Esperto di Calcio

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20 ottobre 2013

La strana coppia: Florijancic, Tentoni nel paese dei torroni

Correva l'anno 1995, Berlusconi era entrato in politica da pochi mesi, Yitzhak Rabin era stato assassinato e la Cremonese deliziava i palati più fini del parterre calcistico italiano.
Finiti i tempi delle vacche grasse, la Cremonese ritorna alla sua reale dimensione. Gianluca Vialli ed Enrico Chiesa sono ormai uno sbiadito ricordo, la realtà si chiama Matjaž "non segno manco a morire" Florijancic e Andrea "ci penso io" Tentoni. Al timone della squadra uno che con la panchina ha avuto sempre poco feeling, Gigi "so tutto io" Simoni.

Dopo i 41 punti l'anno precedente, con una salvezza miracolosa raggiunta solo grazie ai goal di Enricuzzo Chiesa, la Cremonese ci crede. L'organico viene ritoccato con alcuni acquisti degni di nota: Mauro Milanese, un difensore talmente scarso da far venire l'invidia della cecità anche un a un ipermetrope; il fantasista Riccardo Maspero, passato alla storia solo per la fossa scavata prima del rigore di Salas nel èiù clamoroso dei derby della Mole; e John "canguretto" Aloisi.
Senza Chiesa la davanti, come detto, le sorti dell'attacco gravano sulle forti spalle di Tentoni e l'imprevedibilità di Florijancic, bomber capace di realizzare la bellezza di 5 reti in 3 anni nelle sue esperienze con Alzano, Crotone e Pro Sesto.
Fin dai primi allenamenti gli addetti ai lavori snasano che per la "Cremo" sarà una stagione difficile. Simoni, sprezzante del pericolo, se ne esce a inizio campionato con una frase da ricordare: "Tentoni è il più forte centravanti d' Italia se si gioca in contropiede". Pronti via, alla prima partita stagionale Tentoni va subito in rete, peccato che si tratti della sua porta. Tra una sconfitta e l'altra il girone d'andata si trascina stancamente con l'impietoso score di 10 punti in 17 partite. I nostri eroi, fra un torroncino e l'altro, si ricordano di fare il loro mestiere giusto nel roboante 7-1 casalingo contro il Bari, una partita in cui persino Luigi Gualco riesce a trovare la via del goal.



Con indosso un paio di Mizuno nere, Florijancic si rivela un fuoriclasse nella vita cittadina, meno invece sul rettangolo verde, dove non si raccapezza. Turci e Razzetti dormono sonni tranquilli nelle partitelle del giovedì, salvo essere poi bombardati con chirurgica precisione la domenica pomeriggio. Tentoni, invece, ringalluzzito dal Natale in famiglia, realizza 7 reti, fra cui spicca la decisiva doppietta in casa contro la Lazio dell'eterno maestro difensivo Zeman.
Con 27 punti, la Cremonese saluta la Serie A e si prepara ad un lento declino fra cadetteria e serie minori.
Tentoni, che con i suoi 7 goal nel girone di ritorno ha rialzato le sue quotazioni, trova un ingaggio a Piacenza. I biancorossi, ovviamente, si pentiranno ben presto del suo acquisto. Con una sola rete nel campionato successivo, Tentoni saluta il calcio giocato, trascorrendo poi una dolce pensione fra Chievo, Pescara e Rimini con cui non troverà nemmeno per sbaglio la via del goal.
Con il suo fascino orientale, Florijancic seduce gli osservatori del Torino, che vedono in lui il degno sostituto di Andrea "pennellone" Silenzi. Il sodalizio con i granata, nemmeno così osceno, durerà una stagione, giusto il tempo di riciclarsi poi con Empoli e con una serie di squadre di cui mi vergono a rimenzionare i nomi.

Storie di calcio: il vichingo, Kennet Andersson

Prima che nel calcio svedese esplodesse il fenomeno Ibrahimovic, i nordici avevano ottime squadre. Secondi al Mondiale 1958, dietro il Brasile di un certo Pelè, gli svedesi hanno strabiliato il mondo anche al Mondiale di Usa '94. Era il mio secondo Mondiale, dopo la delusione di Italia '90 con Walter "paperone" Zenga che aveva rattristato il mio giovane volto.
A metà anni '90 la star della Svezia era un giovane di colore, con i capelli rasta e il goal nel sangue: Henrik Larsson. Su di lui voglio scrivere un articolo di spessore, ma una menziona la merita anche il suo compagno di mille battaglie, quel Kennet Andersson che tanto bene ha fatto in Italia con le maglie del Bari e del Bologna.

Dopo i primi anni nelle serie minori svedesi, Kennet viene acquistato dall'IFK Göteborg in cui gioca 3 anni. Nell'ultimo di questi segna 13 gol in 16 partite, in seguito viene acquistato dal Malines in cui però non brilla nei due anni di militanza, a metà della seconda stagione viene ceduto al Norrköping in cui riesplode come cannoniere segnando 8 gol in 13 partite. Poi andrà in Francia nel Lilla e Caen riscuotendo un buon successo, prima di arrivare in Italia, a Bari e Bologna dove vince con i felsinei la Coppa Intertoto.
All'inizio della stagione 1999-2000 si trasferisce alla Lazio dove conquista la Supercoppa europea nella finale unica allo stadio Louis II di Monaco contro il Manchester United. Con la Lazio colleziona solo due presenze in campionato senza realizzare reti, prima di ritornare al Bologna. Chiuderà la sua carriera giocando prima in Turchia nel Fenerbahçe e poi in Svezia nelle file del Gårda.
Kennet aveva una specialità: il colpo di testa. I suoi 193 cm lo rendevano immarcabile nel gioco aereo, ed in coppia con Roberto Baggio prima e Beppe Signori poi, ha fatto le fortune dei felsinei.



Oggi, ormai ultra quarantenne, me lo immagino in Svezia, in una bella casa col giardino, il cane e tanti figli accanto, a cui trasmettere la passione per lo sport più bello del mondo, il calcio.

19 ottobre 2013

La strana coppia: Cassano-Enyinnaya, i giustizieri dell'Inter

Correva l'anno 1999, stava per scoppiare il Millennium Bug e l'uragano Floyd spaventava gli Stati Uniti. L'Inter di Lippi e Bobo Vieri, dopo mille promesse, si preparava ad essere intrappolato nella ragnatela di Eugenio Fascetti, scaltro tecnico del Bari.
La sera del 18 dicembre al San Nicola è in programma la sfida fra Bari ed Inter, con i galletti che arrivano rimaneggiati come non mai. Fascetti non sa che pesci prendere, ma capisce fin da subito che mettere in difficoltà "l'ostica" difesa nerazzurra non sarà impresa ardua. D'altronde una retroguardia composta fra gli altri da un Blanc in versione groviera, un Colonnese oltre i limiti della decenza ed un Georgatos con ancora sulle spalle la stuoia usata nel fine settimana a Santorini, non l'augurerei nemmeno al mio peggior nemico.

Fascetti è tecnico esperto e sa fare di necessità virtù. Orfano di Philemon Masinga ed Yksel Osmanovski (giudicate voi se fosse una sfortuna o meno), l'allenatore viareggino studia le mosse per vincere il derby del pattino con il suo compaesano Lippi. Nella partitella del giovedì vede De Rosa accasciarsi a terra dopo una finta di Cassano, che trafigge facilmente Francesco Mancini subito prima di partecipare al consueto torneo rionale di Bari Vecchia. Nemmeno il tempo di entusiasmarsi che dall'altra parte del campo Rachid Neqrouz inveisce con un ragazzino di colore, reo di non essersi fatto toccare nelle parti più intime dal centrale marocchino, noto per le sue palpazioni ad un certo Filippo Inzaghi.
Ecco l'idea, una coppia tutto estro ed incoscenza Cassano-Enyinnaya. I dirigenti baresi strizzano le pupille nel leggere la formazione, ma nemmeno il tempo di inveire contro Fascetti che il Bari è in vantaggio. Passano pochi minuti e una palla vagante finisce nei presi del giovane centravanti nigeriano. Senza pensarci due volte Enyinnaya scaglia una sifola che si alza a campanile e scende rapida come una saetta. Peruzzi, che sta ancora digerendo lo spuntino delle 17, fa tre passi indietro e casca per terra.



Ugochukwu Michael Enyinnaya inizia a correre, un pò per la gioia un pò per paura. Vede infatti un'orda di baresi che lo insegue e va a rifugiarsi vicino alla bandierina del calcio d'angolo, dove viene placcato e vessato da quella coppia di simpaticoni di Rodolfo Giorgetti e Duccio Innocenti.
L'Inter non ci sta ed il solito Bobo Vieri riapre la partita, inveendo contro la scelta di indossare la casacca nerazzurra e giocare con Benoit "senza piedi" Cauet ed un Vladimir Jugovic pronto per il gerontocomio.
La partita corre sui binari dell'equilibrio, con l'Inter incapace di pungere grazie al filtro operato da Collauto e Marcolini, due mediani che avrebbero faticato a trovare posto in una miniera di carbone ucraina.
A due minuti dalla fine il colpo di genio che non ti aspetti. Markic spazza dalla sua trequarti come se non ci fosse un domani e casualmente trova Cassano. Panucci e Blanc, già armati di ciabatte e docciaschiuma, non si curano del ragazzino, figuriamoci se riesce a stoppare quel pallone. E invece Cassano la stoppa di tacco, rientra fra i due difensori nerazzurri e trafigge Ferron, che sembrava ancora chiedersi perchè fosse in campo.



