porte, in via Durini fanno due conti: troppo elevate le spese per gli ingaggi. Ecco allora che gli eroi del triplete diventano un problema economico. Eto'o, Julio Cesar, Maicon e Lucio vengono ceduti, o per meglio dire svenduti. Pur di liberarsi di quelle pesanti zavorre a bilancio si vende a basso prezzo o si regala il cartellino. Ma non basta, Cambiasso, Milito e Sneijder sono i prossimi. Il primo con cui si cerca di affrontare la questione è proprio l'olandese, che nel frattempo ha passato più tempo in infermeria che in campo. Il suo talento non si discute, ma meno di 50 presenze con l'Inter negli ultimi tre anni non possono essere un biglietto da visita sufficiente per giustificare i sei milioni netti all'anno.
Raccontata la storia del matrimonio Inter-Sneijder, cerchiamo di capire come si debba uscirne. La situazione è, a mio modo di vedere, piuttosto chiara: c'è un contratto in scadenza giugno 2015, Sneijder ha tutte le ragioni per non volerlo prolungare fino al 2016 senza avere alcuna gratifica economica, tant'è vero che ieri ha rilasciato un comunicato ufficiale: "In questo momento non ho motivo di firmare. Come posso accettare un nuovo contratto a queste condizioni, dato che neanche gioco?".
Il caso Sneijder non è così lapalissiano come potrebbe sembrare, perchè racchiude in sè problematiche ben più profonde.
Uno dei mali del calcio sono i procuratori. Non lo dico per partito preso, ma semplicemente perchè una figura che guadagna una percentuale su ogni trasferimento o rinnovo di contratto può fare più male che bene al mondo del pallone. I procuratori sono uomini e lavoratori, e agiscono come tali cercando il massimo profitto. Quando le cose vanno bene chiedono un adeguamento economico, quando vanno male ricordano a tutti che il contratto è stato siglato di comune accordo. Vero, ma fino ad un certo punto. I giocatori hanno troppo potere, ricattano con eccessiva facilità le società, che pur di non perdere il loro campione acconsentono adeguamenti contrattuali privi di ogni logica.
Proprio su questo punto si deve lavorare, non dovrebbe essere possibile rivedere l'ingaggio di un giocatore il cui contratto scade a distanza di anni. Rispetto ad un lavoratore comune, il calciatore non avrà mai "il posto fisso". E' altrettanto vero che ciò che guadagna in un anno un grande campione è decisamente più di quanto molti lavoratori possono sognarsi, anche unendo i propri stipendi. Il calciatore sa che il suo futuro è legato a filo diretto con le sue prestazioni in campo, in tal maniera dovrebbe ragionare. Basta Ferrari, ville da sogno e "amiche speciali" in discoteca, o meglio liberi di spendere tutti i soldi, ma come tutti devono rispondere delle proprie spese con il rischio di perdere il lavoro da un giorno all'altro. Non so voi, ma io farei a cambio.
Non voglio però dare tutta la colpa ai procuratori e ai giocatori, perchè se è vero che laddove c'è chi ricatta, c'è anche qualcuno che si fa ricattare. Le società devono avere il polso di dire "no", a rischio di dover arrivare allo scontro con il calciatore. Troverei molto più sensato mettere fuori rosa un calciatore che chiede un aumento di stipendio, piuttosto di farlo quando questo si rifiuta di rinnovare o ridimensionare il suo contratto. Mi sembra però non ci sia volontà di cambiare in questo senso, almeno non in tutte le squadre. Fino a quando non cambieremo la mentalità del calcio, casi come Ledesma, Pandev o Sneijder saranno all'ordine del giorno. Vi prego però, non parlate di mobbing.

