Esperto di Calcio

This is default featured post 1 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 2 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 3 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 4 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

This is default featured post 5 title

Go to Blogger edit html and find these sentences.Now replace these sentences with your own descriptions.This theme is Bloggerized by Lasantha Bandara - Premiumbloggertemplates.com.

3 dicembre 2012

Il punto sulla serie A: 15esima giornata


Siamo quasi alla fine del girone di andata ed in Serie A iniziano a delinearsi gli scenari. In testa la Juventus conduce con due lunghezze sul Napoli e quattro sull'Inter. Tutte vittoriose le prime della classe, con i bianconeri che strapazzano il Toro e i campani che rifilano cinque reti al Pescara. Fatica l'Inter, che ha la meglio sul Palermo grazie ad un autogol nel secondo tempo. Lazio, Roma e Milan dimostrano di essere in formissima, riportando tre successi meritati con avversari non semplici.
In coda è bagarre, con il Genoa sempre più giù e Torino, Chievo, Bologna e Palermo invischiate nella lotta.

Catania-Milan: Importante vittoria per il Milan, che si ricandida per un campionato di vertice. I 14 punti di distacco dalla Juve impongono al Diavolo di avere obiettivi ridimensionati, ma con questo El Shaarawy non è impossibile pensare ad un posto in Champions. Galliani, entusiasta del piccolo Faraone, l'ha paragonato a Neymar. Parallelismo azzardato, ma non così campato in aria a mio modo di vedere. Il brasiliano è un talento eccezionale, ma l'italiano sta trovando continuità di rendimento e ha maturato un istinto killer sottoporta. Entrambi bravissimi con entrambi i piedi, potremmo vederli contro alla Confederation Cup la prossima estate.

Juventus-Torino: La Juventus schianta il Torino nel derby della Mole. Partita mai in discussione, eccezion fatta per un brivido procurato da Meggiorini a Buffon nei primi minuti di gioco. Il Torino ha giocato bene, ha messo in difficoltà la Juventus, ma la sconsiderata entrata di Glik ha condannata i granata. Il difensore polacco è entrato in scivolata su Giaccherini, sfiorando la palla e travolgendo il bianconero. L'intervento è stato di una violenza inaudita e per fortuna l'ala azzurra aveva la gamba sollevata da terra, così da non riportare una certa frattura della tibia. Dopo un rigore sbagliato da Pirlo, il terzo su tre calciati con i bianconeri, la Juventus è scesa in campo determinata nella ripresa. E' stato il derby dei torinesi, deciso da Marchiso e Giovinco. I due prodotti del vivavio bianconero hanno griffato il tre a zero e hanno dimostrato a tutti che non esiste solo la cantera del Barcellona.

 Napoli-Pescara: tsunami azzurro sugli adriatici. Il Napoli spazza via il Pescara grazie ad un superbo Inler ed il solito immesno Cavani. In mezzo la rete di Hamsik, sempre più decisivo. Male, malissimo gli uomini di Bergodi, che non trovano mai il modo di essere in partita nemmeno quando riescono ad accorciare le distanze. Con un Cavani così lo scudetto non è un'utopia, la prossima partita a Milano con l'Inter sarà un'importante cartina di tornasole.

Bologna-Atalanta: è un gioielli e Diamanti quelli visti ieri al Dall'Ara. Il fantasista toscano realizza su punizione, Denis rimonta per l'Atalanta e Gabbiadini firma in acrobazia un goal bellissimo, una gemma. Meritato successo per gli uomini di Pioli, che in avanti hanno un trio che deve ambire ad altri traguardi. L'Atalanta è formazione arcigna, compatta, ma nulla può davanti alle giocate dei tre tenori rossoblu.

Genoa-Chievo: il ritorno di Pippo Inzaghi. Si, avete capito, Alberto Paloschi incarna alla perfezione le caratteristiche di Pippogol. Lo stesso ex bomber rossonero l'ha designato suo erede e la tripletta di Genova ha dimostrato che forse ha ragione. Superati i guai fisici, Paloschi farà molto comodo al Chievo, che trova un successo fondamentale a Genova. Del Neri (sempre che rimanga) deve ancora trovare il bandolo della matassa, ma questo Genoa è troppo brutto per essere vero.

Inter-Palermo: nerazzurri quadrati dietro e poco pericolosi in avanti. Ranocchia chiude tutto, ma le punte faticano a trovare lo spunto giusto. Milito, non al meglio, ci prova con tutta l'anima, ma sbatte sui difensori rosanero. La bella prova degli uomini di Gasperini è vanificata da una sfortunata autorete di Santiago Garcia, che permette ai nerazzurri di tenere a bada la Lazio.

Lazio-Parma: è sempre Klose-dipendente questa Lazio. Il bomber tedesco griffa il successo, legittimato da un superbo Bizarri tra i pali. Il Parma inizia a giocare tardi, ma mostra di poter mettere in difficoltà i biancocelesti. Petkovic dovrà recuperare Klose, uscito acciaccato, perchè è lui il vero fuoriclasse di questa squadra.

Siena-Roma: non sembra più Zeman. I giallorossi sono ordinati e coperti, solidi e belli da vedere. Totti ispira, Destro realizza e Perrotta mostra i muscoli. Il Siena va avanti, ma la Roma non si sbilancia e rimonta con testa e cuore. Con questa dedizione Zeman andrà lontano, ora deve dimostrare questo spirito anche con le grandi.

Udinese-Cagliari: bianconeri strepitosi, Cagliari spento. Così si spiega il quattro a uno del Friuli, dove la vera notizia è l'assenza di Di Natale dal tabellino dei marcatori. Poco male, il folletto bianconero ha griffato un assist e regalato belle giocate come sempre. Al Cagliari non manca il cuore, ma Pinilla li davanti servirebbe terribilmente.

Fiorentina-Sampdoria: bella partita al Franchi, ricca di emozioni e belle giocate. Un pareggio che serve più alla Samp che alla Fiorentina, ma la dimostrazione che le due squadre sono in salute. Bomber di giornata il fiorentino Savic, che trova due inzuccate precise per regalare prima il vantaggio e poi il definitivo pari ai suoi. Nei genovesi stupisce la personalità del giovane duo Icardi-Krsticic, che stanno facendo dimenticare l'infortunio della "gallina d'oro" Maxi Lopez. Giocando così Europa e salvezza tranquilla sono ampiamente alla portata delle due compagini.

2 dicembre 2012

Milan e Juventus, due successi scaccia-crisi


Gli anticipi di Serie A sono andati in archivio con due importanti successi. Milan e Juventus hanno vinto due difficili sfide, portando a casa tre preziosissimi punti.
Il Milan ha espugnato la fortezza del Massimino grazie al sempre più decisivo El Shaarawy. Partita dai due volti quella di Catania, con i rossoazzurri padroni del campo nel primo tempo. A inizio ripresa la svolta, maturata per la follia di Barrientos. L'argentino sta pensando al contratto e ad un possibile trasferimento, e sul campo si vede. Il centrocampista è lontano anni luce dalle prestazioni della scorsa stagione, il Milan ha accettato il regalo e l'ha sfruttata a dovere. Un goal in netto fuorigioco di El Shaarawy ha pareggiato i conti, scatenando l'ira del pubblico di Catania. Sfortunati i rossoazzurri con gli arbitri, specialmente fra le mura amiche. In dieci contro undici gli uomini di Maran non sono riusciti a tenere il Milan, che ha ritrovato anche un decisivo Boateng. Il trequartista ha portato in vantaggio il Diavolo con una meravigliosa rete da fuori area, prima di farsi espellere anche lui per un inutile fallo in mezzo al campo. Il Catania allora si riversa in avanti, ma viene punito da un bellissimo goal del Faraone, con un destro a giro in pieno recupero.
Importante vittoria per il Milan, che si ricandida per un campionato di vertice. I 14 punti di distacco dalla Juve impongono al Diavolo di avere obiettivi ridimensionati, ma con questo El Shaarawy non è impossibile pensare ad un posto in Champions. Galliani, entusiasta del piccolo Faraone, l'ha paragonato a Neymar. Parallelismo azzardato, ma non così campato in aria a mio modo di vedere. Il brasiliano è un talento eccezionale, ma l'italiano sta trovando continuità di rendimento e ha maturato un istinto killer sottoporta. Entrambi bravissimi con entrambi i piedi, potremmo vederli contro alla Confederation Cup la prossima estate.
La Juventus schianta il Torino nel derby della Mole. Partita mai in discussione, eccezion fatta per un brivido procurato da Meggiorini a Buffon nei primi minuti di gioco. Il Torino ha giocato bene, ha messo in difficoltà la Juventus, ma la sconsiderata entrata di Glik ha condannata i granata. Il difensore polacco è entrato in scivolata su Giaccherini, sfiorando la palla e travolgendo il bianconero. L'intervento è stato di una violenza inaudita e per fortuna l'ala azzurra aveva la gamba sollevata da terra, così da non riportare una certa frattura della tibia.
Dopo un rigore sbagliato da Pirlo, il terzo su tre calciati con i bianconeri, la Juventus è scesa in campo determinata nella ripresa. E' stato il derby dei torinesi, deciso da Marchiso e Giovinco. I due prodotti del vivavio bianconero hanno griffato il tre a zero e hanno dimostrato a tutti che non esiste solo la cantera del Barcellona. Una favola a mio modo di vedere, due ragazzi torinesi che decidono il derby e si prendono il calore dei tifosi della loro città. Sono delle belle pagine di sport, così come lo sarebbe stato un derby deciso da Angelo Ogbonna, anche ieri sera convincente in mezzo alla retroguardia.
Erano settimane che dicevo che, sebbene alla Juventus manchi un vero attaccante, Sebastian Giovinco stava crescendo. La Formica Atomica ha dei limiti sotto porta, nel senso che non sarà mai un attaccante da 25 goal, ma questo lo si sapeva. Rispetto a Vucinic e Quagliarella, però, è sempre pericoloso nell'uno contro uno e sa servire i compagni con deliziosi assist. Ieri sera l'ha dimostrato e l'uscita con standing ovation è stato il giusto premio per il suo impegno. Su Marchisio si potrebbero spendere fiumi di inchiostro invece, ma mi limiterò a dire che da anni è uno dei cinque-sei centrocampisti più forti del mondo. Forse quest'affermazione non torverà tutti d'accordo, ma non penso di dire una bestialità.

Oggi tocca a Napoli, Inter e Fiorentina, per un'altra bella domenica di calcio!

1 dicembre 2012

Garcia Tena Pol - 1995 - Spagna

foto: calcionews24.com
C'era una volta la Spagna, terra di grandi centrocampisti, mezze punte ed attaccanti. Oggi, questo el dorado del football bailado, non esiste più. O meglio, si è evoluto e perfezionato. La penisola iberica è terra di calciatori fantastici, dai portieri alle prime punte. Casillas, Puyol, Piquè, Sergio Ramos, tutti grandi interpreti di una scuola difensiva da far invidia a quella italiana. La Juventus se n'è accorta e ha messo sotto contratto un ragazzo di belle speranze, Pol Garcia.