Il goal, senza dubbio di straordinaria fattura, scatena un Fabio Caressa in versione psicologo e lo stesso ragazzo barese, che ovviamente si becca il primo di una sequela di cartellini che ancora deve finire.

Storie di calcio: Carlos Valderrama, El Pibe colombiano

''Carlos Valderrama ha i piedi storti, e la stortura gli serve per per nascondere meglio il pallone'' [Eduardo Galeano]

Figlio dell'omonimo Carlos Jaricho, professore di matematica, e di Juana Palacio, El Pibe (soprannome coniato proprio dal babbo), ritiratosi ufficialmente dal calcio giocato nel 2004, a 30 anni era già nell'olimpo del pallone.

CAFE y PASTELES - Carlos Alberto Valderrama Palacio nasce baciato dal Mar dei Caraibi e dal sole di Santa Marta, dove i narcos possono concedersi una meritata siesta all'ombra del Juan Valdez Cafè, tra un pasticcino alcolico ed un affogato al caffè. Cliché a parte, il colombiano ed i suoi nove fratelli respirano calcio fin dalla tenera età, poiché sia il padre che il cugino furono entrambi professionisti, senza mai sfondare del tutto, a differenza del crack de rizo dorado.

YOUNG WILD & FREE - Dopo due anni di giovanili, l'Unión Magdalena lo fa esordire il 15 marzo 1981 nel massimo campionato colombiano, impiegherà 5 mesi per segnare il primo gol col ciclón bananero. Nonostante la giovane età, l'effige valderramiana appare già baffuta, bionda e pettinata afro: è il grido di battaglia di un ragazzo che, compiuti i diciotto, si sente finalmente 'libero', anche di poter portare a spasso la zazzera come meglio crede. Gli inizi sono stentati, Carlos è il pupillo del tecnico Perfecto Rodriguez, gioca molto ma incide poco e l'Unión fatica ad imporsi. Dopo tre anni Valderrama strega Bogotà ed approda ai Millonarios per 10 milioni di pesos, il Pibe gode ancora una volta della fiducia del tecnico, ha molte occasioni di mettersi in luce ma stecca anche il secondo banco di prova; la Capitale è fredda, caotica e tutti gli occhi sono puntati sull'eccentrico diez, che dopo un anno fa le valigie in direzione Cali.

SUDAMERICANO DELL'ANNO - Per assicurarsi le prestazioni del Pibe, il Deportivo Cali paga ai Millonarios la stessa cifra sborsata da quest'ultimi all'Union Magdalena, ma stavolta Valderrama non tradisce le aspettative. Allenato dallo slavo Vladimir Popović e coadiuvato dal compagno Bernardo Redín, con cui l'intesa sarà ai livelli della coppia Hutton-Becker, Carlos colleziona nel solo anno d'esordio 48 presenze e 13 gol, resterà un record nella sua carriera. Coi verdiblancos arriverà secondo in campionato riconquistando l'accesso alla Copa Libertadores, senza tuttavia vincere alcun trofeo se non il premio come miglior sudamericano dell'anno nel 1987: gli aprirà le porte del calcio europeo.

EUROPA AMARA - Correva l'anno 1988, non sappiamo se Louis Nicollin abbia voluto le Roi de Colombie per la capigliatura o per l'effettiva abilità sul terreno di gioco, viste le foto che hanno accompagnato il recente trionfo dei bluarancioni in Ligue 1, sta di fatto che Valderrama non s'adatterà mai al calcio europeo, troppo dinamico e fisico per un playmaker che ha sempre disdegnato la fase difensiva e la corsa. Dopo 91 presenze e 4 gol nel triennio francese, El Pibe ci riprova in Spagna seguendo Maturana (c.t. colombiano a Italia '90 ed Usa '94) ed Higuita al Valladolid, ma al Pucela metterà una pietra sopra l'esperienza europea con l'ennesimo flop.

VALDERRAMA, 10, CAPITANO - Adorato da un'intera nazione e da innumerevoli generazioni che gli dedicano stima e murales, Valderrama gioca cinque Copa América e tre Mondiali con la sua Colombia, tutti da capitano. Dall'ottobre 1985 al congedo di Francia '98 le presenze fanno 111, impreziosite da 11 reti e piogge di assist. A Italia '90 Valderrama segna il 2-0 agli Emirati Arabi al Dall'Ara, non può nulla contro la Jugoslavia ma dà il meglio di sé nell'ultima e decisiva partita del girone contro la Germania Ovest, servendo a Freddy Rincon l'assist che permise ai cafeteros di pareggiare l'iniziale vantaggio di Littbarski. Al San Paolo di Napoli l'ottavo di finale fra sorprese viene vinto dal Camerun di Roger Milla (compagno di squadra al Montpellier), giustiziere della Colombia di Maturana aiutato (anche) dalla sciagurata uscita palla al piede di Higuita; pochi sanno che il Gullit biondo consegnò al portiere, divenuto celebre per lo scorpione, un video sul bomber camerunense per studiarne movimenti ed abitutini. Se il Mondiale di Francia fu canto del cigno (ma l'assist non mancò), ad Usa '94 andò in scena il Mondiale del terrore.

GRAZIE PER L'AUTOGOL - Tutti conoscono la storia di Andrés Escobar, ma per capire a fondo l'avventura gialloblu a pochi passi da casa, occorre partire dal 18 febbraio 1994, amichevole Svezia-Colombia: il ginocchio di Valderrama ha un movimento innaturale e fa crac, mettendone a rischio la partecipazione all'imminente Mondiale. Nonostante l'intervento chirurgico e la poca convalescenza, El Pibe sarà regolarmente in campo il 18 giugno a Pasadena contro la Romania (vinceranno gli europei 3-1) davanti a 90'000 occhi tutti per lui. C'è da dire che la Colombia arrivò al Mondiale d'America con molte aspettative, in patria e non solo in parecchi erano pronti a scommettere sull'eventuale trionfo della spedizione cafetera, che si squagliò alle prime difficoltà anche a causa dell'eccessiva presunzione. Gli Usa condannano il team di Maturana vincendo 2-1, il tecnico è vittima di minacce di morte prima della gara ed è costretto a lasciare in panchina Gabriel Barabba Gomez dopo un fax da Medellin ricevuto in hotel due ore prima del fischio d'inizio. La sconfitta contro i padroni di casa fomentò il malcontento di qualche narcotrafficante del Cartello, che evidentemente sulla vittoria colombiana aveva scommesso davvero, si rincorrono anche voci sul fatto che Escobar avesse venduto la partita agli Stati Uniti, prontamente smentite dal capitano: 'E' una vera infamia, una menzogna! Andreas era pulito'.

SKILLS & PASSES - A proposito di narcos e Cartello, Valderrama fa ritorno in patria con l'Indipendente Medellin e l'Atlético Junior, con cui vince (un po' a sorpresa) due volte il campionato, e torna ad essere dopo 5 anni il miglior calciatore sudamericano nel 1993. Poi, stuzzicato dal progetto e dai dollari a stelle e strisce si trasferisce nella Major League Soccer: sui campi segnati dalle yard e prestati dall'NFL si traveste da quarterback felpato sfornando 114 assist (sì, avete letto bene) tra Tampa Bay, Miami Fusion e Colorado Rapids. La gente l'adora, i bambini sugli spalti si fanno fotografare con parrucche bionde afro, semplicemente MVP.

TITOLI DI CODA - Appesi al chiodo i magici scarpini a 41 anni, sposato col suo primo amore Claribeth Albán dalla quale ha avuto 6 figli (più qualche illegittimo da aitanti giornaliste colombiane ed altri cresciuti presumibilmente a ciambelle e fast food), è diventato assistente allenatore dell'Atletico Junior nel maggio 2007 e durante una partita, dopo un rigore dubbio concesso agli avversari, Valderrama si dirige verso il fischietto con in mano un biglietto da 50'000 pesos (circa 17 €), fomentando i successivi incidenti allo stadio Barranquilla di Bogotá (20 arresti e decine di feriti). El Pibe, espulso dall' arbitro Ruiz, si rifiutò persino di lasciare il terreno di gioco.

Esponente di spicco della categoria 'numeri 10 per vocazione', ormai in via d'estinzione, Valderrama si gode la statua che ne ritrae lineamenti e chioma davanti all'Estadio Eduardo Santos di Santa Marta; El Pibe è l'orchidea tra la gramigna, il lento tra le salse, l'afro-leonino baffuto tra tatuati e gel, è il mariachi tra i deejay e puntinista tra i futuristi del pallone che troppo spesso prediligono muscoli e fisicità a discapito della poesia slow-foot di certe pennellate dal sapore vintage; poveri loro, non sanno cosa si sono persi...