3 dicembre 2012

Il ritorno delle sette sorelle per una Serie A d'élite


A fine anni '90 il campionato di Serie A era conosciuto nel mondo come "il campionato delle sette sorelle". Una definizione storica, che ci rimanda alla famosa locuzione di Enrico Mattei, che in questo modo definiva le sette compagnie petrolifere che dominavano il fatturato mondiale del greggio. L'espressione calzava a pennello per quei tornei di A, dominati da un "gotha" sportivo composto da Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio, Parma e Fiorentina. Erano squadre formidabili, che annoveravano calciatori di impareggiabile valore: Del Piero, Zidane, Ronaldo, Vieri, Leonardo, Bierhoff, Batistuta, Crespo, Totti, Mancini, Rui Costa; potrei continuare, ma ho reso ampiamente l'idea.
A distanza di quasi quattordici anni, siamo tornati finalmente a vivere una situazione simile. Se guardiamo la classifica, oggi, ci ritroviamo di nuovo con le sette favorite in vetta alla classifica. Il Napoli ha preso il posto del Parma, ma la sostanza non cambia. La differenza, e profonda, sta negli interpreti che le famigerate "sorelle" possono schierare in campo. Se una volta potevamo vantare di essere il campionato più appetito al mondo, ora questo primato lo possono esibire inglesi e spagnoli. Il nostro calcio, seppur di ottimo livello, si è impoverito. Colpa di sceicchi, petrolieri e spese folli, ma non solo loro. Il nostro movimento sportivo ha subito negli anni un progressivo declino, specchio delle difficoltà economiche del paese.
Non è però il caso di avvilirsi o abbattersi, per tornare leader occorre tanto lavoro e tanto sudore. Io son convinto che il ritorno di un buon numero di squadre di vertice, in lotta per le posizioni che contano, sia un gran bene per il nostro calcio. Squadre come Roma, Lazio, Fiorentina e Napoli non potevano languire a metà classifica o peggio. Rappresentano tre delle città più importanti d'Italia e meritano un palcoscenico internazionale.
Ciò che mi fa ben sperare per il futuro è il modus operandi delle società in questione, tornate tutte a buoni livelli senza investire caterve di milioni. Su questo aspetto si sono spese troppe poche parole, ma va da sè che le grandi squadre di fine anni '90 fossero frutto di ingenti investimenti sul mercato. Il Milan di Berlusconi, l'Inter di Moratti, il Parma di Tanzi e la Lazio di Cragnotti a lungo andare si sono tutte deteriorate. Milan ed Inter son rimaste sulla cresta dell'onda nonostante il ridimensionamento delle rose, ma Parma e Lazio sono difatto scomparse dalla scena italiana ed internazionale. Oggi invece la musica sembra cambiata, le nostre corazzate stanno ponendo solide basi per il futuro. Se non sperpereranno risorse e investiranno bene sul mercato dei giovani, penso che il calcio italiano possa tornare nel giro di qualche anno quello che era una volta. Per avvalorare la mia tesi cercherò di snocciolare qualche dato statistico, analizzando singolarmente le sette squadre che si giocheranno quest'anno Scudetto e accesso all'Europa.

Juventus: dopo gli anni bui di calciopoli, è tornata la Vecchia Signora. Archiviati gli errori sul mercato, dalla A di Andrade alla Z di Zdenek Grygera, la Juventus è risorta dalle proprie ceneri. Antonio Conte, capitano in campo e fuori, ha restituito ai bianconeri dignità, gioco e compattezza. Con Vidal, Pogba, Pirlo e Vucinic ha sistemato l'intera squadra, investendo meno di quanto fu pagato Felipe Melo, tanto per dimostrare ancora una volta che i soldi servono solo se si spendono bene.

Napoli: De Laurentiis ha fatto un grande lavoro in tandem con Mazzarri. Gli azzurri sono una macchina ben oliata, capace di giocare a memoria e a ritmi sempre altissimi. Con pochi milioni, alle pendici del Vesuvio sono arrivati Marek Hamsik, Edinson Cavani e Morgan De Sanctis. I tre sono l'ossatura del Napoli e rappresentano un patrimonio del nostro calcio. Il bomber uruguagio, su tutti, va salvaguardato e tenuto in Italia, perchè ci regali ogni domenica le sue giocate da fenomeno.