Garcia Tena Pol nasce a Terrassa, cittadina poco distante da Barcellona, il 18 febbraio 1995. Il difensore catalano cresce nel settore giovanile dell'Espanyol, ma ben presto attira le attenzioni degli scout dei cugini del Barcellona, che privilegiano la formazioni di ragazzi catalani per non allontanarli così giovani da casa. Il ragazzo si trasferisce così nella Masia azulgrana nell'estate del 2010, diventando un punto fermo della difesa blaugrana di categoria. Nel 2010 partecipa con il Barça al torneo "Manchester United Premier Cup 2010", un importante torneo giovanile rivolto alle squadre Under15. Con i pari età della cantera del Barcellona non solo partecipa al torneo, ma lo vince, dimostrandosi uno dei migliori in assoluto. A 16 anni è pronto a firmare con il suo club il suo primo contratto da professionista, ma l'accordo fra il suo entourage ed il presidente Rossel non arriva.
Il ragazzo è troppo attratto dalle numerose richieste di mercato che arrivano ai suoi agenti e che lo portano in uno dei migliori vivai del Bel Paese. E' infatti la Juventus a riuscire a mettere sotto contratto il forte difensore, prospettando al suo agente un futuro radioso con la maglia bianconera. Insieme a Garcia Ten Pol, la Juventus porta a Torino anche il fratello Jesus, difensore classe 1990, il cui talento non ha nulla a che spartire con il secondo genito. Aggregato ai pari età, Garcia Tena Pol viene ben presto "risucchiato" nella squadra Primavera, con la quale debutta a 16 anni. In pochi mesi diventa un punto fisso dell'undici di Baroni, del quale diventa il vero leader questa stagione.
Nelle sette partite di campionato il difensore catalano inizia e finisce ogni match, senza collezionare goal ma nemmeno sanzioni disciplinari. E' un dato da non sottovalutare per uno stopper, che testimonia un grande tempo d'intervento ed una correttezza fuori dal comune. Spesso la militanza all'estero è un handicap per essere presi in considerazione dalle Nazionali giovanili, ma il centrale catalano è un punto fisso dell'Under17 spagnola.

Mancino naturale, Garcia Tena Pol è un difensore di grande prospettiva. Completo e determinato, possiede ottimo senso della posizione ed è piuttosto bravo nelle palle alte. Nonostante sia solo 178 cm, il suo tempo sulla palla lo rende un colpitore di testa decisamente affidabile.
 Rapido e veloce, ha un ottimo anticipo sull'uomo, unito ad una tecnica di base completa che lo rende capace di iniziare l'azione palla al piede. Branescu, giovane portiere della Primavera bianconera, ha il compito di impostare su di lui la ripartenza dell'azione, in modo che i ragazzi non si abituino a lanciare lungo e siano già pronti per il gioco della Prima squadra di Conte.
Nonostante possegga qualità fuori dal comune, Garcia Tena Pol deve migliorare sotto alcuni aspetti. Fisicamente deve irrobustirsi, per "tener botta" con le punte più forti e possenti. Se la personalità è un punto a suo favore, altrettanto non si può dire per la concentrazione lungo i 90 minuti di gioco. Come tutti i difensori spagnoli o sudamericani, anche il ragazzo catalano spesso perde di vista il gioco e si innamora del pallone, ricevendo più di un richiamo da mister Baroni. Sono difetti facilmente migliorabili, ed una volta che saranno superati Conte potrebbe decidere di aggregarlo alla prima squadra, con Bonucci, Chiellini e Barzagli pronti a fargli da chioccia.

La partita delle partite: Juventus-Torino, il derby della Mole



Il derby di Torino non è e non sarà mai una partita come tutte le altre. Lo scrive chiaramente Mario Soldati, ne "Le due città".
"Attraversarono Piazza Vittorio, sterminata nelle ombre della sera. Già parlavano di football. Emilio, naturalmente, era per la Juventus, la squadra dei gentlemen, dei pionieri dell'industria, dei gesuiti, dei benpensanti, di chi aveva fatto il liceo: dei borghesi ricchi. Giraudo, altrettanto naturalmente era per il Toro, la squadra degli operai, degli immigrati dai vicini paesi o dalle province di Cuneo e di Alessandria, di chi aveva fatto le tecniche: dei piccoli-borghesi e dei poveri".
Questa è Torino, una città in cui si mescolano diverse culture, differenti estrazioni sociali e due ideologie calcistiche agli antipodi.
Il derby rappresenta per me la prima vera partita vissuta allo stadio, insieme a mio padre ed al mio migliore amico. Un pomeriggio di Aprile, nel 1995, mettevo per la prima volta piede al Delle Alpi. Si scontravano la Juventus di Lippi e il Torino di Sonetti, destinate l'una allo Scudetto numero ventitre, l'altra ad un più che onorevole undicesimo posto. Fu una partita emozionante, vissuta intensamente dalla curva Maratona. Si, avete capito bene, nella "tana del nemico". Rizzitelli mi annichilì con una doppietta, ma da quel giorno non smisi più di attendere il derby con un'ansia febbrile.
Dire che è una partita a sè sembra una frase fatta, ma vi assicuro che non è così. Sebbene fra le due compagini ci sia stato e ci sia stato un divario notevole in termini di qualità della rosa, nella stracittadina tutto può succedere.
Ho ancora gli incubi per quella rimonta di tre goal nell'autunno del 2001, con Marcelo Salas che scagliò in tribuna il rigore della vittoria a pochi minuti dal termine. Così come i "cugini" granata non hanno mai dimenticato le corna di Maresca nel derby di ritorno, a fissare il risultato su un beffardo due a due.
Questi sono solo gli ultimi esempi di una partita che ha scritto la storia del nostro calcio, a partire dal 1907. I numeri dicono che la Juventus ha vinto 65 volte contro le 49 del Toro e 46 pareggi. Ma, come detto, i numeri contano poco. Cerchiamo di capire come arrivano le due squadre all'evento più importante della città.

Qui Juve: i bianconeri attraversano un periodo difficile in campionato. Quattro punti nelle ultime quattro uscite, con le sconfitte con Inter e Milan. L'entusiasmante successo con il Chelsea ha paradossalmente rilassato gli uomini di Conte, che hanno dimostrato di soffrire tantissimo se vengono pressati alti. Limitando Bonucci e Pirlo viene bloccata la fluida manovra bianconera, che non può avvalersi dell'aiuto dei suoi centravanti. Al di là dei goal (comunque pochi), le punte di Conte stanno in queste ultime apparizioni faticando davvero. Quagliarella e Vucinic cercano giocate rapide e difficili, che il più delle volte non riescono. Il più positivo, a livello di gioco, è stato Giovinco, che ha però il limite di vedere pochissimo la porta.
La difesa è il reparto più solido e concreto, a maggior ragione con il recupero di Chiellini. Sulle fasce Asamoah è apparso spento, mentre Isla sarà con tutta probabilità sostituito dal più propositivo Lichtsteiner. In mediana, infine, Marchisio e Vidal devono recuperare la forma dei tempi migliori, troppo brutti per essere veri con il Milan.
Insomma, la Juventus non si presenta al derby nei migliori dei modi. La vittoria del Napoli a Cagliari, però, potrebbe essere il perfetto detonatore per spingere gli uomini di Conte ad una grande prestazione. Per battere questo Toro servirà ritmo, corsa e tanta grinta.

Qui Toro: i granata sono reduci da un buon inizio di stagione. 15 punti, +4 sulla zona retrocessione e prestazioni convincenti. Non è ancora il Toro che i tifosi vorrebbero e ricordano, ma rispetto alle ultime sbiadite stagioni di A è tutta un'altra musica. Ventura ha dato gioco e solidità alla squadra, che ha in Cerci il suo diamante. L'ex Fiorentina può essere una spina nel fianco per le fasce della Signora, messe in grossa difficoltà anche a San Siro.
La difesa è solida come nei tempi migliori, splendidamente guidata dal duo Ogbonna-Gillet. Il centrale italiano, nel mirino di mercato anche dei bianconeri, avrà il compito di chiudere gli estrosi avanti juventini. Gillet è una sicurezza, in grado di togliere le castagne dal fuoco.
Nelle ipotesi più logiche il centrocampo di Ventura sarà di rottura, improntato a chiudere le manovre di Pirlo e Marchisio. Gazzi e Basha saranno chiamati agli straordinari, ma hanno ampiamente dimostrato la loro affidabilità.
Il mister granata ha dimostrato in più occasioni di prediligere una partita giocata ad una di rottura. In tal senso mi aspetto un derby divertente, in cui entrambe le squadre si batteranno per la vittoria. Non credo che il Toro aspetti la Juventus, non è nel dna del vero Torino.

Juventus-Torino, ore 20:45 allo Juventus Stadium: il derby della Mole è servito.

30 novembre 2012

Il punto sulla Serie A: aspettando la 15esima giornata



La quindicesima giornata è alle porte, cerchiamo di capire come ci arrivano le squadre di A.

Catania-Milan: i rossoazzurri sono chiamati al riscatto dopo la brutta sconfitta con il Palermo; i rossoneri devono invece confermarsi dopo il prezioso successo con la capolista Juve. Al Massimino di Catania va in scena una partita dai mille risvolti. Per il Milan sarà un banco di prova importante, vincere a Catania è difficilissimo. Gomez e Barrientos potrebbero essere spine nel fianco per la difesa dei rossoneri, così come El Shaarawy potrebbe fare impazzire Legrottaglie e Spolli. Se le due squadre giocheranno a viso aperto aspettiamoci una bella partita, veloce ed intensa.

Juventus-Torino: nel derby della Mole può succedere di tutto. I bianconeri, alla prima stracittadina casalinga, devono riscattare l'ultima brutta prestazione a San Siro. Non possono perder punti e sono obbligati al successo. Il Toro arriva alla partitissima con i cugini in un buon periodo di forma. Il pari con la Fiorentina ed una classifica tranquilla danno a Ventura la possibilità di giocare senza l'assillo del risultato. Allo Juventus Stadium si prevede una partita ricca di adrenalina, speriamo lo sia anche di spettacolo.

Napoli-Pescara: a meno di clamorosi ribaltoni, i campani non avranno difficoltà. Il Pescara è alla ricerca di una sua identità e per Bergodi trovare in sequenza Roma e Napoli non è stato certamente un avvio semplice. Col rientro di Cavani non dovrebbero esserci dubbi, gli uomini di Mazzarri hanno un turno semplice  per fare bottino pieno.

Bologna-Atalanta: reduci da due sconfitte, le squadre daranno vita ad un bel match. Entrambe praticano un calcio offensivo e di qualità, con Gilardino e Denis in pole position per timbrare il cartellino. Occhio a Diamanti e Moralez, due folletti in grado di giocate risolutive in ogni momento.

Genoa-Chievo: scontro salvezza di fondamentale importanza. Appaiate a 12 punti, Genoa e Chievo hanno un disperato bisogno di fare punti pesanti. I rossoblu, reduci dal bel successo di Bergamo, partono favoriti. Senza Borriello non sarà però semplice aver la meglio di un Chievo sempre molto ordinato. Ai clivensi, fino ad ora, è mancato molto Sergio Pellissier. Se si sbloccasse l'ariete valdostano vedremmo di certo una bella partita.

