Esperto di Calcio

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12 novembre 2012

Il punto sulla Serie A: 12esima giornata


Andata in archivio la dodicesima giornata. La Juventus allunga in vetta con i sei goal di Pescara, complice il brutto stop dell'Inter a Bergamo. Tiene botta il Napoli, che si aggrappa a Cavani ed Hamsik per avere la meglio su di un Genoa ferito. In coda malissimo Bologna, Sampdoria e Genoa, mentre il Chievo butta al vento una bella occasione. Nel derby di Roma lezione di Petkovic a Zeman, che affonda nuovamente e con 23 reti subite è la peggior difesa del torneo (insieme a Chievo e Pescara).

Analisi dei match:

Cagliari-Catania: un punto per uno non fa male a nessuno. Potrebbe essere questo slogan, anche se il Cagliari ci ha provato davvero. Un monumentale Andujar e l'imprecisione dei suoi avanti ha costretto i cagliaritani allo 0a0, che muove la classifica e fa felice anche Maran

Pescara-Juventus: sull'Adriatico è Quagliarella show. Il Pescara, ancora troppo zemaniano, si sfalda sotto i colpi dei bianconeri, che ne fanno sei. Vidal e Asamoah son certezze per Conte, Quagliarella fa tre squilli alla dirigenza bianconera per dimostrare di essere lui il top player per gennaio. Meraviglioso il terzo goal del campano, che ha steso Perin con una favolosa rovesciata. Da ammirare il gesto di Buffon, che a fine partita ha consolato e consigliato il giovane portiere degli abruzzesi, considerato dagli addetti ai lavori il suo erede.

Palermo-Sampdoria: i rosanero scoprono "La Joya". Paulo Dybala, giovane bomber argentino classe 1993, stende la Samp con una doppietta di pregevole fattura. Il folletto albiceleste trafigge il connazionale Romero con il suo mancino, mentre la Sampdoria non si rende mai pericolosa. Per i doriani settima sconfitta consecutiva e crisi nera.

Chievo Verona-Udinese: hara-kiri per i clivensi, due volte in vantaggio e due volte ripresi dal bomber della domenica Angella. I gialloblu di Corini sprecano un rigore con Luciano e si portano in vantaggio di nuovo dagli 11 metri con Paloschi allo scadere. Nel recupero Angella fissa il punteggio sul 2-2. Per i veronesi un'occasione sprecata che deve far riflettere.

Genoa-Napoli: è il Napoli dei due tenori, Hamsik e Cavani. Sono i due gioielli partenopei a cambiare il match, segnando il pareggio ed il goal del vantaggio contro un Genoa volenteroso e due volte avanti. Insigne, piccolo fenomeno azzurro, chiude il match in pieno recupero. Per Del Neri è buio pesto e alla prossima il derby diventa un vero e proprio spartiacque.

Lazio-Roma: il derby romano va, con pieno merito, ai biancocelesti di Petkovic. La solita Roma di Zeman, incapace di amministrare il vantaggio e di contenere la spinta laziale. Se a questo aggiungiamo la follia di De Rossi (la cui avventura sembra al capolinea) e la papera di Goicoechea la frittata è fatta. Bravo Petkovic a mettere in campo una squadra quadrata e volenterosa, con grande qualità in mezzo al campo ed il solito spietato Klose come unico terminale offensivo. Per la Roma solita pessima fase difensiva (son 23 le reti subite, praticamente due a partita di media) e l'impressione che, all'interno del gruppo, manchi un pò di coesione e ci sia troppo nervosismo.

Milan-Fiorentina: i viola sono una delle più belle rivelazioni del torneo. Montella ha ridato vita ai gigliati, che ora giocano un bel calcio fatto di ordine tattico e tecnica sopraffina. Pizarro in cabina di regia è sontuoso, decisamente superiore a quel Montolivo che anche ieri ha dato tutto con i rossoneri ma che non fa la differenza. Anche senza Jovetic la Fiorentina gioca bene e trova le marcature con i suoi ottimi centrocampisti. Per il Milan è ancora notte fonda, con un Pato a tratti irritante e che sbaglia anche un rigore sullo 0a1. Da elogiare il solito El Sharawy, un ragazzo che farà strada e diventerà un campione. Spirito di sacrificio, corsa e qualità del Faraone, però, non bastano ad un brutto Milan.

Parma-Siena: il classico zero a zero per non farsi male. Le due squadre pensano a non prenderle prima che a darle e vien fuori una partita tutt'altro che bella. Ci prova di più il Parma, che però appare spuntato davanti. La difesa di Cosmi regge bene ma un punto serve più al Parma che al Siena, ancora ultimo in classifica.

Torino-Bologna: D'Ambrosio. Quando ti aspetti i goal e le giocate di Bianchi, Sansone, Diamanti o Gilardino, ecco spuntare il terzino granata a decidere la partita. Il ragazzo campano beffa uno spensierato Agliardi sul suo palo e regala tre meritati punti al Toro. Un Bologna bruttissimo per essere vero ristagna dei bassifondi della classifica, nonostante un trio d'attacco di ben altro livello.

Atalanta-Inter: vincono i nerazzurri, ma quelli bergamaschi. Colantuono mette in campo una squadra gagliarda, che spinge e attacca un'Inter in difficoltà in difesa. Stramaccioni torna alla difesa a 4 ma deve fare i conti con l'ennesima imbarazzante prestazione di Silvestre. L'argentino non riesce a tenere mai ne Denis, ne Maxi Moralez, ne Bonaventura. I tre confezionano un preziosissimo successo che lancia l'Atalanta davanti alla Roma in piena zona Europa. L'Inter, pessima in difesa, ha sfoderato l'ennesima gran prestazione in avanti, con un Palacio formidabile ed un Guarin che difficilmente potrà essere tenuto ancora per molto in panchina.

11 novembre 2012

Football Star, El Matador: Marcelo Salas

Tutti gli amanti del calcio guardano Cavani e non possono che rimanere estasiati dai goal e dalle giocate del "Matador". Ma i più attenti cultori di questo sport sanno bene che il primo e vero Matador, in Italia, è stato il cileno Marcelo Salas.

José Marcelo Salas Melinao nasce a Temuco (Cile) il 24 dicembre 1974 e fin dai primi anni di vita ha un pallone fra i piedi. Cresce nelle giovanili delSantos Temuco FC, squadra della sua città natale. Nel 1991, a 17 anni, viene ingaggiato dalla squadra più importante del paese: l'Universidad de Chile. Con i "Chunchos" debutta in campionato appena ventenne, nel 1994. Nonostante la giovane età, Salas ha una spiccata personalità e un innato senso del goal. A fine anno realizzerà ben 18 reti in 25 presenze, guidando la squadra al titolo di campioni. Le sue prestazioni gli valgono la convocazione in Nazionale, con la quale debutterà il 18 maggio 1994 in un'amichevole contro l'Argentina di Diego Armando Maradona. Il debutto è da campione vero, Salas realizza infatti al 75' la rete del 3a2, pareggiata poi all'82' dall'albiceleste Ruggeri. Con la maglia del suo paese disputerà 71 partite, molte delle quali in coppia con Ivan Zamorano. I due comporranno un duo di straordinaria effiicacia, apostrofato in patria "Sa-Za". I due guideranno i cileni al Mondiale 1998, prima apparizione del Cile ad una fase finale di una coppa del mondo.
Dopo tre anni e 49 goal (in appena 62 presenze), il campionato cileno inizia a stare stretto al giovane bomber, che intanto si fa conoscere come "El Matador". L'origine del suo soprannome deriva dal suo particolare modo di esultare, inchinandosi davanti ai suoi tifosi come un torero.
Nel 1996 approda in Argentina, dove il River Plate lo acquista per 3,5 milioni di dollari. L'inserimento in Argentina non è dei più semplici, ma Salas non si perde d'animo e mette a tacere i detrattori. In due stagioni guida i "Millionarios" alla conquista di due titoli di "Apertura" ed un "Clausura" realizzando 24 reti in 53 presenze.
Le sue prestazioni convincenti, tanto con la maglia del River che con quella del Cile, convincono la Lazio di Cragnotti ad acquistarlo per una cifra vicina a 17 miliardi di lire. Salas vive l'apogeo della società biancoceleste, contribuendo alle più prestigiose vittorie: Scudetto, Supercoppa italiana, Coppa delle Coppe, Super Coppa Uefa e Coppa Italia. Storico il suo goal contro il Manchester United, che regala alla Lazio la Supercoppa Uefa nel prestigioso palcoscenico di Montecarlo. Con Mancini componeva un tandem offensivo di impareggiabile valore, anche grazie al supporto di Veron e Nedved alle loro spalle. El Matador era il terminale offensivo perfetto di un meccanismo collaudato, che lo ha portato a realizzare 48 reti in 117 presenze.
Dopo tre stagioni lascia la Lazio per approdare in bianconero, alla Juventus. Con 25 miliardi la compagine torinese lo porta a Torino, dove nei piani di Lippi doveva completare uno spettacolare tridente offensivo con Del Piero e Trezeguet. Gli inizi in bianconero sono incoraggianti, ma ben presto il giocattolo si guasta. Dapprima un rigore sbagliato nel derby con il Torino, che lo abbatte moralmente; quindi la distorsione dei legamenti del ginocchio contro il Bologna.
L'inattività lo imbolsisce e non tornerà più quello di un tempo, tanto che la Juventus decide di cederlo in Sud America. Nel River Plate prima e nell'amata Universidad de Chile dopo, da vita al più classico dei "canti del cigno", chiudendo la carriera nel 2008 all'età di 34 anni.