Inter: lontani i tempi delle spese folli, i nerazzurri hanno acquistato alcuni giocatori interessanti. Juan Jesus, Ranocchia e Handanovic sono il presente ed il futuro dell'Inter. Davanti la concretezza di Milito e l'estro del duo Palacio-Cassano fan dormire sonni sereni a Stramaccioni, che dovrà esser bravo ad inserire un giovane attaccante in luogo del fortissimo numero 22.

Lazio: Lotito, criticato da molti, ha negli anni investito molto bene. Il diktat è "austerity", ma questo non gli ha impedito di portare a Roma calciatori di indubbio valore. Marchetti, Candreva, Hernanes e Klose sono l'anima di una squadra che gioca a memoria e si trova a meraviglia. L'ingaggio di Petkovic in panchina e quello ancor più strabiliante di Klose a costo zero, sono lo specchio di una profonda conoscenza del calcio e del mercato.

Roma: i giallorossi stanno costruendo una rosa importante e, aspetto da sottolineare, molto giovane. Totti e Zeman fanno da chioccia e guida ai giovani talenti in riva al Tevere, pronti a spiccare il volo. Marquinhos impressiona giorno dopo giorno, Lamela è ormai una realtà e Mattia Destro sta uscendo dal suo torpore. Se a questi tre uniamo Florenzi, Castan e Tachtsidis, ci rendiamo conto che le potenzialità per grandi successi ci sono.

Fiorentina: un applauso a Montella, capace di restituire forza e dignità alla piazza viola. Senza investimenti folli, il club gigliato è tornato ai livelli dell'era Cecchi Gori e Prandelli. Con Viviano si è sistemata la porta, mentre in difesa Gonzalo Rodriguez e Roncaglia daranno a Savic la possibilità di crescere ed affermarsi come leader. Cuadrado e Borja Valero sono la ciliegina sulla torta di un mercato intelligente e ragionato, a cui manca solo un giovane bomber che possa assistere Jovetic o fare reparto da solo.

Milan: ultimo, ma solo per ordine di classifica, il Diavolo si sta lentamente ritrovando. Nessuno si aspettava che El Shaarawy potesse esplodere con tanto fragore, ma l'acquisto del piccolo Faraone è stata un'operazione di mercato unica. Alle sue spalle un centrocampo solido che sia in grado di proteggere Boateng, guidato con impressionante sicurezza da Montolivo. La retroguardia è il punto debole, ma Galliani sta già lavorando per portare a Milano un paio di elementi under25 che possano restituire la solidità di un tempo.

Sicuramente non saremo ai livelli di Real Madrid, Barcellona e Manchester United, ma in fondo la nostra Serie A non è poi così male. Non assistiamo ad una frattura di decine e decine di punti fra la prima e la quinta come accade in Spagna; ne  ci trovia di fronte a squadre che investono 90-100 milioni di euro sul mercato per vincere il titolo all'ultimo secondo, come accade in Premier League.
Continuiamo a rimboccarci le maniche, inseriamo in squadra i nostri ragazzi e guardiamo avanti, ci aspetta un futuro ricco di soddisfazioni se non ricadremo dei soliti errori all'italiana.



Il punto sulla serie A: 15esima giornata


Siamo quasi alla fine del girone di andata ed in Serie A iniziano a delinearsi gli scenari. In testa la Juventus conduce con due lunghezze sul Napoli e quattro sull'Inter. Tutte vittoriose le prime della classe, con i bianconeri che strapazzano il Toro e i campani che rifilano cinque reti al Pescara. Fatica l'Inter, che ha la meglio sul Palermo grazie ad un autogol nel secondo tempo. Lazio, Roma e Milan dimostrano di essere in formissima, riportando tre successi meritati con avversari non semplici.
In coda è bagarre, con il Genoa sempre più giù e Torino, Chievo, Bologna e Palermo invischiate nella lotta.

