Esperto di Calcio

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24 settembre 2013

Misteri del Triveneto: la sparizione di Giampaolo

Un giallo degno della miglior Agata Christie. La scomparsa di mister Giampaolo è uno di quei fatti che, nel nostro calcio, si vedono di rado. Oserei dire che è un fatto inedito, a memoria non ricordo infatti la "scomparsa" di un allenatore.
Ma ricostruiamo la vicenda. Il Brescia perde in casa con il Crotone ed i tifosi s'infuriano. D'accordo, il Crotone non è il Real Madrid, ma anche il Brescia non è lo United, una sconfitta ci può anche stare. Gli ultras bresciani, però, chiedono un confronto con l'allenatore, che accetta.
Non è dato sapersi cosa si siano detti, quali frasi siano scaturite da questo incontro. Tuttavia una cosa è certa: dopo il dialogo con i tifosi, Giampaolo sparisce. Da domenica mattina è completamente irreperibile, per la società come per i suoi collaboratori.
Fra l'incredulità di una città ed una piazza come Brescia, il mistero di un uomo che, nelle ultime stagioni, ha raccolto solo delusioni. Dopo il grande biennio ascolano, culminato con promozione e salvezza in Serie A, solo delusioni. Cagliari, Siena, Catania e Cesena, una collezione mica male di fallimenti per uno che nel 2006 era considerato un grande prospetto. Eppure, il suo calcio difensivo e poco spettacolare non ha trovato grossi estimatori, ma Corioni lo chiama per il Brescia. La B, lo sappiamo, è un campionato duro e selettivo. E' una maratona, non conta giocare bene o partire forte, conta avere sempre lo stesso passo e massacrare gli avversari sulla distanza.
Pronti via una serie di pareggi, come da "costume" del tecnico ticinese. Quindi una vittoria, poi il passo falso con il Crotone. Cos'è scattato nella mente di Giampaolo per farlo sparire così? E' furioso, spaventato o semplicemente esaurito?
Dalla società cercano di gettare acqua sul fuoco, tanto che Gino Corioni ha dichiarato: "Sono fiducioso nel ritorno di Giampaolo. Vogliamo sentire che cosa è successo di così grave per farlo agire in questo modo. Non risponde a nessuno, non sappiamo cosa gli passi per la testa. Forse è solo un po’ stanco e noi lo aspettiamo. Magari una bella vittoria domani sera potrà aiutare… Ad ogni modo non abbiamo contattato altri tecnici".
Altri tecnici, inevitabile. Possiamo anche chiamare "Chi l'ha visto", ma l'esperienza professionale di Giampaolo a Brescia è terminata (forse con la rescissione per giusta causa). Ora c'è solo da sperare che stia bene e che torni a casa.

23 settembre 2013

Il Napoli di Rafè come quello di Maradona?

Il Napoli, come a fine anni '80, sembra essere tornato in vetta al calcio italiano. Allora il trascinatore era l'argentino Maradona; oggi il connazionale Higuain.
Ricordiamo con un interessante pezzo di Valentino Iorio, per Fantagazzetta, la genesi di quel tricolore.

Oggi parliamo di uno dei campionati più discussi della storia del calcio italiano, un campionato pienamente meritato per qualcuno e ancora in discussione per altri. Corre l’anno 1990 ed il Napoli di Maradona incanta le platee d’Italia

Dopo aver passato quota mezzo migliaio di fans vogliamo diventare sempre di più, ecco la pagina ufficiale di Memento su Facebook, cliccandoci e potrete giocare con noi:

Milano, 28 Agosto 1989. L’ottantottesimo campionato di calcio comincia prima rispetto agli altri campionati poiché a fine stagione si disputeranno, proprio in Italia, i mondiali di calcio. Il mercato estivo ha regalato grandi colpi: l’Inter, campione d’Italia uscente, fa arrivare in Italia il biondo attaccante Jürgen Klinsmann; la Juve scova Casiraghi, fino ad allora sconosciuto al grande pubblico; il Milan degli olandesi acquista per cifre astronomiche Stefano Borgonovo e Marco Simone. Proprio in questa stagione fa il suo esordio in serie A un giovanissimo Marcello Lippi che ha il compito di guidare alla salvezza il Cesena, non una squadra a caso visto che i colori sociali del club sono il bianco ed il nero, colori che in futuro saranno tanto cari al tecnico toscano.

Il Napoli, dopo la conquista della coppa Uefa, esonera clamorosamente il tecnico Ottavio Bianchi, il cui rapporto con Maradona era divenuto burrascoso, ed affida la panchina ad Albertino Bigon. Sul fronte calciomercato Moggi, oltre agli acquisti di M. Mauro, Crippa, Fusi e Baroni, riesce a scovare in serie C, nella Torres, un giovane di belle speranze che avrebbe fatto gioire in futuro, i tifosi napoletani e non solo: Gianfranco Zola. Tuttavia, l’operazione di mercato più importante è la riconferma a Napoli di Maradona che, stufo della maglia azzurra, voleva esser ceduto all’Olimpique di Marsiglia. Grazie alla tenacia di Ferlaino e del suo staff, il numero 10 argentino rimane a Napoli, con la promessa di regalare il secondo scudetto alla città. Si racconta che moltissimi tifosi napoletani partirono per l’Argentina per convincere il loro idolo a rimanere a Napoli, per continuare a vincere con quella maglia che tante soddisfazioni aveva regalato a lui ed alla sua gente.

Roma, 3 settembre 1989. Nelle seconda giornata di campionato il Napoli batte l’Udinese 1-0, la Juve vince per 1-4 contro il Verona, mentre l’Inter ed il Milan non vanno oltre, rispettivamente, un pareggio ed una sconfitta. La notizia che fa scalpore e rende triste un intero paese, però, viene data alla “Domenica sportiva”, condotta da Sandro Ciotti: l’indimenticato campione della Juventus e della nazionale Gaetano Scirea ha avuto un incidente con l’auto in Polonia e non è riuscito a salvarsi nello scontro tra la sua Fiat 125 ed un furgone che ha azzardato un sorpasso improbabile. Tutto il paese si stringe attorno alla moglie ed al figlio Riccardo per ricordare “Un cavaliere, un grande avversario”, come lo apostrofa il rivale di tante battaglie, Diego Armando Maradona.

Napoli, 17 settembre 1989. Alla quinta giornata il Napoli affronta la Fiorentina in cui milita un giovanissimo Roberto Baggio. La squadra partenopea fino ad allora ha fatto a meno di Diego Armando Maradona ed ha vinto le prime quattro gare senza problemi. Il Pibe de oro, tornato solo da pochi giorni in Italia, siede inizialmente in panchina ed ha l’occasione di ammirare le magie del fantasista della squadra avversaria, Roberto Baggio. La Fiorentina chiude in vantaggio il primo tempo per 0-2; il pubblico partenopeo comincia a rumoreggiare, invitando Bigon ad inserire in campo Dieguito. Quando il campione argentino si toglie la tuta ed inizia il suo “tambureggiante” riscaldamento lo stadio festeggia come se il Napoli avesse segnato un goal. Il Napoli beneficia immediatamente dell’ingresso in campo di Diego ed ha subito l’occasione di dimezzare lo svantaggio con un calcio di rigore concesso al 47’. I tifosi di casa sono pronti ad esultare, ma il portiere viola Landucci si toglie il lusso di parare il rigore calciato da Maradona. La gioia dei partenopei è, però, solo posticipata di qualche minuto, con il Napoli capace di riacciuffare il pareggio e di completare l’entusiasmante rimonta con un gol di Careca al 90’ che fissa il punteggio sul 3-2 definitivo. Questa partita rafforza ulteriormente le convinzioni del Napoli, ma dimostra di come non si possa prescindere dal trio sudamericano composto da Alemao, Careca e Maradona.

Milano, 11 febbraio 1990. Dopo un girone d’andata strepitoso, in cui il Napoli ha perso solo all’ultima giornata contro la Lazio (3-0), la squadra partenopea conosce un lungo momento di crisi che toccherà il suo culmine nella sfida del Meazza dell’11 febbraio contro il Milan, distanziato di sole 2 lunghezze. A differenza del Napoli, la squadra rossonera era partita in sordina, ma grazie ai goal del capocannoniere Van Basten, alle prodezze di Gullit ed anche in virtù delle sette vittorie consecutive tra la 17.a e la 23.a giornata di campionato, era riuscita a ridurre il gap iniziale. Anche l’Inter si era rifatta sotto anche se non era riuscita a mantenere il ritmo indiavolato del Milan. La partita del Meazza tra il Milan degli olandesi ed il Napoli di Maradona decreta la crisi del Napoli e la riscossa della squadra di Milano. Il Milan di Sacchi ebbe pochi problemi a strapazzare il Napoli, grazie ad un netto 3-0 con i goal di Massaro, Maldini e del solito Marco Van Basten. L’aggancio in vetta del Milan era avvenuto ed a Napoli cominciano gli scongiuri, memori dello scudetto perso, proprio al San Paolo, nel 1988 dopo la ricorsa del Milan, che tanto ricordava quella di quest’annata.

Milano 25 febbraio 1990. Ancora Milano, ancora il Meazza, ma stavolta i colori sociali sono diversi. Ciò che non cambia è il risultato perché l’Inter di Klismann stordisce il Napoli di Bigon con un 3-1 senza storia. Se il Napoli fatica ad ingranare nuovamente, il Milan conquista la decima vittoria consecutiva e sorpassa in classifica il Napoli: Milan 40, Napoli 38. A questo punto i supporters partenopei si stringono attorno alla squadra, la incitano a non mollare per raggiungere questo scudetto alla portata della compagine azzurra. I tifosi napoletani, proverbiali per la loro scaramanzia, invocano San Gennaro e regalano “curnicielli” (tipici portafortuni, aventi la funzionalità di allontanare le negatività) di ogni misura a tutti i loro conoscenti. Napoli ed i napoletani non avrebbero potuto sopportare un altro scudetto scippato dalla compagine rossonera.

Bergamo, 8 aprile 1990. La sfida tra Milan e Napoli diventa sempre più avvincente. Dopo undici vittorie consecutive il Milan incappa nella sconfitta in quel di Torino contro la Juventus e dopo poche giornate anche l’Inter riesce nell’impresa di battere lo squadrone guidato da Sacchi per 3-1 in un derby senza storia. Il Napoli intanto, riesce a recuperare un punto prezioso, grazie al pareggio contro il Lecce e dopo aver perso contro la Samp, porta a casa altri due punti grazie alla vittoria sulla Juventus per 3-1. Il protagonista di quella partita è come al solito il sinistro vellutato di Maradona che già al 13’ timbra il cartellino grazie ad un tocco felpato alla destra di Tacconi, ripetendosi poi grazie ad una punizione infilata nell’angolino, sempre alla destra dell’incolpevole Tacconi. L’8 aprile il Napoli è di scena a Bergamo contro l’Atalanta, il Milan è impegnato sul campo del Bologna. Le squadre pareggiavano entrambe per 0-0, ma a Bergamo va in scena una pagina del nostro calcio ancora molto discussa. Nel corso della partita a Bergamo il centrocampista del Napoli, Alemão, viene colpito in testa da una moneta da 100 lire. Il massaggiatore Carmando cura il dolorante brasiliano e fa segno alla panchina che il giocatore non può rientrare in campo. La partita al 90’ termina 0-0, ma il giudice sportivo assegnava clamorosamente la vittoria a tavolino per i napoletani per 0-2 e grazie a questi due punti la squadra partenopea raggiunge, a tre giornate dal termine, il Milan in testa alla classifica, a quota 45 punti.

