Esperto di Calcio

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21 novembre 2012

Van Der Meyde e i suoi fratelli. Le follie di mercato nerazzurre ed italiane


"Nessuna pietà". Questo il titolo della biografia-shock di Andy Van Der Meyde, poco rimpianto ex del nostro calcio. Arrivato dall'Ajax per otto milioni di euro, il giovane esterno olandese ha fatto tutto in Italia, tranne che lasciare il segno. I tifosi più attenti lo ricordano per un grandissimo goal al vecchio Highbury di Londra, nello storico tre a zero dei nerazzurri all'Arsenal. Troppo poco per una meteora, figuriamoci per un ragazzo arrivato con le credenziali del campione.
Cercherò di dare a Van Der Meyde e ad alcuni acquisti nerazzurri di quel decennio "nessuna pietà". Voglio mettere bene in chiaro le cose, non è ne un attacco all'Inter ne un tentativo di demolire il lavoro fatto sul mercato dai meneghini. Questo pezzo vuole essere una lucida analisi sugli sperperi del nostro calcio, su come giovani stranieri vengono acquistati e venerati senza alcun motivo o merito. L'Inter non è l'unica società ad aver effettuato investimenti sbagliati, ma per anni la società di Moratti è stata in primissima linea. Più recentemente Juventus, Roma e Milan sono cadute nello stesso errore, che non è determinato necessariamente da incapacità, ma più semplicemente dall' ansia di vincere.
Van Der Meyde esordisce con "L'Ajax è stata l'unica squadra in cui mi sono divertito. Legai con Ibrahimovic e Mido: si sfidavano in folli corse notturne sull'anello della A10 attorno ad Amsterdam. Zlatan aveva una Mercedes SL AMG, Mido alternava Ferrari e BMW Z8. Tomas Galasek invece mi iniziò alle sigarette". Singolare per un ragazzo ha 22 anni può avere tutto dalla vita, facendo la professione che milioni di ragazzi nel mondo sognano di fare. Ancor più strano se pensiamo che, rispetto ad altri calciatori, non è di certo stato sottoposto a pressioni fortissime. E continua: "Passare dall'Ajax all'Inter è come lasciare un negozio di paese per una multinazionale. Tutto estremamente professionale, un giro di soldi pazzesco, il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori 50 mila euro a testa". 50 mila euro, ma ci rendiamo conto? In una squadra che, a fine anno, ha chiuso al quarto posto a 23 punti dalla prima in classifica. Non oso immaginare i premi partita e scudetto per il Milan campione d'Italia. La biografia continua con aneddoti singolari sulle sue follie con mogli, alchool, prostitute e animali esotici. Ma non ci interessa. Questo fa parte della sua vita privata, una vita probabilmente anche rovinata da fama, successo e denaro.
Ciò su cui voglio soffermarmi è come un ragazzo di buone speranze, che ha fatto bene un paio d'anni in Olanda, sia stato trattato come una star. Siamo sicuri che avrebbe ricevuto lo stesso trattamento fosse stato italiano? Io non credo proprio. Nel nostro calcio c'è una passione per l'estero che non ha eguali. In serie A, tanto per dire, ci sono ragazzi una spanna sopra Van Der Meyde e che si son fatti la gavetta. Diamanti, Miccoli, Lodi, Balzaretti, Maggio, Bonucci, Ranocchia, Pirlo, Insigne. Potrei continuare, la lista sarebbe lunghissima. Per quale motivo non dovremmo esser senza pietà verso i presidenti del nostro calcio? Pensiamo agli ultimi 10 anni di mercato e cerchiamo di capire quanti giocatori sono stati "importati" a carissimo prezzo e hanno poi deluso. L'Inter conduce per distacco in questa classifica degli orrori: Kallon, Emre, Okan, Van Der Meyde, Farinos, Sorondo, Pacheco, Karagounis, Rivas, Pelè, Muntari, Brechet, Cauet, georgatos. Potrei continuare, ma ho reso l'idea. Juventus, Milan, Roma e Lazio non volevano comunque farsi mancare nulla. E allora ecco: Felipe Melo, Poulsen, Tiago, Rodrigo Defendi, Ricardo faty, Wilhemson, Dellas, Lassissi, Tomic, Giugou, Roque Junior, Claiton, Laursen, Contra, Senderos, Viudez, Flamini, Sorin, Mendieta, Lazetic, Castroman, Boshnjaku... Questi sono solo un piccolo esempio. Accanto a loro ci sono anche i "presunti campioni", ragazzi dotati di un talento fuori dal comune e che hanno investito tempo ed energie a divertirsi. Campioni affermati o astri nascenti non importa, è sempre un esempio di scarsa professionalità. Adriano, Mexes, Ronaldinho e Recoba non sono stati dei campioni. Dinho è stato un fuoriclasse assoluto in Brasile, Francia e Spagna, ma da noi è venuto a svernare e provare la movida milanese. Gli altri avevano mezzi abnormi, ma donne, alchool e chissà quali altri generi di conforto li hanno resi dei mediocri. Immensi per qualche anno o partita, ma non dei fuoriclasse. Questa parola connota uomini che sono grandi in campo e fuori. Maldini, Del Piero, Totti, Messi, Roberto Baggio, Gerrard, Raul, Batistuta. Quante volte si è letto di loro sui giornali, quante volte sono stati trovati in discoteca o puniti per una bravata. Nessuna. Guardacaso nessun provvedimento è stato preso anche nei confronti di questi ignobili comportamenti. Ronaldo, uno dei più forti giocatori che abbia mai visto giocare, non si comportava tanto diversamente. Christian Vieri ha dichiarato su di lui: "Quando giocavo all'Inter Ronaldo era il giocatore che si allenava di meno perchè era il più forte del mondo ed è vero che tornavamo di notte alle cinque-sei del mattino perchè andavamo per locali, poi io dormivo due ore e andavo sul campo a correre, mentre lui si metteva sul lettino a mangiare brioche e cappuccino. Il problema è che la sera dopo, a mezzanotte, si presentava sotto casa mia e suonava il clacson dell'auto fino a quando non scendevo ed uscivamo nuovamente". Eppure il brasiliano è andato via dall'Inter, che lo ha aspettato e coccolato, come un re. Tornato in Italia ha esultato sotto la curva nerazzurra per sentire il boato, in segno di sfida. E quali provvedimenti son stati presi nei confronti del "Fenomeno". Nessuno. Christian Vieri, altro giocatore dedito al divertimento, non è stato altrettanto fortunato. E' stato pedinato e ha vinto la causa contro Moratti e l'Inter. Ma perchè? Forse Vieri aveva il cognome sbagliato. In Italia, nel calcio specialmente, è più facile avere un'occasione se non cresci nei nostri vivai.

Lezione tattica: a Di Matteo non riesce "the italian job"


Quella che doveva essere una grande partita non ha deluso le attese. Non ditelo ai tifosi del Chelsea, che hanno visto la squadra campione in carica spazzata via con un sonoro tre a zero. Un risultato così eclatante è figlio di un disegno tattico sorprendente.
Conte non ha tradito le attese. Ha schierato il suo 3-5-2, scegliendo Vucinic e Quagliarella come terminali offensivi. Il resto della squadra era quello che ci attendevamo: i soliti mastini in difesa, il collaudato trio di centrocampo e Lichtsteiner-Asamoah a presidiare le fasce.
Di Matteo ha stupito tutti. Orfano di Terry e Lampard, ha proposto uno strano 4-5-1 o 4-3-3 senza una vera punta di riferimento. La difesa, bloccata e timorosa, era quella che ci si aspettava. A centrocampo la prima grande novità: Azpilicueta. Un terzino adattato come interno di centrocampo, con il compito di arginare le discese di Lichtsteiner. In avanti, con Torres e Moses in panchina, un tridente leggerissimo: Mata, Hazard e Oscar.
La prima zona del campo in cui la Juventus ha dominato la partita sono state le fasce. Lo dicevo chiaramente ieri, se il Chelsea non fosse stato in grado di limitare gli esterni di Conte avrebbe sofferto. E così è stato.
Cole, Azpilicueta e Ivanovic non sono mai riusciti ad impensierire gli esterni bianconeri. A tratti li hanno chiusi ed hanno impedito che sfornassero i soliti cross per le punte, ma non li hanno mai tenuti bassi. Asamoah e Lichtsteiner hanno dominato e tenuto in costante apprensione i loro avversari. Lo svizzero ha colpito un palo ed è arrivato più volte alla conclusione, il ghanese ha messo più di un pallone in area di rigore.
Di Matteo ha cercato di giocare all'italiana. I giornali britannici scriverebbero "the italian job", ma con questa Juve non è intelligente lasciare l'iniaziativa, specialmente senza una punta vera. L'anno scorso il Chelsea giocava in questo modo: tutti dietro e palla a Drogba, che faceva salire la squadra e organizzava una pericolosa manovra d'attacco. Mata e Lampard facevano il resto. Ma oggi è un discorso che non sta in piedi, come si è chiaramente dimostrato ieri sera. Drogba non è più un giocatore del Chelsea e non esiste in rosa un sostituto che faccia quel tipo di gioco. Torres e Moses sono attaccanti di movimento, con i quali è semplice dialogare ma che non possono essere lasciati al loro destino. Forse vedendo Juventus-Inter, Di Matteo ha pensato di schierare tre giocatori offensivi per mettere in difficoltà Bonucci, Barzagli e Chiellini. Nulla di più sbagliato, perchè mentre i nerazzurri hanno giocato con tre veri centravanti, i blues avevano tre grandi trequartisti. Il loro mestiere non è certo quello di pressare o aiutare la squadra a respirare, tant'è vero che in fase d'impostazione il solo Pirlo è apparso sottotono. Mata e Oscar sono state due spine nel fianco, ma sempre e solo partendo palla al piede da metà campo. Hazard, qualche dribbling fine a se stesso a parte, ha vissuto una serata piuttosto negativa.
A fine gara il risultato diceva tre a zero, ma gli uomini di Conte hanno avuto almeno altre due nitide occasioni da rete. Se a queste aggiungiamo i miracoli di Cech su Lichtsteiner e Marchisio, si capisce come la tattica di Di Matteo abbia fallito. Io non so se sia colpa sua, dell'ambiente, della rosa a disposizione o di altro, ma questo Chelsea non merita di passare il turno. A Stamford Bridge ha sofferto con la Juventus, che seppur sotto di due reti ha rischiato di vincere. Con lo Shaktar ha vinto, ma con un goal fortunoso all'ultimo secondo. Nelle due gare fuori, invece, due sconfitte senz'appello. Non sarebbe la prima volta che i campioni in carica vengono eliminati al primo turno, sarà il campo a dircelo.