Catania-Milan: Importante vittoria per il Milan, che si ricandida per un campionato di vertice. I 14 punti di distacco dalla Juve impongono al Diavolo di avere obiettivi ridimensionati, ma con questo El Shaarawy non è impossibile pensare ad un posto in Champions. Galliani, entusiasta del piccolo Faraone, l'ha paragonato a Neymar. Parallelismo azzardato, ma non così campato in aria a mio modo di vedere. Il brasiliano è un talento eccezionale, ma l'italiano sta trovando continuità di rendimento e ha maturato un istinto killer sottoporta. Entrambi bravissimi con entrambi i piedi, potremmo vederli contro alla Confederation Cup la prossima estate.

Juventus-Torino: La Juventus schianta il Torino nel derby della Mole. Partita mai in discussione, eccezion fatta per un brivido procurato da Meggiorini a Buffon nei primi minuti di gioco. Il Torino ha giocato bene, ha messo in difficoltà la Juventus, ma la sconsiderata entrata di Glik ha condannata i granata. Il difensore polacco è entrato in scivolata su Giaccherini, sfiorando la palla e travolgendo il bianconero. L'intervento è stato di una violenza inaudita e per fortuna l'ala azzurra aveva la gamba sollevata da terra, così da non riportare una certa frattura della tibia. Dopo un rigore sbagliato da Pirlo, il terzo su tre calciati con i bianconeri, la Juventus è scesa in campo determinata nella ripresa. E' stato il derby dei torinesi, deciso da Marchiso e Giovinco. I due prodotti del vivavio bianconero hanno griffato il tre a zero e hanno dimostrato a tutti che non esiste solo la cantera del Barcellona.

 Napoli-Pescara: tsunami azzurro sugli adriatici. Il Napoli spazza via il Pescara grazie ad un superbo Inler ed il solito immesno Cavani. In mezzo la rete di Hamsik, sempre più decisivo. Male, malissimo gli uomini di Bergodi, che non trovano mai il modo di essere in partita nemmeno quando riescono ad accorciare le distanze. Con un Cavani così lo scudetto non è un'utopia, la prossima partita a Milano con l'Inter sarà un'importante cartina di tornasole.

Bologna-Atalanta: è un gioielli e Diamanti quelli visti ieri al Dall'Ara. Il fantasista toscano realizza su punizione, Denis rimonta per l'Atalanta e Gabbiadini firma in acrobazia un goal bellissimo, una gemma. Meritato successo per gli uomini di Pioli, che in avanti hanno un trio che deve ambire ad altri traguardi. L'Atalanta è formazione arcigna, compatta, ma nulla può davanti alle giocate dei tre tenori rossoblu.

Genoa-Chievo: il ritorno di Pippo Inzaghi. Si, avete capito, Alberto Paloschi incarna alla perfezione le caratteristiche di Pippogol. Lo stesso ex bomber rossonero l'ha designato suo erede e la tripletta di Genova ha dimostrato che forse ha ragione. Superati i guai fisici, Paloschi farà molto comodo al Chievo, che trova un successo fondamentale a Genova. Del Neri (sempre che rimanga) deve ancora trovare il bandolo della matassa, ma questo Genoa è troppo brutto per essere vero.

Inter-Palermo: nerazzurri quadrati dietro e poco pericolosi in avanti. Ranocchia chiude tutto, ma le punte faticano a trovare lo spunto giusto. Milito, non al meglio, ci prova con tutta l'anima, ma sbatte sui difensori rosanero. La bella prova degli uomini di Gasperini è vanificata da una sfortunata autorete di Santiago Garcia, che permette ai nerazzurri di tenere a bada la Lazio.