Verona, 22 aprile 1990. Il Napoli gioca a Bologna, mentre il Milan ritorna nella “fatal Verona”. Grazie ai goal dei sudamericani il Napoli si sbarazza facilmente del Bologna per 4-2 mentre il Milan, anche grazie ad un arbitraggio non molto felice di Lo Bello, che espelle tre giocatori oltre che il tecnico Sacchi, soccombe con il punteggio di 2-1. A Bologna i tifosi del Napoli sono in delirio, dopo aver raggiunto nuovamente la testa, stavolta da soli. Al Milan resta indigesta ancora una volta Verona ed il Verona; la sconfitta alla fine della stagione gli costerà questo scudetto.

Napoli, 29 aprile 1990. Da una settimana Napoli non è più “mille culur’ ” ma la città è tinta di un solo colore, l’azzurro. I biglietti per la partita vanno a ruba in pochi minuti, facendo la fortuna dei bagarini. La domenica la città si ferma, tutti seguono la partita: i fortunati che hanno trovato il biglietto sono allo stadio, tutti gli altri sono attaccati alla radiolina, ovunque, dal Vomero a Posillipo, dai quartieri spagnoli a Piazza del Plebiscito si sente una sola musica: la sigla di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Lo stadio è tinto d’azzurro, tutti sono in fermento, al Napoli basta un pareggio per l’assegnazione dello scudetto. L’attesa dura poco, alle ore 15.07 Baroni fa esultare una città intera, il suo colpo di testa finisce alle spalle del portiere della Lazio. Napoli ed i napoletani sono in delirio, il Napoli vince il suo secondo scudetto. Tutti si riversano in strada con le bandiere azzurre per festeggiare il secondo, ed ultimo, scudetto del Napoli. In città i piccoli scugnizzi dei quartieri sono accanto agli uomini d’affari che festeggiano anche loro per strada. In una città piena di problematiche e contraddizioni, una sola cosa riesce ad unire ed a far gioire il popolo napoletano: il calcio. I festeggiamenti durarono oltre una settimana e la gioia per lo scudetto conquistato in quel modo cancella il ricordo per lo scippo subito qualche anno prima proprio da parte del Milan.

Se ora andassimo nei vicoli più oscuri dei quartieri o nelle ville più lussuose di Posillipo e domandassimo qual era la formazione del Napoli del secondo scudetto tutti risponderebbe con una filastrocca indimenticabile che recita così: ”Giuliani, Ferrara, Francini (pausa); Crippa, Alemao, Baroni (pausa), Corradini, (pausa) De Napoli (pausa), Careca, Maradona e Carnevale”.

Si chiude così un ciclo durato cinque anni che ha portato a Napoli due scudetti, una coppa Uefa, due secondi posti ed una coppa Italia. Di lì a poco Maradona viene trovato positivo e lascia Napoli, come un re, il cui trono non potrà essere più occupato da nessun altro. Da lì a poco seguiranno le orme di Diego, i vari Careca, Alemao, Crippa, Carnevale, Ferrara e Zola che lasciano Napoli ed il Napoli per appianare gli esosi debiti.

La stagione 89/90 resterà indimenticabile per il calcio italiano perché il 1990 fu l’anno della tripletta in Europa. Il Milan vinse la Coppa Campioni battendo il Benfica in finale per 1-0 grazie ad un goal di Rijkaard, la Juventus trionfava in coppa Uefa nel derby contro la Fiorentina di Graziani, mentre la Sampdoria di Vialli e Mancini porta a Genova, dopo aver battuto ai tempi supplementari l’Anderlecht, la Coppa delle Coppe: prima di allora nessuna nazione era riuscita in questa impresa eccezionale. Tutto ciò all’indomani dei mondiali di calcio che si doveva disputare nella terra dei cachi; mondiale che purtroppo si concluse con una amara sconfitta in semifinale contro l’Argentina, in un San Paolo che incredibilmente sostenne per tutto il match l’Argentina di Maradona.

Serie A, le cinque sorelle ed un Diavolo scornato

E' tornato un campionato di livello. Si vociferava in estate, ma ora lo possiamo dire a chiare lettere. Si, forse le italiane in Europa continueranno a far fatica, ma le nostre squadre stanno recuperando lo smalto di un tempo. Non sono solo i numeri a dircelo, ma i giocatori e la bellezza del calcio espressa.
La Juventus, lo sappiamo, non è una novità. Con Tevez ha portato in Italia un giocatore favoloso, capace di far goal e di lottare con la ferocia di chi non molla mail. Più del fantastico diagonale e del clamoroso doppio di palo di ieri, a stupire è la cattiveria dell'Apache. Quattro-cinque tackle per non mollare il pallone e strapparlo agli avversari; una forza nelle gambe che ricorda un toro nell'arena.


Ma dietro ai bianconeri, che non avranno per nulla vita facile, ci sono compagini di livello. Il Napoli, lo scrivevo in estate, si è rafforzata notevolmente. Con un tecnico di cultura e livello come Benitez non poteva essere altrimenti, ma l'escalation è rapidissima. Higuain e Callejon sono due certezze, due calciatori che ti fanno fare il salto di qualità. L'argentino è un bomber spietato, capace di esaltarsi nel modulo ad una sola punta che Don Farè, come lo chiamano a Napoli, ha disegnato per lui. Lo spagnolo, capello gellato e sguardo fiero, spacca le difese. Sa inserirsi e accelerare, dialogare con Hamsik e concludere a rete. Dietro, infine, ci sono un roccioso centrale come Albiol ed un esperto portiere come Reina, il Napoli è candidatissimo al tricolore.

La Roma è una sorpresa, da valutare alla distanza. Garcia ha modellato una squadra tonica ed arcigna, che sfrutta la fantasia di Ljajic e Totti; le incursioni di un Maicon in versione "evergreen" e la forza in mezzo al campo di De Rossi e Strootman, una vera diga.

Mazzarri, ed è una sorpresa per me, ha saputo ridisegnare l'Inter dalle fondamenta. Corsa, abnegazione e tattica sono il credo dei nerazzurri, che hanno spazzato via il Sassuolo come uno tsunami. Se là davanti Palacio è una certezza, con il ritorno di Milito la situazione potrebbe "aggravarsi" per le rivali dei meneghini. Ma la bravura di Mazzarri, secondo me, è stata quella di resuscitare giocatori come Alvarez e Jonhatan, buoni per portare la sacca dei palloni e le bottiglie d'acqua con Stramaccioni, ed ora parte integrante del progetto Inter. L'argentino, poi, sta strabiliando. Se nelle prime due stagioni sembrava una lumaca, oggi corre e sprinta come un velocista, spaccando le difese con un mancino che non gli è mai difettato.

La Fiorentina, dopo il furto subito dal Milan la passata stagione, si candidava al ruolo della protagonista. Dopo l'infortunio del panzer Gomez c'era qualche dubbio, ma ieri i viola hanno "spaccato". Con un Rossi in formato superstar e un Borja Valero strepitoso, Montella sa che può portare in alto i gigliati. Dietro, se Neto continua così, anche il problema portiere è risolto, e c'è sempre quel numero 33 tedesco che tra un pò di settimane potrebbe tornare ad essere l'arma vincente.

Dicevo del Milan, ecco la nota dolente. Allegri ha chiesto Matri, e glielo hanno comprato. Risultato? Pessimo al momento. La difesa fa acqua, con Zapata che ieri sera ha dovuto tirar fuori la bussola per cercare El Pipita nella trequarti offensiva rossonera. Il centrocampo, orfano di Montolivo, non ha un minimo di qualità. La manovra risente di tutto questo, e vedere Birsa in campo, poi, fa male a tutti gli amanti del bel calcio.
Balotelli, con i suoi alti e bassi, è la sola certezza di Allegri, che deve accelerare il recupero di El Shaarawy, l'unico talento che salta l'uomo e che può aiutare Mario la davanti.
Ad oggi il Milan sembra un passo sotto alle altre, forse due. Nonostante la mole di rigori a favore, il Diavolo non convince e non riesce a vincere con la disinvoltura che una squadra come il Milan dovrebbe avere.

22 settembre 2013

18 anni e la sfacciataggine della giovinezza: Keita

Il giovane Keita ha stupito tutti alla Lazio. La sua bella partita, in casa contro il Legia, non ha però stupito la brava collega Ylenia Marino, di Fantagazzetta. Lei, infatti, ha subito stilato una grande scheda del giovane talento biancoceleste, pronto per spiccare il volo.

Buona la prima. Il momento che tanto aspettava, è arrivato. E lui non si è fatto trovare impreparato, anzi. Ha risposto presente nel migliore dei modi. Il giovane Keita, classe 1995 (8 marzo), ha esordito ieri sera in Europa League contro il Legia Varsavia. Un esordio più che positivo, condito dall’assist al bacio per la “capocciata” di Hernanes valsa il gol vittoria dei biancocelesti. Il numero 14 laziale è il giocatore più giovane nella notte europea, insidiato solo da Jorrit Hendrix (il difensore del Psv), che è nato un mese prima di lui.
Nato ad Arbucias (Catalogna), Keita è cresciuto nelle giovani del Barcellona. Nel 2010 si trasferisce in prestito al Cornellà con cui partecipa al campionato Allievi, firmando ben 47 gol. Nell'estate del 2011 arriva in quel di Formello e inizia la sua scalata verso la prima squadra. Nella primavera di mister Bollini fa vedere ottime cose, tanto da guadagnarsi un rinnovo fino al 2017 (rinnovo firmato lo scorso 19 luglio). In Serie A esordisce nella partita contro il Chievo del 15 settembre (pochi minuti per lui), poi l’emozione della prima da titolare nella competizione europea.