Attaccante potente e dal senso del goal innato, Marcelo Salas è stato uno dei grandi attaccanti di fine anni 90'. 173cm per 75 kg di peso era un vero e proprio "toro", inarrestabile quando partiva palla al piede. Il suo fisico massiccio, unito ad un piede sinistro davvero delicato, rendono Salas uno dei migliori centravanti degli ultimi 20 anni. La sua forza è stata, però, anche il suo limite. Non appena il suo ginocchio ha fatto crac, il suo fisico non è più riuscito a recuperare la forza e la potenza dei giorni migliori. Un pò come Bobo Vieri, anche Salas aveva bisogno di star bene per rendere al massimo. Rispetto al bomber italiano, con il quale ha fatto coppia nella Lazio, Salas aveva meno istinto da "killer" e più abilità nel dribbling. La sua potenza, unita alle sue doti tecniche, lo rendevano un attaccante duttile. In grado di giostrare da prima come da seconda punta, era la fortuna di ogni allenatore, che poteva scegliere se affiancargli una vera punta o un fantasista.
Chiusa la carriera di giocatore, ora Salas è dirigente, con il ruolo di direttore sportivo dell'Unión Temuco.

Sacchi: "Volevo Stramaccioni ad allenare l'Under"


Arrigo Sacchi, responsabile dei settori giovanili italiani, voleva affidare la panchina azzurra ad Andrea Stramaccioni. "Ricordo - dice come riporta Fcinternews.it - che volevamo offrirgli l'anno scorso la panchina dell'Italia giovanile, ma lui fu molto corretto dicendo che aveva già dato la sua parola all'Inter. Parlando mi disse che la sua squadra forse non aveva un gioco sempre armonioso, ma è un vero gruppo, gioca insieme. Stramaccioni ha avuto il merito di tirare fuori qualità che sembravano sopite in certi giocatori, se non addirittura perse. Stramaccioni a Torino ha sorpreso molti giornalisti presentandosi con tre punte, una delle quali, Cassano, non molto mobile. ma sono tutti grandi professionisti. Ho avuto la fortuna di conoscere gente come Samuel, Cambiasso, Zanetti, lo zoccolo duro di questa Inter, poi c'è la bella sorpresa Juan Jesus e quel Milito che oggi, al pari di Cavani, è il miglior attaccante in Italia".

10 novembre 2012

Petkovic vs Zeman, due differenti filosofie d'attacco


Lazio-Roma è anche Petkovic contro Zeman. I due allenatori hanno dato alle compagini capitoline un'anima frizzante, specchio del loro modo di vedere il calcio. Entrambi, infatti, amano il gioco d'attacco, propositivo e spettacolare. Petkovic e Zeman hanno però un modo ben diverso di interpretare il calcio offensivo e le loro squadre sono specchio di una filosofia calcistica ben precisa. Conosciamoli meglio.

Vladimir Petković (Sarajevo, 15 agosto 1963) è un personaggio tutto da scoprire. Ex centrocampista del Sarajevo, vive la sua vita di calciatore ed allenatore fra Bosnia e Svizzera. Soprannominato "Il Dottore" ha tre diversi passaporti (bosniaco, croato e svizzero) e parla correntemente otto lingue.
Allenatore duttile ed intelligente, predilige il gioco propositivo. I suoi moduli di gioco preferito sono, storicamente, il 3-4-3 o il 4-3-3, ma è talmente meticoloso da provare nuovi esperimenti tattici per esaltare le caratteristiche dei suoi uomini. Forsennato estimatore dei giocatori di qualità, ha sempre dichiarato che "più ce ne sono e più è facile fare calcio e soprattutto vincere". In un calcio esasperatamente tattico come la Serie A ha rappresentato una ventata d'aria fresca. Lavoratore scrupoloso, ama curare ogni minimo dettaglio. Durante la settimana prepara la partita in ogni singolo dettaglio, analizzando con i suoi giocatori video e statistiche degli avversari. E' sfrontato e coraggioso, ma mai superbo. Non adatta il suo modo di giocare agli avversari e non ama coprirsi o fare catenaccio. I suoi giocatori devono giocare la partita a viso aperto, senza paura. Arrivato in Italia fra mille dubbi e perplessità, si sta imponendo come un personaggio di indubbio interesse. Colto e garbato sta conquistando la critica ed i tifosi con la sua Lazio, che gioca un calcio davvero gradevole e divertente.


Zdeněk Zeman (Praga, 12 maggio 1947) è una storica conoscenza del calcio italiano. Salvo qualche piccola parentesi in Turchia e in Serbia, ha trascorso l'intera carriera in Italia. Conosciuto dai tempi del Foggia come "Il Boemo" è stato più recentemente soprannominato "Il Maestro" per la sua abilità nel lavorare con i giovani.
Allenatore severo ed integralista, basa il suo gioco su un dogmatico 4-3-3 e sulla corsa dei suoi ragazzi. Pochi al mondo sottopongono la squadra ad allenamenti duri come i suoi, tanto da esser passato alla storia per le sue celebri corse nei boschi o i salti sui gradoni dello stadio.
Il calcio per lui è fatto di attacco, attacco e ancora attacco. Ogni giocatore, portiere compreso, deve far parte della manovra offensiva della squadra. I terzini devono sovrapporsi, i centrocampisti inserirsi e le punte fare un costante movimento, per non dare alcun punto di riferimento agli avversari. Quanto trova un gruppo di giocatori che lo segue è letale, facendo le fortune dei suoi attaccanti. Con le sue cure sono esplosi bomber del calibro di Beppe Signori, Marco Del Vecchio, Francesco Totti, Ernesto Javier Chevanton, Alen Boksic e Pierluigi Casiraghi. Palla bassa e verticalizzazioni sono alla base del gioco delle sue squadre, che hanno come unico limite quello di essere troppo fragili in difesa. Con Zeman in panchina non ci si annoia mai. Celebri sono i rocamboleschi 4-3 o 5-4 in suo favore o suo sfavore, come Roma-Inter del 1998/99.
Sfrontato e senza peli sulla lingua ha conquistato la stampa con le sue dichiarazioni esplosive. Il Boemo ne ha per tutti, dalla Juventus alla lega passando per Josè Mourinho, definito "tecnico mediocre" per la scarsa spettacolarità delle sue squadre.

Come si può facilmente intuire lo spettacolo non mancherà all'Olimpico. Speriamo in una partita ricca di goal ed emozioni, avara di polemiche e situazioni ambigue. Che lo spettacolo del derby romano abbia inizio.

9 novembre 2012

Juventus, Pogba in punizione


Il gioiellino della squadra bianconera è in punizione. Paul Pogba non è infatti stato convocato per Pescara. Questo il comunicato uscito sul sito ufficiale della Juventus Football Club:

De Ceglie non è disponibile a causa di un lieve affaticamento muscolare all'adduttore della coscia sinistra. Pepe disputerà la partita di domenica con la Primavera (a Siena) per recuperare la migliore condizione. Pogba non rientra nella lista dei convocati per essersi presentato in ritardo a due allenamenti. 

 Marotta, Conte e Paratici dovranno gestire bene questa situazione, consapevoli che Mino Raiola, procuratore del ragazzo, è uno scaltro mestierante del mercato

Taison come Van Basten, una rete da applausi - Video


Taison Barcellos Freda, o per meglio dire Taison, non dice molto anche ai più attenti tifosi. Il giovane centrocampista brasiliano, classe 1988, ha però ieri sera segnato una rete incredibile, da togliere il fiato. Non so cos'altro aggiungere se non che bisogna applaudire questo ragazzo, fino a spellarci le mani. Provare una conclusione del genere è sinonimo di un coraggio ed una personalità fuori dal comune.
Come lui, fino ad ora, solo Marco Van Basten, che realizzò una rete simile contro l'Urss.

 

Mijatovic spinge Jovetic lontano dalla Viola


L'ex stella di Real Madrid e Fiorentina, Pedrag Mijatovic, spinge il fuoriclasse montenegrino lontano da Firenze. Queste le parole di "Peja": "Stevan è un calciatore maturo e pronto per una grande squadra, anche se nell'ultima sessione di calciomercato non si è mosso dalla Fiorentina. L'infortunio importante che ha subito nel 2010 ha solo rallentato la sua maturazione. Adesso - ha dichiarato a Vijesti.me - è tornato sulla strada giusta. Viste le sue grandi qualità è importante che sia ambizioso. Forse era il momento giusto che lasciasse la Fiorentina per andare in un club più importante, ma se non è successo questa estate sono sicuro che avverrà durante la prossima". I tifosi viola sono già in ansia, ma sanno bene che sulle tracce di JoJo ci sono da tempo la Juventus, il Real Madrid, il Manchester City e il Psg di Ibra e Ancelotti.