Lazio-Parma: è sempre Klose-dipendente questa Lazio. Il bomber tedesco griffa il successo, legittimato da un superbo Bizarri tra i pali. Il Parma inizia a giocare tardi, ma mostra di poter mettere in difficoltà i biancocelesti. Petkovic dovrà recuperare Klose, uscito acciaccato, perchè è lui il vero fuoriclasse di questa squadra.

Siena-Roma: non sembra più Zeman. I giallorossi sono ordinati e coperti, solidi e belli da vedere. Totti ispira, Destro realizza e Perrotta mostra i muscoli. Il Siena va avanti, ma la Roma non si sbilancia e rimonta con testa e cuore. Con questa dedizione Zeman andrà lontano, ora deve dimostrare questo spirito anche con le grandi.

Udinese-Cagliari: bianconeri strepitosi, Cagliari spento. Così si spiega il quattro a uno del Friuli, dove la vera notizia è l'assenza di Di Natale dal tabellino dei marcatori. Poco male, il folletto bianconero ha griffato un assist e regalato belle giocate come sempre. Al Cagliari non manca il cuore, ma Pinilla li davanti servirebbe terribilmente.

Fiorentina-Sampdoria: bella partita al Franchi, ricca di emozioni e belle giocate. Un pareggio che serve più alla Samp che alla Fiorentina, ma la dimostrazione che le due squadre sono in salute. Bomber di giornata il fiorentino Savic, che trova due inzuccate precise per regalare prima il vantaggio e poi il definitivo pari ai suoi. Nei genovesi stupisce la personalità del giovane duo Icardi-Krsticic, che stanno facendo dimenticare l'infortunio della "gallina d'oro" Maxi Lopez. Giocando così Europa e salvezza tranquilla sono ampiamente alla portata delle due compagini.

2 dicembre 2012

Milan e Juventus, due successi scaccia-crisi


Gli anticipi di Serie A sono andati in archivio con due importanti successi. Milan e Juventus hanno vinto due difficili sfide, portando a casa tre preziosissimi punti.
Il Milan ha espugnato la fortezza del Massimino grazie al sempre più decisivo El Shaarawy. Partita dai due volti quella di Catania, con i rossoazzurri padroni del campo nel primo tempo. A inizio ripresa la svolta, maturata per la follia di Barrientos. L'argentino sta pensando al contratto e ad un possibile trasferimento, e sul campo si vede. Il centrocampista è lontano anni luce dalle prestazioni della scorsa stagione, il Milan ha accettato il regalo e l'ha sfruttata a dovere. Un goal in netto fuorigioco di El Shaarawy ha pareggiato i conti, scatenando l'ira del pubblico di Catania. Sfortunati i rossoazzurri con gli arbitri, specialmente fra le mura amiche. In dieci contro undici gli uomini di Maran non sono riusciti a tenere il Milan, che ha ritrovato anche un decisivo Boateng. Il trequartista ha portato in vantaggio il Diavolo con una meravigliosa rete da fuori area, prima di farsi espellere anche lui per un inutile fallo in mezzo al campo. Il Catania allora si riversa in avanti, ma viene punito da un bellissimo goal del Faraone, con un destro a giro in pieno recupero.
Importante vittoria per il Milan, che si ricandida per un campionato di vertice. I 14 punti di distacco dalla Juve impongono al Diavolo di avere obiettivi ridimensionati, ma con questo El Shaarawy non è impossibile pensare ad un posto in Champions. Galliani, entusiasta del piccolo Faraone, l'ha paragonato a Neymar. Parallelismo azzardato, ma non così campato in aria a mio modo di vedere. Il brasiliano è un talento eccezionale, ma l'italiano sta trovando continuità di rendimento e ha maturato un istinto killer sottoporta. Entrambi bravissimi con entrambi i piedi, potremmo vederli contro alla Confederation Cup la prossima estate.
La Juventus schianta il Torino nel derby della Mole. Partita mai in discussione, eccezion fatta per un brivido procurato da Meggiorini a Buffon nei primi minuti di gioco. Il Torino ha giocato bene, ha messo in difficoltà la Juventus, ma la sconsiderata entrata di Glik ha condannata i granata. Il difensore polacco è entrato in scivolata su Giaccherini, sfiorando la palla e travolgendo il bianconero. L'intervento è stato di una violenza inaudita e per fortuna l'ala azzurra aveva la gamba sollevata da terra, così da non riportare una certa frattura della tibia.
Dopo un rigore sbagliato da Pirlo, il terzo su tre calciati con i bianconeri, la Juventus è scesa in campo determinata nella ripresa. E' stato il derby dei torinesi, deciso da Marchiso e Giovinco. I due prodotti del vivavio bianconero hanno griffato il tre a zero e hanno dimostrato a tutti che non esiste solo la cantera del Barcellona. Una favola a mio modo di vedere, due ragazzi torinesi che decidono il derby e si prendono il calore dei tifosi della loro città. Sono delle belle pagine di sport, così come lo sarebbe stato un derby deciso da Angelo Ogbonna, anche ieri sera convincente in mezzo alla retroguardia.
Erano settimane che dicevo che, sebbene alla Juventus manchi un vero attaccante, Sebastian Giovinco stava crescendo. La Formica Atomica ha dei limiti sotto porta, nel senso che non sarà mai un attaccante da 25 goal, ma questo lo si sapeva. Rispetto a Vucinic e Quagliarella, però, è sempre pericoloso nell'uno contro uno e sa servire i compagni con deliziosi assist. Ieri sera l'ha dimostrato e l'uscita con standing ovation è stato il giusto premio per il suo impegno. Su Marchisio si potrebbero spendere fiumi di inchiostro invece, ma mi limiterò a dire che da anni è uno dei cinque-sei centrocampisti più forti del mondo. Forse quest'affermazione non torverà tutti d'accordo, ma non penso di dire una bestialità.