Gol, giocate pregevoli e lavoro al servizio della squadra. Il talento made in Barça è un gioiellino nelle mani di Petkovic e della Lazio. Un “gigante” buono che ha dalla sua la carta d’identità e la voglia di fare. La sua zona preferita è la corsia esterna di sinistra (dove lo ha impiegato mister Vlado). Keita ama puntare l’avversario per poi rientrare al tiro con il destro, oppure correre sul fondo per pennellare al centro cross con il mancino (proprio come ha fatto ieri nell’occasione del gol del Profeta).
Per lui tanti applausi dai tifosi, dai compagni e da Petkovic. Ha giocato rispettando le consegne tecniche del mister, con semplicità ed intelligenza. All’inizio è sembrato timido e poco propositivo, complice anche l’emozione. Poi con il passare dei minuti è stato un crescendo, sigillato dall’assist per il suo compagno Hernanes che, dopo il gol, è corso ad abbracciarlo e ringraziarlo come hanno fatto tutti i suoi compagni. La squadra è con lui, si fida e lo coccola per farlo crescere sempre di più. Umile, determinato, senza manie da “star” o da “prima donna” Keita vuole diventare un punto fermo della prima squadra ed ha tutte le carte in regola per esserlo. Dopo l’ottimo lavoro di Bollini fatto su di lui (ha smussato gli angoli, i difetti) ora spetta a Petkovic, ai suoi compagni più esperti (i vari Klose, Hernanes) e alla sua forza di volontà completare l’opera.

Storie di calcio, l'eterno duello: Maradona vs Pele

L'eterno dilemma. Maradona o Pelè? Oggi, che si potrebbe pensare ai duelli fra Zidane e Ronaldo; o fra messi e Cr7, è ancora la mitica sfida fra il brasiliano e l'argentino a tenere banco.
L'interessante blog "storie di calcio", è protagonista della storia di calcio di oggi, la sfida appunto fra O Rey ed il Pibe de Oro.

L’attitudine alla classificazione è un correlato della cultura scientifica moderna, ma si estende ormai ad ogni aspetto della vita quotidiana. Collocare eventi ed esperienze all’interno di una griglia ordinativa, in grado di produrre senso sulla base di un sistema di valori che rispecchi i conflitti culturali in atto, è il metodo che ha caratterizzato l’organizzazione dei saperi e l’attribuzione di significato ai vissuti della società di massa. Uno sport come il baseball, autentica piattaforma identitaria del continente nordamericano, è - in maniera solo apparentemente contraddittoria - una mitologia fondata sulla significatività della statistica. Nemmeno il calcio, la più compiuta e condivisa forma di affabulazione metaforica nell’economia della comunicazione planetaria, si sottrae all’esigenza di dotarsi di mitologie dall’evidente portato tassonomico.
La fine del secolo XX e del II millennio, in tal senso, è stata animata da una querelle che ha tenuto banco sulle pagine dei quotidiani sportivi e nelle tribune televisive dedicate allo spettacolo - e dunque alla pratica rituale - più diffuso nel mondo. Una domanda spinosa ha appassionato milioni e milioni di calciofili: Maradona è davvero meglio di Pelè, come sostiene la popolare canzone che accolse el pibe de oro al suo arrivo a Napoli il 5 luglio 1984? Oppure la consolidata mitologia della perla nera è destinata a prevalere?
La domanda può apparire puerile, e forse priva di interesse, ma non è così. Nemmeno la più attardata e testarda falange del pensiero apocalittico può negare che il football costituisca un fenomeno sociale imprescindibile per penetrare lo spirito del tempo tardo-moderno. Piaccia o no, il gioco del pallone ha caratterizzato il Novecento almeno quanto il cinema, sviluppando un giro di affari che attualmente ha pochi paragoni, e orientando in maniera decisiva gli sviluppi del medium televisivo. Il quesito su Pelè e Maradona è dunque qualcosa di più che un passatempo ozioso. Vediamo perché, partendo da una sommaria ricostruzione della vicenda.
Nel 2000 la Fifa, il massimo organismo mondiale del calcio, decide di indire un referendum via Internet per eleggere il giocatore del secolo, cosa che equivale a dire - fuor d’ogni equivoco - il più grande calciatore nella storia tipicamente novecentesca di questo sport. Si prevede una vittoria netta di Edson Arantes do Nascimiento, in arte Pelè, che già era stato precedentemente premiato - ex aequo con il pugile Mohammed Alì - quale miglior atleta tout court del secolo XX. Tuttavia, la democrazia informatica gioca un brutto scherzo agli imprevidenti vertici del calcio: a vincere nettamente con il 53,6 % dei voti è infatti Diego Armando Maradona, il fuoriclasse argentino nemico giurato dei potenti dirigenti Fifa, Havelange e Blatter in testa, con i quali ha vissuto memorabili dissidi di ordine calcistico, ma anche etico.
A quel punto, la Fifa decide frettolosamente di affiancare una “giuria di esperti” al voto popolare, cambiando in corsa le regole del gioco nel goffo tentativo di aggiustare il tiro e attribuire il titolo al giocatore brasiliano, più gradito all’establishment. Le polemiche divampano inevitabili: Maradona attacca la Fifa, accusandola di aver mortificato il responso del pubblico per favorire un calciatore più “integrato”. Pelè si difende con una certa tautologica acrimonia, sostenendo che tanto si sa che il più grande è lui. La Fifa fa prima orecchie da mercante, poi cede alle pressioni dell’opinione pubblica e attribuisce salomonicamente il premio a entrambi. Scontentando tutti.sei qui: » storie di calcio » grandi sfidegrandisfideNel gioco dei paragoni ogni argomento può essere rovesciato nel suo contrario, poiché il calcio è uno sport di squadra e non presenta parametri assoluti. Il valore individuale di un calciatore è riconducibile tanto alla classe del singolo quanto alla sua capacità di produrre “mito”, di “comunicarsi”



Sorvoliamo sugli aspetti tecnici della questione, che riafferma l’assurdo giuridico di un’istituzione dotata di leggi proprie e che non riconosce altre autorità all’infuori di sé. L’aspetto davvero interessante di questa faccenda è invece legato allo scarto che rivela tra potere e pubblico del calcio, una distanza che se diventasse più sensibile potrebbe, in futuro, portare al collasso questo enorme sistema mediatico. Perché il football non è soltanto uno sport e nemmeno uno spettacolo in senso tradizionale, quanto piuttosto una pratica che attraversa tutti i linguaggi della comunicazione, toccando il quotidiano di un numero sterminato di persone.
Il motivo della popolarità del calcio è che in esso si concentrano alcune funzioni simboliche che non sono più visibili nelle altre pratiche sociali: il conflitto diretto, il sentimento dell’identità collettiva, l’appartenenza. Nel calcio, a differenza che in politica, resta possibile dire “noi” e crederci. Maradona è ancora invocato dai tifosi napoletani - supporter della squadra in cui si è davvero realizzata la sua esistenza sportiva - non solo per nostalgia, ma perché ciò che lui ha fatto sui campi di gioco continua a rappresentare un sentimento di affermazione collettiva che nessun altro - dai divi della tv a quelli della politica - ha mai nemmeno lontanamente eguagliato. Più che un calciatore, Diego è un’icona. Incarna istanze che non trovano espressione altrove: è mito che si fa carne in una accezione disincantata - ma non poi troppo - delle figure messianiche.
Il calcio è un racconto - se vogliamo, un’epica moderna - che propone una possibilità di interpretazione della vita. Ed i suoi protagonisti sono eroi in senso strettamente mitologico, poiché i loro corpi si caricano di simboli che riempiono di senso i vissuti degli altri uomini. Lo scontro tra Maradona e Pelè, che alcuni hanno interpretato come la nietzscheana contrapposizione tra Dioniso e Apollo, può dunque essere letto nei termini di un duello tecnico interno al gioco, ma anche come l’indicatore sociale di un cambiamento che investe la società nel suo complesso.
Sapere se Pelè sia più bravo di Maradona, o viceversa, è un falso problema: a chi sostiene che le statistiche dimostrino la superiorità del brasiliano, si può rispondere che il dato numerico non spiega la complessità delle cose. Certo, in assoluto Pelè ha segnato più di Maradona, ma è anche vero che lo ha fatto all’interno di un sistema calcistico come quello brasiliano tra gli anni Cinquanta e Settanta, imparagonabile a quelli europei sul piano dell’attenzione difensiva e del rigore tattico del gioco. Ancora: Pelè ha giocato un po’ più a lungo e in maniera sostanzialmente più continuativa, ma in anni in cui il football era certo meno stressante sul piano agonistico e psicologico.
Infine: Pelè ha vinto tre mondiali contro uno di Maradona, ma è anche vero che quel torneo in Messico nel 1986 l’argentino l’ha vinto praticamente da solo, capitanando un’equipe nell’insieme dotata di valori tecnico-agonistici piuttosto ordinari, se non addirittura mediocri, mentre il brasiliano ha sempre goduto del supporto di squadre straordinarie, nell’economia delle quali non sempre era lui a identificare il grado più elevato di qualità (basti pensare ai campionati mondiali di Svezia 1958 e Cile 1962, vinti dalla selezione brasiliana soprattutto grazie alle geniali performance di Garrincha).Nel gioco dei paragoni ogni argomento può essere rovesciato nel suo contrario, poiché il calcio è uno sport di squadra e non presenta parametri assoluti. Per questo motivo la classifica dei “100 Greatest Ever Footballers”, proposta nel 2007 dall’Association of Football Statisticians, in cui Maradona si colloca “solo” sesto, non coglie il senso profondo della fenomenologia di Diego, la sua dimensione trascendente rispetto al disincanto della modernità. Il valore individuale di un calciatore, infatti, è riconducibile tanto alla classe del singolo quanto alla sua capacità di produrre “mito”, di “comunicarsi”.
Pelè ha costruito la propria immagine negli anni Cinquanta e Sessanta, sfruttando l’epicità della stampa sportiva - che allora costituiva ancora la componente maggioritaria dell’informazione - ma anche le prime fascinazioni dei cinegiornali e poi della tv, legate alla loro episodicità, al trasformare in ombre incantate le movenze di danza del giocatore carioca. Maradona è, invece, il protagonista di una scena mediatica più avanzata tecnologicamente, in cui la televisione diventa il vero luogo di appartenenza del calcio, un habitat simbolico dove il giocatore si esibisce ininterrottamente sotto l’occhio di un microscopio elettronico che ne ingrandisce e ne seziona i gesti, evidenziandoli all’estremo. Con Maradona, dunque, il grado di mediazione narrativa si riduce fino a coincidere con la pratica dello sguardo postmoderno, che pone il ruolo dello spettatore al centro della costruzione mitologica.
Se quella del football è una partita che si gioca nello spazio del video, nel 2000 il referendum della Fifa non ci ha forse dato il nome del più grande calciatore del mondo, ma ci ha certo mostrato come funziona il mondo del calcio sul piano della comunicazione. Maradona vince tra chi consuma il calcio “dal basso” e in una cornice tecnologica assai più partecipativa e “aperta” che in passato, mentre Pelè è il campione “istituzionale” di quelle generazioni ancora affascinate dal canto dei poeti di massa, ovvero di quei giornalisti che infioravano le imprese dei moderni eroi con aggettivi e iperboli, e che tuttavia non potevano restituire (come invece ha fatto la tv ed oggi fa ancor più il web) la visione “pornografica” del gesto atletico, la prossimità fisica ad esso, la partecipazione alla moderna sacralità del rito.
La causa del primato di Maradona, sistematicamente superato da Pelè nelle classifiche organizzate da istituzioni come l’IFFHS e da riviste ufficiali come World Soccer, coinvolge e appassiona, invece, il più ampio pubblico degli appassionati di calcio, che mettono in discussione l’attendibilità e la stessa funzione pubblica dei grandi narratori mediatici a favore di un inedito protagonismo del pubblico e della sua competenza. Per questo motivo la sfida tra Maradona e Pelè è anche la sfida tra una generazione al potere e un’altra che lo sta conquistando, o che forse l’ha già fatto, sostituendo le mitologie del passato con le proprie e prospettando una nuova visione del mondo.