Alan Bisio - per Fantagazzetta.com

18 ottobre 2013

Storie di calcio: David Trezeguet, il miglior marcatore straniero della Juventus

Essere il centravanti straniero ad aver fatto più goal nella storia di un club non è roba da tutti i giorni in Italia. Ancor meno comune se quella squadra è la Juventus, la società più titolata d'Italia.
David Trezeguet nasce a Rouen, in Francia, il 15 ottobre 1977. La famiglia è argentina, madre, padre e sorella son tutti originari del Sud America, ma il papà, che è stato un calciatore, ha militato per quattro stagioni nel Rouen, proprio dov'è nato il piccolo David.
Trézéguet, tornato in tenera età in Argentina, cresce nelle giovanili del Platense. La Francia è però nel suo destino, tanto che a diciassette anni il Monaco lo porta sulle assolate coste del Principato. "È stato Jean Tigana a scoprirmi e, ritrovarmelo come allenatore, è stato un onore per me. Era uno a cui piaceva il bel calcio ed io mi sono adattato subito al suo sistema di gioco, alla sua mentalità. Al Monaco, però, avevo diciassette anni, mi allenavo con la prima squadra e poi, magari, al sabato andavo in panchina con la prima squadra e la domenica tornavo a giocare con la Primavera", ha raccontato Trezegol.

A metà anni '90 inizia a giocare con i monegaschi, scalando piano piano le gerarchie del club. Nel 1997/98, anno del Mondiale in casa, l'esplosione. In coppia con un certo Thierry Henry incanta in Ligue 1, con 18 goal in 27 partite. Giovanissimo ma completo come pochi attaccanti al mondo, Trezeguet ha tutte le caratteristiche del centravanti moderno: controllo palla, lucidità e senso del goal. Fortissimo di testa, calcia indifferentemente con entrambi i piedi, da dentro o fuori dall'area. Con la maglia del Monaco segna una tripletta e quattro doppiette, vince uno scudetto e si laurea campione d'Europa con l'Under21 d'oltralpe.
Il commissario tecnico Jacquet lo inserisce insieme al compagno di reparto nel giro della Nazinale maggiore, ed il capitano Deschamps (suo futuro compagno) spende parole al miele: "Trézéguet ha delle qualità incredibili, in area possiede una freddezza inconsueta. Sarà un grande attaccante".

Con i blues debutta il 28 gennaio 1998 contro la Spagna allo Stade de France, giocando venti minuti al posto di Guivarc’h.
"Ho fatto il mio esordio contro la Spagna, sono entrato venti minuti. In otto mesi sono rientrato anche tra i convocati della Nazionale dei Mondiali 1998. È stata dura fino alla fine, perché la lista era composta da 28 giocatori e poi cinque non sono stati scelti dal Mister. Un colpo duro per quelli che sono andati via, penso che non sia semplice per nessuno. Ho fatto parte di quel gruppo che ha fatto la storia: il Mondiale vinto in Francia, dopo la finale vedere due milioni di persone tutte insieme, senza dimenticarci che la Francia è un posto più particolare, a livello di razzismo, e veder tutti uniti penso sia stata una grandissima vittoria per tutta la Francia".
Con i transalpini gioca i Mondiali del 1998, laureandosi Campione del Mondo, ed imponendosi sulla scena calcistica mondiale. Il Monaco riesce a trattenerlo ancora per due stagioni e Trézéguet non sbaglia un colpo.
Il padre, che gli fa da procuratore, riceve una timida offerta dal Milan che Campora, presidente del Monaco, non ritiene degna di attenzione.
David vuole l'Italia e fa pressione sulla dirigenza monegasca, dichiarando a chiare lettere il suo amore per la Serie A. Dice di ammirare Ronaldo e Totti e che il suo modello è Batistuta: "Sono cresciuto con l’immagine di Maradona, i miei primi ricordi sono stati i Mondiali del 1986 in Messico; però devo dire che per il mio posto sicuramente è stato Batistuta quello che mi piaceva di più, perché era un attaccante molto forte, aveva l’immagine del giocatore bello da vedere. Parlando calcisticamente, la cosa più bella che mi è capitata è stato ritrovarlo, lui nella Roma ed io nella Juventus; è stato un momento bello da ricordare perché negli anni passati stavo a guardarlo davanti alla TV".

E' la Juventus di Luciano Moggi che riesce a garantirsi le prestazioni del giovane bomber, scucendo un assegno a nove zeri. Trézéguet approda a Torino con al collo la medaglia d’oro dell’Europeo (grazie al suo “Golden Gol” contro l’Italia) e con la benedizione di Zidane e Deschamps, suoi compagni in Nazionale.
"Sono arrivato a ventidue anni in mezzo a tanti attaccanti eccezionali, come Del Piero, Inzaghi, Kovacevic, Esnaider, Fonseca; l’importante, all’inizio, era cercare di imparare da loro, avere la fiducia dell’allenatore e di tutto il gruppo".
Trézéguet, all’inizio, fatica a trovare spazio, chiuso dalla storica coppia Del Piero-Inzaghi. I rapporti fra i due, però, si fanno sempre più tesi, e Ancelotti da progressivamente più fiducia al centravanti di Rouen, che lo ripaga con 15 reti.
L'anno successivo Ancelotti viene sollevato dall'incarico e sulla panchina della Signora torna Marcello Lippi, con cui si instaura un perfetto idillio che porterà la Juventus allo Scudetto. "Il momento più bello è stato quando ho vinto il primo scudetto con la Juventus, per come è venuto, all’ultima giornata, con il sorpasso sull’Inter ad Udine, in uno stadio pieno; un traguardo che la squadra non riusciva a raggiungere da alcuni anni. Per me, poi, era stata un’annata molto positiva, avevo segnato tanto vinto la classifica dei cannonieri; un obbiettivo che uno juventino non raggiungeva da quasi vent’anni, dai tempi di Platini".

A cavallo fra il 2002 e il 2006 colleziona tante gioie e tante vittorie, mitigate dalla delusione in Champions League. Nella finale tutta italiana di Manchester, Trezeguet si fa ipnotizzare da Dida, tornando a casa senza la tanto agognata Coppa dalle grandi orecchie.
"Le due reti con il Real Madrid le ricordo per la bellezza, e poi perché il Real Madrid è sempre stata la squadra da battere. Avevamo davanti giocatori come Figo, Ronaldo, Zidane e noi, con le nostre armi, siamo riusciti a fare due partite di un livello straordinario; ho avuto la possibilità di segnare sia all’andata che al ritorno e, per questo, quella col Real rimane una delle più belle partite della mia carriera. Mi ha deluso tantissimo la finale di Manchester; era quello che ci chiedevano tutti i tifosi, è il mio più grosso rammarico fino ad oggi. Mentalmente mi sono detto: ritornerò a giocare una finale. In realtà non ci sono più tornato e, con il tempo, sta diventando un peso, perché la Champions è la competizione più bella, in cui giocano le squadre più forti. Quell’anno, abbiamo vinto il campionato con quasi venti punti in più del Milan e non è vero che il Milan aveva più fame di noi; il Milan non meritava più di noi. Purtroppo i rigori sono una questione anche di fortuna. Io ho tirato, ho sbagliato e mi sono preso le mie responsabilità, ma quello penso che faccia parte del calcio. Ho più rammarico di avere sbagliato questo rigore rispetto a quello del Mondiale, perché questa squadra la sento mia, qui ho vissuto i momenti più belli e più brutti di questa società e, quindi, spero di poter arrivare a disputare un’altra finale di Champions. E se ci sarà un rigore, lo tirerò di nuovo, perché per me sarà una rivincita".

I rigori non sono nel suo destino e nel 2006 lo dimostra ancora una volta. In Germania disputa i Mondiali con la maglia della Francia, ma a causa di forti incomprensioni con l’allenatore Raymond Domenech, viene schierato solamente in due partite. Entrato all’undicesimo minuto del primo tempo supplementare contro l’Italia, è tra i rigoristi della partita. Il suo tiro colpisce la traversa e rimbalza fuori. Buffon gioisce insieme a tutti noi italiani, David guarda sconsolato il pallone rotolare verso di sè.