Inter-Palermo: se i nerazzurri non vogliono perdere il treno scudetto non possono sbagliare. Orfani di Cassano, appiedato ancora per un turno, Stramaccioni spera che Palacio e Milito gli regalino tre punti fondamentali. Gasperini, come d'abitudine, andrà a giocarsela. La squalifica di Miccoli rende però difficilissima una trasferta che l'anno scorso vide il capitano rosanero realizzare una favolosa tripletta.

Lazio-Parma: sarà una bella partita, con due squadre propositive e divertenti. Hernanes-Klose potranno mettere in seria difficoltà la difesa del Parma, che ha però ben figurato contro l'Inter. Amauri cerca il gol che manca da qualche partita, e con un Biabiany in formissima alle sue spalle è lecito sognare.

Siena-Roma: Cosmi sfida la squadra che non ha mai nascosto di amare. I bianconeri, bravi a rimontare da -6, hanno ora il compito di non vanificare tutto il lavoro fatto. Zeman dovrà stare attento, il Siena ha dimostrato in più di un'occasione di saper far male ed essere molto organizzato in fase difensiva. L'assenza di Lamela potrebbe pesare non poco, ma Destro avrà la classica occasione dell'ex per farsi rimpiangere.

Udinese-Cagliari: partita di difficile lettura. Gli uomini di Guidolin hanno bisogno di fare punti, ma anche il Cagliari arriva dalla sconfitta con il Napoli. Difficilmente sarà un match spettacolare, potrebbe essere risolto dalla giocata di un singolo. Di Natale è l'uomo più indicato per questo tipo di situazioni, ma Marco Sau ha dimostrato di avere un particolare feeling con la porta avversaria lontano dalla Sardegna.

Fiorentina-Sampdoria: i viola sono favoriti, per gioco e classifica. Gli uomini di Montella avranno il vantaggio di sapere i risultati delle altre, potendo sognare dei sorpassi in vetta. Ferrara ha recuperato la sua Samp, trovando in Icardi un terminale offensivo di qualità. Meno centravanti di Maxi Lopez, il giovane argentino è mobile e gioca per la squadra. La sfida col suo connazionale Roncaglia promette fuoco e fiamme.

Montolivo-El Shaarawy, svolta rossonera


Il Milan è atteso questa sera ad un banco di prova importante. Con il Catania, al Massimino, non sarà semplice. A Milano lo sanno tutti, ad iniziare dal presidente Berlusconi, ieri in visita alla squadra. Il presidente del Diavolo ha capito che la sua vicinanza può fare la differenza ed ha deciso di farla sentire con forza e vigore. I rossoneri hanno bisogno di una guida, in campo e fuori. Se a bordo campo Galliani e Berlusconi rappresentano la continuità con le vittorie del passato, sul prato di gioco non si può affermare lo stesso. I leader del grande Milan sono ora su altri lidi e serve riconoscere nuovi condottieri. La società ha fatto le sue scelte, puntando su un ragazzo d'esperienza ed un giovane in rampa di lancio. Parlo ovviamente di Riccardo Montolivo e Stephan El Shaarawy.
Montolivo, arrivato a Milano a costo zero, ha fatto la più rapida scalata della storia alla fascia di capitano del Milan. Non ricordo un ragazzo che in sole 14-15 partite si sia guadagnato sul campo il diritto e l'onore di indossare la fascia di capitano. Applausi al suo temperamento e alla sua determinazione, assolutamente diversi da quelli mostrati a Firenze e in Nazionale. Le potenzialità di Montolivo sono immense, e lo sono fin dai tempi delle giovanili dell'Atalanta. Eppure il ragazzo ha sempre sofferto, a mio modo di vedere, di carenza di personalità. Con il passaggio al Milan questo difetto sembra sparito, ed il centrocampista è ora pronto ad essere un vero leader.
Stephan El Shaarawy è il futuro. Talento cristallino, il Faraone è destinato a fare grandi cose, per i rossoneri e per la Nazionale. Ormai, anche in azzurro, è una certezza. Di lui ha parlato ieri sera Prandelli, che ha speso parole importantissime per un classe 1992: "E’ semplicemente se stesso, è un attaccante moderno. E’ proprio questa sua modernità che mi impedisce di paragonarlo ad altri attaccanti. Le punte del passato erano prettamente offensiva, mica tornavano in difesa. Ha una grande qualità nella corsa nel senso che, dopo essere scattato, riesca a mantenere una velocità costante. Stephan è un generoso ed è entrato nel cuore dei tifosi proprio per la sua generosità".
A Catania non sarà facile per il Milan, ma l'unico modo per raggiungere il successo è affidarsi a questi due.

29 novembre 2012

La Juventus rompe gli indugi: Robert Lewandowski


La notizia è di quelle che fanno venire la tremarella. Juventus-Lewandowski, potrebbe essere la soluzione ad ogni mal di goal per la Vecchia Signora.
Robert Lewandowski, bomber polacco del Borussia Dortmund, ha il contratto in scadenza a giugno 2014. Il centravanti, attratto da Serie A e Premier League, ha rifiutato le offerte di rinnovo proposte dalla società tedesca. Il direttore sportivo dei gialloneri ha scosso il mondo del mercato, dichiarando: "Sì, la Juventus ha fatto un'offerta per Lewandowski".
E' presto per dire se l'affare andrà in porto e di certo non sarà un'operazione in vista di gennaio, ma i bianconeri hanno preso atto che a Conte manca un vero finalizzatore. L'attuale parco giocatori è buono, ma manca quel killer d'area di rigore in grado di risolvere i match più complicati. Non solo, i bianconeri non hanno nemmeno un giocatore che sappia "fare reparto" da solo. Lewandowski racchiude in sè entrambe le caratteristiche.

Classe 1988, il giovane Robert nasce a Varsavia. 184 cm per 78 kg di peso, cresce calcisticamente nei club della sua città. Prima il Delta Varsavia, dunque il più conosciuto Legia. Qui la fiducia è scarsa ed il possente centravanti decide di andare a giocare in terza serie, allo Znicz Pruszków. Due anni, conditi da 36 reti, ed il Legia Varsavia può iniziare a mangiarsi le mani. I rivali del Lech Poznan lo chiamano nella massima serie polacca, dove militerà dal 2008 al 2010. Lewandowski è l'anima del Lech, che porterà a vincere il campionato polacco diventando capocannoniere con 18 reti. Goal, assist e prestazioni di altissimo livello sembrano passare inosservati ai grandi club europei, più propensi a puntare sui giovani sudamericani. Il Borussia Dortmund, però, non si fa sfuggire l'occasione e con 4 milioni di euro lo porta in Germania. Nel giro di qualche partita Lewandowski diventa fondamentale per i tedeschi, con Klopp che lo trasforma nel perfetto terminale offensivo della sua manovra. Con alle spalle giocatori di gran classe, Robert ha il compito di fare reparto e finalizzare l'azione. Da Lucas Barrios, centravanti paraguaiano con uno straordinario fiuto del goal, impara ad esser cinico sotto porta. Progressivamente Klopp accantona il sudamericano in favore di Lewandowski, che diventa titolare inamovibile del Dortmund. Otto goal, tre assist e scudetto il primo anno; 22 reti, 10 assist e ancora Meisterschale il secondo anno. L'ariete di Varsavia non deve più dimostrare nulla, è un attaccante di straordinario valore e sbalorditiva regolarità. Chiedetelo a Real Madrid ed Ajax, trafitte dalla potenza e dalla classe di Lewandowski. Juventus e Manchester United sono sulle sue tracce da quest'estate. Ferguson e Conte sono stati stregati da un ragazzo di 24 anni che riesce ad unire forza fisica e classe, potenza ed eleganza, cinismo e freddezza. Proprio i bianconeri sono i più determinati a concludere l'acquisto, in fondo i Red Devils hanno Rooney, Hernandez, Van Persie e Welbeck. I ben informati dicono che Lewandowski ha un debole per lo United, sarà questo lo scoglio più duro da superare per Marotta e Paratici.
 Da un paio d'anni a questa parte, a Torino la parola più gennotata è "top player". Non amo questa definizione, perchè non credo che i grandi giocatori abbiano bisogno di un etichetta. Lo devono dimostrare sul campo, con goal e prestazioni. Tuttavia è innegabile che acquistare Lewandowski significherebbe fare un salto di qualità notevole, una bella differenza rispetto al mancato approdo di Berbatov ed il discutibile ingaggio (in prestito) di Bendtner. Altro e non ultimo punto a favore, l'impianto di gioco di Klopp. Borussia Dortmund e Juventus hanno un calcio non troppo diverso, con i tedeschi che a mio modo di vedere sono un gradino sopra i bianconeri come qualità. Ma se Lewandowski si trova bene con Klopp, non vedo perchè non potrebbe stringere un'intesa altrettanto forte con Antonio Conte.
 Tifosi della Juventus o meno, portare il centravanti polacco in Serie A sarebbe un colpo di mercato formidabile, che aiuterebbe il nostro calcio a recuperare punti. Son lontani i tempi in cui da Barcellona, Madrid, Monaco di Baviera e Buenos Aires facevano la fila per giocare a Torino o Milano, e per certi versi non se ne sente la mancanza. Ma quando siamo di fronte ad un talento, che può riempire da solo gli stadi, sarebbe un delitto farselo soffiare da uno sceicco o un magnate del gas.