 

20 novembre 2012

Sfida ai campioni: tutti i duelli di Juventus-Chelsea



Juventus-Chelsea non è solo la partita più interessante di tutto il panorama calcistico europeo, è anche la sfida fra due differenti ideologie. Si scontrano infatti il 3-5-2 di Conte ed il 4-3-2-1 di Di Matteo, un modulo che dovrebbe esaltare le caratteristiche di Fernando Torres.
Cerchiamo ora di capire, ruolo per ruolo, dove sono i punti di forza e debolezza delle due compagini.

Buffon contro Cech è il primo emozionante duello. Per anni il portiere ceco ha insidiato la leadership di Gigi come miglior portiere del pianeta. Non è mai riuscito ad eguagliarlo e superarlo, ma parliamo comunque di un fuoriclasse. Dopo l'incidente in Premier League ha perso un pò di smalto e gli errori sono diventati un pò più frequenti. Nelle partite che contano, però, non ne commette. In finale di Champions ha dimostrato tutto il suo valore. Nei supplementari ha ipnotizzato dal dischetto Arjen Robben, quindi nella sequenza finale ha parato la conclusione di Olic, dando un contributo fondamentale per la vittoria finale.
Buffon è una sicurezza. Io penso sia il più forte portiere della storia del calcio, nonostante manchi un pò in spettacolarità. Il suo carisma e la sua tecnica sopraffina lo rendono un leader per la retroguardia.

In difesa si trovano di fronte i tre "molossi" bianconeri ed il quartetto di Di Matteo. Si prospetta una serata difficile per Torres, stretto in una morsa strettissima. Ma allo stesso tempo i tre stopper bianconeri dovranno esser bravi a contenere i folletti Hazard e Oscar, che già all'andata hanno lasciato un segno indelebile. Il Chelsea è orfano di Terry, il vero leader della retroguardia. Cahill e David Luiz dovranno stare attenti alla velocità dei piccoli attaccanti juventini, mentre i due terzini avranno il compito di tenere bassi Lichtsteiner e Asamoah.

A centrocampo credo si giochi molto sulle fasce. Se Ivanovic e Cole conterranno i due esterni di Conte, allora il Chelsea non soffrirà più di tanto. Ramires, Mikel e Lampard li considero un gradino sotto il trio della Juve, composto da Pirlo, Marchisio e Vidal. Ma parliamo di grandi giocatori, che possono cambiare la partita con una singola giocata. Lampard-Pirlo è senza alcun dubbio il duello più affascinante, fra due "vecchi" mestieranti della mediana. L'italiano arriva in uno stato di forma ottimale, complice anche il riposo forzato in campionato. L'inglese è un giocatore inossidabile, bravo a sradicare palloni e pericolosissimo con le sue conclusioni da fuori.

In attacco il Chelsea è favorito. Mi spiego meglio, il trio Hazard, Oscar, Torres credo sia davvero pericoloso. Gli avanti bianconeri sono dotati di grandi qualità tecniche, ma posseggono un basso istinto da killer. Fanno paura soprattutto i due trequartisti dei blues, che costringeranno Vidal agli straordinari e Barzagli-Chiellini a fare particolare attenzione. Torres non è più quello di Liverpool, ma rimane un giocatore di grande valore e che può cambiare la partita in pochi secondi.
La Juventus giocherà, probabilmente, con il duo Giovinco-Quagliarella in partenza. Coppia ben amalgamata e pericolosa, ma serve una partita più convincente rispetto a sabato contro la Lazio. Vucinic potrebbe dare la scossa, sperando che si sia ristabilito completamente. E' lui il vero fuorciclasse offensivo di Conte, entrando a partita in corso potrebbe diventare letale.

Conte e Di Matteo hanno dimostrato di essere ambedue preparati e vincenti. Sarà una sfida anche fra due allenatori che, spero, possano sfidarsi prossimamente in Serie A.

Juventus-Chelsea, spettacolo garantito



Una partita epica, da dentro o fuori. Difficile presentare altrimenti la sfida di questa sera, in programma alle 20:45 allo Juventus Stadium. Si scontrano due belle squadre, che giocano un buon calcio. Sono propositive, spettacolari e con una grande organizzazione di gioco. Conte e Di Matteo, avversari in campionato e compagni di Nazionale a metà degli anni '90, sono due tecnici preparati. Giovani e con una mentalità offensiva, hanno rivitalizzato bianconeri e blues.
La Juventus è tornata tale grazie alla mentalità e alla cultura del lavoro dell'antico capitano. Nessuno gli avrebbe mai chiesto lo Scudetto al primo anno, ma una semplice ed efficace ricostruzione. La carica agonistica di Conte e l'orgoglio dei giocatori hanno portato a risultati insperati ancor prima che inattesi. Capace di schierare la squadra con un 4-3-3 o con un 3-5-2, ha lavorato sulla testa dei giocatori. A tutti coloro i quali credono che motivazioni e convinzione dei propri mezzi non facciano la differenza, suggerirei di vedere le partite della Juve di Del Neri. Parte del gruppo a disposizione dell'attuale tecnico del Genoa era la stessa che Conte si è trovato a plasmare in un gruppo di campioni. Barzagli e Bonucci sono radicalmente cambiati, Pepe era una furia, Marchisio si è definitivamente consacrato come interno destro. Giocatori in difficoltà sono stati rivitalizzati e hanno dato un contributo fondamentale per giungere al tricolore.
Discorso analogo per Di Matteo, che ha ereditato un gruppo di giocatori delusi dalla gestione di AVB. Villas Boas, ora al Tottenham, si era inimicato l'intero spogliatoio con i suoi metodi e le sue idee. L'italiano ha invece lavorato sodo sulle teste dei giocatori, restituendo loro carica agonistica. Il Chelsea ha, paradossalmente, avuto la stagione più vincente della propria storia. E grande merito, in quella epica vittoria in Champions, va attribuito a Di Matteo. Bravo nell'affidarsi ai tre uomini simbolo dei blues, Drogba, Terry e Lampard, ha dato quella mentalità italiana che mancava. Concretezza e solidità difensiva erano e sono le peculiarità della squadra dell'ex Lazio. Profondo conoscitore dell'ambiente londinese, Di Matteo si è guadagnato sul campo la conferma. Con un mercato faraonico, che ha portato a Stamford Bridge giocatori come Hazard e Oscar, è atteso ora alla prova del nove. Il Chelsea non può permettersi l'eliminazione dall'Europa che conta, soprattutto quest'anno che è campione in carica. Abramovich è un presidente esigente, non escludo che possa sollevarlo dall'incarico in caso di esclusione. Eppure è una partita da dentro o fuori, anche per i blues. In caso di sconfitta il destino dei campioni sarebbe nei piedi di Shaktar e Juventus, che si incontreranno a Donetsk nel turno finale. Stesso discorso per i bianconeri, che devono fare quattro punti per esser qualificati senza sperare in impossibili miracoli firmati "Danimarca".
La partita ha tutto per essere spettacolare, com'è stata l'andata a Londra. Oscar aveva illuso il Chelsea, ripreso da un maestoso Vidal e dallo "scugnizzo" Quagliarella.
A Torino l'ambiente è davvero carico. Per gli inglesi c'è grosso rispetto, com'è giusto che sia, ma nessun timore. E' tornata la Juventus. Quella squadra spavalda che se la gioca con tutti, vincendo o perdendo. Ma giocandosela. Lo ha chiarito molto bene Claudio Marchisio, il ragazzo che io considero emblema di juventinità e unico possibile futuro capitano. In conferenza ha detto ieri: "E' la partita più importante dell'anno, vogliamo passare il turno. Non siamo stanchi, sfide come questa ti fanno ritrovare energie e tutti vogliono giocare: servono le stesse prestazioni delle ultime partite. Il Chelsea ha più esperienza di noi, è da qualche anno che non viviamo queste vigilie. Noi azzurri, ma anche quasi tutti i miei compagni, abbiamo esperienza internazionale e questa partita per noi arriva nel momento migliore: stiamo bene e abbiamo reagito alla grande alla sconfitta contro l'Inter. Domani vedremo se il turnover dei Blues in campionato sarà stato utile oppure no. Non ci sarà Terry - continua Marchisio -, ma giocherà un sostituto all'altezza, anche per loro è dentro o fuori. Non temo un giocatore in particolare. Oscar all'andata ci ha segnato una doppietta ed è un grande giocatore, ma non è l'unico. La loro forza è il collettivo, così sono riusciti a vincere la Champions l'anno scorso. Drogba? E' un grandissimo campione, ha fatto fortuna del Chelsea, ma noi abbiamo grandi attaccanti e ho fiducia in ognuno di loro. Per quanto riguarda il mercato deciderà la società a gennaio, ma credo che a noi non manchi uno come Drogba; al Chelsea non saprei. Abbiamo il miglior attacco del campionato. Dobbiamo lavorare sui calci da fermo in difesa: sulle palle alte il Chelsea è pericolosissimo. Di Matteo? Su di lui ci sono molte aspettative e tanta pressione, da italiano sono felicissimo per i successi dell'anno scorso".
 La sfida è cominciata, che vinca il migliore.

