Esperto di Calcio

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29 settembre 2014

Calci di rigore: il falso mito su Gigi Buffon

I numeri non mentono, mai. Dopo il Mondiale 2006, vinto ai rigori contro la Francia, una leggenda metropolitana si è diffusa nel Bel Paese: Gigi Buffon non para mai i rigori.
Una falsità assoluta, che ha però tratto in inganno quasi tutti gli appassionati, pronti a celebrare il funerale del numero uno quando si trova dinnanzi un tiratore dagli undici metri.
Spesso e volentieri le leggende metropolitane celano falsità e inesattezze, che mi sento in dovere di smascherare con numeri inequivocabili.
La classifica dei migliori specialisti dagli undici metri è questa:

Samir Handanovic ha parato 27 di 82 rigori
Jens Lehmann ha parato 24 di 101 rigori
Gianluigi Buffon ha parato 21 di 108 rigori
Oliver Kahn ha parato 17 di 139 rigori
Júlio César ha parato 15 di 55 rigori
Iker Casillas ha parato 15 di 105 rigori
Petr Cech ha parato 15 di 88 rigori
Andrés Palop ha parato 12 di 52 rigori
Victor Valdés ha parato 11 di 53 rigori
Manuel Neuer ha parato 11 di 59 rigori
Edwin van der Sar ha parato 8 di 94 rigori

A ben vedere non è poi messo così male Buffon, terzo nella classifica di tutti i tempi.
Ora, forse la percentuale non sarà elevatissima, ma è ampiamente in media e soprattutto migliore di alcuni grandi del passato: Kahn, Zoff (nemmeno in classifica), Banks, Sebastiano Rossi..nessuno passato alla storia come vittima sacrificale dagli undici metri.
Se a questi 21 aggiungiamo quelli neutralizzati nella fase a penalty (così a memoria due in finale di Champions contro il Milan), ci si rende immediatamente conto che il numero uno della Juventus e della Nazionale non sia poi così male. Di certo è peggio come tiratore, dove a fronte di un penalty calciato risiede un altrettanto errore. Ma in fondo quello non è il suo mestiere.

8 settembre 2014

Serie A: il mercato e la nostalgia dei primi anni 2000

E' stato un mercato intenso, ricco di chiacchiere e colpi di scena. In questa estate italiana piuttosto atipica, caratterizzata da un tempo quantomeno ballerino, il calciomercato ha rappresentato una certa continuità. Colpi di scena più in uscita che in entrata, come da alcuni anni a questa parte, ed una sensazione di indebolimento che non ci abbandona mai.
Il colpo ad effetto è stato senza ombra di dubbio l'addio di Conte alla Juventus. Dopo tre anni di successi e qualche discussione di troppo sugli investimenti, Antonio ha salutato tutti. Ho già speso diverse parole sull'argomento e non voglio dilungarmi ancora. Sono contento sia andato in Nazionale, perchè in fondo siamo tutti italiani e forti tifosi degli azzurri. La prima a predirlo è stata la mia ragazza, io non ci credevo. Ho sempre pensato che Conte fosse un uomo di campo, uno che deve masticare calcio ventiquattro ore al giorno. Eppure mi sbagliavo, o semplicemente è la sistemazione migliore per un allenatore distrutto dallo stress del day by day.
L'altro grande colpo di mercato, a mio avviso, è stata la cessione di Balotelli al Liverpool. L'Italia non faceva per lui ed il rapporto con il Milan era ormai logoro. La cessione in Inghilterra è un bene per tutti, ma la sensazione è che ormai Mario abbia deciso di gettare al vento il suo talento, un po' come ha fatto Cassano.
Il nostro calcio ha poi perso Cerci, per il quale le italiane non hanno fatto a gara; e Alvarez, parcheggiato a cifre record in Inghilterra. Benatia ha salutato Roma per approdare in Baviera, dove Robben l'ha accolto alla grande, dichiarando: "Onestamente non so chi sia. So soltanto che il nostro club l'ha preso dalla Roma. Ma se il Bayern lo ha acquistato ci sarà un motivo: si è infortunato Javi Martinez quindi avevamo bisogno di un buon sostituto". A quella cifra la Roma ha fatto il colpaccio, davvero.
Il capocannoniere del torneo scorso, Ciro Immobile, si è accasato al Borussia Dortmund. Classe '90, Immobile avrebbe fatto comodo alle grandi della Serie A, ma nessuno aveva i soldi per comprarlo. La Juventus, che non ha mai realmente creduto in lui, ha deciso di fare una bella plusvalenza e parcheggiarlo all'estero, dove non può far male alla Signora.

Se le cessioni ci hanno strappato un mezzo sorriso, sono gli arrivi che ci fanno ripiombare nell'oblio. Da un lato la resistenza della Juventus, capace di tenere Vidal e Pogba; dall'altra colpi di mercato quantomeno discutibili. A Verona sono arrivati Marquez e Saviola, che mi fanno ripensare al primo Barcellona di Rijkaard, tristemente risalente a inizio anni '00.
Il Milan ha deciso di sostituire Balotelli con Torres, preso gratis dal Chelsea. E' emblematico che Mourinho si sia disfatto di un giocatore acquistato poche stagioni fa per una cifra monstre. A me l'ingaggio del Nino affascina, ma il mercato del Milan è bocciato dalla scellerata cessione di Cristante, uno dei più fulgidi talenti del nostro calcio. Cederlo, per appena 6 milioni oltretutto, è stato un errore. Galliani ha provato a dire che è Cristante ad aver chiesto la cessione, ma non ci credo. Gli avessero dato la possibilità di gicoarsi il posto con i vari Muntari e De Jong (non Xabi Alonso e Kroos), secondo me sarebbe rimasto.
La Juventus ha comprato a peso d'oro Morata, il cui talento è indiscutibile ma che è tutto da valutare; così come Evra, arrivato da Manchester e per ora poco impiegato. Coman è stato il fiore all'occhiello del mercato bianconero, capace di un altro grande colpo a costo zero. Aspettando Rabiot.
La Roma ha fatto il bello e il cattivo tempo sul mercato, comprando tanto e in tutti i settori. Un mix di gioventù (Ucan, Iturbe, Manolas..) ed esperienza (Cole e Astori) per dare l'assalto al tricolore, inutile nasconderlo. L'Inter ha continuato nel suo progetto, sbandierando una difesa a quattro che difficilmente Mazzarri schiererà. Vidic è un buon colpo, ma siamo sempre in zona over30, inoltrati.

Non è un paese per vecchi, dicevano i fratelli Coen..forse non sono mai stati in Italia. 

1 agosto 2014

Storie di calcio: l'indio, Matias Almeyda

"Era l’avversario che mi piaceva di più. Lui mi dava una botta e io mi alzavo senza dire nulla. Io gli davo una botta e lui si alzava senza dire nulla. Lui a sinistra, io a destra: ci scontravamo sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista esposi il mio modo di pensare. Prima della gara successiva Davids mi è venuto incontro. Ho pensato che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Bravo, la penso esattamente come te". Avremmo potuto diventare amici".
Sono queste le storie di calcio che amo, che voglio che amiate, che voglio raccontare. Storie di uomini e atleti che in campo davano tutto, per sè stessi e per la squadra. L'io si fondeva con l'esigenza dei compagni, il successo e la fama personale passava attraverso il sudore riversato in campo, a volte oltre i limiti del consentito. Esattamente come la vita di Matias Almeyda, vissuta senza freni e inibizioni, cercando la gloria in quell'incredibile rettangolo verde circondato da migliaia di persone.

Di Almeyda si potrebbero raccontare tante cose. Dal suo pazzesco goal a Buffon, in un Parma-Lazio di tanti anni fa, alle migliaia di palloni recuperati; dal suo correre incessante dietro agli avversari, ai successi con River Plate, Parma e Lazio. Ma le parti più incredibili ce le racconta lui stesso, in una biografia intrisa di aneddoti, curiosità, confessioni, verità. Una storia da moderno gladiatore, o più semplicemente da Matias. "Undici Almeyda, vogliamo undici Almeyda".



"Per tutta la carriera ho fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciavo tutto negli allenamenti, ma vivevo al limite. Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri, finché ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter. Quando mi sono svegliato e ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale".
"Alla Lazio si è visto l’Almeyda migliore. Ero tra i più bassi, quindi ho allestito una palestra a casa per rinforzarmi, tiravo anche di boxe. Là mi sono fatto tatuare l’indio sul braccio: la mia bisnonna lo era. Andavo all’allenamento con i jeans a pezzi, a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensavano che fossi proprio un indio".
"Una volta al Parma ho lasciato lo stadio nel baule della macchina dei miei suoceri. C’erano 20 ultrà che mi aspettavano per un gestaccio che avevo fatto. In realtà era stato solo uno sguardo, ma di sfida, dopo che mi avevano urlato qualcosa. Avevo fatto amicizia con un gruppo di rugbisti argentini, che per la gara successiva mi hanno accompagnato al Tardini. Un ultrà grande e grosso mi ha fermato con la pancia: "Devi chiedere scusa ai tifosi". "Non chiederò scusa per qualcosa che non ho fatto", ho risposto sapendo che i miei amici erano pronti a intervenire".

