Esperto di Calcio

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16 giugno 2014

Brasile2014: buona la prima, l'Italia schianta 11 leoni spelacchiati

Tutto secondo copione, nelle grandi partite l'Italia tira fuori le unghie. Con l'Inghilterra non solo abbiamo vinto, a tratti abbiamo anche convinto. Gli undici di Prandelli non hanno giocato una partita impeccabile, ma non hanno mai rischiato di perdere contro una concorrente diretta e, soprattutto, hanno controllato il gioco.



Orfani di un faro come Buffon, gli azzurri hanno tirato fuori dal cilindro personalità e coraggio. Sirigu ha saputo sostituire alla grande Gigi, trasmettendo sicurezza al reparto. Ottimo in respinta, mai sui piedi degli avversari, non poteva nulla sul goal inglese. Forse un pochino rivedibile in un paio di uscite su calcio piazzato, ha dato prova che la scuola italiana dei portieri è sempre la migliore. La Spagna ne sa qualcosa.

La difesa ha giocato una partita di sostanza. Darmian, terzino che sponsorizzo da mesi, ha dominato la fascia. Non si è mai fatto saltare da un certo Rooney, non proprio l'ultimo degli attaccanti mondiali. Ad un'impressionante solidità difensiva, poi, ha aggiunto una propulsione incredibile; sempre pronto a crossare e proporsi, ha permesso a Candreva, con le sue sovrapposizioni, di smarcarsi e servire l'assist per il goal di Balotelli. Barzagli è il solito muro, la sicurezza granitica che la nostra nazionale ha sempre avuto nel reparto arretrato. Preciso, puntuale, ha dimostrato di aver recuperato la forma migliore. Chiellini si è sacrificato a sinistra, ruolo che non ricopre in una linea a quattro da anni. E come al solito il granitico toscano ha fornito una prova di grinta e sacrificio, picchiando il giusto e fermando uno scomodo cliente come Sturridge. Incredibile vedere "Chiello" sempre pronto a scattare in avanti e indietro, mentre l'inglese aveva i crampi.
La nota dolente si chiama Gabriel Paletta, un pò per una capigliatura oltre i limiti della decenza, ma soprattutto perchè parso imbolsito rispetto agli altri. In marcatura non ha saputo fare meglio di come avrebbe fatto, probabilmente, Bonucci; in fase di appoggio stava perdendo un pallone mortifero. E' lui fino ad oggi l'unica nota stonata della nostra squadra, a Prandelli l'ardua decisione se cambiare (come fece Lippi con Zaccardo) o se dar fiducia all'oriundo di Parma. 

Il centrocampo ha convinto. De Rossi è stato un infaticabile metronomo, ha letteralmente annichilito la mediana inglese e ha sempre dato una mano ai difensori. Messo lì davanti alla difesa è ancora uno dei migliori al mondo, in barba a quanto diceva su di lui Zeman. De Rossi è un professionista, corre e non toglie mai la gamba, si allena e sgobba come e più degli altri. Accanto a lui un Pirlo spaziale, come sempre. La finta sul goal di Marchisio è da spellarsi le mani dagli applausi; la punizione qualcosa che mette a dura prova le leggi della fisica. Il compagno di reparto bianconero ha messo quantità e qualità. Bravissimo a calciare in mezzo a una selva di gambe, era il primo a dare una mano dietro. La cura Conte, che forse nel corso dell'anno Marchisio non ha amato al 100%, ci ha consegnato un centrocampista in formissima, pronto a consacrarsi.
Verratti non ha brillato come Pirlo, ma unisce quantità e qualità. A dispetto di un fisico minuto, è sempre pronto alla bagarre, va in scivolata e non ha paura. Quando ha la palla nei piedi, poi, non sbaglia. Un centrocampista utile, secondo me, deve avere queste caratteristiche. Quando hai uno così non lo tieni in panchina. Lo stesso vale per Candreva, il cui unico limite è di essere tatticamente ancora indisciplinato. Messo nelle condizioni di svariare, come ha fatto il ct, diventa un'arma. Il piede non si discute, ha corsa e fiato da vendere, e, dulcis in fundo, ha anche il merito del secondo goal. 

Mario Balotelli mi fa davvero arrabbiare. E' insopportabile, a tratti mi fa montare il nervoso, ma quando segna con la maglia azzurra dimentico tutto. Ha caracollato il primo tempo, è tornato troppo dietro per prendere il pallone, ma poi si è acceso. A cinque dalla fine stava facendo un goal che il 70% degli altri attaccanti nemmeno pensano; quando s'illumina è difficile tenerlo, figuriamoci per difensori modesti come Cahill e Jagielka, il cui unico merito è avere un gran fisico. Nel secondo tempo, pronti via, scappa alle spalle del diretto marcatore e raccoglie il "bacio" di Candreva per battere Hart. Di lì in avanti si carica, diventando pericoloso a ogni piè sospinto. Se si convince a fare il centravanti di riferimento, come contro la Germania a Euro2012, ha numeri da campione.
Immobile, entrato gli ultimi 20 minuti, ha dato il suo contributo. Ha corso e si è sbattuto il giusto, forse poteva fare qualcosa in più ma va bene così.
L'Italia stessa va bene, ora bisogna crescere e continuare. Forza azzurri!

14 giugno 2014

Brasile2014: è il nostro momento, Italia "let's go"

Ci siamo, il Mondiale sta per cominciare. Non sono impazzito, ma per tutti noi italiani il vero Mondiale incomincia questa sera a Manaus. Una partita difficile, come piace a noi. Storicamente non siamo bravi a tergiversare con le piccole, come insegna il "miracoloso" girone di Spagna '82. Ma lo stesso Mundial spagnolo ha dimostrato al mondo intero che quando il gioco si fa duro, noi ci siamo. E questa sera incontriamo una squadra dal gran nome, di gran blasone, ma che è assolutamente e incondizionatamente alla nostra portata. Gli inglesi non hanno nulla più di noi, né in campo né fuori. Hanno parecchie lacune e diversi punti interrogativi, esattamente come gli azzurri, ma meno certezze. Una di queste si chiama Wayne Rooney, centravanti di straordinaria duttilità e generosità, tanto da far spendere sempre elogi e lodi da un certo Josè Mourinho, non proprio un tipo accomodante.

Noi, di contro, arriviamo a Manaus ben preparati. Prandelli dice che siamo al top della forma, e fino a prova contraria ci dobbiamo fidare di lui. Abbiamo una squadra solida, forse senza fenomeni o fuoriclasse come nel 2006, dove arrivammo stranamente in sordina, ma siamo tosti. Preoccupano un pochino le condizioni di Buffon, il nostro capitano, ma se c'è una cosa di cui son certo è che farà di tutto pur di indossare la fascia e scendere in campo. Il nuovo modulo tattico varato da Prandelli mi piace, mi convince. Largo alla qualità, un mio dogma, e alla freschezza. Candreva e Marchisio sono straordinari negli inserimenti, ma serve un centravanti boa che faccia quel lavoro, che accetti di essere fuori dal gioco per diversi minuti e si faccia trovare pronto quando la palla gravita nella sua zona di campo. E qui il nostro interrogativo più grande. Sarà Balotelli l'uomo giusto? Come sapete io non lo amo particolarmente, non per la sua tecnica o la mancanza di numeri, non sia mai, ma per il suo carattere e la sua tendenza a voler la palla fra i piedi. Allegri ci ha avvisato in tempi non sospetti, Mario va disciplinato tatticamente e si deve convincere che lui è una punta. Deve vivere per il goal, come fa Immobile, come faceva Vieri e come ha fatto per una vita Pippo Inzaghi, suo futuro tecnico in rossonero.
Le carte in regola per schiantare Hodgson e tutti gli altri ci sono tutte, e sono una mano vincente. Dobbiamo solo giocarcela bene.

Prendiamo allora esempio dall'Olanda di Van Gaal, scesa in campo con tanti giovani ed una pazzesca voglia di fare bene. Il risultato? Una manita forte e chiara ai campioni del mondo, una Spagna che è a singoli e come team anni luce davanti ai britannici. I tulipani ce l'hanno fatta con tre uomini d'esperienza e tanti giovani validi, alcuni veramente interessanti. Ecco, ispiriamoci al santone olandese Van Gaal e i suoi ragazzi. Facciamoci valere, sempre e per sempre "Forza Azzurri"!