19 novembre 2012

La caduta degli Dei: Glasgow Rangers Football Club



Nella storia del calcio ci sono club più gloriosi di altri. Real Madrid, Manchester United, Juventus, Barcellona, Milan, Bayern Monaco, Liverpool, Inter, Celtic Glasgow, Porto, Benfica, Rangers Football Club.
Sono squadre che hanno lasciato un segno indelebile nella storia di questo sport, dando vita ad epiche partite e sfolgoranti vittorie.
La Gran Bretagna è la patria del Football, la culla delle squadre di club. La Premier League è il campionato più prestigioso al mondo, ma accanto ad esso si svolgono partite di pari intensità. In Scozia il calcio è fede, una ragione di vita. In una città come Glasgow, spaccata in due fazioni, il club significa appartenenza sociale e religiosa. A Glasgow la rivalità sportiva è incentrata su due squadre di straordinario blasone: il Celtic e i Rangers. Cattolici contro protestanti, un odio viscerale che si trasforma in una più che centenaria rivalità sportiva.
I Glasgow Rangers sono fondati nel 1872, 16 anni prima dei rivali biancoverdi. Con 115 titoli in bacheca è la squadra professionistica più titolata del mondo.
Lo stemma dei Rangers, raffigurante un leone che emette una lingua di fuoco, è il perfetto simbolo di una squadra che fa dell'orgoglio scozzese il suo fondamento.
Sebbene in Europa non abbia lasciato grossi segni, eccezion fatta per una Coppa delle Coppe, giocare a Glasgow è sempre un'esperienza magnifica. L'aria che si respira ad Ibrox Park è speciale, elettrizzante. Sempre stracolmo in ogni ordine di posto, è il classico stadio britannico. Birra, magliette e sciarpe blu sventolano dal primo all'ultimo minuto.
E' proprio da Ibrox che parte la mia storia, un misto di tristezza e speranza, dolore e gioia, sconforto e ammirazione.
In ottobre i Rangers falliscono. Una cattiva amministrazione finanziaria e vari sotterfugi hanno portato la squadra sul baratro. A nulla sono valsi gli sforzi dei tifosi, guidati dell'illustre Sean Connery. La raccolta fondi ha portato nelle casse dei Rangers qualche milione di euro, non sufficienti a colmare il buco di bilancio di quasi 95 milioni.
A fine mese la squadra va in liquidazione e la sentenza sportiva è drammatica: rifondazione e ricostruzione a partire dai Dilettanti.
Mezza Glasgow è in festa, il resto in lacrime. Ma cosa si deve festeggiare? La bellezza dello sport è la competizione. La forza su cui si regge il calcio, specialmente quello scozzese, è la rivalità fra due ideologie ancor prima che fra due squadre. l'Old Firm, come viene chiamato da queste parti il derby di Glasgow, mancherà a tutti. Agli abitanti della città, agli scozzesi e a tutti gli amanti del calcio. Era una rivalità difficile da comprendere, che comprendeva al suo interno sentimenti ed emozioni, storia e passione. Solo vivendo la città e appartenendo ad una fazione politico-religiosa sarebbe possibile comprendere il significato che sta dietro a questo derby. Nessun'altra partita al mondo è così permeata di significati, nemmeno il derby di Spagna fra Barcellona e Real. Alle spalle della rivalità c'è la storia di una nazione, di un popolo. Teatro di questa porzione di storia la Rivoluzione Industriale, che nella seconda metà del XIX secolo spinse i contadini dalla campagna fino in città. Il tessuto sociale inizia a modificarsi radicalmente e Rangers-Celtic assume fin da fine secolo connotati ben precisi. I Rangers rappresentano, economicamente, la tradizione. Il Celtic incarna i valori della novità, raccoglie fra le sue fila coloro i quali hanno sposato l'unionismo, un'ideologia che spinge la Scozia al rafforzamento dei rapporti con la vicina Irlanda.
I campionati che d'ora in avanti il Celtic porterà a casa con estrema facilità non avranno valore. Alla storia passeranno come titoli legittimi, ma il valore sul campo sarà relativo. L'Old Firm è il campionato scozzese, non si può prescindere da esso. Specialmente ora che le due tifoserie avevano spostato la rivalità da un piano animato e violento ad uno sportivo.
Gli scozzesi son un popolo forte e fiero, che si piega ma non si spezza. Ce lo ha mostrato chiaramente Sir Walter Scott in Ivanhoe; e ancor più ardentemente Mel Gibson, nel suo Braveheart. Verissimo. I tifosi dei Rangers non si sono pianti addosso, hanno indossato sciarpa e maglietta e, come sempre, si sono presentati ad Ibrox. 49.118 spettatori hanno incitato ed acclamato i propri beniamini nella facile vittoria contro l'East Stirling, una squadra che quasi nessuno al mondo avrebbe mai conosciuto se non fosse stato per questa partita.
La strada verso la gloria è ancora lunghissima, ma senza derby di Glasgow il campionato di Scozia non ha senso di esser seguito. Cara Scottish Premier League, see you next Old Firm.

Il punto sulla Serie A, aspettando Roma-Torino


Manca solo il posticipo dell'Olimpico e poi andrà in archivio anche la tredicesima giornata di Serie A. Come ogni lunedì mattina analizziamo assieme partita per partita quant'è avvenuto in campo.

Juventus-Lazio: siamo alle solite. La Juve crea tantissimo e domina l'avversario, ma manca lo spunto finale. Se gli uomini di Conte non sbloccano la partita fanno fatica a fare bottino pieno. Contro un'ottima  Lazio, organizzata e ben messa in campo da Petkovic, nemmeno gli innesti di Matri, Pepe e Bendtner sono serviti. Merito di un Marchetti strepitoso, ma anche demerito degli avanti bianconeri. Marotta non ha negato l'arrivo a gennaio di Didier Drogba, che certamente risolverebbe più di un grattacapo. Sarebbe un grande acquisto per l'intero movimento calcistico italiano, dato che parliamo di un fuoriclasse dentro e fuori dal campo.

Napoli-Milan: rossoneri ed azzurri dai due volti. Cinico e concreto il Napoli del primo tempo, anche aiutato da un bruttissimo Abbiati; roboante il secondo tempo del Diavolo. El Shaarawy cresce giorno dopo giorno ed è un gran bene. La nostra nazionale potrebbe presentarsi in Brasile con una coppia favolosa: El Shaarawy-Balotelli. Incontenibile il Faraone, male la retroguardia del Napoli e il solito Boateng, ormai irriconoscibile.

Bologna-Palermo: partita a senso unico. Grande Bologna, trascinato dal suo trio d'attacco in grande spolvero. Diamanti e Gilardino sono di ben altro spessore e meritano palcoscenici di valore. Malissimo il Palermo, con un Donati irriconoscibile ed un nervoso ingiustificabile. Gasperini dovrà lavorare tanto in settimana per preparare al meglio il derby col Catania.

Catania-Chievo: solita bella partita degli uomini di Maran. Almiron, in discussione fino a stamane, ha trascinato gli etnei ad un successo che fa sognare l'Europa. Il Chievo è come sempre ordinato e organizzato, ma per fare punti a Catania ci vuole qualcosa in più.

Fiorentina-Atalanata: viola scatenati contro una gagliarda Dea. Primo tempo divertente e viziato da palesi sviste arbitrali. Gol in fuorigioco per i bergamaschi, espulsione affrettata di Cigarini che ha spianato la strada agli uomini di Montella. Fiorentina e Atalanta son due bellissime realtà, destinate a fare un ottimo torneo. Se senza Jovetic la Fiorentina è questa, i gigliati possono iniziare a sognare.

Inter-Cagliari: ai nerazzurri manca un rigore, diciamolo subito. Ma il Cagliari, a livello di gioco, è stato fantastico e non ha rubato nulla. Un Sau favoloso ha fatto sognare i rossoblu, che hanno poi fatto Hara-kiri con l'ottimo Astori. Un Milito sottotono ed una difesa ballerina non hanno permesso alla squadra meneghina di fare bottino pieno, nonostante la palese superiorità tecnica. Forse il rigore nel finale avrebbe dato 3 punti che mascheravano qualche crepa già vista a Bergamo, ma tant'è. Pulga e Lopez meritano applausi e incoraggiamenti, hanno rivitalizzato una squadra scarica ed avvilita dalla gestione Ficcadenti.

Sampdoria-Genoa: metà Genova ride, l'altra metà piange. I blucerchiati vincono con pieno merito un match che, al di là della rivalità in campo, valeva tantissimo in chiave salvezza. Buona prova degli uomini di Ferrara, che hanno dimostrato organizzazione ed attenzione. Male, malissimo il Genoa. Il primo tempo è stato praticamente regalato alla Samp, con un Grifone spento e poco combattivo. Nella ripresa si è visto qualcosa in più, ma non si è mai avuta la sensazione di poter pervenire al pari. Serve un intervento massivo sul mercato se si continuerà sulla strada del 4-4-2 voluto da Del Neri.

Siena-Pescara: i bianconeri sono una gran realtà. Corsa, sacrificio e tanto cuore sono le armi di Cosmi, che ha portato il Siena a giocarsi ora una salvezza insperata (partendo da -6). Pegolo ha salvato il risultato, ma il Pescara è stato troppo brutto per essere vero. Stroppa si è dimesso ed il futuro, ora, è ancor più nebuloso.

Udinese-Parma: i gialloblu di Donadoni non mollano, mai. Sotto due volte, hanno riacciuffato una bella Udinese. Di Natale è il solito uomo in più, ma non basta solo lui. Le partenze di Isla e Asamoah pesano come macigni, ed ai giovani va dato tempo. Sarà una stagione di assestamento, ma l'Udinese rimane una bella realtà del nostro calcio. Così come lo è il Parma, avviato all'ennesima tranquilla salvezza.

18 novembre 2012

Sampdoria-Genoa: di corsa fuori dall'incubo


Il derby non è mai una partita come le altre. Figuriamoci a Genova, dove il calcio è vissuto con una passione fuori dal comune. Le due tifoserie si preparano per settimane al grande evento sportivo, dando vita a coreografie spettacolari. Genova è spaccata in due, da un lato i rossoblu che ricordano ai cugini i loro titoli: 9 scudetti e 1 coppa italia; dall'altro i doriani che vantano l'unica coppa europea della città, la Coppa Coppe del 1990. Con un solo scudetto, quattro coppe Italia e una finale di Champions League in bacheca sembrerebbe non esserci storia. Ma il "Grifone" ha vinto l'ultimo titolo italiano nel 1924 e la sua più recente affermazione in coppa risale al 1936, altri tempi. Anche su questo si fonda una storica rivalità del calcio italiano.
Il marinaio blucerchiato contro il Grifone rossoblu in una partita che di banale non ha mai nulla. Vissuto con un'intensità fuori dal normale, il derby di Genova è spesso una partita molto accesa. Animosità e cartellini non sono mai mancati, a maggior ragione domenica sera. Le due squadre arrivano in una condizione difficilissima.  Partite con ben altri propositi, Genoa e Samp si trovano ora a lottare contro una drammatica retrocessione. Cerchiamo di capire come si sono preparate le due compagini alla partitissima dello stadio Ferraris.

Qui Genoa: i rossoblu sono in piena zona retrocessione. Del Neri non solo non ha dato la scossa, ma ancor peggio non ha raccolto nemmeno un punto in 4 uscite sulla panchina del Grifone. Timidi segnali di risveglio contro il Napoli, che si è però imposto 2a4 proprio a Genova. Troppo poco per una squadra che ha cambiato troppo in questi anni. Tecnici, moduli di gioco e giocatori si sono succeduti senza un'apparente logica. Gasperini aveva costruito una bella squadra, che correva e lottava su ogni palla. Difesa a tre, centrocampo folto e tridente offensivo erano i suoi dogmi tattici. Poi ecco Malesani e De Canio, che le hanno provate un pò tutte. Difesa a quattro, rombo di centrocampo, fantasista e punta unica. Quindi Gigi Del Neri, intransigente fautore del 4-4-2. I rossoblu non hanno un organico da B, ma devono incominciare a far punti o si troveranno nelle sabbie mobili della zona retrocessione. Per l'occasione potrebbe rientrare l'unico vero trascinatore di questa squadra: Marco Borriello. Potrebbe essere lui l'uomo della provvidenza e sulle gradinate nord del Ferraris lo sperano davvero.
Cuore, grinta e tanto impegno devono essere le armi del Grifone, il gioco arriverà ma ora servono i punti e quale occasione migliore del derby.