Italia-Brasile 1982 e la follia di Zico


Dichiarazioni del genere, da un grande campione com Zico, non me le sarei mai aspettate. Il brasiliano, a margine di una conferenza stampa, ha parlato a lungo della storica sfida fra Italia e Brasile del Mundial '82. Una partita che in Italia tutti ricordano, persino io che ho avuto l'onore e la fortuna di vederne la replica. Uno Zoff monumentale, una difesa rocciosa come nei tempi migliori ed un Paolo Rossi devastante. Di contro l'armata brasiliana che si liquefaceva sotto i colpi del contropiede azzurro, magistralmente orchestrato da Conti e Tardelli. Tutto bello, esaltante, emozionante. Evidentemente non per l'ex numero dieci verdeoro, che ha parlato della grande sfida in questi termini: "Il Brasile aveva una squadra fantastica, riconosciuta in tutto il mondo, e ovunque andiamo la gente ricorda quel team del 1982. Se avessimo vinto quella partita - prosegue - il calcio probabilmente sarebbe stato differente. Invece, dopo di allora cominciammo a mettere le basi per un calcio nel quale bisogna conseguire il risultato a qualsiasi costo, un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico".
 Primo errore. L'Italia di Bearzot giocava bene, e non ricorreva ai falli tattici. E' vero che Gentile era un marcatore dalle maniere forti, ma era anche un campione corretto e leale. Il nostro centrocampo era composto da gente con i piedi buoni ed una visione di gioco incredibile, che nulla avevano da invidiare ai sudamericani. Certo, Gentile era uno stopper ruvido, come può confermare Maradona, ma da qui a parlare di falli sistematici c'è una gran differenza. Zico continua con le sue "bestialità": "Quella sconfitta non fu positiva per il mondo del calcio. Se quel giorno avessimo segnato cinque reti, l'Italia ne avrebbe segnate sei, perché trovavano sempre il modo di capitalizzare i nostri errori". Da quando sfruttare le lacune e le disattenzioni avversarie sarebbe un errore? Non mi pare che nessuno abbia gridato allo scandalo quando Wiltord trafisse a pochi secondi dalla fine Toldo, nella finale di Euro2000. Eppure il goal nacque da una palla persa dalla difesa azzurra. Non ricordo nemmeno particolari polemiche dopo la vittoria della Spagna nel Mondiale 2010, quando le furie rosse sfruttarono i due clamorosi errori di Robben sotto porta. Questo è il calcio signori, un gioco bellissimo e spietato. Una delle più grandi regole del calcio è "goal sbagliato, goal subito", non possiamo farci nulla. L'Italia del 1982 probabilmente meritava di uscire nel girone di qualificazione, quando passò il turno per miracolo. Ma dal secondo girone in avanti ha dato lezioni di calcio a tutti. Tardelli e Cabrini annichilirono l'Argentina di Maradona, capace di accorciare le distanze con Passarella a pochi minuti dalla fine. L'esultanza del difensore argentino dopo il goal fu emblematica. Tornò a centrocampo con la testa bassa e lo sguardo a terra, consapevole che l'Italia stava strameritando quel successo, frutto di un calcio rapido ed efficace. Ancor più bella la vittoria con il Brasile, un successo di carattere. Due volte in vantaggio e due volte ripresi dai verdeoro, gli azzurri hanno la forza di giocare sempre con lucidità e freddezza. Paolo Rossi, fino a quel momento un fantasma, trovò una giornata irripetibile, tanto da far uscire dal campo i difensori brasiliani con il mal di testa. E Zico? Certamente era una delle star di quel Brasile, ma nessuno si ricorda di lui in quel match. Tutti ricordano Socrates, Falcao e Toninho Cerezo, Zico fu arginato con una certa disinvoltura da Scirea ed Oriali. Infine le nette affermazioni su Polonia e Germania, incapaci di tener testa ad un'Italia inarrestabile. E' un peccato che un grande ex giocatore come Zico dica cose del genere. Specialmente dopo aver trascorso in Italia gran parte della sua carriera. Dimostra poca intelligenza e lungimiranza. Quel Brasile ha perso ed ha meritato la sconfitta. Se i verdeoro smettessero di considerarsi la nazione più forte e tecnica del mondo, forse allora tornerebbero a vincere un Mondiale. "Ragazzi" dell'82, a voi tutti gli italiani potranno sempre e solo dire grazie, applaudirvi e ricordarvi per uno dei momenti più belli della nostra storia sportiva.

28 novembre 2012

Il nuovo Zambrotta: Mattia De Sciglio

foto acmilan.com
Nome: Mattia
Cognome: De Sciglio
Data di nascita: 20 ottobre 1992
Luogo di nascita: Milano
Squadra di appartenenza: Milan
Altezza: 183cm
Peso: 74kg
Piede preferito: destro




Paese di poeti, santi e navigatori. L'Italia è conosciuta nel mondo in questo modo, ma manca un attributo fondamentale: paese di difensori.
Se è vero che in Sudamerica estro ed imprevedibilità sono il marchio di fabbrica di ogni ragazzino, l'Italia ha un posto di rilevanza nella storia del calcio per la sua scuola difensiva. Cannavaro, Maldini, Gentile, Baresi, Scirea, Zambrotta, Cabrini, Bergomi. Sono solo alcuni prodotti di una scuola eccellente. Negli ultimi anni la Nazionale ha avuto difficoltà a schierare difensori di livello mondiale, ma le cose stanno per cambiare. La nuova leva sembra decisamente promettente: Santon, Crescenzi, Camporese, Capuano, Masi e De Sciglio dovrebbero garantire al nostro calcio un ricambio generazionale di indubbio valore.
Oggi ci occupiamo di uno dei ragazzi più interessanti in assoluto, Mattia De Sciglio.
Il giovane terzino nasce a Milano il 20 ottobre 1992 e si approccia in modo inusuale al mondo del calcio. Laddove i suoi coetanei frequentano la scuola calcio, il giovane Mattia inizia a giocare nella squadra della chiesa. L'oratorio Santa Chiara e San Francesco di Pontesesto. Gioca con i compagni per qualche anno, fino a quando viene notato da una piccola società della periferia milanese. Nel 2001 si approccia per la prima volta con una vera squadra di calcio, il Cimiano. A 9 anni disputa il primo campionato "Pulcini" e si mette in mostra. Il Cimiano è una società satellite del Milan, che a fine anno decide di dare un'occasione al bimbo di Rozzano. A 10 anni inizia la sua avventura nelle giovanili del "Diavolo", con le quali farà tutta la trafila. Le sue doti di corsa e forza di volontà spingono gli allenatori rossoneri a schierarlo in campo con i difensori. De Sciglio ha una capacità aerobica fuori dal comune e piedi troppo raffinati per giocare come centrale, ecco perchè viene stabilmente impiegato come terzino. In sette anni brucia le tappe e diventa un titolare fisso in tutte le categorie giovanili rossonere, dagli Esordienti agli Allievi Nazionali.
Nel 2009 la sua carriera vive il primo momento di svolta. Il Milan decide di promuoverlo nella formazione Primavera, agli ordini dell'attuale allenatore del Pescara: Giovanni Stroppa. Quella rossonera non è una Primavera qualsiasi. De Sciglio ha l'opportunità di allenarsi con giovani di interesse nazionale: Ely, Zigoni, Calvano e Merkel. Il gruppo è ben amalgamato e lavora con dedizione, portando a Milanello la Coppa Italia di categoria. De Sciglio è uno degli indiscussi leader della retroguardia, destando l'interesse di mister Allegri. Il tecnico livornese aggrega spesso e volentieri De Sciglio alla prima squadra, garantedo al giovane di allenarsi con alcuni dei più grandi interpreti del ruolo: Gianluca Zambrotta, Massimo Oddo, Marek Jankulovski ed i giovani Ignazio Abate e Luca Antonini.
Allenarsi con la prima squadra aiuta i giovani a carpire i segreti dei grandi campioni. De Sciglio, ragazzo sveglio e volenteroso, è molto attento e osserva con attenzione i movimenti dei compagni più esperti. Assorbe e vive ogni istante a Milanello come un importante momento di crescita.
Il contatto con il calcio dei grandi lo sprona. Il giovane terzino diventa il miglior interprete del suo ruolo a livello nazionale, tanto da diventare un punto fisso dell'Under19 e, successivamente, dell'Under20 di Gigi Di Biagio.
Allegri guarda con attenzione i suoi progressi e nell'estate 2011 lo convoca per il ritiro estivo.
L'esordio con i campioni d'Italia avviene sotto i riflettori che più contano. Il 28 settembre 2011, De Sciglio debutta in Champions League contro il Viktoria Plzen sul prato di San Siro.
In un Milan che si gioca scudetto e Champions non c'è molto spazio per un ragazzo poco più che maggiorenne, ma De Sciglio attende pazientemente il suo turno. Intanto si allena a Milanello con dedizione e sfrutta le poche occasioni che gli vengono concesse. A fine anno metterà in bacheca 3 apparizioni in campionato e due in Champions League, ma soprattutto la conferma per la nuova stagione.
Le partenze di Ibrahimovic e Thiago Silva varano nuove prospettive per i rossoneri. Fra queste vi è ovviamente la possibilità di giocare con maggior regolarità, indossando fra l'altro la maglia numero 2. Al Milan non è un numero qualsiasi, perchè indossato da Mauro Tassoti (vice di Allegri) e da uno dei più forti terzini della storia del calcio: Marcos Evangelista de Moraes "Cafu".
Complici le difficoltà fisiche dei titolari Abate ed Antonini, il giovane difensore ha fino ad ora trovato parecchio spazio, fornendo prestazioni sempre al di sopra della sufficienza. Anche Devis Mangia, tecnico dell'Under21, se ne accorge. De Sciglio diventa pertanto un punto fermo degli azzurrini, con i quali andrà a giocarsi gli Europei di categoria.

Mattia De Sciglio, 183cm per 74kg di peso, è un ragazzo con la testa sulle spalle. Destro naturale è un terzino in grado di giocare sia a destra che a sinistra. Dotato di una buona tecnica di base ed un piede interessante, il giovane terzino è il classico tornante difensivo abile nei cross dal fondo. Come Zambrotta è in grado di percorrere senza sosta il terreno di gioco, garantendo copertura difensiva ed un prezioso apporto offensivo. La corsa è sempre stata una delle sue armi, anche grazie alle lunghe leve ed un fisico asciutto. La sua fortuna è stata non irrobustirsi troppo muscolarmente, mantenendo elasticità e rapidità nei cambi di direzione. Difficile da buttare a terra, ha nel colpo di testa un fondamentale da migliorare per arrivare ad essere un difensore completo. A livello tattico è intelligente; attento sull'uomo e smaliziato nel mandare in fuorigioco gli avversari.
Da sempre tifosissimo del Milan, ha in Paolo Maldini il suo modello di difensore ideale. A margine dell'amichevole con lo Schalke04, aveva dichiarato in estate ai microfoni dei cronisti: "Devo ancora imparare tanto per vestire questa maglia, ma mi giocherò il posto cercando di dare il massimo. Il mio idolo è sempre stato Maldini, ma è stato Nesta a lasciarmi di più e a darmi preziosi consigli quando ha lasciato il Milan a maggio. Mi fece l’in bocca al lupo, sono cose che conservo tra i ricordi più importanti".
Come detto in precedenza, De Sciglio è un destro naturale, ma non disdegna giocare anche sulla fascia opposta. Come Santon, suo compagno nell'Under, anche il rossonero ama spingere e rientrare sul piede preferito, per cercare l'appoggio ad un compagno o la conclusione in porta.
Tecnicamente e tatticamente preparato, De Sciglio lavora quotidianamente per migliorarsi. Una delle sue maggiori qualità è l'umiltà. Consapevole di essere giovane e dotato di qualità fuori dal comune, il difensore si applica allenamento dopo allenamento. Chi lo vede a Milanello parla di un ragazzo posato e tranquillo, che pensa solo ad impegnarsi e migliorare. E' forse questo uno dei pregi maggiori per un giovane calciatore. L'umiltà e la forza di volontà non possono che accelerare il processo di crescita. L'ambiente Milan ha totale fiducia in lui e le occasioni per mettersi in mostra non mancheranno. Le doti le ha tutte, ora spetta a lui dimostrare chi è.