"Al Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto. Il calciatore non fa domande, ma poi, con gli anni, ci sono casi di ex calciatori morti per problemi al cuore, che soffrono di problemi muscolari e altro. Penso che sia la conseguenza delle cose che gli hanno dato".
"Dopo che avevo litigato con Stefano Tanzi, una volta mi ferma la polizia e mi sequestra la macchina. Giorni dopo, mi sono svegliato e la macchina nuova era sparita dal garage. A Milosevic, lui pure in conflitto con la società e con un contratto alto come il mio, capitava lo stesso. Un giorno mia moglie torna a casa e sente delle voci all’interno. Scappa e chiama la polizia. A casa poi non mancava niente. Ma c’era una manata sulla parete. Fatta con olio di macchina. Un messaggio mafioso. Mia moglie ha avuto un parto prematuro. Dopo il Mondiale ’02 a Parma non sono più tornato".
"Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. Io ho detto di no. Sensini, lo stesso. La maggioranza ha risposto così. Ma in campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio. Soldi? Non lo so. Loro lo definivano un favore...".

"Lele (Adani) è la mia anima gemella. Ci siamo conosciuti quando io iniziavo a stancarmi dal sistema. Lo considero il fratello che mi ha dato la vita. È venuto a vedere il River e un giorno lavoreremo insieme in Italia. Anche con Roberto ho ancora un buon rapporto. È un fuoriclasse, ma correvo io per tutti e due. Glielo dico sempre: "Mi hai distrutto il fegato, da quanto mi hai fatto correre".
E a chiudere l'esperienza meneghina, a portarlo alla depressione. "È iniziata a Milano. Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensavo e pensavo. Un giorno non sentivo più la mano, quello dopo avevo perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Mi diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le ho dato retta. Ho capito che dovevo fare qualcosa quando mia figlia mi ha disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prendo antidepressivi e ansiolitici. Le chiamo le pillole della bontà, mi fanno essere più buono".

30 luglio 2014

Storie di calcio: il mito di Faryd Mondragon

28 Giugno 1994, Stanford. La Russia di Salenko demolisce il Camerun e saluta gli Stati Uniti con un successo roboante, rotondo. Il centravanti di Leningrado realizza una storica cinquina, che gli vale il titolo di re dei bomber nella manifestazione statunitense. La notizia più clamorosa non sono i cinque goal di Salenko, ma il solo e semplice acuto di un uomo sempre sorridente, pacato. E' nato a Yaoundè, in Camerun, e per il suo paese è un simbolo. Rappresenta la forza, la determinazione, il sacrificio. Ha segnato una rete pazzesca contro l'Argentina, in quel di San Siro, ma la sua carriera non è conclusa. Il suo nome è, naturalmente, Roger Milla, e a furor di popolo è portato in America, dove vive un Mondiale da spettatore. Con la squadra eliminata, però, scende in campo per tutto il secondo tempo. A 42 anni è il giocatore più vecchio ad aver messo piede in campo in un'edizione del Mondiale; nel giro di un minuto anche il più vecchio ad aver realizzato un goal.

24 Giugno 2014, Cuiabà. La Colombia di James Rodriguez asfalta il Giappone di Zaccheroni chiudendo il girone a punteggio pieno. A sei minuti dalla fine Josè Pekerman guarda verso la panchina e fa un cenno con il volto. Si alza Faryd Mondragòn, un cenno d'intesa e un abbraccio. Il numero 22 scende in campo con il sorriso stampato sul volto. A 43 anni e 3 giorni è il giocatore più vecchio che abbia giocato una partita del Mondiale, un record che per Mondragòn vale tantissimo.
Un portiere con un fortissimo temperamento, un giramondo di padre colombiano e madre libanese. Un colosso di 191 cm capace di giocare in tre continenti e prendersi una delle soddisfazioni più grandi e meno difficilmente battibili che possano esistere. Se questa Colombia è una grande squadra e un grande gruppo, in parte, il merito è anche suo. Mondragòn, Valderrama, Escobar..un gruppo di grandissimi giocatori che hanno spinto il movimento calcistico colombiano oltre i limiti. Hanno ispirato Falcao, Cuadrado, Rodriguez e tutti gli altri grandi giocatori cafeteros che hanno fatto tenere il fiato ai colombiani, tremare i brasiliani e sperare tutto il mondo. La favola della Colombia campione del mondo, quest'anno, non si è avverata. Ma su questa strada non è utopistico pensare ad un nuovo paese al vertice del calcio mondiale.

28 luglio 2014

Storie di calcio: USA, no more soccer

Dopo la scoppola presa al Mondiale casalingo, nel 1994, gli Stati Uniti decisero di dare una spinta al movimento calcistico americano. Stadi all'altezza della situazione ed un campionato di livello più alto, per conquistare il cuore della gente ed aiutare la nazionale. Gli States non sono una nazione che nello sport, in genere, si limita a partecipare. Olimpiadi o Mondiali che siano, i ragazzi a stelle e strisce sono quasi sempre fra i favoriti alla vittoria, in tutte le discipline. Nel calcio, invece, non hanno mai rischiato di vincere qualcosa, non sono mai riusciti a dominare. E francamente credo che il trend continuerà.

Agli americani il calcio piace, ma fino ad un certo punto. E' una tipologia di sport estranea al mondo del marketing e della domenica seduti, per ore, a mangiare snack e hot-dog. Il campionato di massima divisione, l'MLS, è specchio di questo disinteresse, nonostante intorno ad esso gravitino molti ma molti soldi. Un po' come i tornei arabi, la massima lega americana sembra essere "la tomba dei campioni", ripercorrendo la tradizione che ha voluto giocare negli USA campioni a fine carriera. Pelè e Beckenbauer ne sanno qualcosa. Nulla di male, semplicemente un calcio con meno ritmo e meno qualità, dove a farla da padrone sono i nomi e non le abilità dei giocatori.

E, a supporto della mia tesi, ecco i risultati. I campioni in carica sono la temibilissima compagine del Kansas City, il cui giocatore simbolo è Claudio Bieler. Vi chiederete chi sia costui, come ho fatto io. Ecco, Bieler è un centravanti argentino naturalizzato ecuadoriano, le cui stagioni al top son state vissute con la maglia della Deportiva Universitaria de Quito.
In finale, spuntandola solo ai rigori, il Kansas ha sconfitto il Salt Lake City di Alvaro Saborio, centravanti del Costa Rica con un passato al Sion, in Svizzera.
Sconcertante direte voi, ma voglio chiudere con il dato più allarmante. A New York, con la maglia dei Red Bull, giocano questi calciatori: Peguy Luyindula, ex Lione; Thierry Henry, un campione sensazionale; Tim Cahill, fresco di un goal da spellarsi le mani al Mondiale; Bradley Wright-Phillips, speranza del City, figlio di Ian Wright e fratello di Shaun Wright-Phillips, un altro definito in gioventù un fenomeno.

Di questo passo il calcio è destinato a rimanere un gioco per gli americani. Divertente, appassionante, ma solo e sempre un passatempo. Ed è un peccato, con Klinsmann alla guida della Nazionale, infatti, gli States hanno dimostrato un grande potenziale. Poche nazioni al mondo sono così forti nello sport, è quasi una fortuna per i grandi paesi europei che gli americani non si dedichino anima e corpo al calcio, ma fino a quando durerà tutto questo? Klinsmann sembra avere indirizzato gli americani sulla giusta rotta.

26 luglio 2014

Storie di calcio: Savo Milosevic

Correva l'anno 2000, nell'aria c'era fermento per l'inizio del nuovo millennio. L'anno era iniziato con la paura del "Millennium Bug", e durante l'estate si sarebbe svolta una delle più belle edizioni dell'Europeo di calcio. Nel corso della manifestazione europea, tenutasi a cavallo fra il Belgio e l'Olanda, si misero in luce tantissimi giocatori. Il più brillante di tutti, quello che personalmente mi colpì di più fu un centravanti serbo. Era forte come un toro e grosso come un bisonte, lanciato negli spazi non lo potevi tenere.
La nazionale dell'epoca si chiamava ancora Yugoslavia, aveva una stella rossa sullo stemma e tantissimo talento. Jokanovic, Mihajlovic, Jugovic, Kovacevic e Stojkovic. E ancora, Dejan Stankovic, uno dei centrocampisti più forti degli ultimi due decenni, Pedrag Mijatovic e appunto lui, Savo Milosevic.