Qui Samp: a fare il punto sui doriani è Federico Ferrarese Lupi. Tifoso sfegatato e profondo conoscitore del nostro calcio e della realtà genovese, dice la sua dalle "colonne" di Espertodicalcio.
"Se Sparta piange, Atene senza dubbio non ride. Di questi tempi sulle due rive del Bisagno prevale un sentimento comune: l’incertezza. In termini di qualità tecnica quello che ci accingiamo a vedere è forse uno dei peggiori derby della lanterna degli ultimi 10 anni. Non pensavo di poter provare nuovamente le antiche sensazioni derby dei primi anni 2000, nei quali abbiamo ammirato le doti tecniche dei vari Zivkovic, Manighetti, Giacchetta e Malagò. Fortunatamente però in tutte le stracittadine sono soprattutto altri I fattori in gioco, come la determinazione, la voglia di non tirare mai indietro la gamba, il desiderio di vivere quattro mesi senza sfottò. Senza dubbio le tante, tantissime, troppe decisioni arbitrali sbagliate hanno contribuito in maniera determinante alla striscia negativa record. Potremmo parlare per ore del rigore dentro o fuori dell’area contro il Napoli, del gol viziato da fuorigioco contro l’Inter, della disomogeneità di giudizio nella gara di Parma. Ma questo discorso può essere fatto per una, due, forse tre partite, essendo buoni anche quattro. Se però le sconfitte diventano sette, allora quest’alibi cade miseramente. La vertià è che questa samp non è adatta a nessun modulo tattico. La penuria di attaccanti esterni degni di nota non la rende adatta al 4-3-3, il credo di mister Ferrara. La presenza in rosa di soli centrocampisti centrali (Poli, Maresca, Obiang, Kristicic, Soriano, Renan, Munari, Palombo) non rende adatta la squadra al 4-4-2. Si potrebbe pensare a una difesa a tre, la moda del momento…ma di questi tempi trovare tre centrali affidabili nella Samp è materia di studio archeologico. Almeno dieci anni fa potevamo contare sulla tecnica e la voglia di Flachi. Purtroppo domenica Francesco potrà vivere il derby solo dalla Sud, assieme agli ottanta tifosi presenti a Palermo, l’unica cosa buona che ci rimane della Samp".

La certezza è una sola, il pari non serve a nessuno. Sampdoria-Genoa, a voi la palla, fateci divertire.

L'erede del nino maravilla: Alejandro "El Papu" Gómez



"Ho visto El Papu Gómez, ho visto El Papu Gómez..". Questo il coro che riecheggia settimanalmente al Massimino di Catania.
Alejandro Darío Gómez, nato a Buenos Aires il 15 febbraio 1988, è un centrocampista offensivo di indubbio talento. Soprannominato "El Papu" per via della sua bassa statura, nasce calcisticamente nell'Arsenal de Sarandì. A 17 anni debutta in prima squadra e mostra fin dai primi match un atteggiamento spavaldo, tipico di chi non ha paura di nulla. Nel 2010 approda al Catania, acquistato da uno dei più grandi direttori sportivi italiani: Pietro Lo Monaco. Il dirigente siciliano è uno dei massimi esperti del calcio argentino e ha portato a Catania una nutrita colonia di sudamericani. Questo aiuta il piccolo centrocampista, che non fatica molto a trovare un posto fisso nell'undici rossoazzurro.

Piccolo, sgusciante, veloce e con un dribbling ubriacante, Alejandro Gómez non è il classico trequartista sudamericano. Non ama infatti giocare alle spalle delle punte, ma svariare sul tutto il fronte offensivo. Quando parte da sinistra diventa devastante, accentrandosi e scaricando in porta con il suo destro delicato.
Sebbene ami giocare sulla fascia, non è un'ala pura. Il ruolo che si è ritagliato non è solo perfetto per le sue caratteristiche tecnico-fisiche, ma lo rende anche un giocatore difficilissimo da marcare. Infilandosi fra centrocampisti e terzini avversari, ha scardinato più di un sistema difensivo.

Destro naturale, è dotato come tutti i sudamericani di grande tecnica. Questo lo rende in grado di disegnare deliziose e imprevedibili parabole anche con il piede sinistro, con il quale ha firmato un buon numero di assist ai compagni. Con il destro lascia invece partire dei veri e prorpi "bolidi". Il suo modo di calciare, pulito e lineare, permette al pallone di acquistare una notevole velocità senza perdere in precisione.
Negli ultimi anni Gómez ha accentrato la sua posizione, giocando in coppia con Barrientos alle spalle di un centravanti di movimento. La nuova posizione esalta al massimo le qualità del Papu, che riesce a trovare la via della rete con sempre maggior regolarità.
Talento cristallino, ricorda per movenze e velocità l'ex Udinese Alexis Sanchez. Come successo al cileno, anche su Gómez si stanno concentrando le mire dei più grandi club del mondo.
Classe 1988, è maturato e pronto al salto di qualità. La sua rapidità ed imprevedibilità in campo lo rende prezioso per qualsiasi grande squadra. Baricentro basso e dribbling ubriacante lo rendono immarcabile. Per fare un ulteriore salto di qualità dovrebbe migliorare sottoporta. L'unico fondamentale in cui è carente è, come facile immaginarsi, il colpo di testa. 164cm per 68kg, El Papu è destinato a fare grandi cose.

17 novembre 2012

Juventus vs Lazio. Fuoco alle polveri!



Due fra le più belle realtà si scontrano questa sera allo Juventus Stadium. La Lazio, reduce dalla brillante vittoria nel derby, è una squadra davvero interessante. Una sicurezza come Marchetti in porta; una difesa rodata e collaudata; un sontuoso centrocampo ed un attaccante letale. Gli uomini in più di questa squadra sono tre: Hernanes, Klose e Petkovic. Si avete capito, lo stesso allenatore accolto con crudele scetticismo da tutto il movimento calcistico italiano. Lotito ha indovinato un altro colpo di mercato e inizia ad essere un'abitudine. Marchetti, Ledesma, Ederson e Klose a parametro zero; Hernanes come unico investimento "pesante" a 13 milioni. Il presidente biancoceleste ha davvero fatto un ottimo lavoro, raccogliendo buoni risultati. Non si può pretendere che la Lazio lotti per lo Scudetto, ma nelle ultime stagioni ha sempre tenuto un ottimo standard di qualità. Ha sfiorato più volte l'accesso ai preliminari di Champions League e ritengo che anche nel corso di questa stagione potrà dire la sua. Il reparto più debole è la difesa, dove i centrali sono affidabili ma un pò in là con gli anni e i terzini lasciano un pò a desiderare in termini di qualità. A centrocampo, però, niente da dire. Ledesma è un ottimo regista, Hernanes uno dei più forti d'Italia. Mauri e Candreva sono incursori di grande livello e Miroslav Klose è un centravanti eccezionale. Tesserarlo a costo zero è stato un colpo di mercato fantastico, passato troppo sotto traccia.
Petkovic ha dato una bella identità di gioco e un'ottima organizzazione tattica. Gli mancano i ricambi, soprattutto dietro, ma se la può giocare con tutti. La sua mentalità propositiva è una ventata d'aria fresca. Non è un "suicida" zemaniano, ma non adatta il suo modo di giocare o approcciarsi al match a seconda dell'avversario.
Domani sera si troverà di fronte una bella Juventus. Conte ha plasmato una squadra davvero divertente e solida. Dopo i tre schiaffi in casa contro l'Inter, la Juve sembra aver reagito. 10 goal nelle ultime due partite fra Champions e campionato, a fronte di una sola subita. Sembra esser tornata la fame agli uomini di Conte, che hanno reagito da campioni. I bianconeri sono la squadra più attrezzata in Italia, a uomini e organizzazione in campo. La difesa è un bunker, il centrocampo è fra i migliori d'Europa. Con i biancocelesti mancherà Pirlo, e sarà la grande occasione di Paul Pogba. Il giovane francese giocherà per la prima volta davanti alla difesa e deve farsi perdonare i ritardi all'allenamento (costati al ragazzo la partita di Pescara). Davanti manca qualcosa, da due anni ormai. Il tandem d'attacco dovrebbe esser composto da Quagliarella e Vucinic, con Giovinco pronto a subentrare. Ottimi giocatori, ma nessun "animale da goal".
I presupposti per una partita spettacolare ci sono, non ci resta che goderci lo spettacolo. Ore 18 allo Juventus Stadium di Torino.

16 novembre 2012

Incredibile Mancio. In conferenza mascherato - Video


Quella che si dice una vera sorpresa. Guardate come si è presentato in sala stampa Roberto Mancini, provocando l'ilarità dei giornalisti inglesi. La simpatica trovata ha riallacciato i rapporti fra la stampa britannica ed il Mancio, tesi dopo le prestazioni poco convincenti del City in Champions League.
Bisogna dirlo, bravo Mancini! Sono queste le situazioni che servono per stemperare la tensione.

 

Pepito, l'oro di Napoli?


L'oro di Napoli è un vecchio film di Vittorio De Sica, ma mi ha dato lo spunto per perorare il ritorno in Italia di Giuseppe Rossi. Il "Pepito" nazionale, fermo ai box dopo il doppio grave infortunio al ginocchio, è sul mercato. Il Napoli, alla ricerca di un centravanti, ci dovrebbe pensare.  Federico Pastorello, agente di Rossi, ha aperto ad n trasferimento in Italia: "Lui è molto carico - dice a Sky Sport -. Chi punterà su Giuseppe a gennaio lo farà con una base di rischio, perché tornerà in campo solo a marzo, ma sarà un investimento fatto guardando al futuro. Se fossi un presidente ambizioso, che in una situazione normale non potrebbe prendere Rossi e che in questa situazione invece potrebbe farlo, scommetterei su Giuseppe a occhi chiusi. Sono sicuro che nel 2014 sarà l'attaccante titolare della Nazionale italiana. Noi stiamo alla finestra, vediamo cosa succede a gennaio".
De Laurentiis ci dovrebbe pensare, Pepito potrebbe davvero diventare un affare d'oro.