Oggi tocca a Napoli, Inter e Fiorentina, per un'altra bella domenica di calcio!

1 dicembre 2012

Garcia Tena Pol - 1995 - Spagna

foto: calcionews24.com
C'era una volta la Spagna, terra di grandi centrocampisti, mezze punte ed attaccanti. Oggi, questo el dorado del football bailado, non esiste più. O meglio, si è evoluto e perfezionato. La penisola iberica è terra di calciatori fantastici, dai portieri alle prime punte. Casillas, Puyol, Piquè, Sergio Ramos, tutti grandi interpreti di una scuola difensiva da far invidia a quella italiana. La Juventus se n'è accorta e ha messo sotto contratto un ragazzo di belle speranze, Pol Garcia.



Garcia Tena Pol nasce a Terrassa, cittadina poco distante da Barcellona, il 18 febbraio 1995. Il difensore catalano cresce nel settore giovanile dell'Espanyol, ma ben presto attira le attenzioni degli scout dei cugini del Barcellona, che privilegiano la formazioni di ragazzi catalani per non allontanarli così giovani da casa. Il ragazzo si trasferisce così nella Masia azulgrana nell'estate del 2010, diventando un punto fermo della difesa blaugrana di categoria. Nel 2010 partecipa con il Barça al torneo "Manchester United Premier Cup 2010", un importante torneo giovanile rivolto alle squadre Under15. Con i pari età della cantera del Barcellona non solo partecipa al torneo, ma lo vince, dimostrandosi uno dei migliori in assoluto. A 16 anni è pronto a firmare con il suo club il suo primo contratto da professionista, ma l'accordo fra il suo entourage ed il presidente Rossel non arriva.
Il ragazzo è troppo attratto dalle numerose richieste di mercato che arrivano ai suoi agenti e che lo portano in uno dei migliori vivai del Bel Paese. E' infatti la Juventus a riuscire a mettere sotto contratto il forte difensore, prospettando al suo agente un futuro radioso con la maglia bianconera. Insieme a Garcia Ten Pol, la Juventus porta a Torino anche il fratello Jesus, difensore classe 1990, il cui talento non ha nulla a che spartire con il secondo genito. Aggregato ai pari età, Garcia Tena Pol viene ben presto "risucchiato" nella squadra Primavera, con la quale debutta a 16 anni. In pochi mesi diventa un punto fisso dell'undici di Baroni, del quale diventa il vero leader questa stagione.
Nelle sette partite di campionato il difensore catalano inizia e finisce ogni match, senza collezionare goal ma nemmeno sanzioni disciplinari. E' un dato da non sottovalutare per uno stopper, che testimonia un grande tempo d'intervento ed una correttezza fuori dal comune. Spesso la militanza all'estero è un handicap per essere presi in considerazione dalle Nazionali giovanili, ma il centrale catalano è un punto fisso dell'Under17 spagnola.