Nato e cresciuto in una cittadina dell'attuale Bosnia, a pochi chilometri dai confini con Serbia e Croazia, Milosevic ha un cognome comune ma molto pesante.
In patria viene subito notato per il suo fisico fuori dal comune ed il suo killer instinct in area di rigore, ma soprattutto per la sua capacità di fare reparto. Fin da bambino è impiegato nel ruolo di centravanti, bruciando in poco tempo le tappe con la maglia del Partizan Belgrado. Nel 1992, a 19 anni, debutta in prima squadra, prendendosi da lì a poco i galloni del titolare. 64 reti in appena 98 presenze, nemmeno tutte dal primo minuto, sono un bottino importante, come la chiamata dell'Aston Villa. Milosevic accetta il trasferimento e va a Birmingham, dove può misurarsi in Premier League, uno dei tornei più difficili del mondo. In Inghilterra abbassa la sua media realizzativa, ma innalza il suo quoziente di utilità per la squadra. I compagni sanno che lì davanti, difensori o no, le prende tutte Savo.
"Milošević era il calcio, non ho mai conosciuto altri attaccanti che sapessero giocare con i compagni e per i compagni come Savo". Le parole di Ulivieri, suo allenatore ai tempi di Parma, descrivono molto bene che tipo di giocatore sia stato il serbo.

Trasferitosi nel 1998 al Real Saragoza, in Liga, arriva all'appuntamento con Euro2000 come riserva di lusso. Nei piani del rimpianto Vujadin Boskov, infatti, la coppia titolare è composta dall'ex Real Madrid Pedrag Mijatovic e l'ex bianconero Darko Kovacevic, supportati dall'estro ed il talento di Dragan Stojkovic, trequartista che merita una storia tutta sua.
Pronti via, però, la Yugoslavia non ingrana. Contro la Slovenia, in un derby caldissimo, i ragazzi di Belgrado son sotto di tre reti. Boskov, non a caso conosciuto come "il maestro", pesca il più classico dei conigli dal cilindro. Mette in campo Milosevic e la partita cambia radicalmente. In pochi minuti Savo spazza via la difesa slovena, segnando una doppietta. I difensori non tengono il suo strapotere fisico, e la "Yugo" pareggia.
Boskov, che è uomo di calcio intelligente e scaltro, ha capito che Milosevic è troppo più forte e affamato, non si può tenerlo in panchina.
La scelta è saggia e Milosevic prima annichilisce la Norvegia, poi spaventa la Spagna. Agli ottavi l'Olanda prende letteralmente a pallate gli uomini di Vuja, ma il goal della bandiera è nuovamente di Milosevic, che chiude il torneo con cinque reti in quattro partite.

Il Parma, venduto Crespo alla Lazio, s'innamora di Savo e fa follie per portarlo in Emilia. Qui lo inserisce al fianco dell'estro carioca di Marcio Amoroso, un attacco di tutto rispetto. Io, ovviamente, lo prendo al Fantacalcio, seduta stante.
Milosevic in Italia sarà schiavo di un altalenante rendimento da parte dei ducali, che sono lontani anni luce dalla bella squadra che avrebbe potuto dominare in Italia ed Europa. Dopo 9 goal appena saluta il Bel Paese con qualche chilo di troppo e tante delusioni. Chi come me si ricorda di come giocava, però, sa che Milosevic è stato attaccante di razza, capace di fare la fortuna di tanti assist-man.

Chiusa la carriera fra Spagna e Russia, dove vince lo scudetto con il Rubin Kazan segnando la rete decisiva, Milosevic fa ritorno in Serbia. Nel 2011, in un giorno d'estate, la tragedia che non ti aspetti. Una lite in famiglia si trasforma in tragedia, con il nonno che imbraccia il fucile e spara al padre, ferendolo a morte. Milosevic, che da sempre è stato giocatore rude e schivo, si ritira dalla vita pubblica e da anni, ormai, se ne sono perse le tracce. Io, però, lo voglio ricordare sempre come Savo-gol, il centravanti con il colletto alzato e lo sguardo da duro che ha impressionato il mondo a Euro2000.

24 luglio 2014

Storie di calcio: il vichingo, Ebbe Sand

Il calcio non è fatto di soli campioni, di soli fuoriclasse. Ed è per questo che è un grandissimo gioco, uno sport meraviglioso. Anche i normali atleti ti possono entusiasmare, anche i gregari possono decidere le partite. Ogni campionato ha i suoi, ogni nazione li schiera. Questi generano una naturale empatia o antipatia, a seconda di come li si voglia guardare.
Oggi vi voglio raccontare la storia di uno dei centravanti che più di altri mi ha fatto stringere i pugni e gonfiare le vene. Il luogo da cui inizia il racconto è un paesino del nord Europa, così piccolo e caratteristico da ricordare le fiabe dei fratelli Grimm. Hadsund è il classico borgo danese, dove di giorno si lavora e la sera si sta insieme. Il 19 Luglio del 1972 la famiglia Sand mette alla luce due gemelli, destinati a fare la storia del calcio nordico. Il primo a venire alla luce si chiama Peter, ed è stato baciato da un gran fisico; il secondo ha invece assorbito tutto il talento calcistico, e viene chiamato Ebbe.

Ebbe Sand inizia a giocare a calcio a cinque anni, militando insieme al gemello Peter nella squadra locale. I due hanno lo stesso fisico, lo stesso modo di muoversi sul campo, lo stesso ruolo. Fin dai primi vagiti calcistici giocano in avanti, avendo nel sangue il senso del goal. E' chiaro però a tutti che uno dei due veda la porta in maniera diversa, con più convinzione. Questo è Ebbe, che nel giro di pochi anni fa parlare di sé l'intera penisola danese. Come spesso capita in questi casi, il Brondby decide di comprare "la famiglia in blocco". A Copenaghen vengono portati sia Ebbe che Peter, una storia che ricorda il passaggio al Barcelona dei fratelli De Boer, via Ajax.
La crescita dei due è diametralmente diversa, Ebbe convince tutti e si guadagna il posto in prima squadra, Peter vive all'ombra del gemello e cercherà fortuna altrove, spendendo la sua carriera nella massima lega danese. Al contrario, l'ascesa di Ebbe Sand è costante, continua. Fisicamente si fortifica, confermando la scelta degli allenatori delle giovanili che hanno insegnano lui a stare in campo come centravanti. Ebbe diventa infatti la classica prima punta di riferimento, abilissimo nel gioco aereo ed in grado di fare reparto da solo. A dispetto di un fisico notevole, Ebbe ha piedi abbastanza educati, calciando indistintamente di destro o sinistro.
L'esordio con il Brondby avviene si consuma all'età di 20 anni, e da lì l'ascesa è costante. Sand si guadagna la maglia numero 9 e i galloni del titolare, scrivendo parte della storia del club di Copenaghen. Fra il 1995 ed il 1998 è il vero trascinatore dei giallo-blu, che si laureano campioni di Danimarca per tre stagioni consecutive. I goal e le prestazioni di Sand destano ovviamente l'attenzione dei grandi club, ma prima ancora da Bo Johansson, che vede in lui la spalla perfetta per i fratelli Laudrup in Nazionale. Ebbe viene così convocato per i Mondiali di Francia '98, dove raggiunge i quarti di finale e griffa una rete contro la Nigeria.

Dopo i Mondiali la grande occasione arriva dalla vicina Germania, dove lo Schalke04 di Andy Moeller vuole fare di Sand la punta di diamante del suo attacco. Sand approda così a Gelsenkirchen, dove giocherà sette anni e dove chiuderà la carriera. Agli ordini di Huub Stevens non solo vince due coppe di Germania, ma segna a ripetizione. La sua stagione d'oro è quella del nuovo millennio, quando mette a referto 22 reti in Bundesliga e si porta a casa il titolo di re dei bomber.
Nel frattempo incontra con la maglia della Danimarca un altro ottimo attaccante, quel Jon Dahl Tomasson che tanto bene farà con il Milan e con cui forma una coppia perfetta. La potenza di Sand al servizio dell'istinto omicida di Tomasson fanno della Danimarca un brutto cliente per tutti. Nel 2004, dopo anni di onorato servizio, Ebbe Sand saluta la Nazionale con 66 presenze e 22 centri.
Attaccante generoso e con un gran fisico, Ebbe Sand mi è sempre piaciuto tantissimo. Prima punta classica, ha deliziato i tifosi tedeschi, tanto da diventare il record-man per goal europei, fino ad essere poi eguagliato e superato dal "cacciatore" olandese Huntelaar.

22 luglio 2014

Giovani in rampa di lancio, il meglio del Mondiale carioca

Il Mondiale carioca è stato bellissimo, emozionante. La Germania si è imposta come molti avevano pronosticato, ma lo ha fatto in modo surreale. Dapprima umiliando i padroni di casa con un 1-7 di proporzioni epocali. Ed i padroni di casa non erano l'Honduras o il Gibuti, ma il Brasile. Dunque con una meravigliosa rete di Mario Gotze, a beffare una sprecona Argentina orfana di un vero leader carismatico.
Per commentare la rassegna carioca ecco un amico di Esperto di Calcio, l'agente FIFA Gianfranco Cicchetti.