13 giugno 2014

Mondiale 2014: il fattore N e Pletikosa salvano la Seleçao

In tempi non sospetti ho sollevato più di un dubbio sulle qualità di questo Brasile, fresco vincitore ieri contro la Croazia. Bene, il match inaugurale del Mondiale, a mio avviso, avvalora le perplessità espresse sui verdeoro, tutt'altro che scintillanti ieri sera. Come previsto, la stella della squadra è Neymar, l'unico lì davanti a fare la differenza. Hulk e Fred sono lontanissimi parenti dei fuoriclasse che i carioca hanno sempre avuto l'occasione di schierare, inadatti a giocare titolai in molte nazionali del pianeta, figuriamoci nella Seleçao.
Una partita non bella quella di ieri, dominata da errori marchiani. Pronti-via è Marcelo ha regalare il primo brivido al Brasile, incocciando goffamente un cross "ciccato" da Jelavic (un giocatore di un modesto da far spavento) e infilando Julio Cesar.
Come prevedibile il Brasile prova a reagire, ma davanti è impalpabile. Fred non si capisce se sia in campo o meno, Hulk lo riconosci per il suo torace da "demolitore" più che per i suoi piedi da calciatore. L'unico a provarci davvero è Neymar, che con la solita leziosità prova una finta e un dribbling a ogni soffio di vento. Tanto basta per trafiggere i croati, la cui porta è "difesa" dall'esperto Pletikosa, un portiere che a vederlo oggi nessuno crederebbe mai possa essere al suo terzo Mondiale. A metà primo tempo Neymar calcia di sinistro, ma la palla è strozzata. Passa in mezzo ad una selva di gambe ma pare destinata innocuamente fra le manone del portiere di Spalato, che invece la combina grossa. Pletikosa parte in ritardo, forse ancora abbagliato dal duo di "tardone" Jennyfer Lopez-Claudia o stregato da un Pitbull in versione cotechino. Sta di fatto che la palla bacia il palo e gonfia la rete, riportando un pò di serenità in quel di San Paolo.

A inizio ripresa ci si aspetta una Seleçao arrembante, pronta a prendere in mano la partita. E invece no. Stancamente i brasiliani provano ad attaccare, ma il solo Oscar sembra intendersi con Neymar. I croati, da par loro, sono ordinati e si poggiano sulle geometrie di Modric e le sgroppate di Olic.
La svolta, però, è dietro l'angolo. Protagonisti né un croato né un brasiliano, ma un giapponese. Ma come direte voi, mica è una barzelletta anni '80. Eppure è l'arbitro nipponico Nishimura a dare la prima vera svolta al match, fischiando un rigore a Fred che nemmeno la torcida paulista avrebbe avuto il coraggio di assegnare. Sul dischetto va Neymar, prendendo una rincorsa ignobile. Il tiro è figlio della preparazione ed è poco angolato e piano. Pletikosa è sulla traiettoria, ma le sue mani sono solide come la casa di paglia dei tre porcellini e si piegano. Il Brasile è di nuovo in vantaggio. 
Kovac, l'unico croato della storia ad aver partecipato ad un Mondiale come giocatore e come allenatore, prova a fare qualcosa. Toglie Kovacic, la cui prova è a dir poco imbarazzante, è mette Brozovic. Il cambio si rivelerà poco azzeccato, ma il nerazzurro mi ha davvero deluso. Da mesi lo spalleggio e sostengo il suo talento, eppure continua a fallire in termini di personalità. Brozovic, nel dubbio, non è da meno e si guarda bene dal cambiare la partita.
A farlo è di nuovo il nipponico con la casacca nera, quando fischia un fallo di Olic su Julio Cesar. Cross dalla sinistra, Olic stacca circa venti secondi prima dell'estremo difensore del Toronto FC e lo anticipa. Le braccia del croato non sono aderentissime al corpo, perchè deve darsi equilibrio, ma questo basta a fischiare fallo. In realtà il centravanti ex Bayern non ostacola né colpisce Julio Cesar, ma il susseguente goal è annullato ancor prima che la palla entri dentro la rete.

Rebic, entrato negli ultimi minuti al posto di un impalpabile Jelavic, mette i brividi alla difesa carioca, ma a pochi secondi dalla fine è Oscar a chiudere i conti. Lo fa con un "tiro de pico", con la punta. La mossa è molto più da futsal che non da calcio vero, il pallone parte veloce ma dritto. La traiettoria sarebbe semplice per un portiere di infima categoria, ma non per Pletikosa. Il croato decide di buttarsi quando il pallone gli sta passando accanto alle mani, e ovviamente non lo ferma.
La torcida brasiliana è in festa, Kovac furente, Scolari ha lo sguardo poco soddisfatto. Come dargli torto, questo Brasile, se non cambia registro, non farà tantissima strada. Certo, giocare davanti al pubblico amico è un vantaggio impagabile, specie per loro, ma manca tanta qualità.  

12 giugno 2014

Storie di calcio: Brasile v Croazia, la finale mancata

Correva l'anno 1998, era una torrida estate francese e si stava giocando una delle più belle edizioni della Coppa del Mondo di calcio. Eliminati da quegli undici metri che otto anni più tardi ci avrebbero regalato un'immensa gioia, gli italiani come me si apprestavano a gustarsi le fasi finali della manifestazione.
Le quattro semifinaliste erano Brasile, Croazia, Francia e Olanda. Tutto più o meno nella norma, se non fosse per quell'undici meraviglioso, che scendeva in campo con una maglia bianco-rossa a scacchi e tanto frizzante entusiasmo.

Al Vèlodrome di Marsiglia, la sera del 7 Luglio, va in scena quella che per i media è una finale annunciata: Brasile v Olanda. Le stelle non mancano, si sfidano l'estro carioca e l'organizzazione tattica del santone Hiddink, uno che ha fatto eccome la storia del calcio. Da una parte i reduci di Usa '94, Taffarel, Leonardo e Dunga, rinforzati da campionissimi del calibro di Roberto Carlos, Rivaldo e Ronaldo, poco più che spettatore a Pasadena. Dall'altra una squadra solida e geometricamente perfetta, poggiata sulla concretezza di Van der Sar, Stam e Davids; e sull'imprevedibilità offensiva del trio Zenden-Kluivert-Bergkamp.
Le premesse sono favolose, ma la partita non rispecchia le attese. L'Olanda è scarica, dopo aver eliminato gli argentini sul filo di lana (grazie ad una perla di Dennis Bergkamp) sono mentalmente e fisicamente provati. I verdeoro si perdono nel loro talento, ma riescono ad andare in vantaggio a inizio ripresa, con un guizzo del solito immenso Ronaldo. La partita viaggia a quel punto sul filo del nervosismo, fino a quando è Patrick Kluivert a trovare un insperato pareggio a pochi minuti dalla fine.
Ai supplementari le squadre non ne hanno davvero più, sfiancate dal caldo giocano mezz'ora sotto ritmo, trascinandosi ai tiri dagli undici metri. Guai a sfidare gli specialisti brasiliani, che infatti non sbagliano un colpo. Eroe di giornata, di nuovo, lo specialista degli undici metri, Claudio Taffarel. Il portiere ex Parma ipnotizza Cocu e Ronald De Boer, consegnando ai verdeoro la seconda finale consecutiva.

Ad attenderli in finale, si dice, i padroni di casa della Francia. La favola croata è a detta di tutti giunta al capolinea. Di fronte a 76000 francesi in festa, nella cornice dello Stade de France, si gioca la sera dell'8 Luglio. I francesi, strafavoriti dal pronostico, scendono in formazione tipo. Le stelle sono le solite: Thuram, Djorkaeff, Deschamps e Zidane; il contorno è fatto di giocatori di grandissimo livello, come Petit, Lizarazu ed il "vecchio" leone Desailly. La Croazia si presenta sul campo con la consapevolezza di chi non ha nulla da perdere e la tipica sfrontatezza delle squadre balcaniche, che storicamente non temono nessuno. E i croati, di qualità, ne hanno da vendere. Boban, Stanic, Jarni, Simic e Suker, con un'inspiegabile esclusione di Robert Prosinecki, un centrocampista totale che nel calcio ha fatto molto meno di quanto avrebbe potuto.
Fin dalle prime battute si capisce che gli uomini di Zagabria non sono venuti a fare le comparse, ma a giocarsi l'accesso alla finale. Lo squillo arriva forte e chiaro al 46', quando Davor Suker gonfia la rete di Barthez e alza al cielo di Parigi le sue braccia. Nemmeno il tempo di metabolizzare il vantaggio, però, che la Francia pesca dal cilindro un jolly inaspettato. E' Lilian Thuram a trovare il pari, sessanta secondi dopo il vantaggio croato. E' il primo goal della carriera di Thuram con la maglia dei galletti, non c'èra occasione migliore.
La Croazia non si scompone, continua a produrre gioco e spaventare lo stadio. Su un ribaltamento di fronte, l'imponderabile. La palla arriva al limite a Thuram, che vince un rimpallo e calcia di sinistro, il suo piede meno forte. La palla prende una traiettoria a girare, rimbalza sull'erba e s'insacca alle spalle di Ladic. La Francia è in finale, grazie agli unici due goal della carriera di Lilian in nazionale.