21 settembre 2013

Storie di calcio, Michael Laudrup

Un talento pazzesco, incredibile. Chiedete a qualsiasi danese chi è il calcio, e vi arriverà questa risposta: Michael Laudrup. Faro della nazionale bianco-rossa e di molti club europei, è oggi un tecnico di grande prospettiva.
Riviviamo la sua carriera da calciatore, con il profilo tratto da tuttojuve.com:

Nasce a København nel giugno del 1964. Suo padre è un bravo centrocampista del Vanlose, del KB København, del Brøndby e della Nazionale. Michael segue il papà anche in Austria, dove milita nel Wiener Sportklub. Il cucciolo osserva ed impara.

Un giorno papà Finn lo vede in cortile mentre tira calci al pallone e capisce che il biondino ha talento. Michael imita la carriera del padre militando nel Vanlose, nel Brøndby e nel KB di København dove esplode. Rientra nel Brøndby giusto il tempo per entrare nell’obiettivo della Nazionale e della Juve.

A Boniperti lo consigliano John Hansen e Mario Astorri. In Danimarca vedono in lui l’erede di Simonsen. Lo vogliono il Liverpool ed il Barcellona, ma il padre sa che la strada meno pericolosa è l’Italia. Finn sceglie dunque la Juve. Ma nella Juve giocano Platini e Boniek, pertanto Michael è parcheggiato nella Lazio.

È sotto gli occhi di tutti che è in possesso di qualità incredibili, soprattutto nel controllare e nel calciare la palla, ma è altrettanto evidente che le sue caratteristiche tecniche e soprattutto la sua giovane età difficilmente gli avrebbero consentito di esprimersi ed emergere in una squadra come la Lazio, che è costretta a lottare per non retrocedere e, quindi, ad usare la spada molto più che il fioretto e ad affidarsi alla difesa, spesso ad oltranza, molto più che all’attacco.

Nonostante il carisma di Chinaglia e l’arrivo di Batista, un altro straniero che avrebbe incontrato problemi ancora più grossi di “Michelino”, i pessimi risultati trasformano, sin dalle prime battute, in una battaglia per la salvezza un campionato che era stato annunciato addirittura da Coppa Uefa. “Michelino” conosce le angosce delle sconfitte in serie, i traumi dei cambi a ripetizione dell’allenatore; le fughe da “Tor di Quinto”, il campo di allenamento della Lazio, con la protezione della polizia contro gli eccessi dei tifosi delusi; i lunghi ritiri lontano dalla capitale in un paesino dove ci si allena solamente, si risponde alle domande dei giornalisti e si gioca a carte con i compagni.

In quei due anni romani, Laudrup ha problemi anche con gli allenatori: Carosi, lo schiera solo per non irritare una parte della stampa e lo obbliga a rientri difensivi che non fanno parte del repertorio del danese, esponendolo, inevitabilmente, a prestazioni deludenti ed a figuracce. Dopo Carosi, arriva Lorenzo, l’argentino di ferro, legato ad un vecchio calcio che il povero “Michelino” non ha mai sentito parlare. È costretto ad imparare cosa può la superstizione nel modo del calcio e come, per fare punti, il tecnico possa imporre concetti ed insegnamenti che litigano con la più elementare etica di questo gioco. Laudrup non riesce ad adeguarsi a tutto questo ed, inevitabilmente, anche la sua seconda stagione romana è deludente e si conclude con la mortificazione estrema della retrocessione in serie B.

Finn un giorno parla chiaro a Boniperti: «O me lo porta a Torino o me lo riporto a København».

L’ultimatum ha effetto. Comincia così la storia bianconera di Laudrup che ha ventuno anni ap-pena. A Torino diventa il pupillo di Boniperti ed il beniamino di chi ama il bel calcio. “Michelino”, in bianconero, sorprende tutti: Trapattoni riesce, in poco tempo, ad assemblare una squadra rinnovata in tanti pezzi, anche fondamentali.

Il Laudrup della Lazio, senza nerbo e carattere, regolarmente inutile in trasferta e bravo, soprattutto, a segnare dei goal, anche belli, ma quasi sempre a risultato già acquisito, diventa subito il “Principe di Danimarca” proprio per la sua capacità di essere spesso determinante e la sua qualità è comunque altissima; goal come quelli segnati a Tokyo, quando, con una giocata impossibile, permette alla Juventus di andare ai supplementari di una finale Intercontinentale che avrebbe poi vinto ai rigori, sono destinati a restare nel tempo e nella memoria dei tifosi.

Quando è in giornata, Laudrup è un giocatore immarcabile: i primi tre passi sono qualcosa di unico, con la palla tra i piedi non perde velocità, capace di saltare chiunque: La sua finta di corpo è micidiale, il tiro, quando ci prova, è notevole, la tecnica è sopraffina, è in possesso di una grande intelligenza calcistica. Insomma, ha tutte le caratteristiche per diventare un grandissimo, ma ha dei grandissimi limiti caratteriali.

Esemplificativa, in tal senso è la frase di Platini: «Laudrup? È il miglior giocatore del mondo, in allenamento». Definizione straordinariamente sintetica, che racchiude tutto; Michael sarebbe stato, semplicemente, il migliore del mondo se non ci fosse stata la competizione agonistica.

Torino gli piace perché è meno chiassosa e perché, a suo dire, somiglia a København. Lui ci tiene a spiegare che i danesi non sono noiosi, ma semplicemente più riservati. Trascorre le giornate con la fidanzata che diverrà sua moglie. Insieme ascoltano Bob Dylan, i Beatles e Joan Baez. Ama il golf, il tennis, gli spaghetti, la pizza napoletana ed i film di Woody Le sue doti sono la velocità, le improvvise convulsioni tecniche di un dribbling messo in pratica con leggerezza insostenibile per gli avversari. Però non ha il dono della continuità. Lui accetta elogi e critiche e ricorda che il suo punto debole è «il colpo di testa, nei palloni alti proprio non ci so fare».

Purtroppo, per “Michelino” e per tutti i tifosi, la Juventus è alla fine di un ciclo: arriva Marchesi che predilige il calcio difensivo ed obbliga spesso Laudrup a compiti di copertura. “Michelino” alterna grandi giocate a prestazione imbarazzanti e così preferisce emigrare in Spagna, dove, con il Barcellona e con il Real Madrid, ritornerà ad esprimersi a livelli altissimi, conquistando subito i tifosi.

Cavani vs Falcao, un week-end di calcio da brividi

In questo grande week end di calcio internazionale ci sono alcuni match che non possono passare inosservati.
Una volta la Ligue1 era un campionato minore, fa effetto pensare che al Parco dei Principi di Parigi, invece, andrà in scena Psg v Monaco. Come dire, Ibrahimovic-Cavani contro Falcao, tre fra i migliori attaccanti del mondo, senza alcun dubbio. Alla faccia del campionato senza appeal.



In Germania, intanto, Boateng e Draxler sfideranno i supercampioni del Bayern Monaco, guidati dai talenti franco-tulipani di Ribery e Robben.
Il Dortmund, dopo la batosta di Napoli, cercherà riscatto in trasferta sul campo del Norimberga.
Stesso destino per il Chelsea di Eto'o e Mourinho, dopo la figuraccia casalinga con il Basilea di Marco Streller. Il camerunense, ancora a secco, cercherà di sbloccarsi nel derby londinese con il Fulham, ce la farà?

20 settembre 2013

Kurt Zouma - 1994 - Francia

Nome: Kurt Zouma
Data di nascita: 27 ottobre 1994, Lione
Nazionalità: Francia (repubblica Centrafricana)
Altezza: 187cm
Piede preferito: Destro
Squadra: AS Saint-Etienne - Ligue 1
Ruolo: Difensore centrale

Il campionato francese ha perso quest'estate un giovane talento della difesa, Raphael Varane, approdato alla corte di Josè Mourinho al Real Madrid. Ma proprio in questi giorni sta scoprendo un nuovo talento che a soli diciassette anni promette di tener testa alla grande tradizione transalpina di centrali difensivi, stiamo parlando di Kurt Zouma, roccioso giovane del Saint-Etienne di origine centrafricana.

Nasce a Lione e a undici anni inizia a giocare nella scuola calcio Vaulx-en-Velin, che lascia nel 2009 quando arriva la chiamata del Saint-Etienne. In poco tempo convince i suoi allenatori e il Selezionatore della Nazionale Under 17 che lo convoca per gli Europei di categoria e in seguito per i Mondiali. Alla fine della manifestazione è risultato essere uno dei migliori prospetti nel suo ruolo e il Saint-Etienne decide di cautelarsi facendogli firmare il suo primo contratto da professionista con scadenza nel 2014. Dopo un paio di belle stagioni in Under 18 la società lo promuove in Prima Squadra nell'estate 2011, e dopo un bel precampionato il Manager degli "Stephanois" Cristophe Galtier inizia a coltivare l'idea di lanciarlo nella mischia fin da subito. Il debutto avviene il 31 agosto 2011 nella partita casalinga contro il Bordeaux valida per il primo turno della Coupe de la Ligue (la Coppa Nazionale francese). La partita viene vinta dai "Verdi" per 3-1 e Kurt resta in campo per tutti i novanta minuti del match. Dopo questa bella prestazione arriva il debutto in Campionato nel sesto incontro contro il Lorient. Anche in questa occasione Kurt gioca tutta la partita ma purtroppo la prestazione viene condizionata dal fatto di aver giocato da terzino destro, posizione a lui poco congeniale. Da questa partita Kurt è diventato uno dei perni fissi della difesa del Saint-Etienne, tornando a ricoprire il ruolo di difensore centrale non ha mai saltato un minuto di gioco nelle quattro partite che finora l'hanno visto titolare.

Un colosso, basterebbe questa parola a definire Kurt Zouma. Kurt letteralmente domina il suo avversario dal punto di vista fisico, e non ha ancora la maggiore età. Dotato di una forza e resistenza incredibile dispone anche di un notevole atletismo. A dispetto del fisico massiccio è un giocatore agile e rapido. Si fa apprezzare anche dal punto di vista tecnico, raramente getta via un pallone, ha buone doti di impostazione per essere un difensore e per avere quell'età. Negli aspetti difensivi è un portento nelle palle alte e si sa distinguere anche in fase di anticipo, anche se a volte la troppa esuberanza lo porta fuori posizione. Ciò che di lui davvero colpisce è la presenza in campo e la maturità con la quale affronta le partite. Doti comuni in altri giovani talenti della difesa, ma questo ragazzo ha qualcosa in più, sia per il fatto di essere più giovane, sia perchè si è imposto con notevole facilità in un Campionato in crescita come quello francese. Il suo allenatore è rimasto colpito dalle qualità umane del ragazzo, ha dichiarato infatti che è molto umile ed ha una grandissima voglia di imparare.