Ciao Gianfranco, grazie per essere di nuovo con noi. E' andato in archivio un Mondiale molto bello, dove ha vinto la squadra più quadrata. Cosa ne pensi?

Ciao a tutti, è un piacere tornare a discutere di calcio con gli amici dell'Esperto. Alla fine ha vinto la squadra più forte, secondo me contro la seconda più quotata della manifestazione. A mio avviso l'Argentina avrebbe potuto sfruttare molto meglio il suo enorme potenziale offensivo, soprattutto nella finalissima, di contro nessuno si sarebbe aspettato alla vigilia della finale che i tedeschi dovessero faticare così di tanto per aver ragione degli argentini. In generale è stato un Mondiale spettacolare e assai interessante, con poche sorprese (eccetto la Costarica), tranne le sciagurate eliminazioni iniziali di Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra, chiaro segnale di un calcio europeo non più dominante come un tempo.

Dopo EURO2004, la Germania ha fatto tabula rasa ed è ripartita dai giovani. Chi potrebbero essere i nostri Gotze, Draxler e Schurrle?

L'esempio della Germania deve farci riflettere attentamente, ma dubito che ciò possa ripetersi in Italia, per tanti e svariati motivi. Nonostante la miopia e le discutibili scelte programmatiche dei nostri dirigenti, il calcio italiano continua a sfornare gioielli: Scuffet, Cerri, Romagna, Vido, Bonazzoli, Bernardeschi, Belotti, Berardi, etc. sono giovani talenti destinati ad una grande carriera, bene farebbero i nostri club a lanciarli quanto prima con maggiore continuità nella massima serie.

Per chiudere, si fa un gran parlare di James Rodriguez, ma i vari Rojo, Blind e Yadlin hanno fatto benissimo. Chi sono gli 8-10 giovani che prenderesti subito in Serie A?

Tejeda (Costarica), Brahimi (Algeria), Origi (Belgio, appena passato al Liverpool), Depay (Olanda), Schar (Svizzera), Jefferson Montero (Ecuador), Musa (Nigeria), Balanta (Colombia, su cui ci sono Napoli e Juvenuts), Manolas (Grecia), Aurier (Costa d'Avorio), Kramer (Germania, vicino al Napoli). Credo però che per la maggior parte di questi sia davvero difficile ipotizzare un loro trasferimento in Italia, a causa del rialzo delle loro quotazioni di mercato.

Grazie mille, alla prossima.

21 luglio 2014

Esclusiva mercato: le mosse delle grandi d'Italia

La Serie A è alle porte, le squadre stanno rodando i motori e noi scopriamo i segreti del mercato e della prossima stagione con l'agente FIFA Gianfranco Cicchetti.

Ciao Gianfranco, bentornato per una chiacchierata con l'Esperto. Partiamo subito con una domanda sul nostro calcio. La Serie A parte tardi rispetto al solito, può essere un vantaggio per le grandi d'Italia? Andranno meglio in Europa?

Ciao a tutti, è un piacere. Per rispondere alla tua domanda...beh dico no. Non credo sia proprio un vantaggio, anzi, soprattutto nelle prime partite di Champions League, dove altri club (come quelli dei paesi dell'Europa Centrale e Orientale) potrebbero avere una migliore e più rodata condizione fisica grazie alle più partite giocate.

La Roma guarda alla linea verde, ma sempre all'estero. Ucan è un ottimo giocatore, ma non servirebbe qualche innesto più importante e lanciare giovani italiani?

Gli arrivi di Ucan e Iturbe, oltre a quelli di Keita, Cole e Emanuelson a parametro zero, pongono la Roma come una delle più serie candidate alla vittoria dello Scudetto. Se dovessero arrivare un altro difensore (Vlaar?) e non dovesse partire Benatia, i giallorossi potrebbero fare strada anche in Europa, con una rosa molto competitiva. La ciliegina sulla torta potrebbe essere l'arrivo di un forte centravanti, un giocatore come Eto'o a costo zero o un acquisto di grande prospettiva come Lukaku o Rodrigo.

Pereyra, Morata, Evra..basteranno per fare una grande Juventus o ci saranno altri colpi?

La Juve deve cercare di tenere Vidal e Pogba e contemporaneamente rinforzarsi a dovere in attacco e in difesa. Servono un centrale, un terzino sinistro e una punta esterna, visto che con l'arrivo di Allegri si passerà molto probabilmente al 4-3-3. Dai bianconeri ci si attendono investimenti sul mercato per essere vincenti anche in Europa.

Il Milan si è affidato ad un Inzaghi molto determinato. Credi possa lottare per il titolo?

Il Milan sarà la mina vagante del campionato. Non giocare le Coppe, avere un organico più forte e la presenza in un panchina di un tecnico 'famelico' come Inzaghi rendono i rossoneri un cliente pericoloso per tutti. Se 'SuperPippo' dovesse riuscire a far rendere al massimo Balotelli e sistemare la fase difensiva, credo che il Milan potrebbe lottare anche per il titolo.

Con Gomez, Cuadrado e Rossi a pieno servizio, dove arriverà la Viola?

La Fiorentina deve acquistare un difensore di livello internazionale e un attaccante importante per coprirsi le spalle nel caso in cui Gomez e Rossi dovessero ancora marcare visita. Se rimanesse anche Cuadrado, i Viola potrebbero respirare aria di altissima classifica.

20 luglio 2014

Il Conte ha lasciato la Signora, ma ci sono motivi per stare Allegri

Tifare una squadra è questione di fede. Non sei tu a scegliere il club che ti apparterrà, è lui a scegliere te. L'unica cosa che puoi fare è supportarlo, nel bene e nel male. 
Gli uomini passano ma la Juventus resta, diceva l'Avvocato. Ed è così. Ho voluto aspettare a scrivere le mie idee, perchè il mio pensiero non fosse inquinato dalla tristezza o dalla rabbia.

Antonio Conte è stato un grande calciatore, un immenso capitano ed un allenatore ancora migliore. E' un gladiatore, capace di fare oltrepassare ai suoi ragazzi qualsivoglia tipo di limite. E' lui l'artefice dei successi negli ultimi anni, è suo il merito se la Juventus è riuscita a tornare tale dopo la tragedia sportiva del 2006. Ed è proprio ripensando a quell'agrodolce estate italiana che i tifosi bianconeri possono sorridere. La gioia di un Mondiale ampiamente targato Juve fu infatti mitigata dalla retrocessione in Serie B. Nel paese dei processi eterni e dei continui rinvii, la Juventus venne processata e condannata in fretta e furia. Giusto o sbagliato che fosse, non è questa la sede per dirlo, il risultato fu brutale. La corazzata di Capello venne smantellata, la Juventus ridimensionata e i tifosi mortificati. Ma nessun vero bianconero si è allontanato dallo stadio o dalla tv, sostanzialmente dalla squadra.
Ci è voluto del tempo, ci sono stati tantissimi errori gestionali, ma la Juventus è tornata in vetta. In Italia da tre anni vince e convince, quest'anno ha letteralmente dominato in lungo ed in largo. Lo ha fatto grazie a Conte, certo, ma anche grazie alla società. Sono stati Marotta e Paratici ad aver consegnato a Conte i vari Barzagli, Pogba, Pirlo, Vidal, Tevez e Llorente. E lo hanno fatto spendendo pochissimo.

La storia d'amore fra la Juve e Conte era esaurita. Son stati sbagliati i tempi, pessimi i modi. Ma è forse la cosa migliore, per il leccese e per il club. Non mi piace Allegri, lo dico senza mezze misure, ma questo non significa che la Juventus perderà la sua competitività. Troppo spesso si è detto che il logorio del rapporto fra la Juve e Conte è stato causato dal mercato. Sanchez e Cuadrado sono dei campioni, nessuno lo può negare. Così come nessuno può affermare che acquistarli fosse semplice, tantomeno economico. E difatti l'uno rimarrà a Firenze per prendere poi il volo tra 12 mesi; l'altro è andato in Premier League, dove i soldi girano che è un piacere. Iturbe, l'altro nome caldo, è stato pagato una cifra spropositata, che solo con anni di eccellenti prestazioni potrà esser ripianata. No, non possono essere stati questi i motivi del divorzio.