Squadre leggendarie: il Borussia Dortmund di Klopp



Nella storia recente del nostro continente, un posto di rilevanza va dalla alla regione tedesca della Ruhr. Situata nella Germania nord-occidentale, non è solo un grande bacino idrico, ma è stata soprattutto la regione demilitarizzata alla fine del primo conflitto mondiale. A cavallo fra il 1921 e il 1923, infatti, le truppe francesi invasero la zona della Renania settentrionale e ne fecero una zona "cuscinetto".
La Ruhr non è però solo un luogo storico e la sede dei più imponenti giacimenti minerari tedeschi. E' anche e soprattutto la "casa" di due delle più grandi squadre teutoniche: lo Schalke04 ed il Borussia Dortmund.
Oggi voglio parlare proprio dei giallo-neri di Dortmund, tornati da un paio di stagioni ai grandi livelli di fine anni '90.
Fondato nel 1909, il BVB, deriva il suo nome da un interessante aneddoto. E' infatti stata una perfetta fusione fra il nome della città, Dortmund appunto, e il termine Borussia. In latino era la denominazione della Prussia, da queste parti più semplicemente una celebre fabbrica di birra. Balzato agli onori delle cronache alla fine del XX secolo, ha vissuto negli ultimi dieci anni un periodo di difficoltà. A risollevare l'onore del club ci ha pensato uno degli allenatori più interessanti del panorama calcistico mondiale:  Jürgen Klopp. Ex difensore del Magonza, Klopp si è seduto sulla panchina del Borussia Dortmund nel 2008. Il primo lavoro del tecnico è stato quello di ringiovanire la rosa a propria disposizione. Attorno allo storico capitano Sebastian Kehl, ha costruito un "esercito" di giovani fortissimi. Dal vivaio del club ha promosso Mario Gotze ('92), Marcel Schmelzer ('88), Kevin Großkreutz ('88) e İlkay Gündoğan ('90); a pochi euro ha invece portato in giallo-nero alcuni dei più interessanti giovani: Neven Subotic ('88), Robert Lewandowski ('88), Marco Reus ('89), Mats Hummels ('88), e Sven Bender ('89). Alla faccia della poca esperienza.
Il gruppo ha iniziato a seguire alla lettera le istruzioni di Klopp, che ha plasmato una squadra bella ed efficace. La compagine tedesca da vita ad un calcio totale, basato su di un modulo tattico ben definito: 4-2-3-1.
Gli esterni sono il fulcro del gioco di Klopp, tanto in offesa quanto in difesa. La loro velocità ed imprevedibilità permette da un lato di aprire qualsiasi difesa, dall'altro di chiudersi rapidamente. Ne sa qualcosa il Real Madrid di Mourinho, schiantato al Westfalenstadion ed inchiodato su un fortunoso 2a2 (per gli spagnoli) al Bernabeu.
Il portiere, Weidenfeller, sebbene non sia un fuoriclasse del ruolo sa comandare la difesa. I compagni hanno totale fiducia in lui, così come il tecnico. La coppia di difensori centrali è un perfetto misto di potenza e tecnica. Subotic è insuperabile sulle palle aeree, Hummels ha tempismo e piedi dolcissimi per essere uno stopper. Sulle fasce Schmelzer e Piszczek sono due mastini, chiedete ad Angel Di Maria e Cristiano Ronaldo, in difficoltà per tutti i 180 minuti contro i tedeschi.
Davanti alla difesa due molossi, Kehl e Bender. Sono loro a dare equilibrio alla squadra e, allo stesso tempo, i primi a far partire l'azione. Hanno due polmoni infiniti, grande grinta, ma anche visione di gioco e lungimiranza tattica. Klopp chiede ai due di essere una diga difensiva, ma anche di far partire l'azione. La palla passa sempre dai loro piedi, in ogni azione. La tranquillità con cui giocano i due mediani è direttamente proporzionale alla qualità dei quattro uomini che hanno il compito di offendere.
A destra gioca Marco Reuss, squisito mix di corsa e tecnica. Il giovane tedesco è uno dei "ragazzini terribili" di Klopp. Ha pedi sopraffini, intelligenza tattica ed uno spietato senso del goal. Non è solo un trequartista bravo con i piedi, sa inserirsi come pochi al mondo. Otto reti in 18 partite sono, quest'anno, il biglietto da visita con cui si è presentato a Dortmund.
Sulla trequarti, ma in posizione centrale, gioca un altro gioiello: Mario Gotze. Classe 1992, il prodotto del settore giovanile giallo-nero è destinato a diventare un campione. Ha tutto: piedi, corsa, visione di gioco, senso del goal ed altruismo. E' in grado di accendere la luce in un lampo, di cambiare la partita con una sola giocata. Pagherei di tasca mia per vederlo giocare in Serie A, perchè è un calciatore fantastico.
A sinistra Kevin Großkreutz, il meno noto dei tre. Il ragazzone di Dortmund non è solo potente e decisivo, ma anche generoso ed imprevedibile. E' bravissimo a sfondare le difese con la sua progressione ed è preziosissimo nel gioco aereo. Con i suoi 186 cm risulta decisivo sui calci da fermo.
In avanti giostra, come unica punta, Robert Lewandowski. Come spesso capita, anche in questo caso la gloria e la notorietà maggiore se la prende proprio il bomber polacco. Non è immeritata, anzi. Il numero nove è fondamentale nel gioco di Klopp, fa reparto ed è uno spietato terminale offensivo. Col tempo si sta smaliziando sottoporta, migliorandosi di partita in partita. Son lontani i tempi in cui faceva tutto bene e poi sbagliava la conclusione, oggi Lewandowski è letale. Quattro goal in cinque  partite nel girone di Champions League sono uno score di tutto rispetto. Non è un caso se Juventus e United sono sulle sue tracce, ma il Borussia è una bottega molto cara.
Difficile trovare in Europa una squadra che esprima un calcio più bello. Non so fino a che punto la squadra di Klopp potrà arrivare, ma la favola è destinata a continuare. Con questa dedizione al lavoro e quest'impegno, bissare il successo in Champions League non è poi un'utopia.

27 novembre 2012

Gli Hooligans sbarcano a Roma, e sono nostrani


Tutto il mondo è paese, ma forse no. Un gruppo di tifosi del Tottenham, la scorsa settimana, è stato aggredito in un locale di Roma. Motivo dell'aggressione, la partita fra la Lazio e i londinesi? No. Il gruppo è stato aggredito e selvaggiamente picchiato per le loro origine ebraiche. A Roma e Verona siamo abituati a vedere tifoserie che insultano "i diversi". Neri o ebrei non fa differenza, il diverso fa paura e genera ignoranza. L'ignoranza, purtroppo, a volte degenera in violenza.
Se andate a chiedere ai presidenti di Roma e Lazio vi diranno che non sono i tifosi organizzati a fare questi raid, ma non vedo come questo possa migliorare le cose. I responsabili del feroce attacco, se mai si troveranno, subiranno il giudizio della giustizia penale ed un daspo di qualche anno. Un daspo? E perchè mai persone del genere dovrebbero godere del diritto di vedere una partita? Evidentemente si vuole dare all'Italia intera ed al mondo l'immagine che sia il calcio il problema, quando in realtà ci sono motivazioni ben più profonde. La società, la famiglia, la cultura. Ma no, è più comodo che il problema sia il calcio, viviamo pure con i paraocchi e tutto andrà bene. Quanto amo questo paese..
Domenica, a Londra, è andato in scena uno dei tanti derby cittadini. A White Hart Lane era ospite il West Ham, la cui tifoseria è stata oggetto di più di un dibattito. Gli "Hammers" vantano  infatti la frangia di hooligans più feroce e violenta d'Inghilterra, la GSI. Bel primato davvero.
Subito prima del match s'intonano inquietanti cori contro la tifoseria del Tottenham: "Forza Lazio", "Possiamo accoltellarvi tutte le settimane" e dulcis in fundo un inno ad Adolf Hitler "perché venga a prendervi". E cosa fa il presidente del West Ham? Dice forse che, non trattandosi della tifoseria organizzata può dormire sonni tranquilli? Fortunatamente no. Questo l'estratto del comunicato apparso sul sito ufficiale del club: "Il West Ham prendera' le iniziative piu' severe, compresa la squalifica a vita dal club, contro quei tifosi che saranno giudicati colpevoli di un comportamento intollerabile". Detto fatto, non appena la polizia ha arrestato uno dei responsabili è scattata la squalifica a vita. Non è stata la polizia o la FA a prendere questo provvedimento, è stato il club. Per quale ragioni le nostre società non si tutelano con azioni di questo tipo? Farebbero più bella figura e, forse una volta per tutte, spazzerebbero via l'idea che ci sia una certa connivenza fra vertici societari e tifoserie.
Il calcio sta vivendo, in questi ultimi anni, una nuova ondata di razzismo e nazismo, inutile nasconderlo. Ciò che trovo allucinante, da italiano, è prendere lezioni di etica e morale dagli inglesi. Nulla contro di loro, ma parliamo di un popolo che ha per secoli sfruttato le colonie, schiavizzato le popolazioni più deboli e imposto un pesante giogo ai popoli sottomessi. Eppure sono diventati più velocemente e facilmente di noi una nazione multietnica, dove la forza lavoro extracomunitaria è considerata una risorsa preziosa. L'Italia è troppo indietro come paese ed il calcio ne è lo specchio perfetto. Gli stranieri fanno comodo, ma non sono regolarizzati se non quando sono indispensabili. Quanti calciatori con avi di dubbia provenienza ricevono la cittadinanza? Pressochè tutti. Viceversa i muratori, gli operai e i carpentieri devono attendere anni.
In un paese così non mi stupisco che la domenica ci troviamo ciclicamente di fronte agli stessi problemi, non c'è la volontà di crescere e risolverli. Spero solo che i club se ne rendano conto e inizino a fare come il presidente del West Ham. 

Il punto sulla Serie A: i posticipi


Ieri sera sono andate in scena due partite tutt'altro che esaltanti. Cagliari-Napoli e Parma-Inter hanno regalato spunti di discussione interessante, ma non troppe emozioni.

Cagliari-Napoli: partita poco spettacolare, come ci si aspettavano un pò tutti. Le due compagini sono molto ben messe in campo e lasciano pochi spazi. Le occasioni da goal non sono fioccate numerose e non si ricordano particolari interventi dei portieri. Nel primo tempo meglio i rossoblu, che meriterebbero un calcio di rigore per fallo su Conti. L'arbitro non lo assegna e scatena le solite polemiche, con Pulga che a fine gara dichiarerà che "le immagini le possono valutare  tutti".
Meglio il Napoli nella ripresa, con Insigne ispirato e Hamsik trascinatore. Lo slovacco, sempre lui, approfitta di una palla vagante in area per avventarsi e piazzare un preciso interno destro alle spalle di Agazzi.
Al di là del match i tre punti sono pesantissimi e portano il Napoli a -2 dalla Juventus. Lo scudetto non è un'utopia, soprattutto perchè dalla prossima sfida rientreranno Cavani e Pandev.

Parma-Inter: ottima prova dei gialloblu, pessima quella dei nerazzurri. Il match non è spettacolare, ma vive di fiammate. Sono sempre targate Parma, con un Biabiany spiritato, ed il duo Sansone-Marchionni in serata di grazia. Handanovic salva su Samuel ed il primo tempo va in archivio. La ripresa si apre con il solito Biabiany che fa impazzire Juan Jesus, mai così in difficoltà fino ad ora. Quando tutto sembra preludere ad un pari ecco l'accelerazione inaspettata. Sansone parte da metà campo, sfrutta un intervento molle di Guarin e con un secco collo destro batte Handanovic. L'Inter prova a reagire, ma una sponda per Milito porta all'unica vera occasione. Coutinho scarica il destro da fuori, ma Mirante è attento e respinge.
Inter, come detto, veramente brutta. Mancava la luce che, di solito, è accesa da Cassano. Incomprensibile, a mio modo di vedere, insistere su Alvarez in quel ruolo. Coutinho ha quattro anni in meno e una spanna di talento in più.