Il tulipano avvelenato. Wesley Sneijder e un addio quasi inevitabile


La storia d'amore fra l'Inter e Sneijder sembra giunta agli sgoccioli. Non credo si tratti della solita "boutade" di mercato per riempire le pagine dei giornali, qualcosa nel rapporto fra meneghini e olandese sembra essersi rotto.
Approdato all'Inter nel 2009, Sneijder è stato nelle prime due stagioni a Milano un vero e proprio faro. Determinante in campionato come in Champions League, il trequartista olandese ha messo la sua firma su ogni competizione vinta dai nerazzurri. Goal, assist, preziose giocate e personalità avevano conquistato il cuore dei tifosi e del presidente Moratti. Con la 10 sulle spalle, Sneijder è ben presto diventato un trascinatore in campo. Mourinho lo trasforma in un punto di riferimento per il suo fantastico undici, e l'olandese lo ripaga con i fatti: quattro goal pesantissimi in campionato, la rete decisiva per il passaggio del turno in Champions contro la Dinamo Kiev, ed infine l'assist a Milito nella finale contro il Bayern Monaco.
Con la partenza dello Special One le fortune della squadra vengono meno, ma il fantasista continua ad incantare. Sulle sue tracce si mette lo United di Ferguson, in cerca di un vero leader dopo la cessione di Cristiano Ronaldo al Real Madrid. Moratti resiste alla tentazione e rifiuta la ricca offerta del manager scozzese. Ad Appiano Gentile qualcosa si sta incrinando. Il ragazzo inizia a patire qualche malanno fisico e le difficoltà tattiche dell'Inter lo portano ad esser messo in discussione. Giocare con un fantasista è redditizio, ma nei momenti di difficoltà, quello è il primo ruolo che viene ridimensionato. Il raggio d'azione dell'olandese viene limitato o ridimensionato ed iniziano i primi mugugni. L'arrivo di un tecnico giovane come Stramaccioni, a fine campionato scorso, sembra riportare il sereno. Il giovane allenatore mette Sneijder al centro del suo progetto ed il ragazzo ripaga il tecnico con il primo goal del campionato 2012-2013.
Il fisico dell'olandese, però, non è più lo stesso. Ben presto è costretto a fermarsi per problemi muscolari e tendinei e qui i rapporti si rifanno di colpo tesi. L'Inter cambia completamente modo di giocare. Non più difesa a quattro, trequartista e due punte. Stramaccioni trova un assetto tattico redditizio e letale, il 3-4-3. Con Milito, Palacio e Cassano davanti i nerazzurri iniziano a volare, stendendo la Fiorentina, il Milan e la Juventus. Sneijder nel frattempo fa la spola fra Milano e gli States per curarsi, ma non digerisce gli esperimenti tattici del tecnico. Sente, in cuor suo, che sarà difficile trovare spazio in questa nuova Inter.
Durante la scorsa settimana l'ultimo crack. La dirigenza vieta l'uso di Twitter ai suoi giocatori. Sneijder, fanatico del social network, non la prende bene. Vive questa decisione come una censura, e forse non ha tutti i torti. E' l'inizio di una guerra fredda fra il giocatore e la società, alimentata dai "tweet" della moglie del calciatore, che attacca i nerazzurri. Sneijder resta in silenzio.
Il rapporto sembra ormai logoro, tanto che le voci di mercato si susseguono giorno dopo giorno.
Giocatore di indubbio talento ed una facilità di calcio impressionante, Sneijder è un centrocampista sensazionale. Destro naturale sa calciare con disinvoltura anche di sinistro, diventando letale in ogni posizione del campo. Classe 1984 è un calciatore che ha ancora nelle gambe almeno 4 anni ad altissimo livello. Proprio intorno a questi punti sta riflettendo l'Inter, poco incline alla svendita del ragazzo.
Letale sui calci piazzati e fantastico in zona assist, Sneijder ha estimatori in Inghilterra e Russia. Andrea Stramaccioni è la persona che vive la difficoltà più profonda, incerto sul da farsi. Da un lato ha un giocatore di grande talento a disposizione, dall'altro un assetto tattico che funziona. Pochi giorni fa ha dichiarato: "Parliamo insieme tutti i giorni, lui vuole rientrare. La squadra sta andando bene e sa di poter dare il suo contributo. Il valore tecnico non è in discussione". Ha ragione, il valore tecnico non si discute, il suo impiego si. E questo Sneijder lo sa. La sensazione è che l'amore sia finito e che, per il bene di tutti, la separazione sia la scelta migliore. Ma a che prezzo? Questo è il grande dilemma.

Marino, Colantuono e il miracolo Atalanta


Si faccia avanti chi avrebbe pensato che l'anno scorso l'Atalanta si sarebbe salvata con grande tranquillità. Eppure, nonostante 6 punti di penalità, i bergamaschi non solo hanno mantenuto la categoria, ma hanno anche dispensato grande calcio. Quest'anno, sebbene i punti di penalità fossero 4 in meno, i nerazzurri sono partiti alla grandissima. Ad oggi sono sesti in Serie A, con 18 punti (20 conquistati sul campo). Un grande risultato.
Ma di chi è il merito? Certamente dei calciatori che vanno in campo ma è giusto riconoscere anche il grande lavoro svolto dalla società e dall'allenatore. Il presidente orobico, l'anno scorso, si è affidato a Pierpaolo Marino. Il dirigente campano, reduce dalla ricostruzione del Napoli, è arrivato con la mansione ci capo dell'Area tecnica. Marino non perde tempo, sa che occorre comprare bene per garantire a Colontuono una rosa di buon livello. Da sempre grande conoscitore del calcio sudamericano, il direttore decide di portare a Bergamo gli argentini German Denis e Maximiliano Moralez. I due compongono un attacco perfetto, fatto di potenza, classe e rapidità. Accanto ai due forti albicelesti ecco gli uomini di esperienza: Stendardo, Brighi e Cigarini. In porta la solita sicurezza, Andrea Consigli.
Orfani dell'ex storico capitano, Cristiano Doni, gli orobici partono fortissimo e raggiungono una salvezza agevole grazie al perfetto impianto di gioco di Colantuono. Il tecnico da alla squadra forza e grinta, con una grande mentalità da combattente. Denis si esalta in un sistema di gioco in cui è il faro: 16 goal.
E quest'anno. La favola non è svanita, nonostante la cessione di un interessante giovane come Gabbiadini. Il sistema non è stato alterato, anzi impreziosito dall'approdo a Bergamo di Biondini e De Luca. Il primo, un solido centrocampista, il secondo un classe 91' di indubbio talento.
Squadre come l'Atalanta sono il bene del nostro calcio. Quadrata, solida e che non rinuncia mai a giocare, i nerazzurri sono un team decisamente rodato. La difesa è solida, ben guidata da Consigli e Manfredini. Peluso ha raggiunto la Nazionale, ed è stato spesso accostato a squadre di ben altra caratura: City e Juventus. A centrocampo la regia di Cigarini è perfetta, così come la protezione ai suoi lati operata da Schelotto, Carmona e Biondini. La trequarti e l'attacco sono di gran classe: Bonaventura, Maxi Moralez, De Luca e German Denis. Nonostante "El Tanque" non stia segnando con la stessa regolarità, la squadra non ne risente.
Brava Atalanta e bravi Marino e Colantuono. Squadre così, che oltretutto investono tanto sul vivaio, sono la vera grande risorsa del calcio italiano.

15 novembre 2012

Mi manda Marcelo: Gabriel Silva

Nome: Gabriel Silva
Data di nascita: 13 maggio 1991
Luogo di nascita: Piricaiba (Brasile)
Squadra di appartenenza: Udinese
Altezza: 179 cm
Peso: 75 kg
Piede preferito: sinistro




Gabriel Moisés Antunes da Silva, noto al grande pubblico come Gabriel Silva, nasce a Piracicaba (Brasile) il 13 maggio 1991. Nato calcisticamente nel Palmeiras, è un fluidificante difensivo. Il Brasile, terra di grandi esterni difensivi, potrebbe aver sfornato un altro giovane talento. 179cm per 75kg, Gabriel Silva può tranquillamente essere accostato ad un suo connazionale illustre: Marcelo. In patria è stato più volta accostato dai media al difensore merengue, un paragone che non puà che lusingare il giovane calciatore. Gabriel Silva esordisce in prima squadra nel 2009, a soli 18 anni. Con la maglia "Verdao" del Palmeiras mostra da subito tutte le sue qualità di propulsione sulla fascia, tanto da collezionare trentasei presenze e due reti. Nel 2011 viene convocato in Nazionale Under20, con la quale disputerà sia il Campionato sudamericano di categoria che l'analogo Campionato del mondo. La maglia verdeoro scatena Gabriel Silva, protagonista di prestazioni convincenti. Dopo la vittoria enel campionato del Sudamerica, il terzino da il meglio di sè durante la Coppa del Mondo, viene disputata in Colombia nell'estate del 2011. Insieme ai compagni alzerà infatti la coppa e porterà con sè la consapevolezza di aver contribuito, con una rete negli ottavi di finale (contro l'Arabia Saudita), al successo del Brasile. Gli osservatori dell'Udinese lo seguono da tempo e lo monitorano durante l'avventura nazionale. I bianconeri, squadra sempre vigile sui giovani talenti, si convincono che Silva sia un buon giocatore. Pozzo, su suggerimento dei suoi osservatori, parte per il Brasile e tratta il suo cartellino con il Palmeiras. Con un investimento da 4 milioni di euro l'Udinese mette sotto contratto il ragazzo, che non potrà però sbarcare a Udine durante la sessione invernale del calcio mercato. I Pozzo non possono infatti tesserare altri extracomunitari e Gabriel Silva viene girato al Novara via Granada, società spagnola presieduta sempre da Giampaolo Pozzo. I sei mesi in Piemonte servono al giovane brasiliano per ambientarsi e prender confidenza con nostro calcio. A Novara debutta in Serie A, il 19 febbraio del 2012, nel pareggio casalingo contro l'Atalanta. In estate l'Udinese lo riporta alla base e Guidolin lo aggrega in pianta stabile alla prima squadra.

Tenuto in grande considerazione da tutto lo staff friulano, Gabriel Silva deve crescere fisicamente e migliorare molto tatticamente. La fase offensiva è, come spesso capita per i terzini carioca, piuttosto buona. Guidolin sta lavorando molto sui meccanismi difensivi, ma una volta ingranato Gabriel Silva ha le carte in regola per imporsi in Serie A. Nei piani di Pozzo e Guidolin, Gabriel Silva è l'erede di un altro giocatore prelevato anni fa dal Palmeiras: Pablo Armero. E' da lui che il ragazzo brasiliano sta studiando per diventare un giorno non troppo lontano l'erede.