"Ho vissuto un Mondiale molto difficile, perché erano sempre gli stessi undici che giocavano e gli altri erano da parte. Io ho la visione di gruppo diversa; se un gruppo è composto da ventitré giocatori, l’allenatore deve stare più attento a quelli che non giocano. Ed, in Germania, non era così. Sono dispiaciuto per i miei compagni per il rigore sbagliato. Personalmente, niente di più e niente di meno. È stato, per me, un Mondiale negativo dall’inizio alla fine. Ero dispiaciuto per quei giocatori che erano sempre in campo. Non ho mai sentito la fiducia nei miei confronti ed in campo si è anche visto; però, sono rimasto sempre tranquillo perché ho sempre dato il massimo per la Nazionale".
Tornato in Italia dalla delusione Mondiale, ecco la Serie B con la Juventus. Un cavaliere non lascia mai la sua Signora dicono, e così Trezegol decide di rimanere a Torino.
"Le motivazioni erano poche per me come per gli altri, per la società stessa e per i tifosi. Nessuno meritava di disputare un campionato di Serie B. Però, ci siamo trovati in quella situazione, calcisticamente non è stata un’esperienza né positiva, né negativa. Ci siamo ritrovati dei giovani che l’anno prima erano in Primavera. Abbiamo creato un gruppo molto più umano, perché le aspettative erano diverse; la cosa positiva è che siamo risaliti subito in Serie A".
Non è una grande stagione per David; non sempre riesce a trovare gli stimoli necessari ed il suo score è di 15 reti in 32 partite. Nell’ultima partita stagionale, contro lo Spezia, si rende autore di un gesto polemico verso la società. Sivolta verso il pubblico e, con le mani, fa un gesto eloquente: "Ne ho segnati 15 e mi mandano via!»
Tutto presuppone che David debba lasciare la Juventus, destinazione Barcellona, ma l'amore fra David e la Juventus non è ancora finito. Dirigenti e David si siedono ad un tavolo e trovano l'intesa per il rinnovo del contratto. "Ho fatto una scelta decisiva per la mia carriera e per la mia vita". Quasi a confermare queste parole, nella stagione che segna il ritorno in serie A della Juventus, David mette a segno 20 reti, sfiorando la vittoria nella classifica cannonieri, preceduto solamente dal compagno di una vita, Alessandro Del Piero. Lo stesso numero 10 che, all'indomani del suo addio alla Juventus e a Torino, gli dedica parole al miele.
"Caro David,
è arrivato il momento di dirsi ciao. Ho perso il conto delle stagioni che abbiamo giocato insieme e dei goal che abbiamo fatto. Di sicuro, siamo la coppia che ne ha segnati di più nella storia della Juventus, più di Charles e Sivori (due immensi campioni) e questo lo sai bene è un grande orgoglio per entrambi.
Quante formazioni in questi anni finivano così: Del Piero e Trézéguet, Trézéguet e Del Piero. Quante vittorie, quante delusioni (per fortuna, molte meno delle soddisfazioni che ci siamo tolti), quanti abbracci: non c’è altro compagno con cui io abbia giocato di più.
Diciassette goal all’anno di media, come il tuo numero di maglia: questo basta per dire che bomber sei. Ma per me che ho giocato al tuo fianco, non c’è bisogno di numeri. Ritengo sia stato un onore fare coppia in campo con uno dei più grandi attaccanti del mondo, in assoluto.
Adesso le nostre strade si dividono, nel calcio succede. Ti saluterò nello spogliatoio, ma mi fa piacere farlo anche pubblicamente: in bocca al lupo per la tua nuova avventura. Avremo tanti bei ricordi da condividere, la prossima volta che ci vedremo."


Il 21 agosto 2010 è un giorno triste per tutti i tifosi bianconeri, poichè arriva la conferma del trasferimento di Trezeguet all’Hercules Alicante, città di origine della moglie. David sveste dopo 10 intensi e meravigliosi anni la maglia numero 17 della Juventus. I suoi numeri parlano chiaro: 320 presenze, 171 goal, miglior marcatore straniero della stori).
"Dieci anni nella Juve, è stata una grande storia d'amore. Io David Trézéguet resterò per sempre tifoso della Juve. Anzi, il giorno in cui la squadra bianconera vincerà lo scudetto andrò a Torino e chiederò alla famiglia Agnelli di inventare una maglia con la terza stella. E sarò il primo ad indossarla. I due titoli che ci hanno tolto sono stati una clamorosa ingiustizia. Lo penso io, lo pensa chi ama la Juve, ma ne sono convinti anche i giocatori dell'Inter con i quali ho parlato. L'ultima Juve riparte quasi da zero. Una scelta coraggiosa. Però bisogna avere il coraggio di dire alla gente bianconera che ci vorrà un po' di tempo per tornare a essere la squadra da battere. Da amico della Juve penso che sarebbe bellissimo riconquistare la Champions e centrare l'Europa League. Sarebbe una stagione da dieci. Lo scudetto è pane per Inter e Milan. È bello vedere Andrea Agnelli presidente. Io sono cresciuto nel mito dell'Avvocato. Quando veniva al campo eravamo tutti imbambolati. Come se lui avesse vinto dieci mondiali, dieci Champions, dieci scudetti. Andrea Agnelli dovrà ricreare la stessa magia con i più giovani. La mia più bella vittoria nei miei dieci anni in bianconero è stata la promozione dalla B alla A. Una fantastica esperienza di vita. I tifosi ci consideravano degli eroi perché avevamo scelto di restare. Si sentiva stima, amore. Ed intorno a noi abbiamo visto crescere dei ragazzini che oggi sono dei grandi giocatori. Penso a Chiellini, a Marchisio. Se qualcuno credeva di ammazzare la Juve scaraventandola in Serie B allora ha proprio sbagliato tutto. Quell'esperienza ha reso ancora più grande il mondo Juve".

Storie di calcio: Jens "Mad" Lehman

Jens Lehmann è stato uno di quei portieri sopravvalutati. Cresciuto all'ombra di Oliver Kahn, l'estremo difensore di Essen ha lasciato pochi buoni ricordi nel Bel Paese. Volevo scrivere su di lui, per descrivere quanto sia stato imprevedibile ed inspiegbaile. Ma la sua storia era già stata raccontata in modo esaustivo, con ricerche più apprfondite di quelle che avrei fatto io. Ecco perchè Esperto di Calcio, impreziosendo il pezzo di Alan con video e foto, fa un applauso al redattore di Fantagazzetta, amico e collega.

Conosciuto al grande pubblico come Mad Jens o The Crazy, il portiere tedesco Jens Gerhard Lehmann è stato una meteora in Italia, venendo ricordato con non troppi rimpianti dai tifosi del Milan. Capello crespo e sorriso d'ordinanza, l'estremo difensore è nato il 10 novembre '69 nella siderurgica Essen, nel cuore della Ruhr bene.


Potrei raccontarvi di quella volta che con lo Schalke parò il rigore a Zamorano nella finale di ritorno di Coppa Uefa '97 e poi ipnotizzò anche Winter (così almeno dice lui), prima d'alzare il trofeo. Potrei dirvi che fa parte degli Invincibles Gunners datati 2003/2004 o che detiene tutt'ora il record d'imbattibilità in Champions League, 853 minuti nella stagione 2005/2006, quando neutralizzò tuffandosi sulla sinistra il penalty Riquelme nella semifinale al Madrigal, nonostante Henry consigliasse di restare fermo al centro della porta. Jens ha sempre avuto un buon rapporto coi tiri dagli undici metri, come ai quarti di finale del Mondiale 2006, quando la lotteria con l'Argentina spedì il Mannschaft di Klinsmann in pasto alle fatality di Grosso e Del Piero. La storia di quei rigori berlinesi, raccontata accuratamente da Kuper e Szymanski nel libro 'Calcionomica' (Isbn, 367 pagg.), parla di un foglietto conservato nei parastinchi di Jens, scritto su carta da lettere di un albergo dal preparatore dei portieri Andreas Köpke (chiedere a Zola per info); il contenuto? La lista dei potenziali rigoristi dell'albiceleste, da Crespo ("rincorsa lunga/destra, rincorsa breve/sinistra"), ad Ayala ("aspetta molto, rincorsa lunga destra), a Leo Messi (sinistra). Azzeccata la profezia su Ayala, il quarto argentino al cospetto di Lehmann è il nerazzurro Cambiasso, il portierone scruta il foglietto, stropicciato, confuso, scritto a matita, Cambiasso non c'è, ma sospetta qualcosa ('cosa sanno di me?'). Lehmann sta bluffando da consumato pokerista ed intercetta la conclusione del Cuchu, poco sereno al momento del tiro, che si dispera. Il resto è rissa sfiorata e Seven Nation Army qualche giorno più tardi... ma v'eravate accorti del calcione a Gilardino?




MR MAD - Estremo difensore dotato di buoni riflessi, Lehmann fa delle uscite alte, talvolta acrobatiche, il suo punto di forza; tuttavia non siamo qui per esaltare le doti tra i pali di Mad Jens, quanto per raccontarne stravaganze e follie. Gli otto cartellini gialli collezionati con l'Arsenal nella stagione 2006/2007 sono un record per un portiere ma, fidatevi, non è questo il punto. "Lehmann is the Mr Mad of the goalkeeper society" per il Daily Mail, la folle risposta tedesca al boring, boring Arsenal cantato dai tifosi ospiti nel leggendario Highbury. I colpi proibiti, ridicoli e non, con l'ivoriano Drogba, sono un cult d'oltremanica, ma la pazza storia di Lehmann parte in Germania 24 anni fa coi minatori di Gelsenkirchen. 16 ottobre 1993, il Leverkusen rifila 3 gol in 27' al povero Lehmann e l'allenatore, Jorg Berger, lo toglie a fine primo tempo (finirà 5-1); Lehmann resta negli spogliatoi, si fa la doccia e torna a casa, da solo, in tram: la bravata gli costerà dieci turni d'esilio dal campo.