Il calcio è un gioco terribile, a volte crudele oltre i limiti. La Croazia di Boban e Suker merirava la finale e proprio quell'occasione mancata è rimasta negli occhi e nei cuori dei bianco-rossi, che questa sera cercheranno la loro vendetta sportiva. Non con la Francia, con cui hanno perso sul campo, ma con il Brasile. La finale di Francia '98, doveva essere Brasile-Croazia, ecco perchè i verdeoro non possono dormire sonni tranquilli. L'atto conclusivo di quel Mondiale potrebbe andare in scena questa sera (dopo l'antipasto del 2006), all'esordio della manifestazione più bella che le nazioni riescano ad organizzare.

11 giugno 2014

Mondiali 2014: le 10 stelle che illumineranno il cielo carioca

Ormai si vede la linea del traguardo, ventiquattro ore o poco più ed il tanto atteso Mondiale di calcio partirà. L'ho detto in tempi non sospetti, per noi europei non esistono rassegne continentali belle come quelle che organizziamo noi, vuoi per orario, vuoi per una omogenea cultura dello sport. Il Brasile, però, è la patria del Futbol, universalmente riconosciuto come "il padre" del calcio. Aspettiamoci un grande torneo, perchè ne sono certo: lo sarà.
Ai blocchi di partenza mancano tanti grandissimi giocatori. Da chi non si è qualificato, come Ibrahimovic, Lewandowski, Bale, Cech o Ramsey; a chi invece è stato clamorosamente escluso dalla propria selezione, come Tevez, Nasri, Borja Valero, Lucas e Isco. Infine, sfortuna vuole, mancano i lungodegenti o gli infortunati dell'ultimo minuto, nomi pesanti che mancheranno tantissimo al Mondiale carioca. Basti pensare a questi nomi: Ribery, Reus, Strootman, Thiago Alcantara, Walcott, Falcao e Pepito Rossi, giudicato ancora troppo fuori forma per poter sostenere una competizione così importante.
Ma non disperate, le stelle non mancano e sono pronte ad illuminare le calde notti italiane con giocate d'alta scuola e goal da urlo.
Lionel Andrés Messi: doveroso partire da chi ha fatto la storia del numero 10, lo ha rivoluzionato. Pelè, Puskas ed Eusebio erano attaccanti dotati di un'incredibile talento e di un istinto del goal ancora più grande. Vivevano, respiravano, per gonfiare la rete. Dopo di loro la figura del 10 è cambiata. La generazione degli Zico, dei Platini e di Maradona, infatti, ha trasformato la più nobile casacca del calcio in qualcosa di aulico. Classe allo stato puro, giocate meravigliose, finte e dribbling ubriacanti. Il numero dei goal, gioco forza, diminuisce. Messi racchiude l'antico ed il moderno in una mistura perfetta, dando vita al nuovo e contemporaneo numero 10. Un cannoniere spietato, con la classe e l'eleganza di un fantasista ed il senso del goal di un numero 9. Per queste e mille altre ragioni, Leo Messi non può che essere considerato una delle stelle del Mondiale, l'unica competizione in cui gli manca l'acuto per essere considerato dai connazionali al pari di Diego.

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro: probabilmente, ad oggi, il giocatore più letale e completo che ci sia al mondo. Il portoghese è il prototipo del centravanti perfetto, in possesso di una velocità impressionante, un calcio perfetto ed un cinismo da bomber consumato. Baciato da un talento ed un fisico come se ne vedono uno ogni cento anni, Cristiano Ronaldo nasce come ala destra, indossando la numero 7. Viene trasformato in centravanti totale da quel meraviglioso maestro di calcio che risponde al nome di Alexander Chapman Ferguson, al secolo Sir. Alex.
Pallone d'oro in carica, fresco vincitore di scarpa d'oro e Champions League, Cristiano Ronaldo è la speranza di un paese che ha sempre espresso un grande calcio ma a cui è quasi sempre mancato un attaccante di razza. Con CR7 questo limite è decisamente superato.

Gianluigi Buffon: Italia, paese di santi, poeti, navigatori e..portieri. I media possono dire ciò che vogliono, ma la nostra scuola di estremi difensori non ha eguali nel mondo. Così come Buffon, quello che io ritengo il più forte portiere della storia del calcio. Non avrà vinto il pallone d'oro come Yashin; fatto una miracolosa parata su Pelè come Banks; o vinto un Mondiale a 40 anni come Zoff; ma Gigi è per continuità, carisma e classe l'estremo difensore che vorrei sempre con me. Insieme a Barthez e Casillas, Buffon è l'unico ad aver subito una sola rete in un intero torneo, subendola per altro su di un calcio di rigore completamente inventato dall'arbitro Helizondo. E in quel rigore ho capito la forza mentale di Buffon. Quando Zidane se l'è trovato davanti non ha pensato al cucchiaio, l'ha trovato all'ultimo momento. Ho guardato e riguardato quel calcio di rigore, Zizou stava calciando esattamente dove Buffon si è tuffato. Quando se n'è accorto, da grande campione, ha ruotato il piede a destra quel tanto che bastava per accarezzare da sotto il pallone.
Capitano e simbolo della nostra Nazionale, Buffon è l'uomo d'esperienza che può dare la scossa agli azzurri sulla strada che porta alla quinta coppa del mondo della nostra storia.

Neymar da Silva Santos Júnior: sicuramente l'uomo di maggior talento della nazionale verdeoro, che si presenta ai blocchi di partenza come la grande favorita. A ben vedere la Seleçao di fine anni '90 e inizio nuovo millennio, a mio avviso, era un'altra cosa. Gente come Leonardo, Rivaldo, Ronaldo e Ronaldinho, in questa nazionale, non c'è. Neymar è la speranza del popolo verdeoro, che vede nel classe '92 il talento giusto per alzare la coppa al cielo di Rio.
Io non sono un fan di Neymar, ma non posso negare che quando indossa la casacca del Brasile si trasforma, diventa un vero trascinatore. 31 reti in 49 partite a soli 22 anni sono numeri mostruosi, basteranno per issare i carioca sul tetto del mondo?

Andrés Iniesta Luján: nelle furie rosse c'era l'imbarazzo della scelta, ma Iniesta merita una citazione a parte. Giocatore sempre corretto, continuo e dallo straordinario talento, Iniesta ha deciso la finale del Mondiale sudafricano con una rete alla fine dei supplementari, regalando alla Spagna la prima coppa del mondo della sua storia.
Centrocampista totale, capace di giocare in tutte le zone del centrocampo, Don Andrès è pronto a trascinare la Spagna ad un'impresa mai riuscita a nessuno, vincere due Europei e due Mondiali consecutivamente. Ripetersi non è mai semplice, ma la rosa spagnola ha qualità, esperienza e campioni tali da non precludersi alcun tipo di traguardo.

Didier Yves DrogbaTébily: non più di primo pelo ma sempre un centravanti di mostruoso talento e carisma. Drogba è un trascinatore di livello internazionale, un centravanti completo ed un capitano vero. Come avrete potuto capire, stravedo per il modo di giocare che ha Drogba. Non molla mai, è sempre il primo a dare una mano ai compagni, in qualsiasi zona del campo. Un vero capitano si comporta così, se in più realizza reti a profusione, ci troviamo di fronte ad un campione. Drogba, due anni più vecchio di Eto'o, è a mio avviso la vera stella fra gli attaccanti africani. Farei però un torto all'intera Costa d'Avorio se non facessi una citazione a Yaya Tourè, uno dei cinque centrocampisti più forti al mondo. Probabilmente il ruolo di "porta bandiera" per gli elefanti ivoriani lo avrebbe meritato lui, ma il suo momento sarà nel 2018, con la fascia di capitano al braccio.

Arjen Robben: il talento del Bayern, orfano del gemello Ribery, è l'uomo di maggior talento a disposizione di Van Gaal. Scrollatosi di dosso l'etichetta di "perdente di lusso", Robben arriva al Mondiale brasiliano carico a mille. Deve infatti farsi perdonare dai connazionali le due colossali occasioni fallite a Johannesburg, quando si fece ipnotizzare da Casillas ad un passo dalla rete decisiva.
Il talento non è mai stato un problema, Robben ha classe, corsa e tecnica. I suoi dribbling ubriacanti mettono a ferro e fuoco le difese avversarie; il suo mancino forte e preciso può fare male a qualsiasi squadra. Inserita in un girone difficilissimo, l'Olanda è pronta a spiccare il volo con la sua ala dai piedi fatati.