Luis Alberto Suarez, il pistolero per la Juventus


In tanti anni di calcio non mi è mai capitata una scena surreale come quella consumatasi durante Liverpool-Chelsea. A venti minuti dalla fine il bomber dei reds, Luis Suarez, realizza la fondamentale rete dell'uno a uno. La Kop esplode ed il giocatore corre felice verso la bandierina del calcio d'angolo. Godutosi il metaforico abbraccio della gente si volta, aspetta quello dei compagni. Ma è solo, vicino a lui il vuoto. I compagni sono schierati in campo, molti gli danno le spalle. L'uruguaiano perde il sorriso, si rabbuia e torna solitario a centrocampo.
Chi raccoglie vento semina tempesta dice un proverbio popolare. Mai detto fu più calzante. Il numero nove del Liverpool vive da separato in casa, snobbato dai compagni ed insultato dai tifosi. Un paradosso se pensiamo che Suarez è, per distacco, il miglior giocatore del Liverpool. 23 goal il 55 presenze non sono bastati all'uruguaiano classe 1987 per conquistarsi l'amore della gente e dei compagni. Troppo vivide le mal digerita gesta dell'attaccante: gli insulti razzisti a Patrice Evra, il rifiuto a stringergli la mano in pubblico e le simulazioni.
Nella visione britannica del calcio razzismo e simulazioni sono gesti intollerabili. Se a questo aggiungiamo che Suarez ha provocato (anche se involontariamente) l'infortunio di John Terry, il quadro è completo. Luis alberto Suarez è il tipico giocatore sudamericano. Tecnico, rapido e con un dribbling formidabile, ha un carattere forte ed irascibile. Per capire quanto sia focoso basta riportare un interessante aneddoto. L'allenatore dell'Everton, David Moyes, lo ha quest'anno accusato di essere un simulatore. La risposta del giocatore non si è fatta attendere. Non a parole, con le quali non è particolarmente bravo, ma coi fatti. Realizzato il goal del raddoppio "reds" è corso davanti alla panchina dei "cugini" esultando tuffandosi a terra. Impressionante palla al piede e con un senso del goal fuori dal comune, ha la tendenza a voler emergere. All'Ajax si è ben presto conquistato la fascia di capitano a suon di goal, diventando un vero leader in campo e nello spogliatoio. Passato a Liverpool si aspettava un analogo percorso. Quanto a goal non ha deluso, andando in rete con la solita sconcertante regolarità. Difficile diventare il punto di riferimento in uno spogliatoio britannico, all'interno del quale la figura di riferimento è Steven Gerrard. Il carattere spigoloso di Suarez ricorda un pò il connazionale Paolo Montero. Leader della retroguardia bianconera per molti anni, Montero era di poche parole e molti fatti. Duro in campo e trascinatore fuori, come Suarez si era costruito l'immagine di "duro". In tempi non sospetti l'ex difensore della Juventus aveva consigliato in corso Galileo Ferraris l'acquisto del connazionale. Chissà che le difficoltà a Liverpool non spingano "El Pistolero" verso Torino.

 Attaccante di straordinario talento, Suarez è in grado di ricoprire sia il ruolo di prima che di seconda punta. La sua vena realizzativa fuori dal comune gli ha permesso di andare in doppia cifra in tutte le stagioni giocate in Europa. Un dato impressionante, che testimonia quanto fiuto del goal abbia questo giovane attaccante. Strepitoso nel saltare l'uomo, sa mettersi al servizio della squadra. Destro naturale, Suarez è un punto fermo della Nazionale di Tabarez. In coppia con Forlan o con Cavani non importa, perchè parliamo di un centravanti versatile. Prototipo della punta moderna, sa essere incisivo sia giocando come unico punto di riferimento offensivo che in coppia con un compagno. Lanciato in velocità diventa letale per le difese avversarie. Da anni spero con tutto il cuore che venga in Italia, dove farebbe la fortuna di qualsiasi squadra. Integrato nel giusto contesto è uno degli attaccanti più forti del mondo, ne sono certo.


Pazzo Ibra. Poker all'Inghilterra e gioiello in rovesciata - Video


Definire Zlatan Ibrahimovic uno dei centravanti più forti della nostra epoca è tanto semplice quanto vero. Il colosso svedese ha ormai raggiunto la definitiva maturazione umano-sportiva e sta dando spettacolo in ogni occasione. Lo sa bene l'Inghilterra, sconfitta per 4a2 dal gigante di Malmoe. Un poker strabiliante, sensazionale, da spellarsi le mani dagli applausi.
Non occorre aggiungere altro, ma solo prendersi qualche minuto e gustare lo spettacolo di Zlatan Ibrahimovic.

14 novembre 2012

Il piccolo Faraone: Stephan El Shaarawy

Nome: Stephan Kareem
Cognome: El Shaarawy
Data di nascita: 27 ottobre 1992
Luogo di nascita: Savona
Squadra di appartenenza: Milan
Altezza: 178cm
Peso: 72kg
Piede: destro



Definire "giovane promettente" un ragazzo del 1992 in grado di realizzare 8 goal in 12 partite di Serie A è un eufemismo. Mi spingerò oltre e descriverò Stephan El Sharaawy come una futura stella del calcio italiano ed europeo. Stephan Kareem El Shaarawy, nato a Savona il 27 ottobre 1992, è un attaccante di straordinario valore. Ragazzo con i piedi per terra e la testa sulle spalle, proviene da una famiglia italo-africana. Il padre, egiziano trapiantato a Savona, lo spinge verso lo sport. Il piccolo Stephan non ha dubbi: vuole giocare a calcio. Cresciuto nelle giovanili del Legino, richiama l'attenzione degli osservatori genoani. Le relazioni sul giovane centrocampista offensivo sono ottime, tanto che nel 2006 il Genoa decide di tesserarlo ed inserirlo nella sua Primavera. Con i giovani rossoblu El Shaarawy fa il bello ed il cattivo tempo, dimostrando di essere di un'altra categoria. Gianpiero Gasperini, tecnico del grifone, lo aggrega in inverno alla prima squadra. Il 21 dicembre 2008, nella vittoria casalinga contro il Chievo Verona gli regala il debutto in Serie A. A 16 anni, un mese e 24 giorni è il più giovane esordiente con la maglia del Genoa ed uno dei dieci più giovani in assoluto nella massima serie italiana. Nonostante l'exploit con i grandi, la dimensione del giovane talento è la Primavera, che guida alla vittoria dello scudetto 2009-2010 realizzando anche una rete nella finale contro l'Empoli. Nell'estate 2010 la prima vera occasione nel calcio che conta. Il Genoa lo cede in prestito al Padova, società militante in Serie B. Bastano quattro giornate ad El Shaarawy e realizza il primo goal fra i professionisti, primo di una buona serie. A fine anno l'italo-egiziano collezionerà 25 presenze e 7 goal, un bottino sufficiente per richiamare l'interesse del Milan. I rossoneri, che vantano da sempre un gran rapporto con il presidente rossoblu Preziosi, lo acquistano in compartecipazione. Mentre tutti si aspettavano un prestito in Serie A o nuovamente in B, Massimiliano Allegri decide di tenere in rosa il ragazzo, soprannominato "Il Piccolo Faraone". Nonostante la presenza di grandi campioni all'interno dell'attacco rossonero, El Sharaawy riesce a ritagliarsi i suoi spazi. Dopo l'esordio con il Napoli ecco il primo goal alla scala del calcio: il 21 settembre firma il goal del pari contro l'Udinese. La prima stagione con il Milan va in archivio con un secondo posto in campionato e l'esordio in Champions League, dove non riesce però ad iscrivere il suo nome sul tabellino dei marcatori. Nell'estate 2012 il Milan perde Inzaghi ed Ibrahimovic, i tempi sono maturi per trovare maggior sapzio. El Shaarawy non si limita a giocare di più, esplode letteralmente. Con 9 goal in 16 presenze totali diventa il vero e proprio leader dell'attacco del "Diavolo". Campionato o Champions non fa differenza, ogni occasione è buona per realizzare un goal. Le sue prestazioni gli valgono anche la prima chiamata in Nazionale maggiore, dove Prandelli lo inserisce con una certa stabilità ormai.

 Destro naturale, il piccolo Faraone nasce come centrocampista offensivo. Agli albori della carriera è impiegato come trequartista di sinistra, avendo così la possibilità di rientrare e calciare verso la porta. Con il passaggio al Milan si trasforma progressivamente in un attaccante di movimento. Prima o seconda punta non fa differenza per El Shaarawy, capace di sfruttare in ogni situazione le sue doti migliori. Velocità, senso della posizione, dribbling e lucidità sono le armi con cui ha conquistato il posto da titolare con i rossoneri. 178 cm per 72 kg di peso, il giovane Stephan è un attaccante rapido e decisivo. Nonostante una statura non proprio da gigante, El Shaarawy è un giocatore piuttosto forte fisicamente. Difficile da spostare e da mandare a terra, ha nella generosità una delle qualità più apprezzate dai suoi allenatori. Tanto Allegri quanto Prandelli amano molto i suoi ripiegamenti difensivi, che aiutano la squadra e permettono all'azione di ripartire da piedi decisamente raffinati. Con il suo bagaglio tecnico di primissim'ordine, El Shaarawy deve migliorare parecchio nelle conclusioni da fermo. Non lo si vede spesso calciare le punizioni, ma con un destro così educato sarebbe un delitto non coltivare anche quel fondamentale. 20 anni compiuti da pochi giorni, l'italo-egiziano è uno dei prospetti più interessanti del calcio mondiale. Il Milan se lo tiene stretto per ora, ma se il ragazzo continuerà così le big europee cercheranno di strapparlo ai rossoneri con offerte da capogiro, come accaduto per Ibra e Thiago Silva.