La società non sta spendendo quanto altri grandi squadre europee, per una ragione chiarissima. Spendere tanto non significa vincere, ed il Real Madrid ne è la più grande testimonianza. Senza la grande "inzuccata" di Ramos all'ultimo istante, nella finale di Champions, parleremmo di un grandissimo fallimento. E anche incensando Ancelotti e giocatori, vi invito a ricordare che il Real Madrid non vinceva la Champions League da tantissimi anni. Ci sono voluti 12 anni ed investimenti smodati per vincere una sola coppa, e questo non può essere il modello a cui una società deve ambire. 
Il lavoro della dirigenza torinese è chiaro e metodico: costruire un'impalcatura societaria solida, una squadra forte che sia capace di autofinanziarsi e durare nel tempo. Ecco allora i colpi a costo zero ed i giovani in rampa di lancio, anche se i nomi di Berardi (stagione 2012/13) e Sturaro non accendevano la fantasia del tifoso medio sotto l'ombrellone.

Per primo mi sono battuto contro la scelta di Allegri, ma a mente fredda mi rendo conto che non ci fossero alternative credibili in giro. Si poteva tentare una scommessa, e mi avrebbe intrigato non poco il nome di Zidane o di De Boer. I vari Spalletti, Mancini e Prandelli non erano alternative migliori rispetto ad Allegri, che ha pur sempre vinto uno Scudetto in carriera. Ciò che gli chiedo e di essere "meno moscio" e dare stimoli e motivazioni ad un gruppo gestito fino a ieri da un esagitato come Conte. Detto questo spero che metta sul piatto le sue idee tecnico-tattiche. Ben venga la difesa a quattro (comprando giocatori validi e opportuni), largo al trequartista o al tridente. Può anche non vincere e sbagliare, ma lo deve fare con le sue intuizioni. Pereyra e Morata sono buoni colpi, Evra è ad un passo e arriveranno altri calciatori. Il materiale è più che sufficiente per vincere ancora; o quantomeno è abbastanza per piazzarsi in Champions League, competizione alla quale la Juventus non può più rinunciare negli anni avvenire.

18 luglio 2014

Storie di calcio: non sarai mai Diego, ma forse è meglio così

Ti ho visto impotente ieri sera, più volte. Ti ho visto silente, attonito e spaesato quando dall'impianto del Maracanà risuonava il tuo nome: Leo Messi, pallone d'oro del Mondiale. A cosa serve vincere un premio individuale quando nella tua mente c'è solo la voglia di scrivere la storia? Una camminata triste, solitaria, quella di chi sa di aver perso l'occasione della vita. Quella di chi sa di aver giocato male le sue carte a pochi centimetri dalla gloria. Quella di chi ripensa alla sua sfida, magari imprecando per aver evitato uno scatto in più, aver sbagliato il tocco decisivo, non aver inventato a sufficienza. E' la triste storia di chi, chiamato a dover COSTANTEMENTE dimostrare il proprio talento, si ferma, con le chiavi tra le mani, davanti le porte del paradiso.

"L'eterno secondo", "non sarai mai Diego", "non sei un grande capitano", "non hai le spalle larghe", "non sarai MAI il più grande di tutti i tempi". Quelle vocine continuano a rimbombare nella tua testa. Rivolte proprio a te che ti sei ritrovato ad essere sempre il più piccolo in un mondo di giganti, il catalano tra gli argentini, il diez dopo Dios. Tu che hai sempre preferito scrivere poesia con il mancino più che prendere parola in pubblico. In fondo da te non ci si aspettano dichiarazioni forti, da te non ci aspettano discorsi motivazionali alla squadra. Forse sai anche che c'è chi è più bravo di te nel farlo. Secondo me quella fascia neanche la volevi...

"Non sarà mai Diego". E forse è pure meglio così. Il calcio è bello perché è unico: non ci sono due partite uguali tra loro, non ci sono due campionati uguali tra loro, non ci sono giocatori uguali tra loro. In fondo cosa avete in comune? Siete bassi entrambi, vestite entrambi la 10, siete tutti e due argentini. Vivete però su due pagine di storia differenti, in due capitoli separati da diversi chilometri, di due mondi lontani anni luce. L'eroe delle Malvinas e di Napoli da una parte, il timido fenomeno ingobito esile e silente dall'altra. Fa comodo vedervi uno contro l'altro, fa piacere ai tifosi, ai giornalisti, anche a chi di calcio mastica poco. "Maradona era tutta un'altra cosa...".

Guardandoti uscire a capo chino, poche ore fa, anche io ho pensato: "ci credevo davvero, l'avevo sognata ed era 1-0 con il tuo gol, dove ti sei nascosto?". Poi ho ripensato alla tua annata storta, alla tua carriera incredibile, ad una federazione a cui fai comodo (faccia pulita, il miracolo del campioncino cresciuto con i sacrifici), a quel mondo che gioco forza rappresenti. Mi fermo, rifletto. Non si può dubitare di te, o almeno non lo posso fare io. Semplicemente non era scritto, non era così che doveva andare. NON SEI QUELLO CHE GLI ALTRI VORREBBERO CHE TU FOSSI. Vai accettato così, per quello che sei. Puoi piacere, puoi essere odiato. In fondo questa è la storia di tutti quelli che si trovano al centro dell'attenzione. Non potrò mai avere un metro di giudizio imparziale nei tuoi confronti, perché per me sei IL CALCIO, più di chiunque altro. Con il tuo mancino, con le tue spalle strette e con i tuoi silenzi. La macchia resterà indelebile, ma il dipinto, nel suo insieme, rimane un assoluto capolavoro.

UNICO, nonostante tutto.

Mauro Piro - Il calcio secondo me

Un grande grazie al sopracitato Mauro, amico e collega stimato che ha voluto condividere questo bellissimo editoriale su Leo Messi con tutti gli amici di Esperto di Calcio. Nel suo pezzo Mauro racchiude tutto ciò che penso di Leo, un calciatore straordinario che pensa solo al campo. Non ha mai voluto essere il capitano o il leader, non è mai andato spavaldo davanti ai microfoni a fare dichiarazioni e proclami. Se n'è sempre stato nel suo angolino ad allenarsi e giocare. Ha deciso campionati e coppe, ma è sempre stato protetto da un gruppo solido e coeso. Puyol, Xavi e Iniesta in campo, Guardiola in panchina. Nessuno di loro ha mai messo pressione su Messi, lo ha mai caricato di responsabilità eccessive. Lui non è un leader, ma non ha la pretesa di esserlo. Lui non è Maradona, e non ha la pretesa di esserlo. Diego aveva carisma e grinta, Leo continuità e professionalità. E' questo il grosso divario che c'è fra i due. L'uno voleva essere la stella, l'altro vuole vincere, in silenzio. E non è una colpa. 

16 luglio 2014

Futuro e verità: l'addio di Conte e la corsa al suo trono

Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate - Friedrich Nietzsche.

A volte il temporale viene preannunciato da tuoni e fulmini, a volte le gocce di pioggia iniziano a cadere così, all'improvviso. Non è questo il caso, il rapporto d'amore fra la Juventus e Conte si era da tempo incrinato. Difficile capirne le ragioni e i motivi, non più semplice accettare l'epilogo, per modi e tempistiche.
All'indomani del terzo Scudetto consecutivo, con tanto di stratosferico record di punti, Conte esprimeva strani sentimenti. Una settimana di voci e preoccupazioni, con sullo sfondo un Mondiale da preparare per l'Italia. Poi l'annuncio, stringato e dimesso: Conte rimane l'allenatore della Juventus.
Per il rinnovo di contratto c'è tempo, si diceva. Io per primo ero convinto che il prolungamento sarebbe arrivato, in autunno. E ora invece la relazione fra Antonio e la Signora è finita, almeno per ora. Il suo cuore è e resta bianconero, ma la realtà dice che ora la Juventus si trova senza allenatore. Il mercato è partito, basato su idee e strategie concordate con Conte, ed ora è quasi tutto da rifare.

Gli uomini passano, la Juventus resta. Un'affermazione vera, che non toglie l'amarezza dal palato dei milioni di juventini che amano e hanno amato Conte. Non tanto e non solo per le vittorie ed il bel gioco, quanto proprio per la sua juventinità. Quel suo essere fiero ed orgoglioso in sala stampa; duro e grintoso in campo. E' stato il suo carisma, la sua forza d'animo, a far rialzare una squadra a terra e riportarla laddove merita di stare. E non importa se in Champions League non ha vinto o giocato finali, questo è pane per i detrattori. Nessun'altro avrebbe preso un gruppo allo sbando completo e l'avrebbe riportato al successo. Subito. Nessun'altro sarebbe stato in grado di infondere in poche settimane una mentalità vincente ed uno spirito di sacrificio immane. Conte lo ha fatto, e per questo tutto il popolo bianconero lo ringrazierà sempre. 