Luis Alberto Suárez Díaz: scegliere fra Suarez e Cavani è come trovarsi di fronte a due opere d'arte, diverse ma allo stesso tempo perfette. Pensare che un paese con poco più di 3 milioni di anime possa vantare un attacco del genere è davvero qualcosa di fantastico, unico. Luis Suarez, fresco vincitore della scarpa d'oro in coabitazione di CR7, è un attaccante fantastico. Non gli manca nulla, ha fisico, velocità ed una tecnica invidiabile; senso del goal, capacità di usare entrambi i piedi ed una cattiveria agonistica inimmaginabile. Suarez è davvero il prototipo del centravanti moderno, letale e capace di supportare i compagni in ogni zona del campo. Pensare che il Real possa schierare un tridente con lui, Ronaldo e Bale mi fa venire la pelle d'oca al solo pensiero.

Paul Labile Pogba: il fuoriclasse francese doveva essere Ribery, fermato all'ultimo istante da un infortunio tanto inspiegabile quanto misterioso. Il compito di guiadre i galletti, allora, passa sulle ampie e robuste spalle del centrocampista bianconero. Classe 1993, Pogba è davvero un mediano fantastico, completo e meraviglioso. Sa fare tutto, difende con grinta e ardore; imposta con precisione; s'inserisce con puntualità; e tira con una forza e una precisione che raramente si può trovare.
Molti avrebbero pensato a Benzema nel ruolo di trascinatore, ma io vedo in Pogba la vera stellina di questo Mondiale, pronto a consacrarsi definitivamente per l'immenso centrocampista che è.

Toni Kroos: il fuoriclasse tedesco, per distacco, si chiama Marco Reus. Sfortuna vuole che il fantasista del Borussia Dortmund si sia infortunato a pochi giorni dal Mondiale, e allora per i tedeschi scelgo Kroos.
Nato come trequartista, Guardiola lo ha quest'anno trasformato in regista, con risultati sbalorditivi. E' risultato essere il giocatore con più palloni giocati in Champions League, quello con più passaggi, tentati e completati. Kroos tocca la palla con la classe di un trequartista e la gestisce con l'intelligenza di un regista classico. A mio modo di vedere il ragazzo di Greisfwald è pronto a fare il salto di qualità ed assurgere nell'Olimpo del grande calcio. A 24 anni i tempi sono maturi.

10 giugno 2014

Scacco al re: l'ascesa di Immobile e i dubbi di Cesare

Immobile titolare a Manaus? Io di titolari ne ho 23, tutti possono scendere in campo dall’inizio, nessuna novità – assicura il c.t. -. Solo una sana competizione, anche tra gli attaccanti. Ciro potrebbe teoricamente anche giocare con Balotelli davanti a un centrocampo a quattro, perché tutto è possibile, ma il doppio attaccante centrale per le nostre caratteristiche è una soluzione un po’ complicata, forzata. Non vi dico quanti uomini ho già scelto in vista del match con l’Inghilterra, preferisco tenerlo per me. Sceglierò in base a quello che mi servirà per insidiare le nazionali rivali, nessuno è l’alternativa di un altro. Chi saprà cogliere l’opportunità potrà fare come Schillaci e Grosso, che non partivano in prima linea nei Mondiale di cui poi sono diventati grandi protagonisti. L’importante è che i primi tifosi dei titolari siano i compagni seduti in panchina".

Tutto giusto, tutto vero. Ma siamo sicuri che il duo che tanto bene ha fatto contro la Fluminense non meriti i galloni del titolare? Io, francamente, non ne sono certo affatto.
Da quattro anni ormai ci stiamo ripetendo che Balotelli è il salvatore della patria, l'unico vero fuoriclasse che ha la nostra nazionale. Eppure non ricordo memorabili stagioni negli ultimi anni, né scintillanti prestazioni di Mario con la casacca azzurra. Certo, ad Euro2012 ha fatto due fantastici goal contro la Germania, ma con la Spagna è stato letteralmente fagocitato da Piquè e Ramos.
Negli ultimi ventiquattro mesi, poi, Balotelli ha avuto un'involuzione tattica, o per lo meno non ha fatto il salto di qualità che ci si aspettava da lui, che io in primis ero convinto facesse. Il suo ritorno in Italia, con la maglia del Milan, non ha sancito l'esplosione del suo talento. Mario ha infatti passato più tempo a litigare con i media o con le ex fidanzate, piuttosto che mostrare al mondo le meraviglie che madre natura gli ha regalato.

Parallelamente una classe di giovani attaccanti si è affacciata sulla scena del calcio italiano. Immobile è deflagrato in tutta la sua forza, ritornando quell'implacabile bomber visto a Pescara sotto la guida di Zeman. Insigne, dopo parecchie difficoltà tattiche, ha saputo ritagliarsi un posto come esterno offensivo, riuscendo a strappare il pass Mondiale nelle ultime settimane di mercato. Mattia Destro, dopo un anno ricco di problemi, è tornato ad essere il centravanti che tutti si aspettavano fosse, Roma in primis. Io lo avrei portato in Brasile, ma Prandelli l'ha pensata diversamente. Berardi, classe '94, ha infine salvato il Sassuolo a suon di reti, chiudendo la prima stagione in massima serie con la bellezza di 16 goal.




Il nostro calcio, almeno in avanti, non è così malandato come andiamo raccontando. O almeno, non è così Balotelli-dipendente come i media lo dipingono da alcuni anni. Certamente sono lontani i tempi in cui potevamo scegliere fra Baggio, Del Piero e Totti per il ruolo di numero 10, o fra Vieri, Inzaghi e Montella per giocare come prima punta, ma il nostro movimento offensivo va ben aldilà di Mario Balotelli.
Ecco perchè non è un'eresia pensare a Balotelli seduto in panchina ed Immobile nel ruolo di centravanti titolare. Se pensiamo alle ultime spedizioni mondiali, il centravanti "outsider" ha fatto spesso molto bene. Si parte da Italia '90 e dal mito ti Totò Schillaci. Personalmente non amo il paragone Immobile-Schillaci, e non lo voglio fare. Tuttavia è innegabile che Totò, partito alle spalle del più quotato Vialli, seppe diventare il vero eroe di quella spedizione, chiusasi con un mesto terzo posto per colpa di quei (soliti) maledetti undici metri.
In Francia, nel '98, Roberto Baggio ha saputo essere più incisivo e decisivo di Alex Del Piero, arrivato stremato all'appuntamento d'oltralpe. Nel 2006 Gilardino, partito sicuro del posto da titolare, è ben presto stato scavalcato da Francesco Totti in versione di finto centravanti per avere maggiore equilibrio in mediana con Camoranesi, Perrotta e Gattuso a supportare un immenso Pirlo. Nel 2010, infine, l'unico a salvarsi  fra i centravanti azzurri fu Quagliarella, "spinto" sull'aereo per il Sud Africa negli ultimi istanti di allenamento nonostante una ferma opposizione da parte dell'opinione pubblica.

Per questi e mille altri motivi, spero, potrebbe essere realmente il Mondiale dei giovani. La Nazionale non può essere lo specchio del paese, dove essere giovani è un limite o una colpa, lavorativamente parlando. Nello sport deve scendere in campo chi è più in forma, fisicamente e mentalmente. Si deve puntare sui migliori che si hanno, che abbiano 20 o 30 anni; maggiore o minore esperienza. Immobile ha dimostrato in questa stagione di essere in una forma psico-fisica bestiale, proprio come un certo Fabio Grosso otto anni fa. A buon intenditor poche parole...

5 giugno 2014

L'angolo della tattica: quando i numeri sono parole al vento

In tutto il mondo approcciano lo sport guardando i numeri, le statistiche. In Italia non lo facciamo, ma non per questo significa che non ci riempiamo la bocca con dati e matematica. La perversione di ogni italiano è sempre e solo una: la disposizione tattica. 4-4-2, 4-3-3, 4-2-3-1... ogni squadra e momento, nel Bel Paese, è buono per etichettare l'allenatore o la squadra con un sistema di gioco.
Il gioco del calcio e tutti questi discorsi, però, possono essere racchiusi in un'unica grande affermazione. Mi piacerebbe poter vantarmi di averla coniata, ma è di un allenatore forse troppo sottovalutato negli ultimi vent'anni, Carletto Mazzone. "La tecnica è il pane dei ricchi, la tattica è il pane dei poveri".

Sacrosanta verità. Semplice, diretta, efficace. Il calcio è un gioco piuttosto semplice, in cui contano due grandi aspetti: la tecnica e l'atletismo. La tattica è qualcosa che viene di conseguenza, i grandi allenatori non si focalizzano su sistemi di gioco o numeri, ma si concentrano sugli uomini che hanno a disposizione. Tutti hanno preferenze, idee, approcci filosofici al gioco. Ma la costante è sempre e solo una: il calciatore. E' il giocatore che ti fa vincere la partita; è il campione che ti cambia il match con una giocata, con un lampo. Non si può rinchiudere il gioco del calcio in numeri e fotografie, ma ne va colta l'essenza e la filosofia.