Mancino naturale, Garcia Tena Pol è un difensore di grande prospettiva. Completo e determinato, possiede ottimo senso della posizione ed è piuttosto bravo nelle palle alte. Nonostante sia solo 178 cm, il suo tempo sulla palla lo rende un colpitore di testa decisamente affidabile.
 Rapido e veloce, ha un ottimo anticipo sull'uomo, unito ad una tecnica di base completa che lo rende capace di iniziare l'azione palla al piede. Branescu, giovane portiere della Primavera bianconera, ha il compito di impostare su di lui la ripartenza dell'azione, in modo che i ragazzi non si abituino a lanciare lungo e siano già pronti per il gioco della Prima squadra di Conte.
Nonostante possegga qualità fuori dal comune, Garcia Tena Pol deve migliorare sotto alcuni aspetti. Fisicamente deve irrobustirsi, per "tener botta" con le punte più forti e possenti. Se la personalità è un punto a suo favore, altrettanto non si può dire per la concentrazione lungo i 90 minuti di gioco. Come tutti i difensori spagnoli o sudamericani, anche il ragazzo catalano spesso perde di vista il gioco e si innamora del pallone, ricevendo più di un richiamo da mister Baroni. Sono difetti facilmente migliorabili, ed una volta che saranno superati Conte potrebbe decidere di aggregarlo alla prima squadra, con Bonucci, Chiellini e Barzagli pronti a fargli da chioccia.

La partita delle partite: Juventus-Torino, il derby della Mole



Il derby di Torino non è e non sarà mai una partita come tutte le altre. Lo scrive chiaramente Mario Soldati, ne "Le due città".
"Attraversarono Piazza Vittorio, sterminata nelle ombre della sera. Già parlavano di football. Emilio, naturalmente, era per la Juventus, la squadra dei gentlemen, dei pionieri dell'industria, dei gesuiti, dei benpensanti, di chi aveva fatto il liceo: dei borghesi ricchi. Giraudo, altrettanto naturalmente era per il Toro, la squadra degli operai, degli immigrati dai vicini paesi o dalle province di Cuneo e di Alessandria, di chi aveva fatto le tecniche: dei piccoli-borghesi e dei poveri".
Questa è Torino, una città in cui si mescolano diverse culture, differenti estrazioni sociali e due ideologie calcistiche agli antipodi.
Il derby rappresenta per me la prima vera partita vissuta allo stadio, insieme a mio padre ed al mio migliore amico. Un pomeriggio di Aprile, nel 1995, mettevo per la prima volta piede al Delle Alpi. Si scontravano la Juventus di Lippi e il Torino di Sonetti, destinate l'una allo Scudetto numero ventitre, l'altra ad un più che onorevole undicesimo posto. Fu una partita emozionante, vissuta intensamente dalla curva Maratona. Si, avete capito bene, nella "tana del nemico". Rizzitelli mi annichilì con una doppietta, ma da quel giorno non smisi più di attendere il derby con un'ansia febbrile.
Dire che è una partita a sè sembra una frase fatta, ma vi assicuro che non è così. Sebbene fra le due compagini ci sia stato e ci sia stato un divario notevole in termini di qualità della rosa, nella stracittadina tutto può succedere.
Ho ancora gli incubi per quella rimonta di tre goal nell'autunno del 2001, con Marcelo Salas che scagliò in tribuna il rigore della vittoria a pochi minuti dal termine. Così come i "cugini" granata non hanno mai dimenticato le corna di Maresca nel derby di ritorno, a fissare il risultato su un beffardo due a due.
Questi sono solo gli ultimi esempi di una partita che ha scritto la storia del nostro calcio, a partire dal 1907. I numeri dicono che la Juventus ha vinto 65 volte contro le 49 del Toro e 46 pareggi. Ma, come detto, i numeri contano poco. Cerchiamo di capire come arrivano le due squadre all'evento più importante della città.