Resta la domanda del perchè se ne sia andato, un quesito lecito da porsi. Non so dare la risposta, come non la sanno i media o i giocatori. Ciò che posso darvi è il mio personale punto di vista, che parte da un'analisi del Conte uomo prima che del Conte allenatore. Il leccese è persona verace, che ha dato alla causa tutto sè stesso, fino a svuotarsi di energia. L'ambizione lo ha portato ad alzare l'asticella oltre i limiti, ma per alzarla ulteriormente serviva un importante appoggio da parte della società. La Juventus, però, non è mai stata una squadra scialacquona sul mercato; non lo ha fatto quando la Serie A primeggiava nel mondo, con le romane e milanesi a farla da padrone sul mercato internazionale, a maggior ragione non lo fa ora. E qui c'è stato il primo punto di rottura, credo.
Conte ha chiesto innesti, tanti e di qualità. La società non ha potuto (o voluto) accontentarlo. Niente Sanchez o Cuadrado, sono altri i nomi per rinforzare la Signora. E allora ecco i primi dubbi, espressi in un surreale Maggio torinese. 
Il secondo possibile punto di rottura, tutto ancora da dimostrare, potrebbe riguardare uno dei pezzi pregiati di casa. Vidal o Pogba potrebbero lasciare la Juventus, lo si dice da tempo e nel giro di qualche giorno o settimana anche il tifoso medio saprà quale sarà il loro destino.
Questa potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il cosiddetto "point break". 

Ma ormai ciò che è successo è successo, una squadra vincente deve guardare al futuro. Conte ha reso grande la Juventus, di nuovo, e ciò che occorre fare è valorizzare il grandissimo lavoro fatto da Antonio. Occorre ripartire dalla mentalità vincente che ha saputo dare, adattandola al servizio delle idee di un nuovo allenatore, a cui è chiesto gioco-forza di vincere subito. 
Tanti sono i nomi che si fanno, con Allegri e Mancini che sono in pole position. Francamente non riesco a immaginare come Allegri, in predicato di essere il favorito, possa sedersi sulla panchina bianconera. Le frecciatine che negli anni del Diavolo ha lanciato verso Torino, unite ad un'antipatia innata verso Andrea Pirlo, lo dovrebbero escludere dalla corsa. E invece sembra che sia davanti a tutti gli altri, per quanto la cosa lasci sbigottiti. Mancini è uno con carattere, esperienza e carisma. Il suo passato nerazzurro non mi preoccupa più di tanto, piuttosto mi lascia perplesso il suo onorario e la sua atavica allergia a vincere sotto pressione, specie in Europa.
E allora faccio i nomi che vorrei sentire e che, per ora, nessuno fa. In primis Didier Deschamps, che ha lasciato la Juventus in sordina e che avrebbe fatto il percorso di Conte, ne sono sicuro. Dietro di lui Fabio Capello, l'usato sicuro che potrebbe riportare la squadra ai livelli che gli competono anche in Europa. Dietro questi due solo allenatori stranieri o giovani in rampa di lancio: Hitzfeld, Frank De Boer, Mihajlovic, Jorge Jesus o le suggestioni Zidane, Nedved e Del Piero. Ma alla fine il nome verrà fuori da uno fra Allegri e Mancini, speriamo almeno nel secondo. Fra due mali, meglio il male minore.  

15 luglio 2014

Balotelli, Iturbe, Morata, M'Vila, Ucan..il mercato ai tempi del Mondiale

Tempo di Mondiali, ma il mercato non dorme. La rassegna brasiliana ha rallentato le operazioni di compra-vendita del nostro calcio, ma le società si stanno muovendo. Cerchiamo di capire chi potrebbero essere i calciatori più interessanti per le nostre grandi squadre.

Milan: il Diavolo ha sostituito Seedorf con Inzaghi. La mossa non l'ho condivisa, soprattutto da un punto di vista economico. L'olandese pretende il rispetto dei patti ed il Milan gli verserà i 10 milioni lordi pattuiti, cui si aggiunge il contratto ancora in essere con Allegri.
Non è un caso se i rossoneri si sono mossi per primi e sul mercato dei parametri zero. Alex e Menez son due colpi interessanti, forse più economicamente che tecnicamente. Galliani sa che deve rinforzare la rosa, altrimenti il sogno Champions rimane una chimera. Al Milan servono almeno un paio di difensori, un centrocampista e un attaccante. Praticamente perso Iturbe, sarebbe ipotizzabile un sacrificio di Balotelli per fare cassa, ma gli acquirenti latitano. Se davvero qualcuno offrisse 30 milioni io lo venderei subito. Al suo posto occorre inserire gente giovane e di gamba, starà a Inzaghi l'onere di farli diventare dei grandi giocatori.

Juventus: la Signora si è mossa in modo strano. La cessione della seconda metà di Zaza, per 7,5 milioni, è un buon colpo. Meno interessante il rinnovo della comproprietà di Berardi, il cui futuro andava scritto prima che il prezzo lieviti ulteriormente.
Si fanno tanti nomi per Conte, che è stato chiaro: vuole dei grandi calciatori per avere più soluzioni tattiche. Giusto puntare forte su Juan Iturbe? Io stravedo per il gialloblu, classe '93 come Pogba. Lo prenderei all'istante, magari girando a Verona Quagliarella per abbassare il prezzo. Si parlava di Lukaku settimane addietro, ma è molto costoso e al Mondiale ha deluso tantissimo. Allora benvenuto a Morata, il cui ingaggio sembra ad un passo con una formula contrattuale inusuale, che mi convince.
Sanchez, che da valutare non è, sarebbe stato la ciliegina sulla torta, ma per prenderlo si sarebbe dovuto sforare (e troppo) il monte ingaggi, l'affare era da chiudere prima del Mondiale, ma la dirigenza non è stata abbastanza lesta, o il Barcelona non ha accettato le lusinghe torinesi.
Ai bianconeri servono poi un paio di innesti in difesa, il solo Evra non può bastare. I nomi giusti, in questo caso, devono ancora essere fatti. La mediana non è invece da ritoccare, a meno di una cessione importante come Pogba o Vidal. Al momento la dirigenza lavora per trattenerli.

Inter: solito enigma. Non sto capendo quelle che possono essere le mosse dei nerazzurri, intorno a cui regna l'incertezza. M'Vila non è certo uno che ti fa fare il salto di qualità, a maggior ragione se viene ceduto un buon centrocampista come Guarin, fuori dal progetto nonostante gli sia stato rinnovato il contratto pochi mesi fa. All'Inter servono tanti rinforzi, dietro (Rolando non è stato riscattato), sulle fasce (Isla il nome caldo) e in mezzo al campo.
Davanti i titolari saranno probabilmente Palacio e Icardi, ma alle loro spalle il nulla. Un rinforzo di qualità, magari per l'Europa League, ci vuole assolutamente. Si fa da tempo il nome di Hernandez del Palermo, per cui Zamparini chiede 12 milioni. Cifra folle a parer mio.

Roma: i giallorossi lavorano sotto traccia, cercano il colpo giovane e seguono le istruzioni di Garcia. Sabatini è dirigente esperto, intelligente, farà ottimi colpi. Uçan, turco classe '94, potrebbe essere una lieta sorpresa per i capitolini; Muriel e Aubameyang sono nomi stuzzicanti, con il primo che mi pare l'unico reale obiettivo. A Garcia servono tre-quattro innesti di qualità per giocare un campionato di altissimo livello, come la scorsa stagione, e fare una buona figura in Europa, dove gli ottavi devono essere l'obiettivo minimo dei capitolini. Il dilemma, in questo caso, si chiama Benatia. I rapporti non sono buoni fra il marocchino e la Roma, o si arriva in fretta ad un compromesso o la cessione è inevitabile. A 37 milioni di euro, se la cifra è vera, glielo porterei io a Manchester fossi nei giallorossi.  

14 luglio 2014

Brasile2014: semplicemente hanno vinto i più forti

Ha vinto la squadra più forte, quella più cinica e compatta. Ha deciso un ragazzo formidabile, nato nel 1992 e reduce da una stagione difficile. Solo chi non conosce il calcio si è permesso di aver messo in discussione Mario Gotze, un talento meraviglioso. Capace di fare tutto, dialogare, passare, servire e soprattutto segnare. Lo ha dimostrato stasera, portando sull'Olimpo del calcio la sua Germania. Si è andato a prendere la coppa, nel modo più bello ed incredibile in assoluto, all'ultimo istante. Proprio quando sembrava scontato che si andasse ai rigori, ecco sbucare la zampata del campione. Grande merito all'ala del Chelsea Schurrle, che accelera e spacca la difesa. Il cross al centro è perfetto, ma per trasformarlo in rete occorre il guizzo del fuoriclasse. Mario la stoppa di petto, insinuandosi fra De Michelis e Garay. La palla non tocca mai la terra e in "estirada" viene calciata in modo sublime. La traiettoria beffa Romero e s'insacca in rete. Di lì in avanti è festa tedesca, meritata e legittima.