Paul Pogba, l'erede di Patrick Vieira

Nome: Paul Labile
Cognome: Pogba
Data di nascita: 15 marzo 1993
Luogo di nascita: Lagny-sur-Marne
Squadra di appartenenza: Juventus
Altezza: 188cm
Peso: 80kg
Piede: ambidestro


Paul Pogba nasce calcisticamente nel Roissy-en-Brie, una squadra locale nella quale mostra fin da subito di essere un ragazzo fuori dal comune. Passato nel 2006 al Torcy, viene ingaggiato dalla prima squadra professionistica nel 2007, il Le Havre.  Viene aggregato nel vivaio della formazione normanna, guidandola fino alle finali del campionato nazionale di categoria. Qui la squadra perderà contro il Lens, ma Pogba non passa inosservato e viene convocato in Nazionale. Con l'Under16 vince i noti tornei internazionali giovanili Val De Marne e Aegean Cup, attirando gli osservatori delle più grandi squadre del mondo.
Nel 2009, di comune accordo con la famiglia, decide di trasferirsi in Inghilterra. Dietro questa scelta non c'è una squadra qualsiasi, bensì il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Il Le Havre, squadra proprietaria del suo cartellino, denuncia l'azione dello United. I francesi si rivolgono alla Fifa, sostenendo che gli inglesi avvrebbero promesso al calciatore e alla famiglia una casa e circa 90 mila sterline. La Fifa temporeggia, non trovando documentazione che attesti alcuna irregolarità. Francesi ed inglesi chiuderanno il contenzioso con un accordo privato e il giovane Pogba inizierà la sua avventura con l'Under18 dei Red Devils. Ben presto viene aggregato alla squadra riserve dello United, con la quale disputerà 12 partite con 3 goal e 5 assist. Lo strapotere tecnico-fisico del ragazzo convince Alex Ferguson a farlo allenare con la prima squadra e farlo esordire il 20 settembre 2011 all'Old Trafford nella vittoria contro il Leeds in FA Cup.
Di comune accordo con il suo procuratore, Mino Raiola, decide di non rinnovare il contratto con la squadra di Manchester, in scadenza giugno 2012. Svincolatosi in estate decide di trasferirsi in Italia, alla Juventus. Ferguson non ci sta e denuncia a sua volta la Juventus per presunte irregolarità nel trasferimento del calciatore. Secondo il manager scozzese, infatti, Pogba avrebbe firmato per la Juventus prima della scadenza del suo contratto. Non sapremo mai se questo corrisponde a verità o meno, Juve e United si accordano per un indennizzo di valorizzazione e la giovane stella francese inizia ad allenarsi a Vinovo con i nuovi compagni. Nonostante i 19 anni da poco compiuti, Pogba esordisce sia in Serie A che in Champions League nel mese di settembre, e realizzerà la sua prima rete in maglia bianconera con un favoloso sinistro al volo nella vittoria per 2a0 sugli storici rivali del Napoli.

188cm per 80kg di peso, Pogba è un centrocampista completo. Ambidestro, possiede un'incredibile combinazione di qualità fisico-atletiche e tecnica personale. A suo agio sia in fase difensiva che offensiva, Pogba è il prototipo del centrocampista moderno. Forte fisicamente, abile nel pressing e dotato di una grande visione di gioco, è capace di organizzare la manovra come pochi al mondo. Nato come centrocampista davanti alla difesa, sa disimpegnarsi alla perfezione anche nel ruolo di mezz'ala.
Il suo fisico ed il colore della sua pelle hanno portato i giornalisti francesi ad affibiargli l'etichetta di "nuovo Vieira". Rispetto al fortissimo mediano ex Arsenal e Juventus, Pogba possiede piedi più dolci e maggiore facilità di corsa. Straordinario nei passaggi corti, ha mostrato in più occasioni di saper trovare l'uomo con traiettorie inaspettate anche in profondità.
Accanto a doti tecnico-fisiche eccezionali, la carriera di Pogba è sempre stata costellata dalla sua spiccata personalità. Leader naturale, ha indossato la fascia di capitano in tutte le selezioni giovanili nazionali di Francia.
Legato alla Juventus fino a giugno 2016, Pogba è certamente uno dei centrocampisti più interessanti dell'intero panorama calcistico mondiale. Allenarsi accanto a Pirlo non potrà che aumentare la sua sicurezza e la sua conoscenza di uno dei ruoli più belle ed affascinanti per un calciatore.


8 novembre 2012

Juan Quintero, la fantasia al potere

Nome: Juan
Cognome: Quintero
Data di nascita: 18 gennaio 1993 
Luogo di nascita: Medelìn (Colombia)
Squadra di appartenenza: Pescara
Altezza: 168cm
Peso: 62kg
Piede preferito: sinistro


Juan Fernando Quintero Paniagua nasce a Medelìn il 18 gennaio 1993. Come ogni ragazzo sudamericano ha una sola cosa in testa: il calcio. La carriera del giovane trequartista subisce una prima svolta nel 2007, quando appena 14enne viene inserito nel settore giovanile dell'Evingado. La squadra colombiana è un vivaio particolarmente apprezato in patria, tanto da aver lanciato la carriera dell'interista Fredy Guarin. In soli due anni compie tutta la trafila del settore giovanile e viene, nel 2009, aggregato alla prima squadra. Il ragazzo viene monitorato quotidianamente e, il 6 marzo, viene schierato per la prima volta con i grandi. A 16 anni compiuti da poco debutta nella Copa Mustang (la massima serie colombiana) contro l'Independiente de Medelìn. Il suo talento e la sua classe divengono ben presto un'arma preziosa per l'Evingado, che lo schiera con sempre maggior continuità. Quintero risponde sul campo, con dribbling, assist ed un preziosissimo goal contro il Deportivo Pasto, in una partita valida per la Serie de Promocion 2010. Nel match di ritorno, che sancirà la salvezza della squadra bianco-arancione, Quintero riporta una frattura a tibia e perone che lo costringe a rimanere per qualche mese fermo ai box.
Con grinta e determinazione, il giovane colombiano torna in campo e si riconquista il posto da titolare. Dopo 45 presenze e 3 reti con l'Evingado, Quintero passa nel gennaio nelle fila dell'Atlètico National, squadra della sua città natale. L'impatto con la capitale non è stato semplice, ma nelle poche apparizioni concessegli, Quintero ha mostrato tutto il suo talento. Con 3 reti in 15 presenze ha catturato le attenzioni del selezionatore tecnico Pekerman, che l'ha convocato per la prima volta in Nazionale maggiore. Durante le qualificazioni a Brasile 2014 non è mai stato impiegato, ma il ragazzo non si è perso d'animo, dichiarando anzi: "Il mio obiettivo è far bene con la Nazionale del mio Paese, crescere, dimostrare che ho le potenzialità giuste per giocare con la Colombia". Detto, fatto. Il 16 ottobre Peckerman lo fa debuttare nell'amichevole vinta per 3a0 contro il Camerun.
Il ragazzo va in fretta ed a luglio 2012 sbarca in Europa. Il Pescara, neopromossa in Serie A, scommette su di lui. Nei piani della società, Quintero è l'erede di Lorenzo Insigne, tornato a Napoli dopo il prestito in Abruzzo. Nonostante la giovanissima età, Stroppa decide di impiegarlo fin da subito, facendone uno dei fulcri del gioco dei biancoazzurri. Il 23 settembre, a Bologna, mette la firma per la prima volta su un tabellino di Serie A. Con una punizione di rara potenza e precisione, trafigge Agliardi. E' l'inizio di una parabola ascendente destinata a non esaurirsi tanto in fretta.

168 cm per 62 kg di peso, Quintero è il classico fantasista sudamericano. Dotato di una tecnica sopraffina e di un dribbling eccelso, ha tutte le carte in regola per diventare un grande giocatore. Rapido, altruista e con un'immensa visione di gioco, il piccolo trequartista colombiano è un giocatore completo. Soprannominato "Quinterito" in patria, è stato spesso accostato a James Rodriguez, talento classe 1991 del Porto. Rispetto al suo connazionale, però, ha meno facilità  a trovare la via del goal e più propensione a smarcare il compagno davanti alla porta. Nato come regista davanti alla difesa, si è ben presto adattato al nuovo ruolo di collante fra centrocampo ed attacco. Per fisico, facilità di calcio e posizione in campo può ricordare un po' il bolognese Diamanti, con il quale condivide la preferenza per il piede sinistro. Rispetto all'italiano, Quintero ha avuto la fortuna di emergere giovanissimo ed il tempo per una carriera ad alti livelli non gli manca di certo.