Prendiamo ad esempio il 4-4-2, il sistema di gioco basilare per il calcio. Questo può essere interpretato in mille modi e maniere, con ali difensive o offensive; mezz'ali libere di inserirsi; il rombo di centrocampo; il regista davanti alla difesa; la linea tradizionale. La vera differenza è fatta da chi va in campo, perchè i campioni si mettono al servizio dei compagni. I grandi attaccanti sono i primi dei difensori; i più efficaci marcatori e terzini sono in prima linea nell'appoggiare la manovra d'attacco. E' così, semplice e allo stesso tempo così efficace, quasi banale.
Sono gli allenatori mediocri a parlare costantemente di equilibrio tattico; sono i perdenti che dal pulpito giustificano l'esclusione dei giocatori di classe in favore di un assetto bilanciato. Prendiamo alcune grandi squadre come esempio. La Juventus di Lippi trovava posto per Del Piero, Vialli, Ravanelli e Paulo Sousa; il Milan di Capello schierava Savicevic, Boban, Donadoni e Van Bastern prima, Simone poi. Il Barcellona di Crujff, pur venendo spazzato via in finale dai rossoneri, metteva sul rettangolo verde Stoichkov, Romario e Beguiristan, un trio pesantissimo. Per non parlare poi del Real Madrid, che negli anni ha fatto del gioco offensivo un vero must. McManaman, Anelka, Morientes e Raul (con due veri propulsori come Roberto Carlos e Salgado in difesa) prima; Figo, Solari, Beckham, Zidane, Raul e Ronaldo poi. E parliamo di squadre ai massimi livelli, il grado più elevato della qualità calcistica mondiale.
Persino i maestri del calcio fisico, i britannici, hanno saputo assecondare il talento dei campioni più tecnicamente baciati da madre natura. Xabi Alonso, Luis Garcia, Kewell, Baros e Gerrard per il Liverpool di Benitez; Scholes, Tevez, Rooney e Cristiano Ronaldo per lo United di Ferguson.

Questi non sono numeri, ma esempi. Reali. Chi di calcio ne capisce sa che nessun allenatore vero, nel mondo, rinuncerebbe alla qualità in favore di una propria filosofia tattica. Chi parte dal modulo e vi costruisce intorno la squadra, gioco forza fallisce. Il calcio non perdona, non ammette repliche.
Ecco perchè rido quando sento supponenti giornalisti della rosea o della televisione di stato parlare di moduli, di numeri. Chi accenna al 3-4-1-1; chi al 4-1-3-1-1 chi ad altri fantomatici sistemi tattici. Sono parole al vento, che lì rimangono. A calcio ci giocano undici uomini, e vince chi ha più voglia di farlo.
Per giocare bene basta avere disciplina, corsa, testa e cuore. I campioni, quelli veri, hanno tutte queste caratteristiche, unite ad una tecnica ed una classe eccellenti. Il calcio che amo, quello che voglio, è composto da uomini veri, pronti a sacrificare lo spettacolo in favore del risultato. L'Italia del 2006, la tanto vituperata Italia di Lippi, ne era lo specchio perfetto. Undici formidabili uomini, che correvano e sudavano l'anima. Una difesa blindata, ermetica; un centrocampo che si poggiava sulla classe di Pirlo e Camoranesi e i polmoni di Gattuso; un attacco che aveva in Luca Toni un riferimento incredibilmente solido. Pochi fronzoli, ma tanta sostanza. Tattica o non tattica che fosse, i ragazzi scendevano in campo per vincere. Con questo atteggiamento e questa dedizione, i risultati li porti a casa.

3 giugno 2014

Storie di calcio: i ribaltamenti dei ruoli, quando il portiere diventa bomber

Se il Sud America è universalmente riconosciuto come il continente del "futbol bailado", l'Europa è la patria dei difensori e dei portieri. La scuola degli estremi difensori europei è eccelsa, direi unica. Yashin, Zamora, Zoff, Banks e Schmeichel; e ancora i più contemporanei Kahn, Buffon e Casillas, che io inserisco in questa lista nonostante il macroscopico errore nella finale di Champions League contro l'Atletico Madrid.
I portieri del vecchio continente sono i più forti, i più preparati e i più affidabili. Non è in discussione questo punto. I più istrionici e spettacolari, però, vengono ancora una volta dal continente americano. Quante volte ci è capitato, in Europa, vedere un portiere che va a calciare un calcio di punizione? Quante volte si è visto un estremo difensore partire palla al piede e puntare gli avversari nell'uno contro uno? Quante volte si sono visti estremi difensori scrivere il proprio nome sul tabellino dei marcatori? In America tutto questo è normale, benvenuti nel continente amerindo.

Josè Luis Chilavert: nel Luglio del 1965 - a Luque, Paraguay - nasce un ragazzone dalla carnagione scura e lo sguardo duro. All'anagrafe viene registrato come José Luis Félix Chilavert González, e diventerà il più celebre giocatore paraguagio nella storia del calcio.
188 cm per 90 kg di peso, Chilavert aveva un fisico da corazziere. La sua struttura muscolare era impressionante, sviluppava una potenza inimmaginabile per i comuni mortali. Rispetto ai longilinei portieri di adesso, i Buffon per intenderci, non aveva nulla a che fare. Chilavert aveva il fisico di Angelo "Tyson" Peruzzi, uno che senza infortuni sarebbe stato nei 10 migliori degli ultimi 30 anni. E proprio come Peruzzi, Chilavert era una forza della natura. La potenza che sprigionava in uscita, per chiudere l'attaccante, era tremenda. Ti correva dinnanzi come un cane da caccia e ti "azzanava" con la forza di un leone.
Elastico ed esplosivo, fra i pali era una sicurezza. Ma Chilavert non passerà alla storia per le sue parate o i suoi interventi plastici; bensì per il suo piede sinistro. Un calcio forte e preciso, una sorta di sciabolata fendente, efficace. Chilavert, un po' come il più conosciuto Sinisa Mihajlovic, aveva un modo fantastico di calciare da fermo. Prendeva tre o massimo quattro passi di rincorsa. Non aveva bisogno di arrivare sul pallone con la ferocia di un bufalo in corsa, gli bastava appoggiare il peso del corpo in avanti e lasciare andare la gamba. L'interno del suo sinistro faceva prendere alla palla una traiettoria dritta, sospinta dalla potenza del colpo. Fendeva l'aria senza mai arrotarsi su sé stessa, e spesso costringeva il portiere avversario a parate sensazionali o a raccogliere il pallone in fondo al sacco.
Una carriera la sua ricca di soddisfazioni, a livello personale e di club. In Sud America ha vinto tutto, compresa una Intercontinentale contro il Milan di Capello, Maldini, Baresi e Savicevic. Personaggio bizzarro, irascibile e a tratti pantagruelico, Chilavert chiude la sua carriera nel 2004, con la maglia che più di tutte ha indossato, il Velez Sarsfield.
Il suo bottino di goal è da capogiro: 54 con i club e 8 con la Nazionale del Paraguay, per la quale ha indossato ovviamente la fascia di capitano. Dei 62 goal totali, 45 li ha realizzati su calcio di rigore; 15 su punizione e 2 su azione.



Rogerio Ceni: nel Gennaio del 1973 - a Pato Braco, Brasile -  nasce un ragazzo che, a modo suo, farà la storia del calcio. All'anagrafe è registrato come Rogério Mücke Ceni, ma tutti quanti lo conoscono solo come Rogerio Ceni.
188 cm per 85 kg, Rogerio Ceni rappresenta il perfetto portiere carioca, bravissimo con i piedi e meno preciso in fase di salvataggio. A differenza del paraguayano Chilavert, Rogerio Ceni non è mai stato un fuoriclasse fra i pali, ma un onesto gregario. Nello sport ci sono anche loro, a volte sono più importanti delle stelle. Questo potrebbe essere il caso, perchè Rogerio Ceni scriverà una parte di storia del calcio grazie alle sue abilità lontane dall'area di rigore, almeno la propria.
Destro naturale, non possiede un calcio forte e violento come quello di molti colleghi. Rogerio Ceni ha nei piedi la delicatezza tipica di un carioca, la dolcezza che un classico numero 10 brasiliano ha nelle sue dita.
Il suo marchio di fabbrica, infatti, è la cosiddetta punizione "a foglia morta", con la palla che supera la barriera e si abbassa lentamente, fino ad infilarsi sotto l'incrocio avversario. E non a caso Rogerio Ceni giocava con il doppio numero sulle spalle, proprio a richiamare la casacca che ha reso famoso il calcio nel mondo, la 10. Ed ecco allora il portiere carioca indossare una singolare 01, che racchiude in sè i crismi del fantasista e il numero 1 dell'estremo difensore.
Una carriera, la sua, spesa praticamente tutta in una sola squadra: San Paolo. Con la camiseta paulista ha saputo battere qualsiasi record, il più importante dei quali è quello dei goal segnati: 115.
Cosa dire a corredo di un dato simile? Francamente non lo so, anche perchè Rogerio Ceni è ancora in piena attività, ed il numero è solo destinato a crescere.