VEDO ROSSO... NERO - Dopo aver segnato il primo gol in Budesliga (su rigore) al Monaco 1860 nel 1995, aver bissato due anni più tardi, di testa, nel derby contro il Dortmund divenendo il primo portiere della storia tedesca a segnare su azione ed aver vinto la Uefa dello stesso anno a San Siro contro l'Inter, Jens attira l'attenzione del Diavolo, affascinato (eccessivamente?) dal carnefice degli odiati cugini. La parabola del teutonico in rossonero s'esaurisce presto, poiché il 26 settembre 1998 Batistuta gli fa assaggiare l'Italia a colpi di mitra (con la complicità di Costacurta), Lehmann aiuta Batigol a confezionare la personale tripletta raccogliendo con le mani un retropassaggio di Costacurta. A gennaio Jens fa le valigie e torna in Germania: "Non ne potevo più, al Milan la situazione era diventata intollerabile... a Zaccheroni mancava la forza d'impormi quale numero uno contro il partito degli italiani, che spingeva per Sebastiano Rossi".


NEMICO UNA VOLTA, NEMICO SEMPRE - Dopo la deludente esperienza in rossonero Lehmann torna in Germania al Borussia Dormund, agguerrito rivale dello Schalke; e pensare che il portiere dagli occhi blu aveva dichiarato, qualche mese prima: 'meglio giocare con lo Schalke in Serie B che andare al Dortmund'. L'accoglienza dei tifosi al pazzo Jens è tutt'altro che echte liebe (vero amore), tant'è che al Westfalenstadion uno striscione recita 'Once the enemy, always the enemy'. In giallonero Lehmann vince una Bundesliga nel 2002, perde una finale di Uefa (contro il Feyenoord) e sempre nello stesso anno stabilisce il record di rossi in Bundesliga per un portiere: ben 5, tra una tirata di capelli a Timo Lange, un calcione a Coulibaly ed una corsa di 35 metri per insultare con veemenza il compagno Marcio Amoroso. Il vero guaio, a Dortmund, Lehman lo combina fuori dal campo, conoscendo e sposando Conny (dalla quale avrà due figli, Matse Lieselotta), la ragazza di Knut Reinhardt, leggenda del Borussia appena ceduto al Norimberga, che all'epoca la prese bene, pensando di lasciare il calcio.

IDOLO GUNNERS - A Londra Jens vince la Premier alla sua prima stagione inglese, rischiando grosso all'ultima giornata nel derby col Tottenham, quando, sul finire del match con l'Arsenal avanti 2-1, spinge in area di rigore Robbie Keane: rigore, giallo e 2-2 finale, Arsenal campione d'Inghilterra, ma a Wenger sorgono i primi dubbi. La stagione successiva inizia la storica rivalità (almeno quanto quella col connazionale Oliver Kahn) con l'iberico Almunia, tra qualche giallo per simulazione e perdite di tempo al limite del comico, Jens è titolare a intermittenza, i Gunners nel frattempo mettono in bacheca una FA Cup (Lehmann para il rigore decisivo a Paul Scholes) ed una Community Shield, mentre nel 2006, dopo il rigore parato a Riquelme, Lehmann saluta la finale di Parigi (vincerà il Barça) dopo soli 18 minuti, espulso (anche questa, una prima volta nella storia) per un fallo su Eto'o, bye bye Champions. Il 4 maggio 2008 Wenger concede la standig ovation all'idolo Lehmann, in partenza in estate, facendolo entrare negli ultimi 20' nell'ultima gara stagionale contro l'Everton, non succede proprio a tutti.

SCARPE E PIPI' - Tornato in patria l'aspetta lo Stoccarda, dove dà il peggio di sé; il repertorio va dal tentato omicidio in gamba tesa a Puyol (con Ibra che si vendica apostrofandolo ripetutamente 'puto'), al siparietto con un raccattapalle coraggioso di Hannover, a qualche gita fuori-porta, all'impellente bisogno di fare pipì contro l'Unirea Urziceni in Champions (con tanto di scrollata con guantoni), alla sospensione per essersi recato all'Oktoberfest senza permesso, ai rimproveri a Subotic dopo una violenta gomitata ("In 20 anni nessuno è riuscito a rompere la mia mascella o a toccarmi un dente, ma questa volta ci è andato vicino; se avessi fatto qualcosa di simile mi avrebbero vietato di giocare per 8 settimane. Non ho idea di quello che passi per la testa a queste persone”). Gli episodi più gustosi, però, ve li racconto ora: 14 settembre 2009, Stoccarda in vantaggio 1-0 contro il Mainz, tre minuti da giocare, palla lontana; Lehmann spinge Aristide Bance in area, poi gli pesta il piede: rigore e rosso. Ma il bello deve ancora venire, perché dopo la doccia, all'uscita dagli spogliatoi, un tifoso chiede a Lehman: 'Jens, perché non puoi essere semplicemente normale?', lui non risponde, gli ruba gli occhiali e se ne va, un genio. Come quando approfittò di un contrasto di gioco per lasciare i pali, prendere la scarpetta di un avversario (Salihovic) e gettarla sopra la traversa. Ritiratosi nel giugno 2010, Lehmann tornerà a giocare in Inghilterra l'anno successivo divenendo il giocatore più anziano nella storia dell'Arsenal, per poi ritirarsi nuovamente a fine stagione.



Ambasciatore per la fondazione Power-Child Campus South Africa, pittore per hobby, autore dell'autobiografia Der wahnsinn liegt auf dem platz ('La follia scende in campo'), attore nel film Themba, Jens Kung Fu Lehmann non finisce qui. Il portierone vorrebbe infatti tornare fra i pali alle prossime Paraolimpiadi, nel 2016, dove il portiere, a differenza degli altri giocatori di movimento, può essere vedente. Sperando che, almeno ai disabili, Jens non faccia scherzi.

17 ottobre 2013

La strana coppia: Pandev-Jardel e le magie in riva all'Adriatico

Correva l'anno 2003. L'uragano Erika spazzava via le coste messicane, mentre il Bel Paese era sconvolto dalla seconda partecipazione in Serie A dell'Ancona.
Troppo semplice e ingiusto parlare del fallimento marchigiano, ben più interessante è invece focalizzare la nostra attenzione su una delle coppie più strane che la nostra Serie A abbia mai visto.
In una compagine senza ne arte ne parte, un'accozzaglia di vecchie glorie e giocatori sopravvalutati, spuntavano come i funghi nel bosco un giovane Goran "belli capelli" Pandev e Mario "tutti a tavola" Jardel.
Un macedone in rampa di lancio e un brasiliano pronto per la pensione, talmente in sovrappeso da cadere in un contatto spalla a spalla con Giovinco.
Non sorprende quindi che l'Ancona, che fra gli altri si avvaleva delle gesta di gente del calibro di Daino, Maini, Helguera (Luis, il fratello scarso di Ivan), De Falco e Grabbi, sia retrocessa nell'ignominia generale.

Goran Pandev, approdato in riva al Conero a 20 anni e con ancora qualche capello sulla cucuzza, doveva essere la giovane scommessa. Cresciuto nelle giovanili dell'Inter, era reduce da una stagione con lo Spezia, in cui aveva realizzato 4 reti in 22 presenze. Con davanti campionissimi del calibro di Maurizio Ganz, Christian Bucchi, Pietro Parente e Paolino Poggi, Pandev riesce a ritagliarsi i suoi spazi senza troppi problemi.
Del parco attaccanti a disposizione dei mister anconetani, Goran il macedone è forse l'unico a non allenarsi col girello, riuscendo a schivare in allenamento i temibili tackle di Fabio Bilica e Mauro Milanese, incitati da un Bruce Dombolo di cui francamente non si ricordava la carriera nemmeno il suo più fraterno amico.
Pronti via, l'Ancona si sgretola come l'impero Parmalat sotto la guida di Callisto Tanzi. Nel girone d'andata i marchigiani si affidano alla coppia Hubner-Ganz in avanti, con Pandev pronto a subentrare. In 17 partite l'Ancona riesce a racimolare il misero bottino di 5 punti, e Goran inizia lentamente a perdere i capelli. Non potrebbe essere altrimenti, vedere in campo Gimmy Maini, Vincenzo Sommese e William Viali (in goal con la Juventus) è un incubo che nemmeno in un film dell'orrore di bassa lega. A Bologna, nella solita sconfitta domenicale, scontata più di un over 3,5 al pendolino di Maurizio Mosca, Pandev illumina. Prende palla, salta tre uomini e tira una minella sotto l'incrocio del secondo palo. Un goal fantastico, in una partita segnata dalle autoreti del solito Fabio Bilica, che nemmeno i suoi amici vogliono più avere in squadra, e l'ex Napoli Troise, che ha degnamente chiuso la carriera nel Panthrakikos Komotini.