Il genio inespresso: Domenico Morfeo

Nella mia vita ho visto un'infinità di partite, un'infinità di giocatori. Raramente mi è capitata la possibilità di studiarli da vicino, di vederli allenarsi a due metri da me. Un'assolata mattina di settembre, nel 2006, ho avuto la fortuna di giocare nel campo a fianco del Parma. I gialloblu, ospiti a Torino in occasione della sfida con il Toro, stavano effettuando la rifinitura nel campo accanto al nostro.
Di quel giorno ricordo uno squisito Stefano Pioli, che vedendoci sbigottiti ci ha detto "buona partita ragazzi", ma soprattutto ho ancora viva negli occhi l'immagine di Domenico Morfeo. Un giocatore con numeri sensazionali, un talento cristallino che non si è mai espresso del tutto.
Nato in Abruzzo (Pescina) il 16 gennaio 1976, Morfeo viene inserito nel prolifico settore giovanile dell'Atalanta a 14 anni, dove conosce Cesare Prandelli. A Bergamo lo considerano un predestinato e a 17 anni lo fanno debuttare in Serie A. In quell'anno colleziona 9 presenze e 3 goal, biglietto da visita di tutto rispetto. La retrocessone degli orobici da al giovane talento la possibilità di giocare con maggior continuità. Con 18 presenze e 3 reti, infatti, il ragazzo abruzzese non solo contribuisce alla promozione della "Dea", ma si ritaglia un ruolo da protagonista per la stagione successiva. Nella stagione 1996-97 Morfeo esplode. Dribbling, giocate sensazionali e goal. Tutto il repertorio. Con 30 presenze e 11 reti il ragazzo si conquista dapprima la maglia della Nazionale Under21, quindi l'ingaggio alla Fiorentina di Batistuta e Rui Costa.
Con la maglia dell'Under21 vive da protagonista l'avventura agli Europei di categoria, riportando a casa la medaglia d'oro. E' l'Under di Cesare Maldini, che schiera campioni di primissimo livello: Buffon, Nesta, Cannavaro, Panucci, Tommasi, Tacchinardi, Amoruso, Totti e appunto Morfeo. Giocatori destinati a grandi imprese, quattro dei quali si laureeranno campioni del mondo 10 anni più tardi.
Con l'affermazione a livello europeo sembra spianata la strada del successo, ma proprio sul più bello, a 20 anni, la sua carriera s'inceppa. A Firenze, complice il dualismo con Rui Costa, si esprime a corrente alternata. Morfeo gioca partite eccezionali, intervallate da momenti di ispiegabile black out. Per il suo bene il fantasista cerca nuovi stimoli. La grande occasione della carriera si chiama Milan, è il 1998. Con i rossoneri, orfani di Savicevic e Roberto Baggio, il ragazzo pensa di riuscire ad affermarsi. Nonostante una buona partenza, anche a Milano soffre il dualismo con un altro grande giocatore, il brasiliano Leonardo. A fine stagione si laurea Campione d'Italia, ma con sole 11 presenze ed una rete decide di cambiare di nuovo. Dapprima passa in prestito a Cagliari, quindi a gennaio viene convinto dal Verona. Nella città veneta ritrova un vecchio mentore, Cesare Prandelli. Sotto le cure dell'antico maestro vive sei mesi entusiasmanti, salvando il Verona con 5 reti in appena 10 presenze. Una media favolosa, che convince la Fiorentina a riportarlo al Franchi. Qui vive gli stessi problemi di qualche stagione prima, trasferendosi nuovamente a Bergamo. Con l'Atalanta gioca con continuità, 17 apparizioni e 5 goal. L'ennesimo ritorno a Firenze sembra possa essere quello giusto. I viola hanno ceduto Rui Costa e Morfeo può finalmente giocare sulla trequarti e dispensare calcio. La fortuna non è dalla sua parte e, nonostante una buona stagione, la Fiorentina retrocede e fallisce. Lo svincolo lo porta a Milano, sponda Inter. Qui l'allenatore Hector Cuper lo impiega come esterno di sinistra, ruolo mai amato dall'eclettico centrocampista. Dopo 17 presenze ed un goal va a Parma.
In gialloblu esprime tutto il suo talento. Grandi giocate, dribbling, assist e goal. In coppia con Gilardino ha dato, nella stagione 2005-2006, il meglio di sè. 32 presenze, 8 goal e una caterva di assist per il "Gila", che siglerà 23 reti a fine anno.
Talento cristallino, Morfeo aveva dei colpi da fuoriclasse. Vederlo calciare le punizioni, quella mattina di settembre, è stato meraviglioso. Aveva un mancino morbido, vellutato. Ricordo come se fosse oggi con quanta e quale precisione accarezzasse il pallone. Ad un certo punto, per scherzare, ha guardato Fernando Couto e gli ha detto: "prendo la traversa". Pochi secondi dopo la porta vibrava, impressionante. Pensare che non sia riuscito ad esprimere il suo potenziale mette un pò di malinconia. Probabilmente Morfeo ha mostrato solo il 50% del suo repertorio. Trovarne la vera causa non è semplice, ma di certo il suo carattere fumantino non ha aiutato. Genio e sregolatezza, classe ed ira, nervoso ed eleganza. Questo è stato Morfeo, un piccolo fenomeno inespresso del nostro calcio.

7 novembre 2012

Juve, quanto manca Trezeguet.. David Villa l'erede?


Alla Juventus serve un attaccante di livello internazionale, non ci sono dubbi. Anche la prestazione contro l'Inter l'ha confermato: la squadra gioca bene, costruisce tanto, ma manca quel killer d'area di rigore che risolva le partite più intricate. Quante volte i tifosi bianconeri hanno sentito lo speaker chiudere le formazioni con "Del Piero e Trezeguet". Più che il capitano, un'istituzione a Torino, ai bianconeri manca proprio un alterego del bomber transalpino.
David Trezeguet, classe 1977, è stato un attaccante fantastico. Rapido, spietato, freddo, preciso, opportunista. Non esistono abbastanza aggettivi per descrivere questo giocatore. Solo i numeri, fantascientifici, possono aiutare a capire di chi stiamo parlando: 320 partite e 171 goal; una rete ogni 151 minuti di gioco; capocannoniere della Serie A 2001-2002. Una macchina, il terminale perfetto di qualsivoglia azione offensiva. La sua forza era l'imprevedibilità; era capace di scagliare la palla in rete in qualsiasi modo: testa, destro, sinistro, acrobazia. Ricordo con grande nitidezza un'intervista ad Alessandro Nesta, che definì il centravanti francese come "il più difficile da marcare". Non dava punti di riferimento, un difensore non sapeva mai se si sarebbe girato a destra o a sinistra; se cercava l'anticipo o se si staccava per andare a calciare a rimorchio.
Un attaccante del genere manca alla Juventus di Conte, non solo per caratteristiche tecniche, ma anche per carisma. Il parco di giocatori offensivi che è nelle mani del mister bianconero, ad oggi, è composto da tanti buoni giocatori, ma nessuno in grado di risolvere le partite da solo avventandosi su un pallone vagante o inventandosi una soluzione "volante".
Sappiamo tutti che il mercato di gennaio è particolarmente complesso. Difficile acquistare giocatori di prima fascia, facile strapagare calciatori mediocri. Alla Juventus è già successo con Sissoko ed Esnaider, quindi è giusto non rischiare. Dalla Spagna è però più volte rimbalzata la voce di un reciproco interesse per David Villa, dove la reciprocità sta proprio nell'apprezzamento verso i colori bianconeri da parte dell'attaccante asturiano.
David Villa Sánchez, classe 1981, è senza ombra di dubbio un fuoriclasse. Un pochino ai margini nel Barcellona, anche a causa di un infortunio la scorsa stagione, è il prototipo del giocatore apprezzato da Conte. Veloce, agile e dotato di gran classe, Villa sa come pochi al mondo buttare la palla in rete. Destro o sinistro per lui non fa differenza, è letale con entrambi. Soprannominato "El Guaje" (il bamino in asturiano), è il miglior cannoniere della storia della Spagna, con la quale ha vinto un Mondiale e un Europeo.
Dal punto di vista tecnico è indubbiamente un fuoriclasse, ma fino a che punto sarebbe giusto investire su di lui? Parliamo di un ragazzo che a dicembre 2013 compirà 31 anni, quindi l'investimento non potrebbe essere eccessivamente elevato, ma al giusto prezzo sarebbe un acquisto sensazionale.


FC Porto, la fucina dei campioni

Si scrive Futebol Clube do Porto, si legge "fucina di campioni". Questo è il Porto, una società lungimirante capace di accaparrarsi alcuni dei più cristallini talenti del calcio mondiale. Se in Italia tessiamo settimanamente le lodi dell'Udinese, capace di scoprire ragazzi dal brillante futuro, non vedo perchè non dovremmo esaltare il lavoro fatto all'Estádio do Dragão. Soprattutto alla luce di quanto vinto nella storia dai portoghesi: 26 Scudetti, 2 Champions League, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe Uefa, 1 Supercoppa Uefa, 16 Coppe di Portogallo e 19 Supercoppe di Portogallo. Semplicemente sensazionale.
Sto parlando della squadra in cui hanno militato campionissimi come Madjer, Futre, Juary, João Pinto, Vitor Baìa, Fernando Couto, Ricardo Carvalho, Deco, Hulk e Radamel Falcao; con in panchina allenatori di caratura mondiale, come Bobby Robson, Andrè Villas Boas o il più celebre e vincente Josè Mourinho. Eppure nessuno di questi grandi campioni è mai stato pagato cifre esorbitanti, non rientra nella politica della squadra. Qui i "fenomeni" si affermano. Arrivano a Oporto giovanissimi, vengono lasciati lavorare tranquilli e si formano disputanto partite di altissimo livello, in campo Nazionale ed Internazionale. Non si può non applaudire questa società. Così come non si può rimanere indifferenti quando si scopre che alcuni dei più puri talenti del calcio europeo e sudamericano sono stati acquistati dai lusitani. Io mi domando, ma le società italiane, dov'erano? Se con questi ragazzi il Porto ha fatto 10 punti in 4 gare di Champions, forse significa che anche i ragazzi senza esperienza europea ci sanno fare.