Lazio-Udinese: si gioca stasera all'Olimpico. Nei biancocelesti dubbi Hernanes, sul quale alla vigilia si è espresso Petkovic: "Hernanes andrà in campo solo se al 100%"
Ecco le probabili formazioni:

LAZIO (4-1-4-1): Marchetti; Konko, Biava, Ciani, Lulic; Ledesma; Candreva, Gonzalez, Hernanes, Mauri; Klose. All.: Petkovic.
 UDINESE (3-5-1-1): Brkic; Coda, Danilo, Domizzi; Faraoni, Pereyra, Allan, Badu, Pasquale; Maicosuel; Di Natale. All.: Guidolin. ARBITRO: Calvarese di Teramo.

Milan, Inter e Juventus: addio al "Flaco" Pastore


Javier Matias Pastore, a mio avviso uno dei più cristallini talenti del calcio mondiale, non tornerà in Serie A. Nelle passate settimane si erano sprecati tanti rumors, che volevano le big italiane sulle sue tracce.
Il suo agente, dalle colonne di Tuttomercatoweb, ha smentito ogni possibilità: "Al Paris Saint-Germain è molto contento, la società ha creduto in Javier, così come lui ha dato subito ascolto al progetto, non esiste nient'altro che il PSG. Il Flaco resta in Francia. Vuole vincere in Francia, il suo obiettivo è trionfare con il Paris Saint-Germain e ci riuscirà. Javier ha in testa solo una cosa: combattere per il PSG". Ma sarebbe stato il giocatore giusto per le grandi squadre italiane? cerchiamo di capirlo insieme.

 Milan: i rossoneri, trovato un superbo e prolifico El Shaarawy, avrebbero bisogno di un talento del suo calibro. Pato, Boateng, Robinho e Pazzini non sono comprimari, ma nessuno di questi possiede la classe dell'argentino. Con il suo tocco di palla, la sua fantasia e la sua corsa, Javier avrebbe risolto più di un problema per Allegri. Berlusconi ha varato il progetto giovani, chi meglio di un classe 1989 che conosce bene il campionato italiano? Inoltre i rossoneri non hanno bisogno di un cannoniere, Pastore sarebbe stato libero di inventare e dispensare calcio.

 Juventus: la sconfitta di San Siro ha dimostrato, ancora una volta, che a Conte manca un vero bomber. In tal senso il Flaco non sarebbe stato indispensabile per la Juve, che avrebbe comunque aumentato notevolmente il proprio livello qualitativo. Ai torinesi, però serve altro. Si cerca l'erede di Trezeguet e ogni partita che passa se ne sente maggiormente la mancanza.

 Inter: con quest'organico l'argentino sarebbe un surplus. Vale per i nerazzurri lo stesso discorso fatto con la Juventus. Probabilmente a Stramaccioni serve un centravanti che possa alternarsi con Milito e prenderne, tra un paio d'anni, l'eredità. Sulla trequarti c'è abbondanza di talenti: Coutinho, Sneijder e Alvarez. Il brasiliano e l'olandese non hanno molto da invidiare a Pastore, Alvarez è invece decisamente meno talentuoso. Parliamo comunque di un ragazzo classe 1988, bocciarlo sarebbe un errore.

 Investire una caterva di milioni sarebbe francamente insensato per le italiane. Ci avrebbe potuto pensare il Milan, ma una filosofia del genere edstituirebbe di ogni fondamento le dolorose cessioni estive. Da amante di questo sport mi auguro di rivedere presto Pastore in Serie A, perchè credo davvero che sia un fuoriclasse. Ma nel mercato si ragiona con la testa e il portafogli, non con il cuore. Se contasse quello, Alessandro Del Piero e Paolo Maldini non avrebbero mai smesso di giocare.

26 novembre 2012

Il paradosso del Pallone d'oro



Il giorno dell'assegnazione del Pallone d'oro si avvicina, e con sè l'amletico dubbio: Lionel Messi o Cristiano Ronaldo? 
I due hanno importanti sponsor alle spalle, e non parlo dei più celebri brand tecnici. L'allenatore (e connazionale) del portoghese, Josè Mourinho ha dichiarato in merito: "Se non andrà a Ronaldo, sarà perché risulta meno simpatico e non vende bene la sua immagine. Sarebbe un vero crimine se Ronaldo non lo vincesse. Cristiano sa difendere, e non è protetto da nessuno. Sembra che gli avversari vedano un animale da prendere a calci. L’altro (Messi, ndc) no. Basta un fallo e scatta l’ammonizione".
Johan Cruijff, storico uomo catalano ha invece sostenuto la candidatura dell'argentino, dicendo: "Messi lo merita più di Cristiano Ronaldo".
Al di là di queste schermaglie, vorrei fare una riflessione più profonda. Negli anni passati l'ambitissimo premio di France Football andava al "giocatore più vincente e meritevole dell'anno calcistico". Con questa giustificazione non è stato assegnato il riconoscimento a campioni formidabili come Raul, Batistuta, Del Piero, Maldini, Buffon, Henry, Totti.
Viceversa il Pallone d'oro è esposto sui "caminetti" di alcuni grandi giocatori, che però non sono minimamente paragonabili a quelli sopracitati: Sammer, Owen, Papin, Weah, Bjelanov, Simonsen. Tutti campioni, durati però una o poche stagioni.
E allora vien da chiedersi, se il trofeo deve tener conto di molti parametri, fra cui quello dei successi conseguiti in campo, per quale ragione nessun calciatore spagnolo è stato convocato a Parigi per riceverlo? Sbaglio o la Spagna ha vinto due Campionati Europei ed un Mondiale negli ultimi quattro anni? Forse l'albo d'oro dovrebbe essere rivisto.
Eppure gli spagnoli non avevano una squadra di comprimari: Casillas, Puyol, Ramos, Piquè, Xavi, Iniesta, Silva, Fabregas, Mata, Villa, Torres. Ad occhio e croce tutti campioni che, nella singola annata, avrebbero potuto meritare di alzare il Pallone d'oro. Penso ad esempio a Weah, giocatore fortissimo, ma durato due-tre stagioni. Non molto diverso da Fernando Torres ad esempio che nel periodo Reds era secondo me sensazionale. Per non parlare di Villa, Puyol, Casillas, Xavi e Iniesta, che hanno avuto negli anni una costanza di rendimento da campioni assoluti. E allora perchè ci stiamo domandando chi fra Messi e Ronaldo riceverà l'ambito premio? Cosa devono fare i calciatori spagnoli per esser presi in considerazione?
Forse da quando il Pallone d'oro ed il Fifa World Player si sono fusi i criteri son cambiati. Ma non è giusto. Come si possono giustificare le onorificenze date ai giocatori citati in precedenza? Per quanto non si parli di un vero successo sul campo, parliamo del più importante premio che un singolo calciatore possa mai ricevere. Sarebbe giusto che, nel corso degli anni, fosse stato assegnato mantenendo sempre lo stesso criterio di giudizio.
Io non contesto la forza di Messi, che ritengo il giocatore più forte della storia; e nemmeno quella di Ronaldo, formidabile fuoriclasse dei nostri tempi. Ciò che voglio dire è che, se si fosse assegnato il Pallone d'oro in base alle prestazioni, allora almeno sei o sette di questi non hanno senso di esistere. Se invece viene assegnato valutando giocate e vittorie, allora è inammissibile che uno spagnolo non l'abbia vinto in questi anni. Da qualsiasi parte guardiamo la situazione si possono scatenare polemiche.
Ora che la Fifa è coinvolta nell'assegnazione si esponga, e ci dica che tipologia di premio viene annualmente assegnato nella stupenda cornice parigina.

Il punto sulla Serie A: 14esima giornata


Come ogni lunedì mattina ecco il punto sulla Serie A. Il campionato spezzatino ci rende orfani di tre importanti partite: Parma-Inter, Cagliari-Napoli e Lazio-Udinese.
Ad ogni modo analizziamo gli alti e i bassi delle partite andate in porto.

Palermo-Catania: finalmente i rosanero. Gli uomini di Gasperini non solo vincono con pieno merito il derby di Sicilia, ma danno vita alla prima prestazione degna di nota. Dopo tredici partite di nulla, i palermitani regalano una grande gioia ai tifosi e alla città. In evidenza il solito Fabrizio Miccoli e Josip Ilicic. Lo sloveno, finalmente, riesce ad incantare ed essere determinante. Per i catanesi è una serata da dimenticare, con il solo Lodi a salvare l'onore. Una grande punizione che rende meno cocente la sconfitta, ma che non cambia la sostanza.

Atalanta-Genoa: i nerazzurri incappano nel secondo brutto k.o. consecutivo. Dopo le quattro sberle di Firenze, lo stop casalingo contro il Grifone. Gli uomini di Del Neri sfoggiano una bella prestazione, quadrata ed efficace. Il solo Borriello davanti tiene su l'intera squadra, Bertolacci s'inserisce e realizza il goal vittoria. Frey, infine, blinda la porta e trascina i rossoblu fuori dalla zona retrocessione.

Chievo-Siena: un prevedibile zero a zero. Le due compagini sono concrete e solide, ma la paura di perdere domina al Bentegodi. Il Siena ci prova maggiormente, ma s'imbatte in un Sorrentino in grande spolvero. Per il Chievo, in avanti, poca roba.

Pescara-Roma: Zeman è cambiato. Dopo il secondo successo senza subire reti, sembrerebbe così. Totti inventa, Destro realizza. Il giovane bomber si è sbloccato, ma deve ancora migliorare sotto porta. Troppi errori, nonostante la rete da tre punti. Il Pescara è più solido con la cura Bergodi, ma per ora è troppo sterile in avanti. Un delitto lasciare in panchina Weiss, l'unico vero talento in riva all'Adriatico.

Sampdoria-Bologna: match viziato dall'espulsione di Morleo al quinto minuto. I rossoblu giocano bene e si rendono pericolosi col trio Diamanti, Gilardino e Gabbiadini. La Samp però merita il successo, il secondo di fila. Poli, ancora decisivo, regala tre punti d'oro a Ferrara. Icardi cresce bene, Eder è concreto. Su questa strada i blucerchiati non avranno problemi a salvarsi.

Torino-Fiorentina: i granata, due volte avanti, vengono domati da una bella Fiorentina. Gli uomini di Montella giocano meglio, ma sono due volte trafitti, da Cerci e Birsa. Laddove la vecchia compagine gigliata avrebbe potuto abbattersi, la nuova "Viola" del tecnico campano ha reagito. Rodriguez ha trovato il primo pari su rigore, dopo una grande azione di Cuadrado; El Hamdaoui fissa il punteggio sul due a due con un bel diagonale.

Milan-Juventus: il miglior Milan della stagione, la peggior Juventus. Il Diavolo pressa alto e non permette ai bianconeri di ripartire e impostare l'azione. La tattica impostata da Allegri è fruttuosa e ricorda quella dell'Inter a Torino. I rossoneri premono, senza impensierire Buffon; la Juve è troppo brutta per esser vera. Al 30' del primo tempo l'episodio: colpo di testa di Nocerino, la palla sbatte sul fianco di Isla. Il cileno ha il braccio largo e viene concesso un rigore che non c'è. Robinho, con un brivido, realizza. La ripresa è tutta della Juve, però mancano le idee e un vero centravanti. Giovinco da vivacità alla manovra offensiva, ma il Milan è troppo solido e ordinato. Finisce uno a zero ed è il secondo campanello di allarme per la Juve, a cui manca anche il suo leader in panchina: Antonio Conte.