A gennaio la svolta. l'Ancona, che raschia il fondo della classifica meglio della Concordia di Schettino, decide di acquistare un grande campione. Quando il sito della società annuncia l'accordo con Mario Jardel, la folla è in delirio. Con le maglie di Porto, Galatasaray e Sporting Lisbona ha segnato qualcosa come 242 reti in 198 partite, tanto da conquistare per due volte la Scarpa d'oro. Nell'estate del 2003 era passato al Bolton, in Premier League, dove ha sperimentato sulla sua pelle la pessima cucina inglese. Fra una Guinness e un fish and chips, Jardel gioca 7 partite e segna 0 reti in Premier. Accetta di giocare in riva all'Adriatico dopo aver letto entusiastiche recensioni sulla cucnia locale, perchè Marione ha un solo obiettivo: sforare i 120 kg.


L'esordio della coppia Pandev-Jardel si consuma alla Scala del calcio. In quel di San Siro, in una fredda domenica di gennaio, i nostri eroi giocano assieme una manciata di minuti. Nonostante la pettinatura di Pandev e la sbudrella di Jardel, il Milan passeggia comodamente sui resti dell'Ancona, sconfitto per 5-0 fra una fetta di panettone e un sorso di Nustranell.
Vedere Jardel correre al campo di allenamento è come trovare un'oasi nel deserto del Gobi, e Goran Pandev vede la sua criniera affievolirsi sempre più. Con l'approdo di Galeone in panchina, l'Ancona si trascina stancamente verso un'inevitabile retrocessione, la più meritata della storia del calcio italiano. Jardel, nel frattempo, ha pienamente raggiunto il suo obiettivo, tornando in Sud America con una valigia ricolma di soldi e prodotti tipi della gastronomia marchigiana. Goran Pandev, invece, ormai sull'orlo della depressione, tira un sospiro di sollievo per la fine dell'incubo Ancona. Trova un ingaggio alla Lazio, dove riesce a rilanciare la sua carriera.
Tutto è bene quel che finisce bene.

Josè Mourinho, Maicon e quel "ciccione" di Rafè

Josè Mourinho è senza ombra di dubbio un grande allenatore, uno dei migliori. Non ho mai amato alla follia il suo gioco ed il suo atteggiamento, ma ci sono situazioni in cui è impossibile non provare simpatia.
Il portoghese è uomo capace e caparbio, con la lingua lunga. Difende come nessuno al mondo i propri ragazzi, tanto da lasciare in loro un ricordo indelebile.
Ma sa anche attaccare come pochi, i suoi storici nemici (Wenger su tutti) e chi si mette sulla sua strada, come il "nonno" Ranieri o il Mario "Barletta" di nerazzurra memoria. Ma Josè è anche uomo di spirito, capace di uscite che spiazzano tutti. Come quando ha umiliato il giornalista spagnolo Fernando Burgos, citando alcuni suoi errori davanti a tutti.



O come quando, insieme a Maicon, si è fatto quattro grasse risate alla faccia del "Ciccione" Rafa Benitez, non proprio un collega stimato.



Sono momenti come questi, fuori onda e senza pressione che fanno apprezzare il Mourinho uomo. Attimi in cui Josè si spoglia della sua austerità e della corazza con cui protegge i suoi ragazzi e si dimostra per chi è realmente. Un uomo sensibile e divertente; simpatico e pronto allo scherzo. Ibrahimovic lo dice chiaramente nel suo libro: "Josè ti conquista".

16 ottobre 2013

Storie di calcio: Christian "Bobo" Vieri

C'è una cosa che non ho mai capito: come si poteva discutere un bomber come Bobo Vieri? Ancor più assurdo discuterlo (e pedinarlo) dopo che in 144 partite ha realizzato 103 reti, risultando sempre uno dei migliori. E aggiungo, non si può discutere l'ariete italo-australiano se per anni si è permesso a gente come Ronaldo di fare il bello ed il cattivo tempo negli allenamenti, ma tant'è.
Figlio d’arte, nasce a Bologna ma cresce in Australia, tanto da dichiarare qualche anno dopo l'esordio sui grandi palcoscenici di "pensare in inglese e tradurre tutto prima di parlare". I primi anni di vita li trascorre correndo dietro ai canguri, poi papà Lido riporta la famiglia in Italia e, nel 1989, Bobo inizia a giocare nelle giovanili del Prato, città dove la famiglia Vieri risede.
Nel 1990 è già più grosso di tutti i suoi coetanei e segna reti a raffica, tanto da essere notato dagli osservatori del Torino che, per 100 milioni di lire, lo portano al Filadelfia. La prima stagione incanta con la Primavera; la seconda è già nel giro della prima squadra, debuttando in Serie A. Il 15 dicembre 1991 mette piede in campo, nella bella vittoria casalinga contro la Fiorentina. L'anno successivo, in novembre, viene ceduto in prestito al Pisa e nel 1993 passa al Ravenna, sempre con la formula del prestito.
Rientrato al Torino nel 1994, non convince tecnici e presidente dei granata. Qui in città è famosa la frase di Calleri, che di Vieri dice: «È un attaccante grosso come un armadio ma con una tecnica individuale insufficiente». Gian Marco Calleri, fresco neo-presidente del Toro (dopo aver venduto la Lazio ad un certo Sergio Cragnotti), rompe gli indugi e trova l'accordo con il Venezia: 600 milioni di lire e la metà di Gianluca Petrachi, difensore di scarso valore ed ora dirigente proprio dei granata.

In serie B trova la continuità che andava cercando, riuscendo a gonfiare la rete 11 volte ed aumentando di parecchio il suo valore.Nel 1995 è l'Atalanta ad investire 3 miliardi di lire per i suoi servizi, ripagati da 7 goal nella massima serie. Reti sufficienti a convincere la Juventus di Moggi ad investire 9 miliardi di vecchie lire per mettere il centravanti dell’Atalanta a disposizione di Lippi. Il bomber ed il toscano di ferro, un rapporto nato sotto qualche problema ma destinato a diventare indissolubile. «È stato un incontro di boxe», racconta lo stesso Vieri, «ci siamo presi un po’, durante l’anno. C’è stato uno scambio di opinioni abbastanza forte. Durante un Juventus-Atalanta, io ero entrato al 40' e, dopo cinque minuti, finì il primo tempo. Lui mi disse qualcosa negli spogliatoi ed io gli risposi. Furono bravi i miei compagni a separarci. Forse, è stata quella la scintilla che ci ha fatto conoscere. Siamo entrambi toscani e ci piace dire le cose in faccia. Quella sera, Peruzzi mi chiamò per andare fuori a cena e mi portò nel ristorante dove c’era anche Lippi. Andai a chiedergli scusa, abbiamo parlato un po’. Poi ho fatto tribuna per le 3/4 partite che seguirono. Dopo mi fece giocare una partita a Milano contro l’Inter, quella successiva contro la Roma, entrambe in coppia con Amoruso e, da quel momento, non sono più uscito di squadra».
Vieri diventa ben presto il centravanti bianconero, accanto a cui si alternano Boksic e Amoruso nel tridente composto dall'insostituibile Del Piero. Vieri segna 8 goal in campionato, fra cui spicca la doppietta al Milan nel 1-6 che la Signora infligge al Diavolo in quel di San Siro. Parallelamente arrivano i primi goal in Champions League e in Nazionale, iniziando un rapporto molto intimo con l'azzurro.


Tutt'Italia stravede per il ragazzone dal fisico scultoreo, il sorriso contagioso e con le belle ragazze sempre intorno. Maldini è convinto che la Nazionale abbia trovato dopo tanti anni il centravanti che cercava; l’avvocato Agnelli è addirittura entusiasta e si raccomanda a Moggi perché il giocatore prosegua la carriera con il 32 stampato sulla casacca bianconera.
Nemmeno il tempo di annunciare in mondo visione la sua permanenza con la Juventus che Moggi, d’accordo con Giraudo e Bettega, lo spedisce in Spagna, all’Atletico Madrid, per 34 miliardi di lire. È un affare che porta una plusvalenza notevole, che serve alla Juventus per comprare Pippo Inzaghi ed impedire all'Avvocato un colpo di mano contro la triade.
Bobo, intanto, si ambienta come meglio non potrebbe a Madrid. Frequenta i locali di Plaza Mayor, vive l’allegria della capitale, e segna a raffica. Nonostante qualche infortunio di troppo, che lo porta in campo appena 24 volte nella Liga, Vieri porta a casa il titolo di Pichichi, con 24 reti. Una media fantasmagorica, che fa impazzire di gioia i tifosi dei Colchoneros e porta Bobo a dichiarare amore per la maglia dell'Atletico.
Preso da improvvisa nostalgia per l’Italia, rompe l’accordo con l’Atletico e con il dirigente dell'epoca, un certo Arrigo Sacchi con cui il rapporto non decolla mai.
E qui torna in ballo quel Sergio Cragnotti che già acquistando la squadra da Calleri aveva sfiorato il Bobone nazionale. La Lazio di Erikson punta lo scudetto e vede in Vieri l'ariete perfetto da affiancare al cileno Marcelo Salas. Cragnotti prende un volo per Madrid e nonostante gli infortuni del ragazzone bolognese paga al club spagnolo la bellezza di 53 miliardi di lire.