Come già accennato prima è il pilastro della attuale Nazionale Under17 francese con 17 presenze e 1 gol, ma visto il modo in cui si sta mostrando al mondo calcistico è lecito aspettarsi una rapida scalata nelle varie Selezioni. Inoltre vanta anche 6 presenze in Under 16.

Il Saint-Etienne l'ha bloccato lo scorso marzo con un contratto valido fino al giugno 2014 e sicuramente non ha alcuna intenzione di privarsene nel prossimo futuro. Certo è che ad ogni partita sono sempre di più gli osservatori ad ammirare le doti del ragazzo e a proporlo a squadre di mezza Europa. Finora non si hanno contatti o notizie ma questo giovane che sta bruciando rapidamente le tappe farà parlare molto presto di sé anche in chiave mercato.

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Storie di calcio: Del Piero vs Mihajlovic, i maghi della punizione

Eleganza contro potenza; la dolcezza contro la forza; la classe e la precisione di un chirurgo. Quando si avvicinavano al pallone, lì, fermo sul punto di battuta, i portieri incominciavano a tremare. Sinisa Mihajlovic e Alessandro Del Piero, due modi diversi di vivere e calciare da fermo, ma una brutale efficacia.
Alex e Sinisa, due tipologie di calcio, ad incominciare dal piede preferito. Un destro naturale quello del capitano bianconero; un mancino assassino il serbo scuola Vojvodina.
E' impossibile dire chi dei due calciasse meglio, chi fosse più efficace. E' molto più semplice ammettere la loro perfezione nel collocare la sfera alle spalle del portiere avversario, all'incrocio dei pali.
Fin da giovanissimi Del Piero e Mihajlovic si son distinti in questa specialità. Il primo era letale negli ultimi 25 metri, con un calcio morbido a scavalcare la barriera. Il secondo era terrificante a 30 metri dalla meta, con una frustata mancina al pallone, per scagliarlo con inaudita potenza a gonfiare la rete.

Alessandro Del Piero: specialista nella classica punizione a foglia morta, Del Piero è stato in grado di segnare da qualsiasi posizione. Vicino o lontano dalla porta; da destra, sinistra o dal centro. La palla, che prendeva un giro fantastico, s'infilava quasi sempre nel sette, scavalcando la barriera e lasciando di sasso il portiere avversario.



Sinisa Mihajlovic: un killer nella conclusione dalla distanza, Sinisa era un leader nato. E' stato uno dei pochi che abbia mai visto allontanare il pallone dal punto in cui era effettivamente avvenuto il fallo. Più poteva essere lontano dalla porta, più il mancino del serbo diventava letale. Sapeva calciare con una forza inaudita, la violenza più cruenta mai vista in vita mia da fermo.



Campioni così hanno fatto bene al nostro calcio, aspettiamo che qualche ragazzo dei nostri vivai ripercorra le loro orme.

19 settembre 2013

Storie di calcio, Paulo Futre

Il calcio è una selezione naturale. Se Darwin l’avesse visto, avrebbe scritto un capitolo a parte. Per alcuni calciatori il terreno di gioco diventa una giungla. Insidie e belve feroci sono l’agguato imprevisto. Una zolla, un calcione rifilato dal più rozzo dei difensori, e la carriera viene impacchettata nell’attimo del crack.

È capitato anche ai migliori, nel culmine del loro splendore, come i re traditi dal loro più fidato consigliere. È capitato anche a Paulo Futre, abbattuto da un intervento scomposto di un certo Pedroni, nella partita d’esordio in serie A, nel 1993, con la maglia della Reggiana.

Jorge Paulo dos Santos Futre inizia la sua carriera nel 1984, vestendo la casacca dello Sporting Lisbona. Poco dopo viene ingaggiato dal Porto. Gli bastano tre anni per vincere due Campionati, due Coppe nazionali e una Coppa dei Campioni. Di lui si dice che viene dopo Maradona.
Dopo il Porto, l’Atletico Madrid. In Spagna vince altri due trofei e decide di provare il campionato italiano. Nella sorpresa generale, nel ’93, lo ingaggia la Reggiana.
Gli emiliani in quella stagione bazzicano nelle zone più basse della classifica, e allora Dal Cin porta Futre a Reggio Emilia. Un colpo di mercato senza precedenti. Quella che è per tutti una provinciale destinata alla B, ingaggia uno tra i migliori calciatori del mondo. Il freddo dell’inverno scompare e il capoluogo emiliano organizza un’accoglienza senza precedenti.

La girandola del mercato di riparazione ha regalato Futre ai reggiani. Qualcuno maligna, qualcun altro non si spiega come un giocatore come il portoghese non sia ancora stato preso da una squadra di blasone.
Da quelle parti non s’era mai visto uno così. La corsa di Futre in mezzo all’Europa fa tappa nella temuta serie A. Il suo dribbling diventa il tiro dei dadi in mezzo al monopoli che gli riserva solo gli imprevisti, e quello che Paulo dos Santos pesca al suo debutto è di quelli che fanno da rovescio alla lotteria.

La domenica prima dell'esordio, nella gara casalinga con la Cremonese, un’emittente portoghese va a seguire la prima di Futre. Una giornalista chiede a un tifoso cosa gli piace dell'asso iberico, e il tifoso risponde, “Sua moglie!”. L’Emilia Romagna lascia i tortellini sul fuoco, si attrezza della meraviglia e va incontro all’evento senza precedenti.
Prima partita, contro la Cremonese. Primo tempo e Futre fa il Futre. Palla al piede disorienta mezza difesa con una finta, rientra sul sinistro e piazza secco sul primo palo. Quando capita di vedere queste cose, chi ama il calcio ringrazia. Pochi minuti dopo, tal Pedroni, nome da film poliziesco di cassetta di inizio anni ‘Ottanta, irrompe nella vita e nella bellezza di Futre, destinandolo altrove, ovunque, purché non resti in campo.

In quella gara con la Cremonese, in uno stadio ricolmo, Futre esordisce, segna un gol capolavoro e dopo pochi minuti si ritrova disteso sulla barella della croce rossa. Direzione, ospedale. La diagnosi sa più di bollettino militare che di referto medico. Ginocchio distrutto e la carriera di uno dei più grandi talenti degli anni’Ottanta finisce nei chissà.

Lo scontro con Pedroni rovina per sempre il ginocchio di Futre, che con la Reggiana sarà costretto a tante terapie, visitando più ospedali che stadi. Nel 1995 viene acquistato dal Milan, che spera di recuperarlo. Niente. Al talento Futre sono interdetti pure i sofferenti e anonimi scampoli di campionato riservati all’eterna riserva. Negli anni al Milan, guarda la squadra di Capello vincere quasi tutto, ma il suo ginocchio vuoto gli fa assistere al trionfo senza l’onore della partecipazione. Beffardo il destino, che gli fa rivedere quello che aveva vinto col Porto e quello che avrebbe potuto vincere da protagonista col Milan.

Futre in rossonero gioca una sola partita. L’ultima di campionato. Con chi? Con la Cremonese, la stessa squadra contro la quale aveva esordito anni prima, il giorno del suo infortunio.
Lo dice Ambrose Bierce nel Dizionario del Diavolo, “Sfortuna. Il tipo di fortuna che non manca mai”.

Fonte: fantagazzetta - Elio Goka

Storie di calcio: Martin Palermo, El Loco

187 cm per 85 kg di peso, capello biondo ossigenato e goal nel sangue. Martin Palermo è stato un attaccante formidabile, forse poco apprezzato ed eccessivamente dileggiato.
Balzato agli onori delle cronache per i tre rigori sbagliati contro la Colombia, Palermo cresce calcisticamente nell'Estudianted di La Plata, sua città natale. Con i biancorossi argentini, dalla cui cantera due anni più tardi uscirà un certo Veron, assaggia il grande calcio a inizio anni '90.
La sua potenza, i suoi goal ed il suo innato senso di leadership non passano inosservati in Argentina, ed il Boca Junior decide di investire forte su di lui nel 1997. Palermo, bomber consumato del campionato albiceleste, risponde immediatamente presente, guidando gli Xeneises alla conquista di tre campionati, una Libertadores ed una fantastica Coppa Intercontinentale, vinta ai danni del Milan ai rigori.
Già, i rigori, il tallone d'Achille di Martin, che contro la Colombia, vestendo la maglia dell'Argentina, ne sbaglia tre in una sola partita. Un record, quasi ineguagliabile.



De Gregori cantava "Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si giudica un giocatore..", e la pensava così anche Diego Maradona, che all'indomani della disfatta di Martin lo difende a spada tratta. "Sbaglia i rigori solo chi ha il coraggio di tirarli", ed uno che ne sbaglia tre su tre con la maglia dell'Argentina, di fegato, ne ha da vendere.

Palermo, nel 2001, si trasferisce in Spagna, alla corte del Submarino Amarillo. Con il Villareal non riuscirà a mantenere la media realizzativa che aveva al Boca (81 reti in 102 presenze), ma contribuisce alla crescita della squadra, che qualche anno più tardi arriverà a sfiorare la finale di Champions.
Dopo una piccola parentesi al Betis e all'Alaves, Palermo torna a vestire la maglia più amata, quella che è tatuata sulla sua pelle. Con il Boca, nel suo ritorno alla Bombonera, non vince, stravince. Campionati, Coppe, ed un'altra Libertadores, che fa diventare (temporaneamente) il Boca il club più titolato del mondo.
Con 113 reti in 216 presenze, Palermo attacca le scarpe al chiodo nel 2011, non prima di aver aiutato Diego Maradona a qualificarsi ai Mondiali 2010, ritornando così in Nazionale dopo 9 anni di assenza.

Centravanti completo, dotato di un fisico poderoso ed una potenza innata, Palermo è stato un cannoniere favoloso. Poco apprezzato nel vecchio continente, il panzer di La Plata era uno in grado di spaccare le difese, far salire la squadra e vedere la porta.
Soprannominato in patira "El Loco", Palermo è ancora oggi idolo indiscusso della curva del Boca, un pubblico dal palato piuttosto fino e dall'amore sconfinato per il pallone.
Intrapresa la carriera di allenatore nel 2012, non mi stupirei se "El Loco" si sedesse a breve in una panchina del vecchio continente, raggiungendo il suo amico ed ex compagno di Nazionale Diego "El Cholo" Simeone.