25 novembre 2012

La Signora scende all'inferno per scontrarsi col Diavolo


Non avrà l'appeal di qualche mese fa, ma Milan-Juventus è sempre una partita mozzafiato. Si scontrano due squadre dal blasone infinito e dalla storia scintillante, a prescindere da tutte le difficoltà. Il fascino di questa partita richiama spettatori da ogni parte del mondo, sintonizzati a vedere un match che non ha mai nulla di banale.
Per me Milan-Juventus è la partita, ancor più della sfida con l'Inter. Sono cresciuto calcisticamente con la sfida fra i bianconeri di Lippi ed il Diavolo di Capello. Mi sono innamorato di questo sport vedendo il goal di Zinedine Zidane nel 2001 e la rovesciata di Del Piero nel 2005. Mi ha fatto conoscere la cocente delusione, con il rigore di Shevchenko in finale di Champions nel 2003. Milan contro Juventus evoca in me ricordi entusiasmanti, epici duelli. Le due compagini hanno rappresentato, per più di un decennio, l'élite del calcio italiano ed europeo. Implacabili e cinici in Italia i bianconeri, vincenti e spietati in Europa i rossoneri. Milan e Juventus si sono spartiti gloria e trofei, provando un reciproco rispetto. Nemmeno le polemiche e i veleni della scorsa stagione hanno distrutto questo sodalizio. Con una telefonata Agnelli e Galliani hanno appianato ogni divergenza, garantendoci l'ennesimo grande match.

Qui Milan: i rossoneri non possono più sbagliare in campionato. Sei sconfitte in tredici partite rappresentano una delle più brutte partenze di sempre. La zona Europa sembra allontanarsi settimana dopo settimana, nonostante qualche moto d'orgoglio. La musica sembra diversa in Champions League, dove il Diavolo ha già passato il turno. Questo deve far scattare un campanellino d'allarme a Torino, dove ci si deve render conto che il Milan non è morto, ma solo ferito. La vittoria in Belgio lo ha dimostrato, ed El Shaarawy cresce giorno dopo giorno. Bonucci e Barzagli dovranno dar sfoggio ad una prestazione impeccabile se vorranno contenere il giovane bomber.
La difesa sarà messa sotto pressione, ma il fantastico goal a Bruxelles potrebbe riportare Mexes ai fasti di Roma; la mancanza di Abate darà infine via libera a De Sciglio, che considero un gran talento.

Qui Juventus: galvanizzati dal successo con il Chelsea, gli uomini di Conte non possono perdere punti in campionato. Superato questo tour de force, con Lazio, Chelsea, Milan, Torino e Shaktar in sequenza, i bianconeri potrebbero rifiatare un momento. Corsa e grinta non mancano di certo, qualche goal in più non farebbe male. Le punte, Vucinic e Giovinco su tutti, hanno bisogno di sbloccarsi; Marchisio avrebbe bisogno di una rete per tornare agli standard dell'anno scorso. Sarà anche la sfida fra presente e futuro del centrocampo azzurro, con Pirlo che sfida Montolivo. Qui io non credo ci sia partita, ma il rossonero sta crescendo molto nelle ultime settimane, mentre il 21 bianconero con il Chelsea ha sofferto e peccato di eccessiva presunzione. Contro il muscolare centrocampo rossonero non disdegnerei di inserire, a partita in corsa, quel Pogba che tanta impressione desta ogni partita che riesce a giocare.

Inutile negarlo, la Juventus parte favorita. Morale, posizione di classifica e qualità del gioco sono tutti dalla parte degli uomini di Conte.
Io non sottovaluto mai un animale ferito. Il Diavolo ha giocatori di grande livello, capaci di giocate imprevedibili. Non penso solo al piccolo Faraone, ma anche a Pato, Robinho e Boateng. Certo, il ghanese sembra la bruttissima copia del giocatore che era, ma non può aver disimparato a giocare.
Son lontani i tempi in cui questa partita schierava giocatori di livello mondiale, ma non per questo sarà meno entusiasmante o scontata. In campo i giocatori devono sempre ricordare il peso della maglia che indossano. Le casacche rossonere e bianconere pesano come macigni, ed implicano un carico di responsabilità non indifferente.
Non aspettiamoci sfide come Maldini-Del Piero, Shevchenko-Cannavaro, Zidane-Gattuso o Kaka-Thuram, ma nemmeno una partitella. Milan-Juventus non lo sarà mai, nemmeno in amichevole.

Serie A in Diretta su EspertodiCalcio.com



Appassionato di Serie A e Fantacalcio? Segui la diretta delle partite sul mio blog, nell'apposita sezione Live Score!

Goal, ammonizioni ed espulsioni in tempo reale, per essere sempre aggiornato sul campionato italiano e tutto il calcio mondiale!

24 novembre 2012

Francisco Román Alarcón Suárez, semplicemente: Isco

Nome: Francisco Román Alarcón Suárez
Data di nascita: 21 aprile 1992
Luogo di nascita: Benalmádena
Squadra di appartenenza: Malaga
Altezza: 176 cm
Peso: 66 kg
Piede: destro




Francisco Román Alarcón Suárez, noto al grande pubblico come Isco, è un classe '92. Nato a Benalmádena il 21 aprile 1992 è un prodotto del settore giovanile del Valencia. Indossa la maglia della squadra valenciana per tutto il settore giovanile, fino ad essere aggregato nel 2009 alla squadra riserve.
La sua stagione di debutto con il Valencia B non è semplice. Nonostante 25 presenze ed un goal all'attivo, Isco soffre il dover spesso partire dalla panchina. Le buone prestazioni con le nazionali giovanili spagnole gli valgono la convocazione con la prima squadra, con la quale debutta in Copa del Rey l'11 novembre 2010. Appena 18enne, Isco realizza una doppietta nel 4a1 contro l'UD Logroñés. La grande prestazione in coppa non convince però l'allenatore del Valencia, Unay emery, ad aggregarlo definitivamente con i grandi. Il rientro nel Valencia B è convincente, tanto che Isco riesce a mettere a segno ben 15 reti. I goal e le grandi giocate con la squadra riserve catalizzano l'attenzione su di lui. Alcuni club spagnoli si fanno avanti, ma il più determinato è il Malaga di Manuel Pellegrini. Il club andaluso mette sul piatto sei milioni di euro e strappa Isco al Valencia, portandolo a "La Rosaleda". Il progetto Malaga è davvero interessante. Con l'arrivo dello scieicco Al Thani, vengono tesserati per il clun andaluso diversi nuovi giocatori: Cazorla, Isco, Joaquin, Van Nistelrooy, Buonanotte, De Michelis, Baptista, Eliseu e Portillo. Il tutto orchestrato da un grande tecnico come Manuel Pellegrini, che fa subito sentire la sua fiducia al giovane Isco. Il 21 novembre 2011, in un match valido per la Liga, segna il suo primo goal al Racing di Santadenter, replicando la settimana successiva contro il Villareal. A fine anno Isco raccoglie 32 presenze e 5 goal, contribuendo in modo significativo alla qualificazione in Champions League, traguardo mai raggiunto dagli andalusi. Proprio al debutto nella massima competizione continentale, il giovane spagnolo da spettacolo. Giocate formidabili, dribbling e due fantastiche reti allo Zenit san Pietroburgo. Isco è insignito del titolo di "uomo partita", niente male per un ragazzo appena 20enne. Talento indiscutibile, Isco ha da sempre fatto parte delle nazionali giovanili spagnole. Con l'Under19 e l'Under21 ha lasciato il segno, portando la Spagna alle fasi finali delle maggiori competizioni di categoria. Recentemente è stato convocato per la prima volta in Nazionale maggiore, senza però aver l'occasione di scendere in campo nelle amichevoli con Serbia e Corea del Sud.

176 cm per 66 kg di peso, Isco è il trequartista per antonomasia. Piedi raffinati, dribbling, visione di gioco e rapidità negli inserimenti sono i suoi principali marchi di fabbrica. Destro naturale, può giocare su tutto il fronte offensivo. Predilige partire dal centro, da dove può distribuire palloni tanto sulle fasce quanto alla prima punta. Spesso è stato però impiegato largo a sinistra, da dove ha invece la possibilità di rientrare e calciare verso la porta con il suo preciso interno destro. Il tocco di palla è di primissimo livello, così come la sua facilità di calciare verso la porta, di precisione o con conclusioni di discreta potenza. Estroso ma con i piedi per terra, Isco è un ragazzo dal futuro assicurato. Sempre composto e posato, ha la testa sulle spalle ed è concentrato giorno per giorno sul suo lavoro. Chi lo conosce sa bene quanta dedizione e sacrificio metta in tutto ciò che fa. Recentemente è stato accostato a diverse squadre italiane, su tutte il Milan. Isco, inutile nasconderlo, farebbe comodo a chiunque in Italia. Il suo valore di mercato si assesta intorno ai 18-20 milioni di euro, ma parlando di un ragazzo classe 1992, la spesa potrebbe essere ripagata nel giro di poche stagioni.