Con i biancocelesti gioca, segna e si conquista il Mondiale. Si conferma il miglior centravanti italiano in circolazione, ma nonostante tutto non riesce a portare a casa uno Scudetto che sembrava già vinto e che sarebbe stato il secondo per lui. Così, in nemmeno un anno con la maglia della Lazio, storce il naso e chiede l'ennesima cessione della carriera.
Massimo Moratti vola a Roma, sognando una coppia da sogno con il brasiliano Ronaldo. Il 9 giugno 1999 Cragnotti e Moratti si incontrano all’hotel Bernini; Vieri passa all’Inter per 90 miliardi di lire, comprensivi del cartellino di Diego Simeone, centrocampista che nel giro di un anno alzerà lo Scudetto proprio a discapito dell'Inter dei fenomeni.
Alla Pinetina incontra Marcello Lippi, un vecchio amico con cui è pronto a rinverdire i fasti in bianconero. Il suo sogno di giocare con Ronaldo va in frantumi più rapidamente di una bottiglia di champagne nel priveè dell'Hollywood. Il brasiliano, infatti, passa più tempo in infermeria che in campo e l'Inter non va bene. Certo Bobo il suo lo fa, segnando 18 reti alla stagione d'esordio. Lippi, dopo il fallimentare preliminare di Champions, toglie il disturbo. Cambiano gli allenatori ma Christian Vieri è come un martello: segna sempre.
A fine campionato 2000/01, dopo l'ennesima annata ricca di goal e povera di titoli, Vieri è intenzionato a stracciare l'ennesimo contratto. A volerlo fortemente è la Juventus, che al timone ha sistemato proprio quel Marcello Lippi, in cerca di rivalsa dopo gli anni bui in quel di Milano. La campagna acquisti è condotta in prima persona dall'Avvocato Agnelli, sempre infatuato del Vieri centravanti. Moratti s'impunta, offre un faraonico contratto a Bobo e gli rinnova l'accordo con un ritocco che lo porta ad essere il numero uno in Italia.

Dopo il rinnovo con l'Inter, però, iniziano i problemi. Mai mettersi contro il desiderio di Bobo, la lezione l'hanno capita tutti tranne Moratti, che invece di incassare i soldi della Juventus decide di incatenarlo all'Inter. Pochi mesi di forzata convivenza e l'idillio fra Vieri e l'Inter finisce come il matrimonio di O. J. Simpson. Vieri segna con la solita regolarità, ma le serate meneghine si fanno sempre più frequenti. Ronaldo, dopo anni passati sul lettino del fisioterapista, saluta i nerazzurri con una buonuscita e i soldi del Real. Vieri, dopo anni di onorato servizio, viene pedinato. Poco importa che vada costantemente in doppia cifra, inizia un pedinamento ed una guerra legale destinata a concludersi con un risarcimento per il bomber emiliano.
Vieri e nervoso, disputa un buon Mondiale in Corea, ma rompe definitivamente con i media italiani, definiti "poco uomini".

Così, dopo piccoli trascorsi con le maglie del Milan, del Monaco, dell'Atalanta (due volte) e della Fiorentina, Christian appende le scarpe al chiodo. Idolo incontrastato del gossip italiano, Bobo è spesso fotografato in compagnia di splendide ragazze, con cui si gode la sua "pensione dorata".
Numero uno della movida milanese, lo si trova ora alle più interessanti feste del capoluogo meneghino. Sempre sulla bocca di tutti, non le manda a dire ne di persona ne via twitter. Come quando ha picchiato Corona, definito il "puttano di Lele Mora"; o quando ha messo tacere la Lucarelli a suon di insulti e twittate affilate come la lama di un rasoio.


Personaggio indiscusso del mondo del calcio italiano, Vieri è stato uno dei centravanti più forti che io abbia mai visto. In grado di andare in goal di precisione o di potenza; di testa o di piede; su rigore o da fuori area, Bobone mi ha sempre emozionato. Ancora oggi, tra un balletto in tv con l'ex compagno Del Vecchio ed una comparsata sulle spiagge di Miami, Vieri ricorda a tutti la sua natura: genio e sregolatezza.
Capace di andare in goal come di conquistare una velina, Vieri ha avuto una carriera fulgida e piena di soddisfazioni. Ha sicuramente raccolto meno trofei di quanti avrebbe potuto, ivi compreso quel Mondiale 2006 che si sarebbe giocato al posto di Pippo Inzaghi senza quel maledetto infortunio con la maglia del Monaco.

Osvaldo, Balotelli e l'Italia dei "fighetti" che non mi rappresenta

Non so voi, ma io dalle nostre star non mi sento rappresentato. Sarà che son stato fortunato in gioventù, ma dopo aver visto dei campioni veri indossare la maglia dell'Italia, rabbrividisco a pensare che le nostre sorti siano sulle spalle di gente come Balotelli e Osvaldo.
Sono cresciuto vedendo fior di centravanti indossare la numero 9 della Nazionale. Dapprima c'erano Vialli o Schillaci; poi Casiraghi o Signori. A cavallo fra fine anni '90 e inizio anni '00, poi, dei veri fenomeni: Bobo Vieri, Filippo Inzaghi, Vincenzo Montella. Gente che dava del tu al goal, che in qualsiasi momento ti poteva cambiare la partita con una giocata, con un lampo. Attaccanti veri, che vivevano per il goal 24 ore su 24, sempre pronti a scrivere il loro nome sul tabellino dei marcatori.
Raramente si facevano squalificare o si facevano cogliere in atteggiamenti poco professionali. Lo stesso Vieri, tacciato di passare più tempo nei locali che alla Pinetina, era un professionista vero. Avrà anche amato uscire la sera, ma era uno che lavorava duro. In allenamento dava tutto, esattamente come Pippo e Montella, capaci di segnare anche ad occhi chiusi.

Gli eroi di oggi invece? Passano più tempo su twitter ed instagram che in campo. Più tempo nei negozi o in tribuna, a scontare la solita squalifica per aver insultato l'arbitro, provocato una rissa o aver semplicemente tirato una bella randellata al difensore di turno.
Mario Balotelli è l'emblema del calcio fighetto, quello in cui il talento offusca qualsiasi cretinata. Come quella volta in cui ha lanciato la maglia dell'Inter a terra, mancando di rispetto ai suoi compagni, al suo allenatore ed a tutti quei tifosi che lo hanno reso una star multimilionaria.
O come quando è stato visto a Scampia, mentre "giocava" a fare il pusher.



O quando si è preoccupato di informare tutt'Italia del suo favoloso maialino.



O quando ha più volte messo in mostra alcool, narghilè, sigarette e ragazze che, probabilmente, operavano il mestiere più vecchio del mondo.


 Fino a riuscire ad indisporsi perchè viene avvicinato alla lotta contro la Camorra (tralasciando la "e" senza accento e il "giovarlo" al posto di "giocarlo").
Ed è un peccato, perchè Balotelli i numeri li ha e li ha sempre avuti. Mario non ha nulla da imparare nel rettangolo verde, ma con i suoi comportamenti non  mi fa sentire felice di vederlo con la 9 dell'Italia.

Discorso analogo per Osvaldo, più adatto agli show televisivi che a rappresentarci in campo internazionale. A Roma lo ricordano per tanti goal, alcuni eccezionali, ma soprattutto per le continue liti. Con tutti, dirigenti, tifosi, allenatori. Delegando alla fidanzata una reazione di classe superiore:

Lungi da me il difendere i tifosi della Roma, ma un comportamento così non lo si può sopportare da un ragazzo classe, non da uno che a 26 anni ha già disseminato figli per il mondo senza poi guardarseli...

Come dicevo, io da questi personaggi non mi sento rappresentato, anche se in campo segnano a raffica.

15 ottobre 2013

Storie di calcio: Joey "bad boy" Barton

La Nazionale inglese? E' una merda. Abbiamo buoni calciatori, ma ci mancano quelli grandi. Colpa di un'accademia di merda. Noi abbiamo tanti manager ma ci mancano gli allenatori - ha proseguito Barton nella sua invettiva -. Non voglio mancare di rispetto a Sir Alex, è stato un grande manager, ma non riusciva a disporre i coni sul campo. C'è una grande differenza fra essere manager e essere allenatore.
Non vedo grandi calciatori inglesi. Aver vinto dei titoli non significa essere grandi. Alcuni di loro sono diventati migliori perché aiutati a crescere da grandi allenatori stranieri: prendete il lavoro che ha fatto Mourinho con Lampard e Terry o quello che ha fatto Benitez con Gerrard. Invece nella nazionale inglese affidiamo buoni giocatori a c.t. mediocri.


Joey Barton merita un posto d'onore nelle Storie di calcio, senza dubbio. All'anagrafe Joseph Barton, è un sopravvalutato centrocampista di Liverpool, fresco di ritorno in Inghilterra dopo un paio di anni in esilio a Marsiglia.
Irriverente, maleducato, sarcastico, violento, fiero, criminale, orgoglioso, fuori luogo, cattivo. Soprannominato "Il Criminale" da Massimo Marianella, Barton appartiene insieme a Gascoigne e Fowler alla schiera dei "bad boy".