Renè Higuita: il colombiano Renè Higuita è stato uno di quei miti che ha accompagnato l'infanzia e l'adolescenza di molti di noi. Celebre per la sua "Mossa dello scorpione", Higuita è stato un personaggio mediatico ancor prima che un buon portiere. Dipingerlo come un campionissimo nel ruolo sarebbe deontologicamente sbagliato, ma era impossibile non provare simpatia per lui.
Capelli lungi e sguardo da compagnone, sul suo conto si son diffuse le leggende più disparate. Alla storia sono passate alcune delle sue bravate, come quando nel 1993 fu tratto in arresto perché fece da mediatore in un sequestro senza avvisare la polizia e rimase in carcere per sette mesi; o come quando il 23 novembre 2004 venne trovato positivo alla cocaina in un test anti-doping mentre disputava il campionato ecuadoriano.
Specialista sui calci piazzati, Higuita scrive il suo nome sui tabellini dei marcatori in ben 55 occasioni. A differenza di Chilavert e Rogerio Ceni, il capellone colombiano amava però anche le sortite palla al piede, nel tentativo (spesso vano) di dare manforte ai suoi avanti. Delle sue azioni personali, celebre resta quella al San Paolo di Napoli contro il Camerun, nella kermesse di Italia '90. Persa palla con un improbo dribbling sulla trequarti, Higuita si fa infilare nel secondo supplementare dall'esperto e sempre decisivo Roger Milla, condannando i cafeteros al ritorno a casa.



Jorge Campos: poteva mancare il Messico? Assolutamente no. Jorge Campos Navarrete, al secolo solamente Campos, è stato un giocatore unico. Portiere dai subbi gusti cromatici, il nazionale messicano si presentava in campo con sgargianti tenute ed una tenuta da rapper. Soprannominato "El Brody" o "Chiqui-Campos", l'estremo difensore di Acapulco ha vissuto una vita calcistica al massimo, giocando in due ruoli ben diversi l'uno dall'altro. Nato portiere, dopo alcuni anni si ricicla attaccante, riuscendo a segnare comunque 35 reti.
La sua maglia preferita, la numero 9, l'ha indossava tanto fra i pali quanto davanti al collega avversario, che cercava di trafiggere con sconcertante cinismo.
Indiscusso titolare della nazionale messicana, Campos ha creato nel 1998 un vero e proprio caso diplomatico. Il c.t. americano, infatti, voleva poterlo schierare sia come portiere che come centravanti, dal momento che non esiste alcuna regola che vieti la cosa. Blatter, inspiegabilmente, ha vietato la cosa alla rassegna francese, limitando ulteriormente la popolarità internazionale dell'estremo difensore messicano.

29 maggio 2014

Storie di calcio: merci monsieur Zidane

Non penso di aver mai visto nessuno con la sua classe. Certo, ci sono stati campioni come Maradona e Pelè, George Best e Johan Crujiff, ma nessuno di loro appartiene davvero alla mia epoca. Diego, o come è giusto chiamarlo "El Dies", l'ho appena sfiorato. Ho fatto in tempo a vederlo buttarci fuori da un Mondiale, urlare "hijo de puta" durante il nostro inno ed incantare Napoli. Ma ero piccolo, troppo per capire cosa effettivamente fosse il calcio. Il mio ricordo più nitido di Diego è quel goal alla Grecia, una gemma che rimarrà per sempre scolpita nella mia mente.
Per tutte queste ragioni il giocatore con più classe che io abbia mai visto viene dalla Francia. Avrei potuto nominare Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, che per motivi diversi hanno rappresentato delle vere istituzioni con il numero 10 sulle spalle. Roberto è stato però il prototipo dell'attaccante perfetto, capace di giocate sopraffine ed un'innata freddezza sotto porta. Alessandro è stato il capitano, il condottiero. Ma il giocatore di maggiore eleganza risponde al nome di Zinedine Zidane.

Potremmo spendere fiumi di parole sulla sua infanzia. In tanti hanno fatto congetture continue sulle sue origini berbero algerine; o sulla sua infanzia al porto di Marsiglia. Io non penso che sia il caso, è importante solo sapere dove ha sviluppato la sua classe e dove ha forgiato il suo carattere, fondamentale nel corso della sua carriera.
Zidane aveva un modo ci toccare il pallone tutto suo. Accarezzava la sfera con il destro o il mancino con una delicatezza naturale, a tratti disumana. Zizou faceva con i piedi quello che una persona normale riesce, forse, a fare con le mani. E soprattutto non è mai stato un narcisista in campo. Spesso i grandi campioni si piacciono, cercano di fare i "numeri" per il puro gusto di farli, per far vedere la propria forza. Il primo è stato probabilmente Edgar Davids, suo compagno ai tempi della Juventus; oggi sono Cristiano Ronaldo e Neymar l'emblema del futbol bailado. Zidane non è mai stato così. Ha sempre incantato in campo, ma non ha mai ecceduto per il puro gusto di farlo, anche se avrebbe potuto. Eccome se avrebbe potuto.

Nato da una coppia di algerini musulmani, il suo vero nome è Zineddin Lyazid Zidan, ovvero "bellezza della religione". Cresciuto nel mito di Francescoli, Zidane ha da sempre combinato le sue grandi passioni: il calcio e il judo. Per le strade di Marsiglia affina la tecnica e perfeziona il controllo di palla, fino a farlo diventare perfetto. I pari età non riescono a stargli dietro, Zidane combina una classe pazzesca ad un fisico imponente. I primi ad accorgersene sono gli osservatori del Cannes, che vanno dal giovane fantasista e lo blindano con un contratto da professionista. Zidane aveva appena 15 anni.
Il numero 10 ha talento, se ne sono accorti tutti. Ad allenare il Cannes c'è un pirenaico, Guy Lacombe. E' stato un centravanti di buon livello, i suoi titoli li ha vinti, e soprattutto sa riconoscere un talento. E Zidane rientra a pieno titolo in questa categoria.
Gli bastano pochi mesi per convincere tutti che lui, nel settore giovanile, è sprecato. A 16 anni esordisce in Ligue 1, giocando 10 minuti contro il Nantes. Di lì in avanti è una escalation continua, fino a trascinare i biancorossi in Coppa Uefa, nel 1991.
Zizou, come lo chiamano ormai tutti in Francia, non è più una meteora. Il calcio transalpino si è accorto di lui. A dargli l'occasione giusta, nel 1992, è un suo concittadino, Rolland Courbis. E' lui a convincere i dirigenti del Bordeaux ad acquistarlo. La scelta si rivelerà una delle più azzeccate di sempre, sia dal punto di vista tecnico che economico.
Con la maglia dei girondini Zidane cresce di partita in partita. Si trasforma da giocatore bello in centrocampista universale, capace di ricoprire tutte le zone del campo. Certo, nella trequarti offensiva è un maestro, un vero asso. Insieme a Dugarry e Lizarazu forma quello che ancora oggi viene ricordato in Francia come "il triangolo di Bordeaux", tre giocatori meravigliosi che convincono gli osservatori di mezzo mondo ad andare allo stadio Chaban-Delmas. Qui si trovano gli osservatori di Milan e Juventus. I rossoneri scelgono Dugarry, che in Italia fallirà decisamente; i bianconeri puntano sul franco-algerino.