Qui Juve: i bianconeri attraversano un periodo difficile in campionato. Quattro punti nelle ultime quattro uscite, con le sconfitte con Inter e Milan. L'entusiasmante successo con il Chelsea ha paradossalmente rilassato gli uomini di Conte, che hanno dimostrato di soffrire tantissimo se vengono pressati alti. Limitando Bonucci e Pirlo viene bloccata la fluida manovra bianconera, che non può avvalersi dell'aiuto dei suoi centravanti. Al di là dei goal (comunque pochi), le punte di Conte stanno in queste ultime apparizioni faticando davvero. Quagliarella e Vucinic cercano giocate rapide e difficili, che il più delle volte non riescono. Il più positivo, a livello di gioco, è stato Giovinco, che ha però il limite di vedere pochissimo la porta.
La difesa è il reparto più solido e concreto, a maggior ragione con il recupero di Chiellini. Sulle fasce Asamoah è apparso spento, mentre Isla sarà con tutta probabilità sostituito dal più propositivo Lichtsteiner. In mediana, infine, Marchisio e Vidal devono recuperare la forma dei tempi migliori, troppo brutti per essere veri con il Milan.
Insomma, la Juventus non si presenta al derby nei migliori dei modi. La vittoria del Napoli a Cagliari, però, potrebbe essere il perfetto detonatore per spingere gli uomini di Conte ad una grande prestazione. Per battere questo Toro servirà ritmo, corsa e tanta grinta.

Qui Toro: i granata sono reduci da un buon inizio di stagione. 15 punti, +4 sulla zona retrocessione e prestazioni convincenti. Non è ancora il Toro che i tifosi vorrebbero e ricordano, ma rispetto alle ultime sbiadite stagioni di A è tutta un'altra musica. Ventura ha dato gioco e solidità alla squadra, che ha in Cerci il suo diamante. L'ex Fiorentina può essere una spina nel fianco per le fasce della Signora, messe in grossa difficoltà anche a San Siro.
La difesa è solida come nei tempi migliori, splendidamente guidata dal duo Ogbonna-Gillet. Il centrale italiano, nel mirino di mercato anche dei bianconeri, avrà il compito di chiudere gli estrosi avanti juventini. Gillet è una sicurezza, in grado di togliere le castagne dal fuoco.
Nelle ipotesi più logiche il centrocampo di Ventura sarà di rottura, improntato a chiudere le manovre di Pirlo e Marchisio. Gazzi e Basha saranno chiamati agli straordinari, ma hanno ampiamente dimostrato la loro affidabilità.
Il mister granata ha dimostrato in più occasioni di prediligere una partita giocata ad una di rottura. In tal senso mi aspetto un derby divertente, in cui entrambe le squadre si batteranno per la vittoria. Non credo che il Toro aspetti la Juventus, non è nel dna del vero Torino.

Juventus-Torino, ore 20:45 allo Juventus Stadium: il derby della Mole è servito.

Twitter Delicious Facebook Digg Stumbleupon Favorites More