Conosciamo meglio i campioncini del Porto: Maicon, Alex Sandro, Nicolas Otamendi, Juan Iturbe, Jackson Martinez e James Rodriguez.

Maicon: Maicon Pereira Roque è un molosso brasiliano, classe 1988. 191 cm per 74 kg di peso, è un difensore centrale acquistato per poco più di 2 milioni di euro.

Alex Sandro: Alex Sandro Lobo Silva è un terzino fluidificante brasiliano, paragonato più volte a Roberto Carlos. 178 cm per 78 kg di peso, è un classe 1991 prelevato dal Santos. Ha preso il posto lasciato libero dall'interista Alvaro Pererira (classe 1985) mostrando di saper spingere e difendere con maggior efficacia. Pereira è stato ceduto per 10 milioni più 3 di bonus, Alex Sandro è sei anni più giovane ed è stato acquistato per 9 milioni di euro, un altro affare.

Nicolas Otamendi: stopper argentino, classe 1988. 183 cm ed 82 kg di potenza, rapidità e cattiveria. Otamendi è stato acquistato per 8 milioni di euro dal Velez Sarsfield. Stella delle nazionali giovanili argentine, ha preso il posto del portoghese Bruno Alves (classe 1981), ceduto nella stessa sessione di mercato allo Zenit di Sanpietroburgo per l'astronomica cifra di 22 milioni di euro.

Juan Manuel Iturbe: funambolico trequartista argentino, classe 1993, definito in patria l'erede di Lionel Messi. Star indiscussa della nazionale Under20 albiceleste, è stato acquistato dal Quilmes Atlético per l'irrisoria cifra di 4 milioni di euro. Rapido, fantasioso e determinato, era stato a lungo inseguito dal Napoli. Il Porto ha bruciato tutti e ora ha in casa un piccolo gioiello.

Jackson Martinez: colombiano classe 1986, è un il classico centravanti d'area di rigore. 188cm di pura potenza, Martinez militava nei messicani Jaguares de Chiapas ed è approdato in biancoblu per 8 milioni di euro. Con 8 goal in 13 partite si sta confermando non solo un grande acquisto, ma come uno dei centravanti più forti del panorama europeo.

James Rodriguez: ala sinistra o seconda punta, è un classe 1991. Scovato in argentina, nel Banfield, è arrivato sulle rive del fiume Douro per poco più di 7 milioni di euro. Stellina colombiana dotata di piedi sopraffini e grande creatività, Rodriguez sta strabiliando il mondo intero nonostante i suoi 21 anni appena compiuti.

Cinque giocatori giovani e formidabili, acquistati con meno di quaranta milioni, a fronte di cessioni pesantissime: Falcao (47 milioni), Bruno Alves (22 milioni), Raul Meireles (13 milioni) ed Hulk (55 milioni). Non ho parole, una gestione perfetta tanto del bilancio quanto dell'aspetto tecnico. A fronte della partenza di campionissimi, sono arrivati dei giocatori non ancora affermati ma dal rendimento elevatissimo. Ai maligni che sostengono che la Superliga portoghese non è la Serie A, rispondo che il Porto ha vinto negli ultimi dieci anni una Champions League, una Coppa Intercontinentale, due Coppa Uefa/Europa League, 8 scudetti e altre 12 coppe nazionali. Un palmares che le squadre italiane, tutte quante, si sognano.
Cari presidenti e direttori sportivi, prendete esempio dal Porto e portate in Italia i giovani più forti, non rimarrete delusi.

Pogba, Quintero, Marquinhos. I 50 under20 più forti d'Europa


La Gazzetta dello Sport ha riportato ieri l'elenco dei 50 under20 da tener sott'occhio. Sono tutti ragazzi con straordinario potenziale, che hanno le carte in regola per diventare dei fuoriclasse. Nella lista non ci sono italiani, ma mi permetto di aggiungere Leali, Lezzerini, Gondo (ghanese di nascita), Piscitella ed Ely. Non saranno in lista ma vale la pena seguirli, hanno un grande talento.

Dei ragazzi segnalati ve ne sono due di cui ho già parlato: Paul Pogba, Lazar Markovic. Gli altri li recensirò strada facendo.

 ELENCO IN ORDINE ALFABETICO:

Ross Barkley : 1993 - Sheffield W (c), INGHILTERRA
Valon Berisha : 1993 - Salisburgo (c), NORVEGIA
Gonzalo Bueno : 1993 - Nacional (a), URUGUAY
Marco Bueno : 1994 - Pachuca (a), MESSICO
Jack Butland : 1993 - Birmingham (p), INGHILTERRA
Emre Can : 1994 - Bayern (c), GERMANIA
Adrian Centurion : 1993 - Racing (c), ARGENTINA
Giorgi Chanturia : 1993 - Vitesse (a), GEORGIA
Ben Davies : 1993 - Swansea (d), GALLES
Gerard Deulofeu : 1994 - Barcellona (c), SPAGNA
Julian Draxler : 1993 - Schalke 04 (c), GERMANIA
Fred : 1993 - Internacional (a), BRASILE
Matthias Ginter : 1994 - Friburgo (d) GERMANIA
Serge Gnabry : 1995 - Arsenal (c), GERMANIA
Alen Halilovic : 1996 - Dinamo Z. (c), CROAZIA
Angelo Henriquez : 1994 - Manchester U. (a), CILE
Raphael Holzauser : 1993 - Stoccarda (c), AUSTRIA
Juan Iturbe : 1993 - Porto (a), ARGENTINA
Juanmi : 1993 - Malaga (a), SPAGNA
Davy Klaassen : 1993 - Ajax (c), OLANDA
Moussa Kounate : 1993 - Krasnodar (a), SENEGAL
Geoffrey Kondogbia : 1993 - Siviglia (c), FRANCIA
Mateo Kovacic : 1994 - Dinamo Z (c), CROAZIA
Zakaria Labyad : 1993 - Sporting L. (a), MAROCCO
Leandro : 1993 - Gremio (a), BRASILE
Nicolas Lopez : 1993 - Roma (a), URUGUAY
Romelu Lukaku : 1993 - Wba (a), BELGIO
Adam Maher : 1993 - Az A. (c), OLANDA
Lazar Markovic : 1994 - Partizan (a), SERBIA
Marquinhos : 1994 - Roma (d), BRASILE
Charis Mavrias : 1994 - Panathinaikos (a), GRECIA
Emmanuel Mbola : 1993 - Porto (d), ZAMBIA
Matija Nastasic : 1993 - M.City (d), SERBIA
Jan Oblak : 1993 - Rio Ave (p), SLOVENIA
Lucas Ocampos : 1994 - Monaco (c), ARGENTINA
Fabrice Olinga : 1996 - Malaga (a), CAMERUN
Alex Oxlade-Chamberlain : 1993 - Arsenal (c), INGHILTERRA
Paul Pogba : 1993 - Juventus (c), FRANCIA
Nick Powell : 1994 - M.United (c), INGHILTERRA
Juan Quintero : 1993 - Pescara (c), COLOMBIA
Adrien Rabiot : 1995 - Psg (c), FRANCIA
Josè Rodriguez : 1995 - R.Madrid (c), SPAGNA
Yaya Sanogo : 1993 - Auxerre (a), FRANCIA
Raheem Sterling : 1994 - Liverpool (a), INGHILTERRA
Suso : 1993 - Liverpool (c), SPAGNA
Erick Torres : 1993 - Guadalajara (a), MESSICO
Raphael Varane : 1993 - R.Madrid (d), FRANCIA
Luciano Vietto : 1993 - Racing (a), ARGENTINA
Wallace : 1994 - Fluminense (d), BRASILE
Jetro Willems : 1994 - Psv (d), OLANDA

6 novembre 2012

Lazar Marković, il "Genio" di Belgrado


Nome: Lazar
Cognome: Marković
Data di nascita: 2 marzo 1994
Luogo di nascita: Cacak (Serbia)
Squadra di appartenenza: Partizan Belgrado
Ruolo: attaccante
Altezza: 175cm
Peso: 65kg
Piede preferito: destro 