18 settembre 2013

Storie di calcio, Stig Tofting

Indimenticabile, unico, feroce. Il danese Tofting è stato uno di quei giocatori che colpisce per ferocia agonistica, aspetto e cattiveria. Il suo ritratto, dettagliato ed intrigante, è tratto da Lacrime di Borghetti, un blog davvero curato. Una nuova puntata di Storie di Calcio è in divenire in questo portale!

Me lo ricordo come se fosse ieri,invece era ben 10 anni fa. Quel 23 Novembre del 2000 faceva parecchio freddo,quel primo fastidioso freddo vero che ti costringe a mettere il cappotto e magari anche i guanti e il cappellino di lana,. La partita di sera a Novembre è una sorta di supplizio,gelo e oscurità,sarebbe il più classico dei match da saltare,in fondo è solo l'andata del terzo turno della Uefa,anche se non la fa mamma RAI puoi sempre ascoltarla in una delle 481 stazioni radio romane,al caldo e non su di un freddo seggiolino di un deprimente spalto semivuoto,filerebbe come discorso,se non fosse per un particolare,quella sera in campo c'è uno dei tuoi idoli e purtroppo non indossa la casacca della tua squadra ,quindi questa è forse l'unica occasione per vederlo giocare dal vivo. Oggi Guardavo quel Biglietto, Roma-Hamburger SV Curva Nord £20.000,10 euro e 33 cent dei tempi nostri,soldi spesi bene se a centrocampo nella squadra avversaria gioca Stig Tofting. Si ok, anche Yeboah e Mahdavikia erano in campo mentre in panchina emetteva gli ultimi rantoli della sua bella carriera un attempato Thomas Doll,gente che merita rispetto e stima,ma Stig Tofting è riuscito ad emozionarmi come mai nella mia vita calcistica,un emozione che all'olimpico non ho provato neanche(sia ben chiaro parlo di avversari )guardando le veroniche di Zidane,le serpentine di Ryan Giggs,le punizioni di Henry,le giocate di Raul e le discese assassine di Cristiano Ronaldo,perchè Stig Tofting in campo non giocava,lavorava proprio come quando da giovane per vivere, azionava carrelli elevatori. Horning è un paesino della contea di Arhus,8 mila anime incorniciate nel più classico dei paesaggi scandinavi è qui che nasce Stig. Immaginatevi questa scena,un tredicenne torna a casa dagli allenamenti,apre la porta e trova padre e madre morti,agghiacciante,una di quelle cose che ti può rovinare l'esistenza per sempre,specie quando scopri che è stato tuo padre ad uccidere tua madre per poi togliersi la vita. Questa sinceramente è un qualcosa che non avrei voluto scrivere,ma che in seguito vi farà capire quanto è amato "Toffe"in Danimarca. L'adolescenza turbolenta porta il giovane Stig a frequentare giri poco raccomandabili in quel di Aarhus. Pare fosse nel giro della banda di motociclisti degli Hells Angels, sembra che rimase invischiato addirittura in qualche sparatoria,voci lo vorranno in seguito implicato in un furto d'oro,oro poi fatto fondere in Germania,tante sono le storie ma una sola verità inoppugnabile,Stig Tofting era prima di tutto uno straordinario calciatore unico nel suo genere. Comincia la sua carriera nel 1988 militando nell'AGF Aarhus dove fino al 93 raccoglie quasi un centinaio di presenze. Qualcuno comincia ad accorgersi di lui,di quel mastino che corre e lotta a tutto campo difendendo con irruenza e sradicando palloni dalle gambe dell'avversario,l'Amburgo ci butta un occhio è lo ingaggia in quella stagione arriva pure l'esordio in nazionale,contro gli Usa a Tampa. Nel 94 l'Amburgo lo da in prestito all'Odense e nel 95 dopo un prestito l'AGF si riappropria del cartellino,collezionerà altre 70 presenza mettendo a segno anche qualche rete,poi passerà ai rivali dell'Odense per la seconda volta e quindi al Duisburg è il 1997. Grazie al Duisburg Stig viene convocato per il mondiale Transalpino,dove giocherà uno spezzone nel girone contro i padroni di casa e un intero tempo(Il secondo al posto di Nielsen) ai quarti contro il Brasile. La danimarca perderà 3 a 2 ma Toffe non perde occasione per far vedere di che pasta è fatto non girandosi di spalle come erano soliti fare tutti durate l'esecuzione di un calcio di punizione di Roberto Carlos,un gesto spavaldo di chi in campo non teme niente e nessuno semmai sono gli altri a dover temere lui. Nel 1999 il primo piccolo guaio con la giustizia,in un locale di Aarhus Stig ha un diverbio con un ragazzo di 24 anni,gli animi si surriscaldano e il ragazzo soccombe,il Bulldog di Hornig viene condannato a 20 giorni di carcere con la condizionale. 

Nel 2000 dopo l'ennesimo prestito all'AGF passa nuovamente all'Amburgo(che per mia immensa gioia incontrerà la Roma in Uefa). Sempre nel 2000 Stig tenta di aprire un locale nella sua città,il sindaco visto il giro di amicizie equivoche di Tofting(leggi Hells Angels)nega ogni permesso,Tofting non si perde d'animo e si candida a sindaco con una lista civica. Il numero largo di consensi che ottiene il nostro Toffe porta alle dimissioni del primo cittadino con conseguente abbandono della corsa al municipio da parte dello stesso Tofting che spiana così la strada al nuovo sindaco che concede subito tutte le licenze. Arrivano i mondiali nippocoreani,questa volta Stig vive l'evento da protagonista essendo uno dei giocatori più affermati della sua selezione. A pochi giorni dall'inizio della rassegna lo spogliatoio viene scosso da una furibonde lite. Tofting per scherzo lancia dei cubetti di ghiaccio (o forse un freezer intero)a Gronkjaer, un cubetto lo colpisce violentemente all'occhio costringendo l'allora centrocampista del Chelsea alle cure,si accenderà una clamorosa rissa tra i due sedata a stento dai compagni. Il giorno della vigilia il ritiro danese è nuovamente scosso,sempre a causa di Tofting,questa volta vittima. La rivista di gossip "Se eg hoer" pubblica un articolo che rivela dell'omicidio suicidio dei genitori, Stig aveva sempre tenuto per se quella storia e soprattutto non ne aveva fatto parola con i suoi tre figli. L'intera Danimarca rimane in un primo momento scioccata da quella notizia orrida,in un secondo momento rimane indignata per il colpo basso e vile messo a segno dalla rivista,tanto è vero che in seguito a questa storia il direttore del giornale in questione Peter Salskov viene rimosso dall'incarico,questo per far capire come i danesi amino il loro "Tagliaerba". Tagliaerba come lo chiamava Richard Moller Nielsen ct della sua prima convocazione in nazionale(nonchè campione d'Europa nel 1992),diceva che spazzava tutto il campo e dove passava lui non cresceva più l'erba . Al mondiale Tofting ha come partner di centrocampo Gravesen,una coppia che se per puro caso ti ritrovi ad incontrare per strada non solo cambi marciapiede ma cambi anche residenza. Due molossi che randellano e ripartono,Toffe è uno degli artefici del primo posto del girone,girone che vedrà eliminata la Francia campione del mondo in carica,proprio grazie al due a zero rimediato nell'ultima partita contro gli scandinavi. Tofting durante la manifestazione verrà paragonato da qualche "Esperto"di calcio italiano a Gennaro Gattuso,un empietà ,in primo luogo perchè semmai si può paragonare Gattuso a Tofting e comunque perchè Gattuso in confronto a Stig è Shirley Temple. Nonostante il primo posto nel girone la Danimarca pesca male trovando l'Inghilterra arrivata seconda dietro la Svezia. Prima degli ottavi Tofting annuncia il ritiro dalla nazionale al termine del mondiale,arriva quindi il 3 a 0 a favore della perfida albione,Tofting uscirà al minuto 58 con il risultato già fissato sul 3 a 0 e con un ammonizione,la sua carriera con la nazionale si chiuderà così. I giocatori tornati a Copenaghen decidono comunque di festeggiare, per farlo prendono un tavolo al Ketchup cafè. La birra scorre e i giocatori cominciano a cantare ad urlare e a scherzare tra di loro. Fanno baccano, il che probabilmente disturba altri clienti. Ora io no so davvero come sia saltato in mente al direttore del locale Patrick De Neef di andare a chiedere di fare più piano proprio a Stig,so solo che Toffe si dimostro subito poco propenso al dialogo tirando una testata che apre il cranio del povero Patrick,in soccorso arriva allora lo chef del locale ma ce ne sono anche per lui. Tofting viene arrestato,passa la notte in cella,il giorno dopo porge le sue più sentite scuse alle sue vittime che lo perdonano,purtroppo però la denuncia era gia partita dall'ospedale dove De Neef si era fatto suturare la fronte. Prenderà 4 mesi e sconterà la pena, rescindendo il contratto con il Bolton squadra dove si trasferì dopo il mondiale per via dei continui litigi con il nuovo tecnico dell'Amburgo Kurt Jara. Il 2003 è l'anno di una nuova tragedia,perde un figlio di appena 22 giorni per via di una meningite. A luglio decide di cambiare aria e firma un contratto di sei mesi per il Tianjin Teda squadra di prima divisione cinese( dove nel 2009 militerà Damiano Tommasi). Nel 2004 torna al suo grande amore l'AGF. A Luglio 2004 è nuovamente protagonista di una rissa spintonando violentemente un uomo durante una lite per il traffico,a quanto pare questo "Folle"si era permesso di mostrare il dito medio a Toffe. A Dicembre l'Aarhus lo licenzia ufficialmente per aver saltato un allenamento,in realtà molti sostengono che Stig alla festa di natale organizzata dalla squadra abbia malmenato svariati compagni. Si trasferisce dunque in Svezia al BK Hachen,per passare poi a fine stagione al Randers squadra di superliga danese. Con il Randers darà l'addio al calcio a 37 anni nel 2007. Dal 2007 al 2009 sarà vice allenatore sempre al Randers,per poi nel 2010 ricoprire questo stesso ruolo all'AGF per l'ennesimo ritorno nel club che lo lanciò nel lontano 1988. Oggi Stig ha lasciato l'AGF ed è ora il commentatore di punta di Canal 9 dove elegante e sorridente prende parte ad una trasmissione sportiva. "NO REGRETS" nessun rimpianto recita l'enorme tatuaggio stampato sul suo addome,nessun rimpianto per le sue scelte,per la sua carriera,per la sua storia personale,il motto di uomo che nella vita ha dato tanti pugni e che dalla vita tanti pugni ha preso. NO REGRETS ,nessun rimpianto il motto adatto ad un tagliaerba,un bulldog,un vichingo o più semplicemente a Stig Tofting.