La Juventus lo acquista nel 1996 per una cifra importante, 7,5 miliardi di lire. Arriva a Torino in punta di piedi, sceglie la maglia numero 21 e inizia l'inserimento. Le difficoltà iniziali portano i media a bocciare il suo acquisto, ma nel giro di qualche settimana Zidane zittisce tutti. Tira fuori dal cilindro giocate impossibili anche solo da pensare per giocatori normali, incanta il Delle Alpi e l'Italia intera con la sua visione di gioco e i suoi tocchi delicati.
Più gioca e più cresce come uomo e come giocatore. I suoi dribbling sono eccellenti, ancor più del suo controllo di palla. Ripropone con disarmante regolarità un movimento, quello che in Italia viene chiamato "veronica" e che il cagliaritano Gianfranco Zola ha mostrato a tutti. Zidane fa lo stesso, ma con più classe ancora ed una struttura fisica diversa. Questo ragazzo di 185 centimetri danza quasi sul pallone, le sue Adidas Predator sembrano un prolungamento della sua pelle, del suo piede.
La fama con la maglia della Juventus va di pari passo con i successi del club e della Nazionale. Lippi e Jacquet non si sognano neppure di lasciarlo fuori, perdonandogli anche qualche scatto d'ira. Di base Zidane è un giocatore corretto, prende tante botte e si fa rispettare. Difficile vedere un suo gesto antisportivo o violento, ma di tanto in tanto "gli parte l'embolo". Ai Mondiali del '98 viene squalificato per aver camminato su di un saudita, in risposta ad una provocazione subita. In Champions, contro l'Amburgo, colpisce con una testata un avversario, rompendogli lo zigomo. Zidane è sempre stato così, un fuoriclasse in campo ed un carattere forte. Non è uno che alza la voce o fa scenate, ma ogni tanto commette un errore. I suoi allenatori lo capiscono, lo conoscono, e lo perdonano. Lui li ripaga con successi e gloria.
Con la Juve vince praticamente tutto, sfiorando per due volte la Champions League che lo vedrà grande protagonista con la maglia merengue. Con la Francia alza al cielo di Parigi la Coppa del Mondo; due anni più tardi l'Europeo, in una finale thriller con l'Italia di Zoff.



Nel 2005 il suo tempo a Torino è finito. Tante, troppe persone hanno additato la responsabilità sulla moglie, spagnola d'origine e "amante del mare". A Madrid e, a meno di strani coinvolgimenti geografici, nella capitale iberica il mare non c'è. Con la casacca blanca giocano però campioni assoluti, di livello mondiale. Zizou vuole unirsi a loro per dare l'assalto alla Champions League.
La leggenda vuole che a fine campionato Zidane sia andato da Moggi e gli abbia detto: "voglio andar via, se volete rimango ancora un anno ma poi vado via alle mie condizioni". Moggi gli ha ovviamente risposto, "no, vai via ora alle nostre". Florentino Perez sborsa 150 miliardi di lire per portarlo a Madrid e dargli la casacca numero 5, un numero inedito per un centrocampista favoloso. Zidane lo nobiliterà non poco.
L'amore fra il pubblico del Bernabeu ed il marsigliese è istantaneo. Un colpo di fulmine strega i tifosi merengue quando vedono Zizou accarezzare il pallone.
Al primo anno con il Real, però, la maledizione Champions sembra continuare. In semifinale è la Juventus del vecchio maestro Lippi e degli amici Del Piero e Davids ad eliminarlo. "Zidane l'amore è cieco" scrivono i tifosi, con un chiaro e inequivocabile riferimento a Pavel Nedved. Zidane segna al Delle Alpi il goal della speranza, ma torna a centrocampo con la testa bassa. Evidentemente l'amore per la Signora non è del tutto svanito.
I grandi campioni, però, scrivono la storia. E così, in una bella sera primaverile di Glasgow, Zidane ha per sempre iscritto il suo nome all'albo delle leggende. Non lo ha fatto tanto alzando la Coppa, ma realizzando una rete meravigliosa, da fuoriclasse assoluto. Palla alta, arcuata, praticamente morta. Ha saputo coordinarsi da fermo, inarcare la schiena, preparare il tronco e con la gamba dare una frustata al pallone. Non poteva che insaccarsi alle spalle del portiere, sotto la traversa. Non poteva che essere la rete decisiva.



Una sua prodezza avrebbe potuto decidere anche la finale del Mondiale 2006. Già, quello a cui non doveva partecipare. Nel 2005 aveva detto addio alla Francia, ma a furor di popolo è stato richiamato per la rassegna tedesca. A 34 anni Zidane è stato ancora il migliore della Francia, indossando la fascia di capitano e risultando decisivo.
In finale la Francia soffre, soprattutto nel primo tempo. Dopo il vantaggio di Malouda e il pari di Materazzi, siamo noi ad avere le migliori occasioni. Thuram fatica a tenere lo strapotere fisico di Toni; serve qualcuno di classe e carisma per risvegliare i transalpini. Herny mette la velocità e la fisicità, Zidane il carisma e la testa. Ai supplementari soprattutto. Nel corso del primo tempo supplementare sfugge a Gattuso e si avventa come un falco su un cross proveniente da destra. L'incornata di Zizou è perentoria, il pallone si stacca dalla sua testa come una pietra da una fionda. Buffon risponde da campione, e pagherei oro per sapere cos'ha urlato Zizou in un misto di francese e algerino dopo la parata di Gigi.
Nel secondo tempo l'episodio cruciale, quello più dibattuto della sua intera carriera. Il gesto è violento, inaccettabile. Il rosso è sacrosanto, la reazione di Domenech è più ridicola del suo modo di allenare e gestire lo spogliatoio, i francesi ai Mondiali 2010 se ne accorgeranno a loro spese.
Si sono spesi fiumi di parole sul perchè di quella reazione, ma a me non interessa. Io voglio ricordare lo Zidane giocatore, quello che in campo si muoveva con la grazia di un cigno e la cattiveria agonistica dello scorpione. La sua immagine mentre esce dal campo, accanto alla coppa del mondo, è una di quelle che hanno segnato la soria del calcio. Da quel momento in avanti salutava uno dei dieci calciatori più forti di tutti i tempi, Zinedine Zidane.

26 maggio 2014

Storie di calcio: il Maradona del Golfo, Saeed Al-Owairan

La vetrina mondiale regala da sempre emozioni e gesti tecnici di raro valore. Impossibile dimenticare alcuni gesti tecnici, che segnano per sempre la storia di questo sport.
L'esempio più eclatante, ovviamente, è quel fantastico goal di Maradona a Messico '86, nel giorno in cui con una doppietta stese l'Inghilterra. Se il primo passa alla storia per la "mano de Dìos"; il secondo resta nell'immaginario collettivo il goal più bello di sempre.
El Dies, come lo chiamavano in patria, prende palla, salta tutti e deposita in rete. 12 secondi di corsa e potenza; 11 tocchi palla, tutti rigorosamente di sinistro.



Il Mondiale non è solo Maradona, può portare agli onori della cronaca anche i meno famosi. La storia più singolare e interessante è quella del saudita Saeed Al-Owairan (سعيد العويران), veloce centravanti mattatore del Belgio a Usa '94.
L'Arabia Saudita, arrivata alla rassegna statunitense con poche velleità, fu capace di stupire tutti. Una sconfitta di misura con l'Olanda, maturata a pochi minuti dal termine; un successo con il Marocco, giusto per arrivare a giocarsela con il Belgio. I Diavoli Rossi avevano una formazione decisamente più forte, con l'esperto Preud'homme in porta; Albert in difesa; l'attuale commissario tecnico Marc Wilmots a centrocampo; e davanti la coppia dei sogni: Vincenzo Scifo e Luc Nilis.
Proprio Luc Nilis meriterebbe una storia tutta sua, e presto gliela dedicherò. Per ora vi basti sapere che Ronaldo, non proprio l'ultimo arrivato, lo ha definito uno dei migliori con cui abbia mai giocato.



Eppure il Belgio, in quella partita, soccomberà. A guidare i sauditi non ci sono campioni, ma la leggenda vuole che il re Fahd avesse avuto grandi premonizioni. Non so quanto di vero ci sia, ma per me contano i fatti, i goal. E nel torrido pomeriggio di Washington c'è un giocatore solo ad illuminare la scena. Si chiama Saeed Al-Owairan, il Maradona del Golfo.
Cresciuto calcisticamente nell'Al-Shabab, Owairan non è stato baciato da un talento cristallino, ma ha una cosa più degli altri: la corsa. Sa che se fai grandi cose al Mondiale, nessuno ti dimenticherà. Tanto meno in Arabia Saudita, dove puoi diventare un eroe nazionale.
Mercoledì 29 Giugno 1994, Saeed vuole regalarsi la gloria eterna. Nella decisiva sfida con il Belgio, al 5' di gioco, Al-Owairan entra per sempre nella storia del calcio. Numero 10 sulle spalle e corsa fluida, il saudita prende palla sulla sua trequarti difensiva. I compagni son quasi tutti dietro di lui, davanti a sè un muro di difensori fiamminghi. Ma non importa, si vive una volta sola. Scatto bruciante a incunearsi in mezzo ai due centrocampisti belgi, che non commettono fallo. Finta verso sinistra e cade un difensore; piccolo rimpallo a liberarsi dell'ultimo baluardo e poi davanti al portiere. Pressato da Albert e con Preud'homme in uscita, Al-Owairan ha la forza di lasciarsi cadere e colpire di collo. Un tiro forte, come nessuno s'immaginerebbe dopo 65 metri di corsa forsennata. La palla parte veloce, forte, e s'insacca sotto la traversa. E' un goal fantastico, unico, a tratti inimmaginabile.