Lazar Marković è uno dei talenti più puri del vecchio continente. Nato a Cacak (Serbia) il 2 marzo 1994, il giovane serbo è un giocatore fuori dal comune. In grado di ricoprire sia il ruolo di trequartista che quello di attaccante, Marković cresce calcisticamente nella sua città natale. A Cacak, infatti, muove i primi passi nel FK Borac, società molto conosciuta per il suo florido settore giovanile. Nel 2010, all'età di 15 anni arriva per lui una chiamata da Belgrado. Il Partizan, gloriosa squadra della capitale serba, lo vuole inserire nel suo settore giovanile. Markovic gioca appena qualche mese con la Primavera del Partizan, ben presto è infatti aggregato alla prima squadra. Fa il suo debutto in campionato alla trentesima giornata del campionato serbo, nemmeno maggiorenne. E' l'inizio di un'ascesa costante ed inarrestabile.
Nato come centrocampista offensivo o esterno d'attacco, viene trasformato dall'allenatore Stanojević in seconda punta. L'intuizione è tanto felice quanto efficace. Nel debutto in campionato il giovane Marković realizza la sua prima rete in una gara ufficiale, contro la "cenerentola" Novi Pazar. Le sue prestazioni non sono solo convincenti, sono strabilianti. Con giocate sopraffine ed imprevedibili, Marković si conquista il posto da titolare. Intorno a lui ruotano le altre punte, Šćepović, Eduardo e Jovančić, tutte partite davanti a lui nelle gerarchie.
Il 13 luglio 2011 arriva anche il debutto europeo, nella partita casalinga contro i macedoni dello Škendija. Le apparizioni sempre più frequenti e la continuità di rendimento spingono gli osservatori europei a far spesso tappa a Belgrado.
In Italia il più attivo è stato Pantaleo Corvino, ex direttore sportivo della Fiorentina. Sulle tracce del giovane talento, però, ci sono molte formazioni: lo Shaktar Donetsk (che ha presentato un'offerta da 4 milioni nell'estate 2011, respinta al mittente), il Chelsea, il Real Madrid e la Lazio. Il direttore sportivo del Partizan, Krstajić, ha però più volte ribadito l'incedibilità del ragazzo. Come accaduto per Jovetic e Nastasic, il club di Belgrado si siederà al tavolo solo quando sarà certa di ricevere una somma cospicua.

Lazar Marković, soprannominato "Markec" ai tempi delle giovanili serbe, è un ragazzo dal sicuro avvenire. Velocità, dribbling, visione di gioco e senso del goal sono le sue caratteristiche più evidenti. I compagni del Partizan lo hanno soprannominato "Mali Pedrito" (Piccolo Pedro), per la somiglianza con il celebre centravanti del Barcelona. Rispetto a Pedro, Marković possiede probabilmente maggior classe, ma deve sviluppare l'istinto del killer d'area di rigore che contraddistingue il forte attaccante catalano. Il fatto di crescere nel Partizan ed essere serbo ha portato i media europei ad accostarlo al gioiellino viola Stevan Jovetic. Marković ha, rispetto al forte attaccante gigliato, maggior facilità di corsa. Il modo in cui punta l'uomo, rallentando la corsa e accelerando di colpo, ricorda molto Cristiano Ronaldo. Certo, il paragone è ingombrante e, sotto porta soprattutto, il ragazzo ha ancora molta strada da fare. Tuttavia il percorso fatto ricorda molto quello del funambolo portoghese, nato anche lui come esterno offensivo e trasformatosi col tempo in un letale centravanti.
I numeri per sfondare li ha tutti questo ragazzo, tanto che Sinisa Mihajlovic lo ha già fatto debuttare in Nazionale maggiore. Radiomercato ha detto più volte che il suo sogno sia quello di giocare al Chelsea, ma il mio augurio è che questo ragazzo sbarchi al più presto in Serie A. Il nostro campionato necessita di giocatori del suo calibro e del suo talento.


Abdul Majeed Waris, il nuovo Drogba

foto ghanasoccernet.com
Nome: Abdul Majeed Waris
Anno di nascita: 1991 (Tamale)
Nazione: Ghana
Piede: destro
Ruolo: attaccante









Il continente africano regala, da sempre, grandi atleti. Nel calcio spiccano certamente due centravanti, George Weah e Didier Drogba. Il nuovo fenomeno del calcio nero è un ragazzo ghanese, Abdul Majeed Waris. Nato a Tamale nel 1991, è un bomber rapido e veloce. Attualmente milita nel BK Häcken, squadra svedese della prima divisione. Entrato nel giro della nazionale maggiore, il giovane attaccante ha chiuso la stagione scorsa come meglio non avrebbe potuto: 26 presenze con 22 reti e 8 assist. Niente male per un ragazzo appena 21enne. Il noto portale di calcio transfertmarkt.com lo valuta un milione e mezzo di euro, ma il ragazzo avrà possibilità di accrescere il suo valore al più presto. Tipico giocatore africano, fa della velocità e della potenza le sue armi migliori. Letale in contropiede, predilige chiudere l'azione con il suo destro secco e preciso. Il futuro è suo, ora sta al ragazzo cogliere l'occasione ed imporsi in Europa.

 

5 novembre 2012

Perin, Leali, Lezzerini. Il dopo Buffon parla ancora italiano

Il portiere più forte del mondo è uno, Gianluigi Buffon. E' così da dieci anni e, probabilmente, sarà così ancora per qualche tempo. Tuttavia è giusto si guardi al futuro e si pensi al suo successore. Fra i tanti portieri di prospettiva, ne ho scelti tre. Penso realmente che questi giovani interpreti possano raccogliere il testimone del numero uno juventino, un portiere unico, straordinario ed inimitabile.



skysport.it

Mattia Perin, classe 1992, gioca a Pescara. Di proprietà del Genoa, è tutt'ora il titolare della Nazionale Under21 italiana. Considerato fin da giovane un predestinato, si è messo in luce l'anno scorso con la maglia del Padova. In Serie A sta dimostrando di essere maturo. Alto, rapido e intelligente, Perin è il prototipo del portiere moderno. Abile con i piedi, deve forse acquistare un po' di esplosività e potenza, ma le carte in regola per sfondare le ha tutte. Su di lui potrebbe andare il Milan, in cerca di un numero uno giovane che possa essere l'erede di Abbiati ed Amelia.

foto ilpost.it
Nicola Leali, classe 1993, è un portiere di sicuro valore ed affidamento. Cresciuto calcisticamente a Brescia, è passato in estate alla Juventus. Forte, esplosivo e dotato di un gran senso della posizione, ha studiato tutta l'estate con Buffon in persona. A fine mercato è stato ceduto in prestito a Lanciano, dove si sta facendo le ossa. Tutt'ora guardiano della Nazionale Under20, è un ragazzo di sicuro valore.



foto violanews.it
LucaLezzerini, classe 1995, è l'estremo difensore della Primavera gigliata. Nato e cresciuto nella Fiorentina, è un ragazzo dotato di un fisico fuori dal comune. A 17 anni è già ben strutturato e s'impegna giorno dopo giorno per sfondare. Prandelli lo stima a tal punto da averlo convocato in Nazionale per allenarsi con i più grandi giocatori italiani. L'ho visto giocare ed è un giocatore impressionante per la sua età, diamogli il tempo di crescere e diventerà un fortissimo interprete del ruolo.

Corsa a 3 per lo scudetto, bagarre salvezza. Il punto sulla Serie A

E' andata in archivio l'undicesima giornata di serie A, un campionato avvincente come non mai.
Dopo la vittoria a Torino in casa della Juventus, l'Inter si candida nella sfida tricolore. Bianconeri e nerazzurri battaglieranno fino alla fine, con il Napoli pronto ad inserirsi. I partenopei vivono un pessimo momento, ma hanno le carte in regola per rialzarsi.
Male la Lazio, che senza Klose patisce parecchio. La sconfitta di Catania è pesante, ma i rossoazzurri sono la solita bella favola del campionato. Assieme alla squadra di Maran c'è anche la Fiorentina del sempre più bravo Montella. Queste, insieme alla Roma e, forse, al Milan si giocheranno l'accesso in Europa League.
Nelle zone basse è bagarre. La Sampdoria, partita a mille, è in crisi nera. Stesso discorso per l'altra squadra di Genova, che con Del Neri ha collezionato 0 punti in tre partite. Il Pescara è altalenante, ma ha in rosa giovani di valore: Weiss e Quintero. Il Siena combatte, ma il -6 è un macigno enorme da portarsi dietro. Con Bologna, Chievo, Palermo e Torino si giocheranno la permanenza in paradiso.


4 novembre 2012

Shakhtar Donetsk, il capolavoro di Lucescu

foto shakhtar.com
Il Futbol'nyj Klub Šachtar, meglio conosciuto come Shakhtar Donetsk, è una società professionistica ucraina. Proveniente dall'omonima città, è un'istituzione del calcio sovietico. Fondata nel 1936, sta vivendo in questi anni il suo apogeo. L'allenatore simbolo e artefice del capolavoro arancio-nero è Mircea Lucescu, tencino romeno vecchia conoscenza del calcio italiano. Lucescu approda in Ucraina nel 2004, dopo aver maturato esperienze importanti in Serie A (Pisa, Reggiana, Brescia e Inter) e in Turchia (Galatasaray e Besiktas). Con la "squadra dei minatori" inizia un processo di ringiovanimento ed inserimento di talenti sudamericani. Il suo calcio offensivo, basato sulla rapidità e la reattività, fa impazzire il pubblico sovietico e conquista i suoi giocatori. Progressivamente la squadra prende sicurezza e inizia a macinare calcio anche in Europa. In Champions League è un cliente scomodo per chiunque, non tanto per il gelo ucraino, quanto per il ritmo forsennato che impone durante le partite. E' questa la chiave della squadra di Lucescu, il ritmo di gioco. I giocatori vanno sempre a mille, si trovano a memoria e sono tutti dotati di grande tecnica. Calciatori come Fernandinho, Luiz Adriano, Willian, Douglas Costa, Mkhitaryan e Alex Teixeira hanno poco da imparare da chiunque. La difesa, solida ed arcigna, non ha mai sfigurato nemmeno al cospetto di squadroni come Chelsea, United o Barcelona. E' un pò come il calcio di Zeman, ma più assennato ed equilibrato. Un attacco a tutto campo coadiuvato da un centrocampo di palleggio ed una difesa che non si fa sorprendere in contropiede. Non c'è che dire, lo Shakhtar è certamente il miglior successo della carriera di Mircea, una vecchia volpe della panchina capace di rinnovarsi e stare al passo con i tempi. Bravo, bisogna sempre applaudire un professionista in grado di migliorare e migliorarsi.