La sottile linea De Rossi



"Fra lucidità e follia c'è solo una sottile linea rossa". Daniele De Rossi è in questa situazione di limbo, sospeso fra la responsabilità di essere un simbolo ed il peso che questo comporta.
Il centrocampista romano e romanista sta vivendo da qualche anno momenti di profondo disagio in campo. Inutile attribuire a Zeman colpe che non ha, i problemi del mediano giallorosso sono iniziati ben prima dell'arrivo in panchina del boemo.
Nato il 24 luglio 1983, De Rossi è un centrocampista completo. Dinamico, forte fisicamente e determinato, è in grado di essere un indiscusso trascinatore in mezzo al campo. Piedi raffinati e puntuali tempi di inserimento fanno di De Rossi un giocatore di livello mondiale. Molti tecnici, fra i quali Marcello Lippi e Fabio Capello, lo hanno inserito per anni fra i cinque mediani più forti del mondo. Con queste credenziali il ragazzo avrebbe dovuto avere una carriera perfetta. E invece qualcosa nel De Rossi uomo si è rotto.
Romano "doc", il centrocampista ha ricevuto fin dal primo anno di Roma l'etichetta di "Capitan futuro". Un soprannome che può lusingare un giovane che, a 20 anni, si affaccia sul palcoscenico internazionale. Ma allo stesso tempo un etichetta che può trasformarsi in un peso insostenibile per un ragazzo che, nove anni più tardi, attende ancora di diventare leader della sua squadra.
E' combinando le caratteristiche di giocatore con quelle del suo carattere che possiamo capire qualcosa in più sul De Rossi uomo e su questo momento di difficoltà. Se in campo ha una carica agonistica ed un temperamento da numero uno, i nervi non sono altrettanto saldi. Vive le partite, specialmente quelle che contano, con troppa tensione. Il campo è il suo modo di sfogare la pressione, ma basta un battibecco, una decisione sbagliata dell'arbitro o qualche fischio di troppo per annebbiargli la mente. Questo è un limite, certamente acuito dal fatto di giocare nella sua città, per la squadra ha sempre fatto il tifo. Laddove un calciatore coronerebbe il sogno di una vita, De Rossi sembra vivere la situazione con un senso di oppressione. Sguardo severo, barba incolta e scarsa loquacità sono le caratteristiche del De Rossi uomo, almeno di quello pubblico. Niente a che vedere con il ragazzo felice che sorrideva e abbracciava i compagni il 10 maggio 2003, dopo la sua prima rete in A. Tutt'altra persona rispetto al ragazzo pentito dei Mondiali 2006 che, conscio del grave errore con gli States (prima gomitata di una lunga serie), realizzava uno dei rigori decisivi e si baciava i pugni mentre Fabio Grosso andava sul dischetto.
Roma è una piazza difficilissima da sostenere. Come Napoli è una città che ti porta in gloria e ti mortifica allo stesso tempo; dove sei un idolo o il capro espiatorio. In una città così esser soprannominato "Capitan futuro" e vedere che questo futuro non arriva mai distruggerebbe anche i nervi più forti. Ben lungi da me scaricare responsabilità su Francesco Totti, straordinario giocatore e vero simbolo di Roma. Ciò che voglio dire è che una vita vissuta in costante attesa e sotto pressione è difficile da sostenere. Specialmente se aspiri ad essere il simbolo della tua città e rifiuti club blasonati ed ingaggi faraonici per amore di quella maglia.
E' come se De Rossi fosse entrato in un vortice di negatività dal quale non riesce ad uscirne se non con gesti inconsulti. Nel corso degli anni le sue espulsioni, i suoi "colpi di testa" son diventati sempre più frequenti. La reazione in sè può capitare, non è l'unico campione vittima del nervoso. Ma quando si tratta di casi isolati, come per Zinedine Zidane o Francesco Totti, è più facile ricollaegarli al focoso carattere dell'uomo. Quelle di De Rossi, invece, sono cicliche reazioni, specchio forse di una difficoltà a gestire i momenti più intensi.
Troppo facile addossare a Zeman le colpe, l'allenatore non ne ha in questo. Certo, può sbagliare scelte tecniche o posizione in campo, ma questo rientra nel suo ruolo. Il calciatore può non rendere al massimo o essere scontento, ma in alcun caso reazioni violente possono essere così giustificate. Io credo che il nocciolo del problema stia nell'ambiente Roma, che sta soffocando uno dei più puri talenti del nostro calcio. Come ogni grande giocatore, anche De Rossi ha bisogno di sentirsi leader e trascinatore. Non ha un carattere forte come Buffon, che si sentiva un trascinatore anche vivendo "all'ombra" di Del Piero. Finchè Totti rappresenterà tutto ciò che De Rossi vorrebbe essere, la sua traquillità sarà minata. Penso che per il bene del ragazzo, della Roma e della Nazionale, il divorzio sarebbe l'unica soluzione. Un campionato come la Premier o la Ligue1 potrebbero restituire tranquillità e voglia di giocare ad un centrocampista che possiede ancora numeri da vero fenomeno. A 29 anni è giunto il momento di lasciare casa e spiccare il volo.

13 novembre 2012

Juventus, Milan, Inter: i pro e i contro di Mario Balotelli


Mario Balotelli è un giocatore fantastico, con un talento inimmaginabile. Classe 1990, è uno dei centravanti più forti del mondo. Tecnico, veloce e con un fisico impressionante, il ragazzone di Brescia farebbe le fortune di qualsiasi squadra. Il suo limite, fino a questo momento, è stato il carattere eccessivamente esuberante. Lo sanno bene a Manchester, dove son sempre più frequenti le liti e gli screzi. Roberto Mancini lo ha sempre difeso, ma ora sembra aver perso la pazienza.
E' di questi giorni la notizia che SuperMario potrebbe lasciare l'Inghilterra quest'inverno per far ritorno in Italia. Il City, che ha comunque in rosa gente come Aguero, Tevez e Dzeko, ha fissato il prezzo: non meno di 25 milioni di euro. Spettatori interessati i club italiani, alla ricerca di un bomber di razza. Ma a chi servirebbe di più? Cerchiamo di capirlo.

Milan: Galliani è da anni all'inseguimento di Balotelli. Lo apprezza e lo stima, rivede in lui quel centravanti tecnico e forte fisicamente che il Milan ha avuto in rosa fino allo scorso agosto: Zlatan Ibrahimovic. Meno potente di Ibra, Balotelli sarebbe perfetto per risolvere il mal di goal del Milan. In coppia con Stephan El Shaarawy sarebbe perfetto, ma potrebbe giocare anche con Bojan, Pazzini o Pato. Insomma dal punto di vista tecnico non ci sono controindicazioni.
Caratterialmente bisognerebbe inquadrarlo, specialmente ora che il gruppo non sta attraversando un bel momento. Inserire un carattere così forte all'interno dello spogliatoio potrebbe significare la svolta in positivo, ma anche quella in negativo. Ci vorrebbe un'attenta gestione degli uomini, ed al momento Allegri sembra in ben altre difficoltà.

Juventus: Balotelli sarebbe il tassello perfetto per l'attacco di Conte. Forte e tecnico, si integrerebbe a meraviglia con tutti gli attaccanti a disposizione. Permetterebbe a Vucinic e Giovinco di avere maggiori spazi ed esprimere quell'immenso potenziale di classe che hanno in dote. Con Quagliarella formerebbe una coppia in grado di spaventare qualsiasi portiere fin dalla trequarti campo. Per caratteristiche tecniche, Balotelli, sarebbe il giocatore ideale per i bianconeri. Non ci sono dubbi.
L'unico contro potrebbe essere rappresentato da un ambiente ostile. L'ex Inter non è mai stato amato dalla curva bianconera, che bocciò anche l'arrivo di Stankovic. Non ritengo sia una valida motivazione per farsi sfuggire un attaccante di livello mondiale come Mario, ma Marotta ha un'arma segreta: Conte. Se il tecnico parlasse ai tifosi e dimostrasse di volere a tutti i costi il bomber, l'accoglienza muterebbe radicalmente. La Juve ci pensa e fa bene. Balotelli porterebbe i bianconeri a poter competere con qualsivoglia potenza europea.

Inter: Massimo Moratti stravede per lui e non vorrebbe mai e poi mai vederlo in Italia con un'altra maglia. Ma al di là di questo motivo non esiste una ragione tecnica per cui investire così tanto su un attaccante. Milito, Palacio, Cassano e Sneijder sono un parco di giocatori offensivi piittosto ampio e ben assortito. Inserire un giocatore dal carattere forte ed irascibile non farebbe bene, minerebbe la tranquillità dello spogliatoio. Con 25 milioni di euro l'Inter potrebbe acquistare un difensore ed un centrocampista, elementi che garantirebbero a Stramaccioni maggior serenità e un più ampio ventaglio di scelte. E' qui che deve focalizzarsi l'attenzione degli uomini mercato dell'Inter, non su Balotelli.

Insomma, per chiunque "Balo" sarebbe un affare dal punto di vista tecnico, ma va valutato il suo inserimento all'interno del gruppo di lavoro. In Italia sarebbe forse la Juventus il contesto migliore in cui inserirsi, ma nel Milan potrebbe diventare da subito il leader che manca dalla partenza di Ibrahimovic. Dopo le parole dello svedese che lo definiva un "mediocre" la voglia di Balotelli di strappargli i record con la maglia del Diavolo potrebbero far la differenza.


Salvate il soldato Bojan


20 Ottobre 2007, sei giorni dopo il suo esordio nel campionato spagnolo con la maglia del Barcellona, un ragazzetto dal viso pulito e lo sguardo fiero diventa a soli 17 anni e 2 mesi il più giovane marcatore nella storia della Liga. Mettendo a segno una rete contro il "Submarino amarillo" di Villareal, Bojan Krkic ripaga la fiducia concessagli da Mister Rijkard.
Cinque mesi e un altro paio di record più tardi, "l’enfant terribile" si diploma secondo marcatore più giovane nella storia della Champions League realizzando il primo goal contro lo Shalke 04 nell’andata dei quarti di finale a Gelsenkirchen. Un inizio col botto.
Tutti si chiedono chi sia questo giovanotto così precoce e talentuoso. Gira voce che sia il cugino di Messi, ma gli somiglia soltanto nella statura; in città affermano che abbia fatto 900 goal in soli sette anni di Cantera blaugrana, qualcosa come cento goal all’anno. Facciamo chiarezza.
Bojan non è propriamente il cugino di Messi. Essendo i loro trisavoli fratelli, esiste tra i due un antichissimo legame di sangue.
Poi Bojan di goal nella Cantera catalana non ne ha segnati 900, sarebbe una cifra folle. Si è fermato a “soli” 889 in 648 in partite ufficiali più le amichevoli.
Sì, gli amanti del calcio come me e come te che stai leggendo rimangono piacevolmente stupiti da queste statistiche ed accolgono nel loro immaginario una nuova figurina: Occhi chiari, capelli lisci da bravo ragazzo, sorriso di chi sa di avere davanti a sé orizzonti di gloria.
Gli scettici dicono: “anche Javier Portillo segnò nelle giovanili del Real Madrid oltre 700 goal, per poi percorrere una carriera al contrario: 43 goal in 10 anni da professionista”.
I prudenti dicono: “vediamolo in una squadra forte, la statura gracile non aiuta, la pressione psicologica gioca brutti scherzi sui giovani talenti, ci vuole carattere”
I sognatori non possono che pensare “ha soltanto 17 anni, cosa combinerà nei prossimi 15? Quanti altri record batterà e quanti trofei alzerà al cielo?”
Bojan Krikic, il 20 Ottobre 2007, si mostra al mondo com'è realmente: un predestinato. Ma nel calcio il difficile non è emergere bensì confermarsi.
Il palmares dice che Bojan Krikic ha vinto 3 volte la Liga, una Coppa di Spagna, 2 Supercoppe di Spagna, 2 Champions League, 2 Supercoppe UEFA e un Mondiale per club. Sono numeri impressionanti che nascondono un piccolo inganno. Il talentino spagnolo in quattro anni di Barcellona ha collezionato 163 presenze, la stragrande maggioranza delle quali partendo dalla panchina, con un totale di 41 goal. 10 goal a stagione facendo una media approssimativa.  Un modesto bottino se si pensa alle credenziali con cui si era presentato al calcio dei grandi. Il suo contributo è stato prezioso, ma nella storia di quei trofei rimarranno Xavi, Iniesta, Henry, Messi, Eto'o e persino Pedro, uno che da giovane non sembrava dovesse sfondare.
Nella stagione 2011-2012 Bojan chiede spazio e lascia Barcellona. Passa in prestito alla Roma, dove in un anno gioca pochissime partite da titolare e segna solo 7 goal. Né Luis Enrique né successivamente Zeman lo considerano una pedina importante per gli schemi della squadra, pertanto la Roma lo mette sul mercato. Il Milan coglie la palla al balzo e se lo assicura per la stagione corrente, sempre in prestito dal Barcellona, come vice-Pato o vice-Robinho.
Qualcosa non torna. Le qualità tecniche sono indiscutibili, ma sembra esserci un problema di personalità e carattere, quel blocco che impedisce al giocatore di fare il salto da “bravo“ a “campione” attraverso la classica esplosione in termini di giocate, goal e assist.
Un altro aspetto che a mio avviso ha contribuito alle difficoltà di adattamento di questo piccolo fenomeno nel calcio che conta è la mancanza di fiducia. Non ha trovato un allenatore che abbia puntato tutto su di lui e abbia saputo rischiare. E' stato impiegato col contagocce, spesso in ruoli limitanti le sue naturali doti di bomber.
Bojan rispecchia l’identikit del goleador micidiale, veloce, rapace. Eppure lo abbiamo visto sulla fascia crossare per le punte durante il periodo romanista; nel Milan gioca alle spalle delle punte, col compito sì di attaccare ma anche di difendere e far ripartire l'azione.
Se un ragazzo giovane, per anni, viene impiegato solo per scampoli di partita è normale che non renda al massimo delle sue potenzialità, specialmente se viene settimanalmente attaccato dai media.
Credo che se qualcuno avesse il coraggio di farlo giocare per dieci partite di fila, il mondo del calcio cambierebbe velocemente idea su questo ragazzo timido e un po’ incompreso, ma con numeri da grande campione.
Il calcio però va troppo in fretta, le chance sono poche e se non vengono colte al volo si viene messi da parte, come accaduto a Giovinco nella prima avventura in maglia bianconera.
E alla fine per giocatori come Bojan non resta che sperare in un po’ di fortuna. Se il goal in semifinale di Champions contro l’Inter, quando il ragazzo ancora militava nel Barcellona, non fosse stato annullato (per altro irregolarmente),  staremmo parlando di un altro giocatore. Bojan sarebbe diventato l’eroe di Barcellona, proprio come accaduto a Pedrito nel corso della sua prima stagione con i grandi, quando fu in grado di scrivere il proprio nome sui tabellini di ogni competizione.
Certe serate memorabili fanno scattare qualcosa nell’animo di un ragazzo, aumentano la consapevolezza nei propri mezzi e creano un’aura di fiducia e di positività attorno a sé.
Quando il circolo virtuoso si interrompe è difficile rialzarsi ed il rischio è quello di perdersi.
Bojan Krikic è un giovane classe '90, il tempo per affermarsi non è ancora scaduto. Non c'è tempo da perdere però. Mi auguro che incontri un allenatore "illuminato", come Montella o come Petkovic per intenderci. Ma anche, perché no, un Mourinho, capace di recuperare psicologicamente il ragazzo, come fatto a Milano con Wesley Sneijder.
Chissà se un giorno sentiremo di nuovo accostare il nome Bojan Krikic a cifre e statistiche che fanno sognare, come un 889, un 648 o semplicemente come il numero uno di una vera Champions League vinta, finalmente, da protagonista.