Arrestato due volte, tra i punti più alti della sua piccola carriera sportiva si ricordano:
Il quasi distaccamento della retina provocato ad Ousmane Dabo ai tempi del Manchester City


Il fondoschiena mostrato ai tifosi rispettivamente di Everton e Blackburn.
il sigaro spento nell'occhio del giovane Jamie Tandy in occasione della cena di Natale organizzata dal Manchester City qualche anno fa.


L'assalto attuato nei confronti di Tevez, Aguero e Kompany nell'ultima giornata della Premier League della scorsa stagione che gli costò un'espulsione e 12 giornate di squalifica.
Ora, che vive a Marsiglia, ha deciso di dare alcune spassionate opinioni via twitter. In genere si scatena contro i giocatori più famosi e rinomati, come i brasiliani Neymar e Thiago Silva o il bianconero Chiellini, così apostrofati dall'inglese:





Fino ad arrivare a schernire un certo Zlatan Ibrahimovic, che nonostante tutto è stato poco incline allo scontro fisico con l'ex galeotto inglese.



Un giocatore come Joey è impossibile da trovare in giro. Ne nasce uno ogni centro anni, e la famiglia Barton con la pazzia ha fatto davvero jack-pot. Il fratello Michael, infatti, è stato arrestato per esser stato coinvolto nell'omicidio a sfondo razzista di Anthony Walker, uno studente, nel 2005.
Buon sangue non mente.

Storie di calcio, la carica belga verso Brasile 2014

Qualche mese fa, prima che il "fenomeno Belgio" deflagrasse il tutto il suo clamore, avevo dedicato un articolo all'ascesa dei Diavoli Rossi.
Oggi che il Mondiale è sicuro, possiamo approfondire il discorso, andando a scoprire una delle Nazionali più interessanti dell'intero panorama calcistico. Tolte le grandi nobili, il Mondiale brasiliano sarà particolarmente interessante. Ci sono infatti compagini che crescono a vista d'occhio e che in terra carioca saranno un cliente non ostico, di più. Parlo ad esempio della Colombia di Falcao, dell'Uruguay di Cavani, e ovviamente del Belgio.

La nazionale fiamminga, guidata in panchina dall'ex stella Marc Wilmots, è una squadra completa in ogni reparto. A partire proprio dalla panchina, dove l'ex centrocampista e capitano sta dimostrando di essere uomo di calcio, un professionista preparato per allenare a grandissimi livelli.

Difesa: il reparto difensivo è solido. In porta il dualismo Courtois-Mignolet è specchio dell'abbondanza in cui può sguazzare il commissario tecnico. Poche squadre al mondo possono vantare due portieri di quel valore, ma Wilmots si è fino a questo momento affidato al portiere dell'Atletico Madrid. Classe '92, Courtois è destinato a grandi palcoscenici; Mignolet è un estremo difensore affidabile e caparbio, che non per caso difende i pali del Liverpool, una delle squadre più forti al mondo.
La retroguardia, rigorosamente schierata a quattro, è un bel misto di esperienza e forza fisica. Al centro giocano capitan Van Buyten e Nicolas Lombaerts, lo stopper che ha relegato in panchina il portoghese Bruno Alves, comprato dallo Zenit a suon di milioni. Le fasce, invece, sono presidiate da Jan Verthongen e Toby Alderweireld, quest'ultimo compagno di Courtois nell'Atletico Madrid.
Parliamo di difensori esperti, arcigni. Questo, che secondo me è il reparto qualitativamente meno preparato del Belgio, ha il suo punto interrogativo proprio nel capitano, quel Daniel Van Buyten relegato ai margini nel Bayern di Guardiola. Wilmots, però, non rinuncerà mai all'esperienza del difensore di Chimay, che da buon professionista si preparerà al Mondiale con la massima dedizione.

Centrocampo: il vero fiore all'occhiello della formazione fiamminga. I Diavoli Rossi possono vantare uno dei reparti qualitativamente più raffinati, al pari di corazzate del calibro di Italia, Brasile, Argentina o Germania.
Wilmots schiera solitamente una linea a quattro, con due fasce estrose e due centrali di quantità e qualità.
Eden Hazard agisce a sinistra, giocando con il numero 10 sulle spalle e con la libertà di svariare su tutto il fronte. Dalla parte opposta del campo agisce un altro "blues", De Bruyne. Classe 1991, l'ex Werder unisce corsa, qualità e visione di gioco come pochi altri centrocampisti nel mondo. In mezzo l'organizzazione di gioco è affidata al "capellone" dello United, quel Fellaini tanto amato da David Moyes. A condersi il posto con Fellaini un altro gran talento: Axel Witsel. Classe 1989, il giocatore dello Zenit ha piedi fatati e visione di gioco, tanto che i russi hanno investito una cifra da capogiro per strapparlo al Benfica.
A far filtro Wilmots si affida ad un mediano vecchio stile, con corsa, grinta ed esperienza. Defour, colonna della nazionale e del Porto, è il collante perfetto fra difesa e centrocampo, la diga che permette agli estrosi belgi di scatenare le punte.

Attacco: il reparto offensivo, mai come in questi ultimi anni, gode di abbondanza e qualità. I due bomber della nazionale belga sono calciatori formidabili.
Il centravanti di peso è Romelu Lukaku, marcantonio classe '93. Dotato di un fisico impressionante, non è il tipico centravanti d'area di rigore che fa reparto e le prende tutte di testa. Lukaku è infatti un attaccante rapido, capace di dialogare con i compagni e che ama svariare su tutto il fronte offensivo.
Accanto a Lukaku agisce uno dei giocatori più interessanti del panorama calcistico mondiale, Christian Benteke. Data di nascita 1990, Benteke è attaccante ormai navigato dall'esperienza in Premier. Idolo indiscusso del Villa Park, Benteke ha messo a segno la scorsa stagione qualcosa come 33 reti, iniziando anche quest'anno a "grigliare" con regolarità.

Dietro questi dodici-tredici fenomeni il Belgio ha un movimento florido e in salute. L'Under21 sta già sfornando talenti interessanti, su tutti quel Jordan Lukaku (fratello di Romelu) che tanto bene ha fatto al Viareggio, tanto da meritarsi il titolo di migliore giovane del torneo.

14 ottobre 2013

Storie di calcio, Tino il terribile: "Io meritavo il pallone d'oro. Nedved? Ero più forte"

Once upon a time...Faustino Asprilla. Il ragazzone colombiano, di cui mi sono occupato qualche mese fa, è tornato ieri a parlare della sua esperienza italiana. Con la maglia del Parma, a suo dire, poteva non solo vincere e convincere, ma anche meritarsi il più ambito e rinomato premio per un calciatore: il pallone d'oro.
Tino, veloce come una saetta al campo come al bancone del bar, secondo me esce un po' dalle righe nel suo viaggio nel passato. Dalle colonne della Gazzetta, infatti, si lascia andare ad uno struggente amarcord su quanto la sua carriera sia stata bloccata sul nascere da un brutto infortunio al ginocchio, senza il quale avrebbe spaccato il mondo. Altro che un certo Pavel Nedved, ragazzo ceco e sopravvalutato secondo il colombiano...

Io sono stato genio e sregolatezza. E lo sono ancora. Avevo grandi qualità e, se avessi indossato le maglie di Juventus, Milan o Inter, forse avrei vinto anche il Pallone d'Oro. Se l'ha portato a casa Nedved, con tutto il rispetto. Quando sono arrivato a Parma - ha proseguito l'ex centravanti, che in carriera ha indossato anche le maglie di Newcastle e Palmeiras - mi avevano appena operato al menisco in Colombia. A quel tempo gli interventi non erano mica sofisticati come quelli di oggi: si tagliava e via... Io ho fatto una carriera intera con un ginocchio 'aggiustato' male. Adesso è più semplice fare l'attaccante: non ti trovi di fronte gente come Baresi o Vierchowod. Io, quelli lì, me li sogno ancora di notte. Ho guadagnato, ma meno di quello che si guadagna oggi. Adesso una qualsiasi pippa porta a casa, in un mese, quello che Van Basten portava a casa in un anno. E di Van Basten, ora, non ce ne sono mica

Una bella faccia tosta. Faustino, per quanto potesse avere tante qualità (sopra e sotto la cintola), non avrebbe mai retto il confronto con un campione. Figurarsi con un professionista come Pavel Nedved, uno che prima di allenarsi con la squadra si faceva il giro del parco del "La Mandria" di corsa, e dopo che gli altri eran sotto la doccia forgiava il suo fisico in palestra.
Asprilia, che forse più di Nedved aveva giusto lo scatto, usava questa sua qualità per lasciare Collecchio e andare a divertirsi. E non a caso era il ragazzone colombiano a vantare il record di multe in spogliatoio, come lui stesso ricorda: "Nei ritiri andavo in stanza con Benarrivo, con lui andavo molto d’accordo. Tra i due era lui il più disordinato: dormiva sempre, mentre io in ritiro ascoltavo molta musica colombiana. Minotti invece segnava tutte le multe, io e Zola eravamo quelli che ne avevamo di più. Una volta mentre Minotti non guardava, presi un fogliettino di una mia multa e me lo mangiai… Però presi quello di una multa di 100.000 lire, io invece stavo puntando a quella di 1 milione…".
Faustino Asprilla, che personaggio!

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