Una partita bella, nonostante il goal arrivi solo nei minuti finale del secondo supplementare. Mai come oggi a vincerla è stato l'allenatore, con un Loew perfetto ed un Sabella che può prendersela solo con sè stesso. E partirei proprio da qui, ribadendo l'incredibile e inconcepibile esclusione di Carlitos Tevez, per iniziare. L'altro tasto dolente è stato il modo in cui ha gestito questa finale, francamente difficile da decifrare. La tattica di base era ottima, con una difesa rocciosa ed un contropiede rapido ed efficace. Lavezzi ha fatto malissimo ai difensori tedeschi, Higuain ha sulla coscienza il pallone di un facile 0-1, e Toni Kroos ringrazia.
Nel secondo tempo fuori i due sopracitati e dentro un Aguero imbarazzante ed un Palacio che si conferma un giocatore con mezzi limitati, almeno per una finale Mondiale. El Kun è lontanissimo parente di quello che brilla con i club; el Trenza ha il pallone davanti a Neuer e lo sbaglia in maniera grossolana, provando un pallonetto orribile.

Loew, viceversa, non ha sbagliato niente. Ha avuto coraggio e non ha mai indietreggiato. Ha rischiato di prendere goal, ha avuto paura per qualche accelerazione di Leo Messi, che non ha però fatto la differenza, ma non è mai caduto. La scelta di schierare Schurrle, in luogo di un centrocampista di contenimento come Kramer, e Gotze ha pagato. Assist e goal, il Mondiale è merito suo, soprattutto suo. 

Spiace per l'Argentina, soprattutto per un immenso Mascherano, ma il campo ha parlato. Spiace vedere Messi così triste, ma anche i campioni devono perdere e saperlo fare. A Rio ha vinto la squadra che più di tutte ha meritato di vincere, essendo perfetta in tutti i ruoli. Un Neuer favoloso; una retroguardia ermetica; un centrocampo spaziale; un attacco atomico.
E la Germania ci raggiunge a quattro titoli, vediamo come loro si sono rialzati dopo la figuraccia a Euro2004 e prendiamo appunti. C'è un primato europeo da riprenderci, al più presto.

12 luglio 2014

Brasile2014: Germania v Argentina, la più classica delle finali

caricatura di Daniele Lauro: https://twitter.com/DanieleLauro
Ci sono partite, nel calcio, che non saranno mai come le altre. In genere si pensa ai derby, specie in paesi caldissimi come l'Argentina o la Serbia. A livello di club o di squadre nazionali, il discorso cambia poco. Anche ai Mondiali ci sono rivalità che vanno oltre il semplice match, per la storia dei contendenti, vicinanza geografica o semplicemente per precedenti importanti.
A Rio va in scena una di quelle che partite che, normale, non sarà mai. Argentina e Germania hanno una rivalità calcistica troppo forte e radicata. Deflagrata con la finale di Messico '86, la sfida ha assunto nel tempo connotati leggendari, per la qualità dei giocatori in campo ed i risultati.

Come detto il tutto comincia il 29 Giugno 1986 a Città del Messico. Sul campo dell'Atzteca si trovano l'Argentina di Carlos Bilardo e la Germania di Beckenbauer. Sulla carta non c'è storia, la Germania è più forte e quadrata. Agli ordini del maestro tedesco giocano esperti campioni del calibro di Briegel, Rumenigge e Magath, reduci dalla sconfitta di Spagna '82 e giovani fenomeni come Brehme e Matthaus, semplice comparsa nel Mundial spagnolo. Bilardo ha però Diego Armando Maradona, il miglior Diego di sempre. In una forma psico-fisica mostruosa, "el dies" trascina i sudamericani oltre i propri limiti e confini. Valdano e Burruchaga, esaltati dall'estro del miglior calciatore del mondo, regalano un successo incredibile all'albiceleste, che bissa il titolo del '78 ed agguanta proprio la Germania a quota due mondiali.

La rivincita è un piatto che va servito freddo. Praticamente la stessa Germania del 1986, infatti, si presenta a Roma, l'8 Luglio del 1990. Allo stadio Olimpico va in scena una finale vibrante, tesa e ricca di colpi al limite del proibito. Più che per il goal di Brehme, realizzato calciando il rigore con il piede non dominante (aspetto assolutamente fuori dal normale, almeno per me), la sfida di Roma passa alla storia per l'atteggiamento di Diego. Infastidito dai fischi italiani verso la sua nazionale, carnefice dell'Italia a Napoli, il numero 10 risponde ripetendo a gran voce "hijo de puta" durante l'esecuzione dell'inno.
Beckenbauer si prende la sua rivincita, Diego fa esplodere definitivamente l'odio sportivo tra due paesi simili fra loro come il giorno e la notte. Da un lato la giovialità argentina, tipica dei paesi caldi; un fare molto italico e spagnolo, con un pizzico di filosofia messicana annessa. Dall'altro la rigidità teutonica, fatta di lavoro e disciplina, regole e doveri.



E così al Maracanà di Rio va in scena la finale più giocata della storia. Dimentichiamo per un momento ai precedenti storici di alcuni decenni fa e concentriamoci sul presente ed il passato meno remoto. Dal 2006 ad oggi la Germania è sempre stata la carnefice dell'Argentina. Lo ha fatto ai calci di rigore nel 2006, dopo l'1-1 dei tempi regolamentari, firmato da Ayala ed il solito Klose. Ha ribadito il concetto con ancor più forza in Sud Africa, quando Mueller, Klose (due volte) e Friedrich hanno annichilito l'Argentina di Diego Armando Maradona, ancora lui. A conti fatti le vittorie tedesche in queste manifestazioni non hanno portato ad un successo, se è vero che Italia prima e Spagna poi hanno spento i sogni in semifinale. Ma quella del Maracanà sarà nuovamente una partita decisiva, come quelle giocate in Messico ed Italia.

In tempi non sospetti ho pronosticato questa finale, e se dovessi scommettere, oggi, punterei sulla Germania. Per la forza dei singoli, per la qualità del gioco espresso, per l'attitudine al successo di quasi tutti i componenti della rosa. E sarebbe inoltre la prima volta che una squadra europea s'impone nel continente americano, un tabù che va sfatato prima o dopo. I ragazzi di Loew non hanno mostrato debolezze o paure, ma solo di soffrire le squadre che si chiudono e ripartono veloci. Non è un caso se solamente il Ghana e l'Algeria, due africane dotate di corsa e velocità, sono riuscite a spaventare i bianchi di Germania.
Loew punterà sui suoi fedelissimi, con Klose a caccia del goal numero 17, utile a spaventare l'amico Mueller nella caccia al suo primato.



Se fossi in Sabella punterei quindi su una tattica attendista, con una difesa solida e tanta velocità in ripartenza. L'ottimo Higuain di queste ultime partite potrebbe essere il giusto grimaldello per spaventare i due lenti centrali, Hummels e Boateng. Dietro di lui servono tecnica e rapidità, qualità che Messi ha a bizzeffe. Rinuncerei forse a Lavezzi dal primo minuto in favore di Di Maria, vero ago della bilancia del match, dietro alle punte. Se c'è un giocatore a cui non rinuncerei mai è proprio il madrilista, che è dato per recuperabile. Dietro questo trio tantissima attenzione e tattica, per stoppare Mueller e compagni. Se gli lasci spazio, loro ti puniscono. Chiedere al Brasile per conferma.



Vada come vada, l'importante è che la partita sia bella ed emozionante, non a senso unico come Brasile-Germania; non soporifera come Argentina-Olanda. Che vinca il migliore.

11 luglio 2014

Brasile2014: Italia, una sconfitta annunciata

Somatizzata la sconfitta e la seconda brutta figura consecutiva al Mondiale, ora l'Italia deve rialzarsi in piedi. Lo deve fare trovando un nuovo presidente federale, si spera una figura nuova e frizzante; e affidandosi ad una nuova guida tecnica, il cui compito è quello di fondare ex-novo un progetto tecnico e tattico. Un po' quello che aveva fatto la Germania dopo il disastroso Europeo del 2004, quando l'allora commissario tecnico Rudi Voeller decise di puntare solo sulla vecchia guardia: Kahn, Friedrich, Worns, Baumann, Hamman, Kuranyi, Schneider, Frings...tutta gente giunta al capolinea.
La rifondazione parte necessariamente dai giovani, o per esser più precisi da quell'infinito serbatoio che per noi è sempre stata l'Under21. Se scaviamo nel passato, infatti, scopriamo che dalla nostra Under sono passati ragazzi che son poi diventati campioni, molti dei quali ci hanno portato ad alzare il trofeo più importante in una calda estate berlinese. Ultimamente, invece, il nulla.

Campionato Europeo Under21, 1994: vinciamo in finale con il Portogallo di Rui Costa, Figo e Joao Pinto, non proprio una squadretta da niente. Noi, allo stesso modo, schieriamo fior di campioni: Francesco Toldo, Fabio Cannavaro, Christian Panucci, Benny Carbone (che da ragazzo aveva numeri da fenomeno), Christian Vieri, Filippo Inzaghi. Ci porta sul tetto d'Europa Orlandini, poi incapace di imporsi al grande pubblico, ma nel mentre abbiamo eliminato ai rigori la Francia di Makelele, Zidane e Thuram, insomma un'altra corazzata.