Zeman e la crisi Roma. Con Luis Enrique meno indulgenza


Il tanto vituperato Luis Enrique non aveva poi fatto così male. A Roma iniziano ad accorgersene ora che, dopo 12 giornate di A, la squadra ha gli stessi punti dell'anno scorso. In un campionato orfano del Milan, la squadra di Zeman aveva le carte in regola per un campionato di vertice. E invece? I giallorossi sono settimi, dietro squadre con un parco giocatori inferiore. Passi la Juventus, campione d'Italia, ma non ritengo l'organico giallorosso inferiore a Napoli ed Inter. Di certo non è meno performante rispetto alla Fiorentina o alla Lazio, e con ancor maggior sicurezza posso affermarlo se paragono la Roma con l'Atalanta.
28 goal fatti e 23 subiti sono uno score impietoso. L'attacco funziona, ma non è poi così atomico se pensiamo che non è il migliore della Serie A ed una Juve "spuntata" è stata in grado di realizzare una rete in più. La difesa, in compenso, è disastrosa. Solo il Pescara e il Chievo hanno fatto come i giallorossi, guardacaso quel Pescara allenato l'anno scorso proprio da Zeman.
Ma facciamo un passo indietro. L'anno scorso Luis Enrique aveva una squadra decisamente meno attrezzata. Risultato? 17 punti, 12 goal subiti e 17 realizzati, con un saldo esattamente uguale a quello della Roma di oggi: +5 goal.
Ma non parliamo della stessa squadra, bensì di una rosa decisamente inferiore. Luis Enrique aveva in porta Stekelenburg, come Zeman. Il boemo ha però avuto in regalo anche il criticatissimo Goicoechea, voluto fortemente dal boemo. La difesa era decisamente inferiore. Luis Enrique poteva contare su Juan, Heinze, Burdisso, Kjaer, Rosi e Josè Angel. Al tecnico boemo hanno acquistato i brasiliani Castan, Marquinhos e Dodò, il nazionale Balzaretti e Piris. Le differenze sono evidenti. Castan, considerato un leader in Brasile, ha dimostrato di essere decisamente affidabile sull'uomo; Marquinhos è un prospetto di grande interesse, mentre Balzaretti è sempre stato una certezza.
A centrocampo, al posto di Gago e Perrotta, ora la Roma ha Bradley, Tachtsidis, il neonazionale Florenzi e Marquinho, acquistato solo a gennaio la scorsa stagione. Le scelte sono decisamente maggiori oggi.
Infine l'attacco. Luis Enrique era alle prese con un Osvaldo da inserire in Serie A; Zeman ha trovato un centravanti italo-argentino carichissimo e ha impreziosito il reparto con Mattia Destro e Nico Lopez. Infine Erik Lamela, che dopo 12 mesi di ambientamento sta finalmente esplodendo.
Certo il grande rendimento dell'esterno argentino può essere merito della posizione ritagliatagli da Zeman, che di contro ha un pessimo rapporto con De Rossi e sta "bruciando" Destro.
I numeri parlano chiaro e dicono che se allora si parlava di fallimento del progetto Roma, oggi non possiamo usare termini più teneri. L'investimento sul mercato è stato notevole e, per ora, non è stato affatto ripagato da prestazioni convincenti. Per ora sembra che il boemo non sia in discussione a Roma e può anche esser giusto lasciar lavorare un tecnico. Però lo stesso trattamento l'avrebbe meritato anche Luis Enrique, tecnico garbato e con la volontà di lavorare anche lui con i giovani.
Le critiche vanno bene, sono all'ordine del giorno in questo sport, ma si facciano a tutti e siano oggettive.

12 novembre 2012

Paulo Dybala, il nuovo profeta di Palermo

Nome: Paulo
Cognome: Dybala
Data di nascita: 15 novembre 1993
Luogo di nascita: Laguna Larga (Argentina)
Squadra di appartenenza: Palermo
Altezza: 178 cm
Peso: 69 kg
Piede preferito: sinistro


Il Palermo ha trovato il suo nuovo cannoniere. Dopo la cessione di Cavani, i rosanero erano orfani di un vero e proprio cannoniere, ma sembra che l'attesa sia finita. Paulo Bruno Dybala, nato a Laguna Larga (Argentina) il 15 novembre 1993, è un poliedrico attaccante. Originario di una famiglia italo-polacca, possiede tre passaporti grazie alla nonna materna di origini italiane e il nonno paterno polacco. Dybala cresce con il pallone fra i piedi e inizia la sua carriera nella scuola calcio dell'Instituto, squadra di Cordoba. Fin dai primi anni mostra una precoce attitudine a primeggiare, a 10 anni i Newell's Old Boys gli fanno fare un provino e lo vorrebbero tesserare. Il padre del giovane attaccante preferisce tenerlo accanto a sè e Dybala continua a giocare a Cordoba. Nelle giovanili del club biancorosso batte tutti i record di goal e si propone come uno dei migliori prospetti del calcio argentino. A 15 anni muore il padre e il ragazzo vive di solo calcio, trasferendosi nella pensione della squadra. La sua "nuova casa" gli procura il suo primo soprannome: "El pibe de la pensión". Nel 2011, a soli 17 anni, viene aggregato alla prima squadra, con cui firma il primo contratto da professionista. All'Instituto hanno una totale fiducia nei confronti del giovane centravanti, che parte titolare fin dalla prima di campionato. Alla seconda giornata, il 20 agosto, realizza la prima rete in carriera. In trasferta a Mar de la Plata contro l'Aldovisi, timbra il goal del momentaneo pareggio. Accelerazioni e senso del goal rendono Dybala uno degli elementi fondamentali della squadra di Cordoba, con la quale disputerà tutte e 38 le partite. Le realizzazioni, a fine anno, saranno ben 17 con la bellezza di due triplette. Numeri del genere permettono a Dybala di battere tre record importantissimi: numero di presenze consecutive in campionato (trentotto), numero di goal consecutivi (in sei giornate) e hat-trick (due). Questi primati appartenevano ad un monumento dell'Instituto e dell'intero calcio argentino, il campione del mondo 1978 Mario Kempes. Gli osservatori europei iniziano a frequentare con assiduità i salotti argentini per vedere all'opera "La Joya" (Il gioiello). La squadra più rapida e decisa per assicurarsi le prestazioni di uno dei più cristallini talenti del mondo è il Palermo. Zamparini ad aprile brucia tutti e con una fantasmagorica offerta da quasi 12 milioni di euro porta in Sicilia Dybala. Il giovane firma con i rosanero un contratto quadriennale da 500 mila euro. L'esordio in Serie A si consuma contro la Lazio, nella seconda di campionato. Alla dodicesima, l'11 novembre, i primi goal. Come sua abitudine la prima realizzazione non è mai banale e al Renzo Barbera timbra una doppietta che affonderà la Sampdoria. Al 90' l'allenatore, Gasperini, regalerà a Dybala la standing ovation. 178 cm per 69 kg di peso, Dybala è un giocatore rapidissimo. Mancino naturale, è dotato di un ottimo senso del goal e di buona tecnica personale. Elegante prima punta o prolifica spalla d'attacco, "La Joya" è stato spesso accostato a due grandi talenti sudamericani: Javier Pastore e Sergio Aguero. In realtà Dybala è un giocatore diverso, sia rispetto al Flaco che rispetto al Kun. Può ricordare un grande attaccante anni 90', l'italiano Vincenzo Montella. Rapidissimo e letale nel dribbling, Dybala gioca sempre a testa alta. Abile sia nelle conclusioni che nelle verticalizzazioni, il giovane bomber sa giocare per la squadra ed illuminare la manovra con preziosissimi assist. Agile e bravo nello stretto, è un attaccante che aiuta la squadra a salire. Nonostante un fisico non certo imponente, Dybala è molto bravo a tenere palla. Può giocare in un attacco a duo, come prima o seconda punta, ma anche in un tridente. Partendo da destra ha la possibilità di accentrarsi e scaricare in porta con il suo mancino secco e preciso. Preziosissimo nell'orchestrare le azioni di contropiede, ha il suo punto debole nel colpo di testa. Come si può facilmente intuire guardando il suo viso ed il suo fisico, Dybala ha ancora bisogno di strutturarsi per diventare devastante e riuscire a resistere ai rocciosi difensori italiani.

 

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