L'Arabia Saudita si qualifica, è un momento storico per il calcio saudita e per il movimento asiatico, dopo il falso dentista coreano (1966, al secolo Pak Doo Ik) un nuovo eroe.
Carichi come delle molle Al-Owairan e compagni giocano contro la Svezia. Il divario tecnico-tattico è abissale, i nordici vincono facile 1-3 con la doppietta di Kennett Andersson.
Ma il mondiale per Al-Owairan era già vinto, e ha coinciso con un futuro da nababbo. Tornato in patria il giocatore saudita diventa l'icona del movimento calcistico arabo, con onori e oneri. Se il re gli concede grandi tributi e immense ricchezze, allo stesso tempo Saeed non può lasciare il paese. Ma non puoi domare un cavallo imbizzarrito, e così soldi e potere danno alla testa al Maradona saudita. Proprio come Diego, Saeed Al-Owairan inizia una vita dedita ai vizi e ai bagordi, spesso in compagnia di procaci fanciulle a pagamento.
Scappato dal paese, viene fermato al Cairo all’uscita di un locale notturno, dopo una nottata di follie con due ragazze russe, il Maradona del Golfo venne arrestato e portato in prigione, nella sua Arabia Saudita. Tutto d'un tratto si trovò nella polvere esattamente come Dieguito, il mito a cui era stato tanto enfaticamente accostato dai suoi ammiratori calcistici. Il talento, la fama improvvisa e l’adorazione; poi il denaro, l’invidia, la caduta e la prigione. Tutta colpa di un gol strepitoso.
"Quel gol per me si rivelò essere un’arma a doppio taglio - ha raccontato pochi anni fa Saeed al New York Times - e, se da un lato fu meraviglioso, dall’altro fu tremendo perché finii costantemente sotto la luce dei riflettori".
La condanna per il misfatto è tremenda, quattro anni di reclusione. Ma Al-Owairan ha una buona stella, il figlio del re. Le sue pressioni inducono il padre a scarcerare il numero 10 dopo un solo anno di carcere, anche in previsione dei Mondiali francesi del '98. Al-Owairan però non è più lo stesso, consumato dalla fama e dal successo dice addio al calcio nel 2001, quattro anni dopo il vero Dies.

23 maggio 2014

Brasile 2014: rinunciare a Verratti sarebbe una follia

"Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore.. o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione" - Bob Marley.

La frase del celebre cantante e musicista giamaicano racchiude appieno lo spirito del Mondiale, una competizione incredibile, unica. Insieme all'Olimpiade è l'unica manifestazione sportiva in grado di fermare il mondo, di far sognare a tutti i bambini di indossare la casacca della propria Nazionale ed ascoltare il boato dello stadio in tutto il suo fragore. Questa è la potenza del calcio, sport spesso sottovalutato e troppe volte vituperato, che ha nel suo codice genetico un irrefrenabile impulso di aggregazione sociale.
Nella sua essenza, però, è un gioco piuttosto semplice. Di solito non mi trovo d'accordo con la leggenda olandese Johan Cruijff, ma credo sia riuscito in pochissime parole a descrivere questo sport.
"Il calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare. Se non la puoi controllare, tantomeno la puoi passare".
Tradotto, in campo devono andare i campioni, quelli capaci di fare la differenza con la testa e con i piedi. Troppo spesso negli ultimi anni ci siamo fatti sedurre da caratteristiche quali fisico e atletismo a discapito di tecnica e visione di gioco. Un grande calciatore dev'essere una perfetta fusione fra queste caratteristiche. Non bastano tecnica e idee, ma tanto meno basteranno muscoli d'acciaio e polmoni indomabili. 

Si fa un gran parlare delle scelte di Prandelli in vista del Mondiale brasiliano. E' inevitabile che sia così, l'Italia è il paese dei santi, dei poeti, dei navigatori..ma soprattutto degli allenatori. Ognuno di noi, nel suo intimo o con gli amici, stila i propri convocati; inevitabilmente il risultato non è unanime. Mai.
C'è però qualcosa che non mi torna. Leggendo i giornali ed ascoltando i dibattiti alla radio, si vocifera troppo spesso che uno degli esclusi dalla spedizione azzurra possa essere Verratti. Quando l'ho letto non ci volevo credere, una scelta del genere sconfesserebbe completamente la frase del vecchio Johan. Se c'è uno che in Italia sa stoppare e passare un pallone, beh questi è proprio Verratti.
Storicamente siamo piuttosto avvezzi nel fare scelte discutibili, dai famosi "sei minuti di Rivera" all'esclusione di Roberto Baggio ad Euro '96 abbiamo dato dimostrazione di avere talvolta le idee confuse. Ecco perchè spero davvero che Prandelli non commetta un errore così marchiano, così stupido. A centrocampo, giusto per circoscrivere il discorso, non navighiamo nell'abbondanza. Pirlo, De Rossi e Marchisio sono intoccabili, dubito qualcuno possa replicare in tal senso. Andrea e Daniele, oltre ad averci portato sul tetto del mondo, rappresentano il nostro miglior regista ed il più efficace schermo protettivo davanti alla difesa. Tolti Vidal e Pogba, in Italia non esistono centrocampisti più forti di loro. Marchisio, vittima negli anni della sua duttilità tattica, è un mediano di livello mondiale e, dulcis in fundo, è in una forma psico-fisica pazzesca.
Ma gli altri, ne vogliamo parlare? Prandelli ha chiamato Aquilani, Parolo, Candreva, Montolivo, Romulo, Thiago Motta e ovviamente Verratti. Fra tutti questi volete forse dirmi che c'è davvero qualcuno che pensa che il sacrificato debba essere il pescarese classe '92? Non ci voglio né credere e né pensare.
Candreva a me piace tantissimo, non è un mediano ma io non vi rinuncerei mai. Corre, ha piede, sa calciare punizioni e rigori..insomma, lui è uno che porterei sempre.
Thiago Motta è forse l'unico, oltre a De Rossi, ad avere fisico ed un colpo di testa formidabile. Nelle partite fisiche uno così ci può servire.
Montolivo rimane per me un grande mistero. Giocatore con mezzi tecnici notevoli quand'era a Bergamo, non ha mai, e sottolineo mai, fatto il salto di qualità. Si è riciclato in un centrocampista tutto fare con il limite di non sapere impostare come Pirlo, di rubare palloni come De Rossi o inserirsi come Marchisio. Inoltre è schiavo del suo passo lento e compassato, una roba da far cadere le ginocchia.
Aquilani, sfortuna mia, l'ho visto giocare un anno intero. Altro grande talento sprecato, perchè non ha saputo maturare. Anche lui è rimasto un ibrido, tatticamente difficile da capire. Nella fiorentina gioca mezz'ala, ma le sue lacune sono compensate dal cervello di quel gran giocatore di Borja Valero.
Parolo è uno di quelli che si è fatto da solo. Ha fatto la gavetta e si è ritagliano un ruolo chiaro a suon di prestazioni convincenti. Donadoni lo impiega come mezz'ala con licenza d'inserirsi, potrebbe francamente essere una valida alternativa a Marchisio, a patto che Prandelli abbia in mente di lasciare i centrocampisti liberi di inserirsi.
Romulo è un giocatore modesto. Mi ha dato una consistitissima mano al fantacalcio e mi sento un po' in colpa a dirlo, ma non è all'altezza. E' uno generoso, ha quattro polmoni e gioca dove gli dici di stare. Ma suvvia, possiamo davvero rinunciare a uno come Marco Verratti per lui?

Da qualche giorno mi domando se sono io che ho i paraocchi o se questa possibile scelta sia davvero folle. Forse con un po' di presunzione, penso di aver ragione io. Se guardiamo le altre grandi scopriamo che nessuno sacrifica la qualità per la quantità.
La Germania si porta in un colpo solo Kroos, Gotze, Reus, Draxler e Ozil. Low non ci pensa neppure a lasciare a casa giocatori del genere.
La Spagna ha solo centrocampisti di grandissimo piede, il metodista è Busquets, non proprio Romulo o Montolivo.
Van Gaal ha convocato i giovani Clasie e Vilenha e gli esperti Van der Vaart e Sneijder proprio perchè danno del tu al pallone.
Persino i conservatori inglesi hanno fatto uno strappo alla regola ed arruolato Lallana, giocatore di scarsa esperienza internazionale ma grande piede.
Se noi dovessimo rinunciare ad uno dei nostri migliori talenti del presente e del futuro, francamente non lo capirei proprio.

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