Campionato Europeo Under21, 1996: vinciamo in finale contro la Spagna di Raùl, Mendieta, Morientes e Ivan de la Pena. Noi schieriamo una formazione pazzesca: Buffon, Nesta, Cannavaro, Panucci, Tommasi, Tacchinardi, Morfeo, Del Vecchio, Totti, Amoruso, con quest'ultimo che Lippi ha definito poco tempo fa "uno degli attaccanti più forti e completi che abbia mai visto". Suoniamo ancora una volta la Francia di Makelele, rinforzata con ragazzi del calibro di Patrick Vieira, Wiltord, Candela e Robert Pirès.

Campionato Europeo Under21, 2000: vinciamo in finale contro la Repubblica Ceca di Jankulovski, Grygera, Ujfalusi e Milan Baros, all'epoca considerato il miglior giovane emergente del mondo. Noi caliamo una serie di assi notevoli: Abbiati, Coco, Gattuso, Baronio, Andrea Pirlo e Ventola. Sulla strada spettiniamo l'Under inglese più forte degli ultimi anni, con Jamie Carragher e Frank Lampard.

Campionato Europeo Under21, 2002: questa volta ci fermiamo in semifinale, la Repubblica Ceca di Baros si prende la rivincita a due anni di distanza. Noi però usciamo a testa alta guidati sempre da Pirlo, inspiegabilmente sottovalutato in Serie A, e dalla nuova leva: Donati, Ferrari e Maccarone.

Campionato Europeo Under21, 2004: giochiamo un torneo pazzesco e, ovviamente, lo vinciamo. La finale con la Serbia di Ivanovic è una formalità, siamo troppo superiori agli altri. In porta Marco Amelia, in difesa Barzagli, e Zaccardo, in mezzo al campo De Rossi e davanti Gilardino. Guarda caso tutti i nominati, due anni dopo, vincono il Mondiale in Germania con Marcello Lippi.

Di lì in avanti un buco generazionale, squadre mediocri che non riescono a qualificarsi o raccolgono al torneo finale magre figure. I giocatori di maggior spicco sono Chiellini, non certo uno dai piedi sopraffini, e Aquilani. Poi certo ci sarebbe Giuseppe Rossi, uno che è forte, ma che è stato perseguitato dagli infortuni. I tre sopracitati hanno fatto parte del giro azzurro nella spedizione brasiliana, almeno due su tre. Pepito è stato bocciato all'ultimo istante da Prandelli, che poteva tranquillamente lasciarlo in Italia ma evitarsi la pantomima di portarlo in ritiro per poi scaricarlo. Scegliere al posto suo e di Destro un giocatore come Cerci e Insigne è un'assurdità, tattica e tecnica.
L'ultima Italia che arriva in fondo ad un torneo giovanile è quella di Immobile, Verratti e Borini. La scoppola contro la Spagna di Thiago Alcantara riecheggia ancora nelle loro menti, ma per lo meno qualcosa si muove.
Il fallimento del 2010 e del 2014 è figlio di una pochezza nel calcio giovanile, speriamo che questo buco generazionale sia colmano al più presto. Qualche giovane interessante lo abbiamo, potremmo evitare di farceli soffiare, come successo con Verratti, e potremmo capire che è giunto il momento di dar loro spazio. Va benissimo la vecchia guardia, ma dev'essere composta da gente come Buffon o De Rossi. Pirlo ci può stare nel gruppo azzurro, ma guai a puntare ancora tutto su un giocatore che ha 35 primavere sulle spalle.
Chiudo con una domanda provocatoria: ma se Balotelli fosse e fosse stato il gran campione che i media dicono da anni, per quale ragione non ha guidato una Under21 al successo? Forse un campione non è. E dubito che lo sarà mai, nonostante mezzi tecnici e fisici.

10 luglio 2014

Brasile2014: due acuti di Romero regalano all'Argentina la finale

Dopo aver visto l'incredibile Germania di Loew, la semifinale di questa sera sembra una partita poco spettacolare. Ma non è oro tutto ciò che luccica, perchè la grandezza di questo match è nella disposizione tattica delle due squadre. Sabella e Van Gaal si stanno dimostrando allenatori di grandissimo livello, con idee ed equilibrio. Non rinunciano né ad attaccare né alla propria filosofia di calcio, fatta di palleggio e profondità in casa Argentina e rapidità e concretezza sulla sponda olandese.
Le due squadre si temono e si rispettano allo stesso tempo, provano ad esprimere il proprio calcio senza riuscire ad imporsi l'una sull'altra. Il risultato è un primo tempo tattico e poco spettacolare, in cui i centrocampi hanno la meglio e impongono un gioco spezzettato e ricco di contrasti. A leggere le formazioni saltano agli occhi i nomi di Messi, Lavezzi e Higuain da un lato, Robben e Van Persie dall'altro; a fare la voce grossa sono però "el Jefecito" Mascherano e un redivivo Nigel De Jong, recuperato a tempo di record per dare equilibrio alla squadra, o più probabilmente un occhio in più a Leo Messi. L'unico che quando ha la palla fra i piedi, dimostra di essere sempre pericoloso. L'Olanda, invece, sembra quasi replicare il canovaccio della finale con la Spagna, in quel Sud Africa 2010 che ha visto gli orange perdere l'ennesimo Mondiale ad un passo dal successo.

Pronti-via il canovaccio tattico cambia poco. Il gioco è maschio, rude. Van Gaal è troppo esperto per non saperlo, e non è un caso se l'unico ammonito, Martins-Indi, rimane negli spogliatoi a meditare. Da lì a poco la stessa sorte tocca a De Jong, sostituito dal giovane Jordi Clasie, un ragazzo su cui ho scommesso anni fa. Una sostituzione che denota, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto carattere abbia Van Gaal. La paura di sbagliare, non sa cosa sia; il timore per l'inesperienza è qualcosa che non fa parte del suo dna. I successi all'Ajax, lanciando una generazione di fenomeni composta da gente come Davids, Seedorf, Bergkamp, Kluivert e i fratelli De Boer, erano in tal senso una prova altamente tangibile.
Col passare dei minuti ci si aspetta che le squadre si allunghino, che lo spettacolo salga di livello. E invece è la paura di sbagliare a paralizzare il gioco offensivo dei due contendenti, così la sensazione è che a sbloccarla possa essere il colpo di un singolo. E di campioni, in campo, ce ne sono parecchi. Uno di questi è Gonzalo Higuain, che si avventa come un cobra sul cross proveniente dalla destra. El Pipita brucia tutti e calcia la palla sotto la traversa, lasciando Cillessen di stucco. L'urlo in gola agli argentini, però, viene strozzato dall'esterno della rete prima, da un fuorigioco inesistente poi. L'equilibrio è ancora totale, lo spettro dei supplementari si materializza come un'ombra sempre più inquietante.
A pochi secondi dal novantesimo è Robben ad avere la palla giusta. Come spesso gli è capitato in carriera attende un attimo di troppo e non capitalizza la magica palla di Van Persie, facendosi stoppare in tackle da un sontuoso Mascherano in tackle. E così, sull'unico vero sussulto dei tempi regolamentari, s'infrangono le speranze di trovare l'avversario di una Germania che, ad oggi, sembra davvero non avere rivali. 

Quando ti giochi una finale Mondiale ai tempi supplementari conta poco il gioco, ancor meno la tecnica e la tattica. A farla da padrone sono la testa, la determinazione e la paura. La paura è ciò che ti tiene vivo e non ti fa calare l'attenzione, ma ad un passo dal traguardo devi saperla dominare. Solo così si riesce a vincere, o come sarebbe più giusto dire per questo match a non perdere. 
A provarci con più convinzione è l'Olanda, ma la noia regna sovrana. Già, quello che ad inizio partita era uno splendido esempio di tattica e ordine si è lentamente trasformato in un esercizio di timore, a cui nessuno dei giocatori in campo si è sottratto. Nemmeno il nuovo entrato Palacio, che ha sulla testa il pallone più importante della carriera, ma la torsione è debole e inefficace, tanto da finire docilmente sulle mani dell'estremo difensore orange.

I rigori sono scontati, inevitabili. Giusto così, la sensazione è che avrebbero potuto giocare altri due giorni, ma il goal non sarebbe arrivato. Come sempre in questi casi vince la squadra coi nervi più saldi, quella a cui gli episodi sono più favorevoli. E questa squadra è l'Argentina di Messi, ma soprattutto di Romero questa sera. L'ex Sampdoria si prende la sua rivincita e massimizza la precisione dei suoi compagni tiratori, regalando all'albiceleste una storica finale nel paese dove vincere sarebbe bellissimo. 

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