Juventus-Inter, quando la differenza la fanno le punte

foto skysport.it
L'Inter ha vinto con pieno merito a Torino, frutto di una prestazione gagliarda e offensiva. Tralasciando i soliti veleni e la scadente direzione di gara, iniziamo col dire che la partita è stata vibrante. L'avvio razzo della Juventus con un goal in fuorigioco ha montato polemiche che non si sono mai sopite. Secondo quanto riportato da Skysport durante la diretta, il guardalinee sarebbe stato avvisato durante la gara del suo errore, andando in palla. L'arbitro ha perso la bussola, ha iniziato a distribuire cartellini gialli e ha fischiato un rigore per un fallo sacrosanto, ma iniziato fuori area. Due torti non fanno una ragione (anche perchè c'è il rosso mancato a Lichtsteiner), ma almeno hanno evitato che la sfida si trasferisse su radio e giornali per una settimana. 
L'Inter, come dicevo, si è meritata il successo. Personalmente credevo che il tridente agevolasse la Juve e l'avvio del match sembrava confermarlo. Un gol, due occasioni nitide per Marchisio e tanta sofferenza. Ma poi è venuta fuori la squadra di Stramaccioni. I tre bomber, oltre a dare un indubbio contributo offensivo, impedivano ai difensori bianconeri di ripartire. Barzagli, Chiellini e soprattutto Bonucci erano in grande difficoltà e non potevano affidarsi ai lanci lunghi. In avanti le punte (spuntate) della Juve erano preda dei tre colossi nerazzurri, implacabili sulle palle aeree. Serve un attaccante, non c'è che dire. La differenza l'hanno infatti fatta Palacio e Milito, con quest'ultimo che ha dimostrato per l'ennesima volta di essere un vero fuoriclasse. Si è procurato il rigore, l'ha trasformato, e si è fatto trovare al posto giusto per griffare il vantaggio con una zampata di rapina. Implacabile. 
Alla Juventus manca tutto questo, serve un centravanti in grado di fare goal in tutti i modi. Vucinic e Giovinco sono ottimi in fase di costruzione, ma non sono dei cannonieri. Matri, Quagliarella ed il carneade Bendtner sono dei rincalzi, poco di più. Con questa Inter serve che i bianconeri portino a Torino un attaccante fin da gennaio. Llorente potrebbe essere il nome giusto.
L'Inter invece deve solo continuare su questa strada e sperare che i suoi bomber non si inceppino. Forse manca un tassello di qualità in mediana, ma il redivivo Cambiasso sta dimostrando a tutti che non è finito. 
Signori, il duello scudetto è tornato. Ne vedremo delle belle. 

Roma-Palermo, ultima spiaggia per molti

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Il posticipo dell'undicesima di Serie A sa già di prova d'appello. Da un lato la Roma di Zeman, partite con i favori del pronostico e ora intrappolata nelle insicurezze della sua difesa; dall'altra il Palermo, partito con ambizioni di successo e ora invischiato nella lotta per non retrocedere. E' il calssico match da "ultima spiaggia", con i due allenatori chiamati a invertire la rotta. Entrambi sono due integralisti tattici. 4-3-3 per il boemo giallorosso, 3-4-3 per l'allenatore di Grugliasco. Se non altro ci aspettiamo una partita ricca di goal ed emozioni, ma ritengo che questo esasperato tatticismo non faccia bene alle due squadre.
Prendiamo la Roma, con una rosa fuori dal comune. Sarebbe il caso di sfruttare appieno tutte le potenzialità dei ragazzi, rivedendo la fase difensiva. Per farlo non significa ne snaturare il gioco ne cambiare i difensori. Vuol dire semplicemente chiedere maggior sacrificio là davanti, aiutanto i 3 centrocampisti stretti nella morsa degli avversari. E' a centrocampo che la Roma perde le partite. A Torino, con la Juventus, i mediani giallorossi non hanno mai visto la palla e in 18 minuti la difesa aveva già capitolato tre volte. Urge un cambio, i giocatori per invertire la rotta ci sono.
Il Palermo deve invece ritrovarsi. Fra infortuni, partenze ed arrivi, i rosanero non hanno ancora trovato un'identità di gioco. Gasperini ha bisogno di qualche pezzo per dar vita al suo mosaico, ma ha capito su quale cavallo puntare: Fabrizio Miccoli. E' lui l'uomo cui affidarsi, da cui aspettarsi la giocata risolutiva.
Miccoli-Totti, un tempo sarebbe stata supersfida, oggi è la chiamata d'appello.

3 novembre 2012

Juventus, Del Piero prossimo allenatore?

foto skysport
Al Corriere della Sera ha parlato il grande ex bianconero, Alessandro Del Piero. Il capitano, come lo ricordano ancora tutti a Torino, ha rilasciato importanti dichiarazioni sul suo futuro, facendo presagire di voler  allenare: "Sono felice di tutto quello che ho fatto, zero rimpianti. Le decisioni vanno anche rispettate. E poi conta il presente, non il passato. L'ultimo anno a Torino è stato tosto, il clima australiano mi ha reso più libero. Quello che è successo nella mia ultima partita in bianconero è uscito da tutte le regole del calcio, mi ha toccato nel profondo. Ho sempre pensato che, una volta smesso, avrei preso le distanze dal calcio: sono quasi 40 anni che gioco. Però mi rendo conto che il legame con questo sport è viscerale. Non sono più disposto a giurare che non farò mai l'allenatore, magari qui a Sydney, dove tutto è così diverso...". Sarà Alessandro Del Piero l'erede di Antonio Conte? I tifosi bianconeri lo sperano, ma si auspicano allo stesso tempo, che questo avvenga fra molti anni. Conte sta infatti facendo un lavoro straordinario, nessuno lo metterà mai in discussione.

Il "Principino" sfida "El Principe" in una sfida da re. Juventus-Inter è cominciata

Sabato sera, allo Juventus Stadium di Torino, si consumerà l'ennesimo duello sportivo fra Juventus ed Inter. Protagonisti della sfida, fra gli altri, Claudio Marchisio e Diego Milito. I due giocatori non sono solamente due leader carismatici, ma rappresentano alla perfezione il dualismo fra piemontesi e meneghini.
Claudio Marchisio, classe 1986, debutta in prima squadra nel 2006. E' la Juventus di Didier Deschamps, finita in Serie B dopo la sentenza di Calciopoli. Il giovane centrocampista torinese si mette in mostra e pone le basi per diventare il centrocampista del presente e del futuro. Il suo cristallino talento sarebbe emerso in ogni caso, ma la retrocessione della Juventus e lo smembramento di quella che era una vera e propria corazzata, ha di certo accelerato il processo d'inserimento in prima squadra. Dopo aver vissuto in prima persona il periodo più buio della storia bianconera, si trasforma quando scende in campo contro l'Inter. Nel derby d'Italia, infatti, Marchisio sembra spiritato. Corre e gioca a livelli eccelsi, mette a segno reti meravigliose e trascina i compagni.
La prima rete ai nerazzurri è unica, fantastica. Si avventa su una corta respinta di Julio Cesar, destro-sinistro a saltare Walter Samuel e tocco sotto a superare il portiere brasiliano.


 L'ultima la scorsa stagione, quando con un preciso piatto destro guida i bianconeri alla vittoria sul prato di San Siro.
Diego Milito, classe 1979, rappresenta invece il perfetto antagonista della Juventus. L'eroe nerazzurro per antonomasia. Se nel periodo pre-Calciopoli erano i bianconeri a dominare, dal 2006 in avanti è stata egemonia interista. Il bomber argentino ha trascinato l'Inter ai suoi più grandi successi, riportanto la compagine meneghina sul tetto d'Europa. Attaccante completo, dotato di uno straordinario senso del goal, Milito non è mai riuscito a trafiggere Gigi Buffon. Un tabù che "El Principe" vuole sfatare sabato sera, quando  calcherà il prato dello Juventus Stadium con la sua numero 22 sulle spalle.
Certo Juventus-Inter non sarà solo Marchisio contro Milito, ma il "Principe" e il "Principino" saranno di certo due fra i protagonisti più attesi.