Javier, le chiacchiere stanno a zero

Io non capisco, perchè lamentarsi sempre mettendo in mezzo gli altri? Caro Javier, capisco che parlare di legalità ed ingiustizia sia un tema molto caro a te, ma ci sono dei limiti. Non ti sei accorto, dato che pare tu fossi in curva, che alcuni dei più "esperti" capi ultras hanno tentato di avere un contatto fisico con il settore ospiti? Non ti sei reso conto che molti di loro ci sono riusciti e che gli stewart, pagati dalla società Inter e che lavorano per la società Inter, non hanno fatto nulla? Questo è il vero fatto grave, questo è ciò su cui si deve riflettere, a Milano come in ogni stadio d'Italia. A Roma la curva è stata chiusa per soli buuu razzisti, reiterati e continuati, verso Pogba e Asamoah. Ed è giusto così, perchè non dev'esserci spazio per certe cose in uno stadio di calcio.

Questo quanto accaduto, fra le altre cose, allo stadio di San Siro sabato pomeriggio:



Qui non si parla solo di cori razzisti, buu e quant'altro. Stiamo parlando di una vera intimidazione, con un gruppo di ultras che scavalca la barriera ed invade il settore ospiti per far valere non si sa quali ragioni.
Questa è la vera ragione per cui la curva merita di esser chiusa, per questa ragione non dobbiamo discutere ulteriormente.
Questo video, oltre a dimostrare l'inadeguatezza dei nostri stadi e delle nostre forze dell'ordine (dov'erano? Se non stanno fra due tifoserie a modi barriera mi chiedo dove stiano), ci fa capire quanto inutile sia il lavoro degli stewart. Se si assumono ragazzini pagati 5-6 euro lordi l'ora, ci credo che non intervengano rischiando un fracco di botte. Per quale ragione dovrebbero farlo? E infatti, rimangono inebetiti a non far nulla.
Per questo non capisco l'evergreen di Zanetti, che dice: "Sinceramente non ho sentito i buu razzisti, ma accettiamo la decisione del giudice sportivo e andiamo avanti. Non e' la prima volta. Anche da altre parti succede e non dicono niente. Guardiamo avanti". Da altre parti succedono cori e buu stupidi e infami, esattamente come le banane gonfiabili mostrate al derby di Milano. Ovviamente, neanche a dirlo, erano arrivate dalla curva Nord ed il campo non è stato squalificato (così come successo a Torino, Verona, Roma, Napoli...beninteso, tutto il mondo è paese purtroppo).
Caro Javier, la prossima volta potresti dire: "Non capisco perchè la sentenza parli di cori razzisti quando siamo di fronte ad un fatto ben più grave, per cui tecnicamente c'è la chiusura dello stadio intero per uno o più turni". Perchè è questo il vero nodo della questione. Il Giudice Sportivo, come sempre aggiungerei, scrive referti lunghi e dettagliati, omettendo però gravi fatti. Se avesse esplicitato questo fatto, nessuno avrebbe potuto dir nulla. E invece, con la sua sentenza, da adito a parole inutili e fuori luogo. Questa è l'Italia.

17 settembre 2013

Storie di calcio: Juan Sebastian Veron

La Brujita, ovvero "la streghetta", ecco come i giornalisti argentini fanno conoscere al mondo il giovane centrocampista scuola Estudiantes.

Affari di famiglia: figlio di Juan Ramon Veron, soprannominato in patria la Bruja (la strega ndr), Juan Sebastian nasce calcisticamente nell'Estudiantes, squadra con cui il padre ha fatto la storia. Iniziare a giocare e vestire la casacca di un padre, che nella sua carriera ha vinto qualcosa come tre Libertadores e una Intercontinentale, non è semplice. Solo un uomo dal grande carattere ed i piedi ancor più raffinati poteva avere successo.
E così nasce a metà anni '90 la leggenda di Juan Sebastian Veron, portato in Europa dalla Sampdoria di Mantovani. Il centrocampista argentino, sguardo severo e capello rasato, diventa nel giro di un solo anno il faro del centrocampo blucerchiato, rimpiazzando nel cuore doriano un certo Clarence Seedorf, passato in estate al Real Madrid.

Carnevale '97, tre goliardi sampdoriani. A destra, Veron. 
Genova amore mio: in due stagioni Veron s'impone al grande pubblico come un centrocampista totale. Attacca e difende, ha cervello, piede e tenacia. Raramente ho visto un calcio tanto potente e preciso, nei cambi di gioco come nel tiro in porta.
Il primo anno, giocando con Mancini, Karembeu e Montella, guida la Samp ad un piazzamento importante. L'anno successivo, però, viene risucchiato nel buco nero doriano, che sancisce dopo anni di successi il ritorno in cadetteria per i genovesi.
Veron non è un giocatore di seconda fascia, così si presentano a Genova i soliti Tanzi e lo portano in Emilia, dove incontra Buffon, Thuram, Cannavaro, Chiesa e Crespo.

Sul tetto d'Europa e lo Scudetto: con i parmigiani gioca una sola stagione, ma lascia il segno. Veron è infatti il regista della squadra gialloblu, che duella fino alla fine con la Juventus per il tricolore. La sconfitta in terra italica è ben presto mitigata dai successi europei. Veron alza al cielo la Coppa Uefa, risultando imprescindibile. Eriksson, suo grande estimatore ai tempi della Samp, prega Cragnotti di regalarglielo in una Lazio con ambizioni tricolore. Mister Cirio stacca uno dei suoi assegni e porta Juan Sebastian all'ombra del Colosseo.
Veron, carattere da vendere e fame da cannibale, da una marcia in più agli aquilotti. In una città calda come Roma, con una tifoseria ambiziosa ed esigente, solo i grandi sanno esaltarsi. Veron, da par suo, non batte ciglio e guida i laziali al Tricolore e ad uno storico trionfo nella Supercoppa europea a Monaco.

I speak english: Sir Alex Ferguson, un intenditore di calcio, s'innamora di lui. Con una Lazio sempre più inguaiata finanziariamente, Veron viene ceduto. In Inghilterra, un campionato storicamente ostico per chi ha piedi deliziosi in mezzo al campo, Veron incanta. La Premier è sua, così come la cabina di regia dei Red Devils. Qui, però, non trova perfetta armonia con Paul Scholes, ed allora una stagione di transizione al Chelsea, una squadra di tradizione in rampa di lancio.



Hogar dulce hogar: dopo un anno in nerazzurro, alla corte dell'ex compagno Mancini, il ritorno in Argentina. E' l'Estudiantes a chiamare il campione d'Italia in carica, e Veron risponde. Troppo forte la suggestione di chiudere la carriera con la maglia che lo ha lanciato e che ha reso suo padre una leggenda.
La brujita non vuole esser da meno, mettendo in bacheca una Libertadores storica come quelle di papà Ramon.

La fantasia al potere: centrocampista di qualità sopraffina, Veron è stato uno dei migliori registi del calcio moderno. In grado di giocare di tocco come di forza, Veron aveva quantità e qualità. Lungi da me definirlo un mediano, Veron aveva due piedi raffinatissimi. Destro naturale, calciava come pochi al mondo. Era in grado di tagliare il campo con una rasoiata e, al contempo, piazzare la palla alle spalle del portiere con un tiro da fuori o una magia a girare, come quando trafisse un giovane Frey direttamente da calcio d'angolo.
Leader in campo nazionale ed internazionale, Veron ha lasciato il segno nel cuore di tutti gli amanti del calcio vero, quello fatto di classe, gioie ed emozioni.

Kovacic, Ocampos e i 150 talentini classe '94

Nel 1994 il Brasile vinceva i Mondiali contro l'Italia di Baggio e Baresi; Zemeckis produceva Forrest Gump e Yasser Arafat prendeva il premio Nobel. Pete Sampras vinceva Wimbledon; e Berlusconi tristemente entrava in politica.
Parallelamente, nel mondo del calcio, tanti giovani campioni nasevano e si preparavano a porre le basi per grandi imprese. Oggi, che di anni ne hanno 19, ecco chi sono i 150 giovani talenti più promettenti.
Fondamentali in campo, per garantire freschezza e imprevedibilità, ma soprattutto in sede di mercato, poichè già in grado di scatenare plusvalenze incredibili. Prima sono arrivati i fortissimi talenti nati nel 1992 (Neymar, Isco, El Shaarawy, Lamela, Gotze e tanti altri), poi quelli un anno più piccoli, born in 1993 come Pogba, Draxler, Icardi e  Oxlade-Chamberlain, adesso ecco la maxi lista dei 150 talenti più promettenti nati nel 1994, divisa per gruppi e contenente anche il club di appartenenza: alcuni hanno già compiuto 19 anni, altri non ancora, eppure sono già protagonisti con i rispettivi club e si apprestano a diventare le nuove stelle del calcio internazionale. Occhio, perchè molti di loro giocano già nel nostro campionato e valgono una fortuna.


GLI AZZURRI DEL FUTURO: Mangia e Di Biagio si stanno prendendo cura di loro con le selezioni giovanili, ma è il campionato di Serie B il vero trampolino di lancio per i giovani più interessanti, l'habitat ideale che le grandi squadre hanno scelto per la loro esplosione. Alcuni di loro invece sono già pronti per la serie A.
- Tommaso ARRIGONI (Cesena - Centrocampista)
- Marco BENASSI (Livorno/Inter - Centrocampista)
- Domenico BERARDI (Sassuolo - Attaccante)
- Kingsley BOATENG (Catania/Milan - Ala)
- Davide CAIS (Reggiana/Atalanta - Attaccante)
- Danilo CATALDI (Crotone/Lazio - Centrocampista)
- Alessio CRAGNO (Brescia - Portiere)
- Marco FREDIANI (Roma - Attaccante)
- Luca GARRITANO (Cesena/Inter - Attaccante)
- Roberto INSIGNE (Perugia/Napoli - Attaccante)
- Eric LANINI (Juventus Primavera - Attaccante)
- Filippo MINARINI (Modena - Difensore)
- Gaetano MONACHELLO (Cercle Bruges/Monaco - Attaccante)
- Nicola MURRU (Cagliari - Terzino sinistro)
- Stefano PADOVAN (Pescara/Juventus - Attaccante)
- Antonio ROZZI (Lazio - Attaccante)
- Daniele RUGANI (Empoli/Juventus - Difensore centrale)
- Giulio SANSEVERINO (Palermo - Esterno di centrocampo)
- Valerio VERRE (Udinese/Roma - Centrocampista)

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(Da sinistra: Chalobah, Emre Can, Sterling e Piazon)


QUELLI DEL MONDIALE UNDER 20: La rassegna iridata appena conclusasi in Turchia è stata una vetrina troppo importante per talenti di tutto il mondo. Tanti si conoscevano già, alcuni sono stati un'autentica sorpresa e presto, ne siamo certi, li vedremo sbarcare in Europa.
- Joseph ATTAMAH (Tema Youth - Ghana - Difensore)
- 'BRUMA' (Sporting Lisbona - Portogallo - Attaccante)
- Hakan CALHANOGLU (Amburgo - Turchia - Centrocampista)
- Kwon CHANG-HOON (Suwon Bluewings - Corea del Sud - Trequartista)
- Giorgian de ARRASCAETA (Defensor - Uruguay - Centrocampista Offensivo)
- Gerard DEULOFEU (Everton/Barcellona -  Spagna - Centrocampista offensivo)
- Eric DIER (Sporting Lisbona - Inghilterra - Difensore)
- Jonathan ESPERICUETA (Tigres de la UANL - Messico - Centrocampista)
- Ali FAYEZ (Erbil SC - Iraq - Difensore)
- Stefanos KAPINO (Panathinaikos - Grecia - Portiere)
- Angelo HENRIQUEZ (Manchester United - Cile - Attaccante)
- Edgar IE (Barcellona B - Portogallo - Difensore)
- Igor LICHNOVSKY (Universidad de Chile - Cile - Difensore)
- Abbosbek MAKHSTALIEV (Paxtakor - Uzbekistan - Centrocampista)
- Javi MANQUILLO (Atletico Madrid - Spagna - Terzino destro)
- Luis MENA (Chico FC - Colombia - Ala sinistra)
- Bryan RABELLO (Siviglia - Cile - Ala)
- Josip RADOSEVIC (Napoli - Croazia - Centrocampista)
- Gaston SILVA (Defensor - Uruguay - Difensore)
- John STONES (Everton - Inghilterra - Difensore)
- Oliver TORRES (Atletico Madrid - Spagna - Centrocampista)
- Diyorjon TURAPOV (FK Olmaliq - Uzbekistan - Centrocampista)
- Salih UCAN (Fenerbahce - Turchia - Centrocampista)
- Jim VARELA (Benfica B - Uruguay - Centrocampista)
- Jherson VERGARA (Milan - Colombia - Difensore)
- James WARD-PROWSE (Southampton - Inghilterra - Centrocampista)
- Kurt ZOUMA (Saint Etienne - Francia - Difensore)


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(In ordine: Vergara, Powell, Boetius e Berardi)


I SUDAMERICANI: Come tradizione vuole, brasiliani, argentini, colombiani ecc. vengono svezzati sin da subito se le loro potenzialità lo permettono. In patria esordiscono giovanissimi, prima di farsi notare dagli osservatori europei che spesso hanno l'imbarazzo della scelta.
- ADEMILSON (San Paolo - Brasile - Difensore)
- ADRYIAN (Flamengo - Brasile - Attaccante)
- Agustin ALLIONE (Velez Sarsfield - Argentina - Ala destra)
- Manuel ARTEAGA (Parma - Venezuela - Attaccante)
- Mauro CABALLERO (Libertad - Paraguay - Attaccante)
- Juan Ignacio CAVALLARO (San Lorenzo - Argentina - Attaccante)
- Mathias CUBERO (Cerro - Uruguay - Portiere)
- Rodrigo DE PAUL (Racing de Avellaneda - Argentina - Centrocampista offensivo)
- DORIA (Btafogo - Brasile - Difensore)
- DOUGLAS SANTOS (Granada/Udinese - Brasile - Difensore)
- Derlis GONZALEZ (Club Guarani/Benfica B - Paraguay - Attaccante)
- Gaspar INIGUEZ (Argentinos Jrs - Argentina - Centrocampista)
- MARQUINHOS (Paris Saint Germain - Brasile - Difensore)
- MATTHEUS (Flamengo - Brasile - Centrocampista offensivo)
- Bruno MENDES (Botafogo - Brasile - Attaccante)
- NEILTON (Santos - Brasile - Attaccante)
- Lucas OCAMPOS (Monaco - Argentina - Centrocampista offensivo)
- Leandro PAREDES (Boca Juniors - Argentina - Centrocampista offensivo)
- Lucas PIAZON (Chelsea - Brasile - Centrocampista offensivo)
- Lucas ROMERO (Velez Sarsfield - Argentina - Centrocampista)
- WALLACE (Inter/Chelsea - Brasile - Terzino destro)


LE BABY FURIE ROSSE: I ragazzi allenati da Lopetegui hanno vinto l'Europeo Under 21 ma sono stati eliminati, inaspettatamente, dal Mondiale Under 20, nonostante il vivaio spagnolo abbia sfornato una serie di prodotti interessantissimi come Oliver Torres e Deulofeu.
- Cristian HERRERA (Barcellona B - Attaccante)
- Pablo INIGUEZ (Villarreal - Centrocampista)
- Borja LOPEZ (Monaco - Difensore)
- Saul NIGUEZ (Rayo Vallecano/Atletico Madrid - Centrocampista)
- Denis SUAREZ (Manchester City - Attaccante)
- Alvaro VADILLO (Betis Siviglia - Attaccante)
- Eugeni VALDERRAMA (Siviglia - Centrocampista)
- Fede VICO (Anderlecht - Centrocampista)

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(In fila: Redmond, Ginter, Fischer e Ocampos)


TUTTI GLI ALTRI: Nei campionati minori, come ad esempio quello belga e quello olandese, i più giovani vengono lanciati senza problemi, vedi la filosofia di club come il PSV o Anderlecht. In questo maxi-gruppo finale figurano però anche tanti gioielli indiscussi, già titolari nei club più prestigiosi d'Europa.- Anass ACHAHBAR (Feyenoord - Olanda/Marocco - Attaccante)- Endogan ADILI (Basilea - Svizzera/Turchia - Attaccante)- Lucas ANDERSEN (Ajax -  Danimarca - Centrocampista)- Martin ANGHA (Norimberga -  Svizzera - Difensore)- Maximilian ARNOLD (Wolfsburg - Germania - Centrocampista)- Nii Nortey ASHONG (Spezia/Fiorentina - Ghana - Fiorentina)- David BABUNSKI (Barcellona B - Macedonia - Centrocampista offensivo)- Yassine BENZIA (Olympique Lione - Francia - Attaccante)- Robin BJORNHOLM (Rosenborg - Norvegia - Attaccante)- Jean-Paul BOETIUS (Feyenoord - Olanda - Attaccante)- Laurentiu BRANESCU (Juve Stabia/Juventus - Romania - Portiere)- Joshua BRENET (PSV Eindhoven - Olanda - Difensore)- Marco BUENO (Pachuca - Messico - Attaccante)- Raphael CALVET (Auxerre - Francia - Difensore)- Emre CAN (Bayer Leverkusen/Bayern Monaco - Germania - Centrocampista)- Shaquile COULTHIRST (Tottenham - Inghilterra - Attaccante)- Jordy CROUX (Club Brugge - Belgio - Attaccante)- Nathaniel CHALOBAH (Chelsea - Inghilterra - Centrocampista)- Memphis DEPAY (PSV Eindhoven - Olanda - Attaccante)- Luka DJORDJEVIC (Twente/Zenit - Montenegro - Attaccante)- Michael DRENNAN (Aston Villa - Irlanda - Centrocampista offensivo)- Josip ELEZ (Lazio - Croazia - Difensore)- Bruno FERNANDES (Udinese - Portogallo - Centrocampista)- Carlos FIERRO (Deportivo Guadalajara - Messico - Attaccante)- Steliano FILIP (Dinamo Bucarest - Romania - Centrocampista)- Viktor FISCHER (Ajax - Danimarca - Attaccante)- Matthias GINTER (Friburgo - Germania - Difensore)- Koray GUNTER (Borussia Dortmund - Germania/Turchia - Difensore)- Elseid HYSAJ (Empoli - Albania - Terzino)- Marvin HONER (Ajax - Germania - Attaccante)- Nikolaos IOANNIDIS (Olympiacos - Grecia - Centrocampista)- Nathan KABASELE (Anderlecht - Belgio - Attaccante)- Kadu (Porto - Angola - Portiere)- Mory KONE' (Le Mans - Francia - Difensore)- Terence KONGOLO (Feyenoord - Olanda - Difensore)- Mateo KOVACIC (Inter - Croazia - Centrocampista)- Luka KRAJNC (Cesena/Genoa - Slovenia - Difensore)- Eymeric LAPORTE (Athletic Bilbao - Francia - Difensore)- Mitja LOTRIC (Mura - Slovenia - Centrocampista offensivo)- Jordan LUKAKU (Anderlecht - Belgio - Terzino sinistro)- Cephas MALELE (Palermo - Angola/Svizzera - Centrocampista offensivo)- Lazar MARKOVIC (Benfica - Serbia - Centrocampista offensivo)- Charalampos MAVRIAS (Panathinaikos - Grecia - Centrocampista)- Ibrahima MBAYE (Livorno/Inter - Senegal - Centrocampista)- Herve MBEGA (Mallorca - Camerun - Attaccante)- Iuri MEDEIROS (Sporting Lisbona B - Portogallo - Attaccante)- Benjamin MENDY (Olympique Marsiglia - Francia - Centrocampista)- Arkadiusz MILIK (Bayer Leverkusen - Polonia - Attaccante)- Aleksandar MITROVIC (Anderlecht - Serbia - Attaccante)- Adam MORGAN (Liverpool - Inghilterra - Attaccante)- M'Baye NIANG (Milan - Francia - Attaccante)- Nikola NINKOVIC (Partizan - Serbia - Centrocampista offensivo)- Patrick OLSEN (Inter - Danimarca - Attaccante)- Bruno PETKOVIC (Catania - Croazia - Attaccante)- Nick POWELL (Manchester United - Inghilterra - Centrocampista)- Dennis PRAET (Anderlecht - Belgio - Centrocampista)- Uros RADAKOVIC (Bologna - Serbia - Difensore)- Benito RAMAN (Genk - Belgio - Centrocampista)- Nathan REDMOND (Norwich - Inghilterra - Ala)- Karim REKIK (PSV Eindhoven/Manchester City - Olanda - Difensore)- Serder SERDEROV (Anzhi - Russia - Attaccante)- Jozo SIMUNOVIC (Dinamo Zagabria - Croazia - Difensore)- Raheem STERLING (Liverpool - Inghilterra - Ala)- Tomas SVEDKAUSKAS (Paganese/Roma - Lituania - Portiere)- Simon TIBBLING (Djurgarden - Svezia - Centrocampista)- Dylan TOMBIDES (West Ham - Australia - Attaccante)- Joel UNTERSEE (Juventus Primavera - Svizzera - Terzino destro)- Mickey VAN DER HART (Ajax - Olanda - Portiere)- Odisseas VLACHODIMOS (Stoccarda - Germania/Grecia - Portiere)- Mitchell WEISER (Bayern Monaco - Germania - Attaccante)- Jetro WILLEMS (PSV Eindhoven - Olanda - Terzino sinistro)- Abdallah YAISIEN (Bologna - Francia/Egitto - Attaccante)- Samed YESIL (Liverpool - Germania/Turchia - Attaccante)- Piotr ZIELINSKI (Udinese - Polonia - Centrocampista offensivo)- Kenneth ZOHORE (Brondby/Fiorentina - Danimarca - Attaccante) La lista è stata stilata da Massimiliano Macaluso, redattore di Fantagazzetta.com e amico di Esperto di Calcio

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