2 novembre 2012

Ajax e Barcelona, progetto giovani

foto giovanicampioni.com
I giovani sono il futuro. Questo vale in ogni branca della nostra società, a maggior ragione nel calcio, dove freschezza atletica, voglia di mettersi in discussione e di emergere sono indispensabili. Fra le squadre che incentrano il proprio futuro sui giovani ne spiccano sicuramente due, l'Ajax di Amsterdam e il Barcelona.
L'Ajax è la squadra dei giovani per antonomasia. I lanceri hanno il vivaio più forte e prolifico del mondo, tanto che il 90% dei loro giocatori provengono proprio da lì. Il modello è chiaro e semplice: acquistare ragazzi di belle speranze, crescerli come calciatori e come uomini, e lanciarli in prima squadra. Questa scelta ha per anni pagato, tanto da portare la squadra tulipana svariate volte sul tetto d'Europa. A metà anni novanta l'armata di Van Gaal disponeva di giocatori formidabili, cresciuti tutti nelle giovanili di Amsterdam: Seedorf, Davids, Van Der Sar, i fratelli De Boer, Blind, Bergkamp, Kluivert. Calciatori straordinari che hanno dapprima fatto le fortune dei lanceri, alzando al cielo coppe e campionati, quindi quelle dei più grandi club europei: Manchester United, Arsenal, Barcelona, Juventus, Milan. E' sempre stata questa la politica olandese, fin dai tempi del grande Johan Cruijff. Vendere i giocatori all'apice della carriera e reinvestire il denaro nel settore giovanile. Tale strategia manageriale vale ancora oggi che l'Ajax non al suo culmine. Nella rosa a disposizione di De Boer ci sono talenti cristallini che, ne sono certo, faranno strada. Parlo di Eriksen, Ebecilio, Sigþórsson, Andersen, Van Rhijn. Tutti ragazzi nati fra il 1991 e il 1994, già nel giro delle nazionali maggiori dei loro paesi. Straordinario.
Più recentemente, una strada simile è stata intrapresa dal Barcelona. I catalani, che guarda caso hanno avuto in società Cruijff e Van Gaal, i due artefici principali delle fortune olandesi. I blaugrana hanno sempre avuto una cantera piuttosto prolifica: Guardiola, Sergi, Arnau, Amor, De la Peña. Tutti grandi giocatori. Tuttavia le giovanili avevano bisogno di nuova linfa, nuovi impulsi. La cura olandese ha portato la dirigenza catalana ad esplorare il mercato dei giovani per portare a Barcellona i migliori giovani del mondo. Ecco allora sbocciare dal vivaio Xavi, Busquets, Puyol, integrati con ragazzi approdati nella cantera in tenerissima età: Iniesta, Tello, Pedro e Lionel Messi. E' lui il fiore all'occhiello dei settori giovanili mondiali. Arrivato a Barcellona a 13 anni, Messi è ora il più grande giocatore del mondo. Forse della storia del calcio, dipende dai gusti. Quanto potrebbe valere? 100 milioni di euro? Difficile dirlo. Il suo valore è inestimabile, come di chi l'ha cresciuto e preparato a diventare il migliore.
Piano piano ci stiamo arrivando anche noi italiani, l'importante è non avere diffidenza verso i giovani nostrani. Magari non avranno nomi esotici, ma hanno qualità straordinarie. Diamo loro la possibilità di imporsi e diventare delle stelle.

Moviola in campo, un altro no dall'Uefa. Platini la pensa come me..

foto uefa.com
Giorni fa espressi tutte le mie perplessita sull'impiego della moviola in campo. La motivazione che avevo addotto era semplice: usare la tecnologia significherebbe applicarla in ogni momento di un match. Dello stesso avviso sembra essere la Uefa. Dubito che a Nyon abbiano letto il mio articolo, ma le parole del presidente Platini mi inorgogliscono ugualmente. Il numero uno del calcio europeo ha infatti dichiarato: "Vuol dire che ogni fuorigioco devi deciderlo con la tecnologia - attacca Platini -, come pure ogni calcio di punizione, ogni pallone uscito dal campo perché ogni volta l'arbitro può sbagliare. Quanto dovrebbero durare, allora, le partite? Quattro o cinque ore? Sui gol si può avere un errore di tre centimetri, troppi perché si possa essere al riparo da errori. La soluzione? Cinque arbitri possono vedere tutto -sostiene il presidente Uefa - e se sbagliano vuol dire che devono fare un altro mestiere". Ambrosia per i miei occhi. Quando stamane ho letto le parole di Le Roy Michel non ho potuto che condividerle e pensare che, forse, non sono poi stato così impopolare.

1 novembre 2012

Pogba, El Sharawy, Lamela: gli anni '90 al potere

foto uefa.com
Finalmente i giovani. Dopo anni in cui "l'usato sicuro" dominava sui nostri campi di calcio, finalmente una ventata d'aria fresca. Tra i tanti giovani che si stanno mettendo in luce, tre stanno brillando. Parlo di Paul Pogba, Stephan El sharawy ed Erik Lamela.

El Sharawy, capocannoniere in solitaria, è un classe 1992. Rapido, sveglio e con un grande fiuto del goal, è una delle poche note liete di questo Milan. Sembra che Berlusconi straveda per lui, e non possiamo che associarci a lui. In prospettiva questo ragazzo è la spalla perfetta per Mario Balotelli, bomber colored del City di Mancini.


 Lamela ha trovato in Zeman il suo mentore. Dopo una buona annata l'anno scorso, eccolo esplodere con le cure del boemo. La Roma sta andando molto male, ma il talento argentino sta strabiliando tutti. Trovata la perfetta collocazione tattica, Erik sta esibendo tutto il suo repertorio: tiri, dribbling e goal. Classe 1992, non può che migliorare.


 La sorpresa più bella è però il classe 1993 Paul Pogba. Arrivato in estate a parametro zero dallo United, il ragazzone francese ha dimostrato di essere un fuoriclasse. Corsa, senso tattico e inserimenti sono le sue doti principali. Di lui Conte disse in tempi non sospetti "è un giocatore vero". Aveva ragione. Dopo il meraviglioso goal al Napoli, una prestazione superba col Bologna. Un goal annullato, un palo e la rete da tre punti al '92. Fantastico.



 Il futuro è loro, colpevolmente in ritardo rispetto agli altri lo abbiamo capito anche in Italia. Largo ai giovani, quelli bravi.

Pulga-Lopez, anche la classe operaia va in paradiso

foto soccermagazine.it
12 punti in 4 partite, 7 goal fatti e due subiti. Non parlo della Juventus, dell'Inter o del Napoli signori, questo è lo score del Cagliari. Con l'avvento della "strana coppia" in panchina, i sardi hanno iniziato a volare. Ivo Pulga e Diego Luis Lopez, ambedue alla prima esperienza su una panchina professionistica, stanno strabiliando tutti. Conosciamoli meglio.
Ivo Pulga, classe 1964, è stato una bandiera dei rossoblu durante la gestione Ranieri. Idolo dei tifosi per la grinta ed il cuore con cui giocava, sta trasmettendo tutte le sue virtù alla squadra. Non dotato ne di mezzi tecnici eccelsi, ne di un fisico particolarmente notevole, Pulga era il classico mediano di rottura. Abile a leggere il gioco e rompere le trame avversarie, ha iniziato a lavorare come tecnico nel Modena. In Emilia si è preparato al grande salto e non ha esitato nemmeno un istante quando Cellino lo ha chiamato 4 giornate fa sulla panchina sarda.
Diego Luis Lòpez, uruguagio classe 1974, è stato il simbolo del Cagliari moderno. Arcigno difensore centrale, ha guidato la retroguardia dei sardi per 12 stagioni. Ritiratosi nel 2010 ha deciso di rimanere in Sardegna, iniziando la carriera di allenatore nella Primavera rossoblu. Con l'esonero di Ficcadenti, il presidente Cellino ha ritenuto opportuno affiancare al nuovo tecnico Pulga una figura autoritaria. Lopez corrisponde alla perfezione a questo identikit, tanto che anche la sua mano inizia a vedersi.
La coppia di allenatori cagliaritani ha rivoluzionato tatticamente la squadra. Eliminato il 4-3-3 di Ficcadenti, i rossoblu si schierano con un solido e tradizionale 4-4-2. I loro detrattori hanno già iniziato a dire che pensano "a non prenderle" prima che a vincere, ma chi conosce il calcio sa bene che non esiste una sola fase di gioco. La squadra è un tutt'uno, dev'essere solida e compatta in ogni reparto. Se così non fosse Zeman sarebbe l'allenatore più vincente della storia, ma come non si gioca solo in difesa..altrettanto non si può impostare una strategia solo sulla fase offensiva.
Pulga e Lopez hanno disegnato una rocciosa difesa a 4, che poggia sul carisma di Agazzi ed il dinamismo di Astori. Davanti alla difesa capitan Conti e Radja Nainggolan sono una cerniera di tutto rispetto. A completare il centrocampo il sempre affidabile Dessena e l'estro di Cossu. In avanti applicano invece un intelligente turnover che tiene tutti sulle spine e fa rendere al massimo i giocatori. Hanno rispolverato Nenè, autore ieri sera di una bellissima doppietta, e alternano Ibarbo, Pinilla, Thiago Ribeiro e Marco Sau. Tutti hanno dato e danno il loro contribuito, per la squadra. Questo è il Cagliari ora, una squadra. Lottano tutti con il coltello tra i denti per portare a casa punti salvezza. Certo, non giocheranno il calcio più bello e spettacolare che esista, ma in Serie A serve concretezza. Chi vuole restare in paradiso deve sudare, lottare e soffrire. Pulga e Lopez lo hanno fatto per anni, ora tocca alle nuove leve.

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