23 novembre 2012

L'imperatore destituito: Adriano Leite Ribeiro


L'Imperatore. Così era conosciuto, ai tempi d'oro, Adriano Leite Riberio.
Conosciuto semplicemente come Adriano, è stato un attaccante di formidabili potenzialità. Nato a Rio de Janeiro il 17 febbraio 1982, è nato calcisticamente nel Flamengo. Con i rossoneri brasiliani impressiona alla prima stagione nel Brasilerao, tanto che l'Inter decide di acquistarlo.
Adriano è un ragazzone senza paura, cresciuto nella povertà ha fame di goal e di successo. E così nell'agosto 2001 esordisce con i nerazzurri in una cornice d'eccezione: il Santiago Bernabeu. Appena entrato si prende la responsabilità di un calcio di punizione dal limite. Un'impressionante bordata di sinistro scuote la porta di Casillas, inerme dinnanzi a così tanta potenza. La palla scalfisce la traversa e finisce in rete, fra lo stupore generale. A 18 anni Adriano dimostra di possedere una forza fisica ed una potenza di tiro fuori dal comune.
A Milano trova poco spazio con giocatori del calibro di Vieri, Ronaldo e Recoba davanti a lui. Nell'inverno 2001 iniziano le sue prime traversie con il cibo, che lo portano a prendere peso. A gennaio si trasferisce a Firenze, dove trova il campo con maggior regolarità e si rimette in forma. Appena in tempo, a giugno è ceduto in comproprietà al Parma. Qui incontra Cesare Prandelli e Adrian Mutu. Il trio farà le fortune dei gialloblu, con Adriano che acquisisce il soprannome di Imperatore. Nato dall'omonimia con il grande statista romano Publio Elio Traiano Adriano, rispecchia anche il suo modo di giocare. Il brasiliano è incontenibile, una forza della natura. I suoi 90 kg di muscoli sono impossibili da arginare per qualsivoglia difensore, di testa è insuperabile. Mutu crea, Adriano distrugge. Cresciuto con il mito di Zico, Adriano sembra un letale incrocio fra il connazionale Ronaldo e l'italiano Vieri. Potente e mancino come il celebre numero 32 interista; rapido, tecnico e cinico come Il Fenomeno. Niente a che vedere con estro e tecnica di Ronaldo, che rimane secondo me inarrivabile fra le prime punte moderne, ma la tipologia è quella. Come il connazionale, poi, ha uno spassionato amore per le feste e la buona tavola, che lo porteranno ad un prematuro e triste declino.
La crisi economica del Parma lo riporta a Milano, dove per due anni e mezzo si consacrerà come un campione. 12 goal nei primi sei mesi, poi due stagioni pazzesche: 25 e 20 reti.
All'improvviso, quando sembrava dovesse decollare, il crollo. Adriano inizia a sentire la mancanza del Brasile, della famiglia, degli amici. Cade in una sorta di depressione e si lascia andare. Prende peso, non si allena e viene pizzicato a far tardi la notte. L'Inter prova a rigenerarlo spedendolo in Brasile, ma la sua carriera è agli sgoccioli. Una timida ripresa con la maglia del San Paolo, poi il terzo ritorno a Milano e l'ingresso in una spirale di negatività.
Nel 2009, con la casacca dell'amatissimo Flamengo, il canto del cigno. Ma il giocatore non è più lo stesso, e a Roma lo dimostra. I giallorossi si ritrovano in rosa un Adriano imbolsito, che pesa più di 100 kg e non è nemmeno l'ombra del campione che poteva essere. Si, dico poteva essere.
I mezzi di Adriano erano immensi, devastanti. Un fisico imponente unito ad una forza muscolare fuori dal comune. Il centravanti spazzava via le difese con le sue progressioni ed i suoi dribbling. Chiedetelo all'Udinese, all'Empoli, al Chievo, al Milan o alla Juventus. E perchè no anche a Casillas, che ancora oggi, ne sono certo, non si è spiegato quel bolide sotto la traversa.
Io penso che i numeri non bastino per essere definito un campione. Adriano aveva colpi da fuoriclasse, ma un ragazzo col suo talento avrebbe dovuto lasciare un segno indelebile nella storia del calcio. Invece lo ricordiamo per i festini, per la sua stazza e le sue scorribande in motorino nelle Favelas di Rio. E' davvero triste tutto questo, sarebbe potuto e dovuto essere più forte di Vieri ma la sua carriera non è stata poi tanto diversa da quella di un altro grande cannoniere brasiliano: Mario Jardel.


L'aeroplanino vola anche in panchina


Nella storia del calcio italiano merita un posto di tutto rispetto. Sto parlando di Vincenzo Montella, formidabile bomber tascabile ed ora allenatore interessante. Dopo una carriera spesa a far esultare i tifosi sull'asse Genova-Roma, ora il ragazzo campano ha intrapreso la strada della panchina. E che strada.
Lui e Antonio Conte sono per distacco i due tecnici più interessanti del panorama calcistico italiano. Rappresentano non solo una ventata d'aria fresca, ma anche quella nuova mentalità che sta rivoluzionando il nostro calcio. Famosi per difesa e contropiede, gli italiani sono conosciuti nel mondo come "i catenacciari". Personalmente non mi ha mai infastidito questa definizione, in special modo se la si ricollegava ad un grande allenatore come Trapattoni. Tuttavia negli ultimi anni il nostro modo di fare calcio risultava obsoleto e servivano nuove idee, nuovi impulsi. Dopo il Trap abbiamo avuto altri grandissimi allenatori, Capello, Ancelotti e Lippi su tutti. Ma non vi è stato un buon ricambio generazionale, i tecnici più giovani sembravano uniformarsi ad una passiva idea di calcio. Penso a Beretta, Giampaolo, Ficcadenti, Donadoni, Del Neri, Malesani, Di Carlo, Colantuono. Tutti mestieranti della Serie A, che non hanno però arricchito il nostro calcio con idee interessanti e innovative.
Conte e Montella stanno invece trasferendo in panchina la leadership che li ha resi dei campioni in campo. Le loro squadre amano giocare a pallone e comandare il gioco; non si chiudono e non giocano in funzione dell'avversario. I detrattori potrebbero dire: "semplice con le rose a loro disposizione". Ma non è così.
Il Bari e il Siena di Conte giocavano un calcio piacevole e frizzante; il Catania di Montella è stata una delle più belle realtà dello scorso anno.
Cerchiamo di conoscere meglio "l'aeroplanino" tecnico. Montella, come detto, attua un calcio propositivo e mai banale. Le sue squadre sono divertenti, belle da vedere, ma mai spregiudicate.
Non ha uno schema tattico preciso, dimostrando elasticità mentale e profonda conoscenza del gioco. A Catania giocava con una difesa a quattro, a Firenze è passato a quella a tre. Questo per favorire gli inserimenti sulle fasce di un rigenerato Pasqual e del fantastico Cuadrado. Il colombiano è un esterno favoloso, tutto corsa e dribbling. E' fortissimo in fase offensiva e tignoso in difesa, un giocatore completo.
In mezzo al campo si sta consumando la più significativa rivoluzione tattica. Sembrano finalmente finiti i tempi in cui occorreva un "medianaccio che faccia legna". La nuova leva di allenatori sta capendo che per giocare bene a pallone servono centrocampisti universali, bravi si in fase di contenimento, ma abili con i piedi. Ecco allora che le chiavi della Fiorentina sono affidate al cileno Pizarro, disciplinato tatticamente e meraviglioso in impostazione. Accanto a lui lo spagnolo Borja Valero e Alberto Aquilani. L'ex Villareal è il più difensivo dei tre, ma ha piedi raffinati; l'italiano sta lentamente recuperando le sue doti di interditore ed incursore.
In avanti, come Conte, anche Montella ruota i suoi effettivi. Ha infatti proposto la coppia tutta tecnica e velocità composta da Jovetic e Ljajic; il duo Toni-Jovetic ed il contropiedista El Hamdaoui. Così facendo tutti si sentono importanti e danno un grosso contributo.
Su Montella si son sprecati fiumi di inchiostro, è uno degli uomini del momento. Le lodi son tutte meritate, ma da grande esperto di calcio, Vincenzino non si monta la testa e pensa solo a lavorare. Ad osservare la sua metodologia di lavoro è arrivato dal Brasile un grande ex del nostro calcio: Paulo Roberto Falcao. L'ex Roma ha pubblicamente elogiato il lavoro del tecnico campano, dicendo: "Per tenermi sempre aggiornato è importante tenere bene sott'occhio l'evoluzione del mondo del calcio, sempre in continua crescita. Per migliorarsi questo è necessario. Il paragone con Aquilani? Forse un po' mi assomiglia, ma quando giocavo io era un altro tipo di calcio. La sfida tra Roma e Fiorentina? Sarà sicuramente una gara avvincente e divertente. Zeman ha avuto bisogno di più tempo per trovare i giusti automatismi ma ha grande esperienza, quindi farà bene. E' senza dubbio interessante vedere Montella al lavoro, farà una grande carriera. La Fiorentina gioca davvero benissimo". Impossibile contraddirlo.

22 novembre 2012

Mi manda Buffon: Luca Lezzerini

Nome: Luca
Cognome: Lezzerini
Data di nascita: 24 marzo 1995
Luogo di nascita: Roma
Squadra di appartenenza: Fiorentina
Altezza: 195 cm
Peso: 86 kg
Piede: destro



Come Buffon. Quella che può sembrare una provocazione, nasconde dietro di sé più di una verità.
Luca Lezzerini, portiere di indubbio talento, nasce a Roma il 24 marzo 1995. Muove i primi passi come centrocampista. Si, avete capito bene, centrocampista. Proprio come il portiere della Nazionale, non gioca fra i pali fin da piccolo.
La sua carriera prende il via all'età di 9 anni in una squadra di quartiere, il Tor de Cenci. E' una formazione composta dai bambini della zona dell'Agro Romano. Il piccolo Luca ha un fisico sviluppato ed un'ottima predisposizione al gioco del calcio. A 11 anni gli osservatori della Lazio lo notano e lo portano in biancoceleste. Un'intuizione azzeccata. Ancor più indovinata la scelta di arretrare il raggio d'azione di Lezzerini. Bastano pochi allenamenti e lo staff tecnico laziale prova Luca fra i pali. La sua rapidità ed esplosività sono doti fisiche fuori dal comune, la scelta di impiegarle al servizio di uno dei ruoli più duri è felicissima.
Il "piccolo" Luca ha un'innata passione per il calcio e si applica allenamento dopo allenamento, pallone dopo pallone. Migliora a vista d'occhio e inizia a maturare le prime esperienze con una prestigiosa maglia come quella delle Aquile.
Nel 2009 squilla il telefono di casa Lezzerini. La chiamata proviene da Firenze, sponda Fiorentina. I viola hanno parlato con la Lazio e hanno trovato un accordo per il trasferimento del portierino in riva all'Arno. Luca accetta e dopo 3 anni di militanza in biancoceleste cambia squadra. A 14 anni è una scelta impegnativa. Nuova città, nuova scuola, nuovi compagni, insomma nuova vita. L'obiettivo è solamente uno, sfondare nel mondo del pallone.
Arrivato a Firenze si mette immediatamente a disposizione della squadra, diventando il leader della retroguardia. Con gli Allievi Nazionali arriva fino alle semifinali Scudetto, perdendo contro la Sampdoria una pazzesca partita. I viola dominano, Capezzi sbaglia un rigore nei tempi regolamentari e dal dischetto i doriani eliminano la squadra gigliata. E' un'esperienza dolorosa, ma formativa. "Vince squadra che sbaglia meno" diceva il grande maestro Vujadin Boskov, una profonda verità.
L'esperienza con gli Allievi Nazionali della Fiorentina da al giovane Lezzerini una grande notorietà. I viola vengono infatti ripresi dalle telecamere di "Mtv". La partecipazione a "Calciatori - Giovani Speranze" mostra il doppio lato di Lezzerini. Determinato e trascinatore in campo, ragazzo semplice ed educato fuori.
Lezzerini anche in questo è simile a Buffon. Fra i pali è concentrato al massimo e guida i suoi compagni. Nella vita privata non ama apparire, ma si capisce subito che dietro la sua timidezza c'è un ragazzo intelligente con in mente una sola cosa: la vittoria. Questo, ne sono certo, è un impulso determinante per un giovane. La voglia di emergere, di lottare e vincere sono armi indispensabili per arrivare in Serie A.

195 cm per 86 kg di peso, Lezzerini è un estremo difensore moderno. Dotato di un fisico imponente fuori dal comune, il portierino viola ha fondamentali eccellenti. Nelle uscite alte è pressochè perfetto, così come nel gioco con i piedi. Questa è una caratteristica che è stata sempre apprezzata dai suoi allenatori, e che anche in Serie A viene cercata in tutti i portieri. L'aspetto su cui deve ancora lavorare, lo dice lui stesso in un'intervista a "Viola Channel" è la posizione. Proprio su questo aspetto ha lavorato molto con Vincenzo Di Palma Esposito, il preparatore dei portieri della Nazionale italiana. Si, avete capito bene, degli azzurri. Il giovane Lezzerini è stato infatti convocato nel ritiro azzurro lo scorso maggio, per sostituire i portieri titolari nei primi giorni di ritiro in vista di Euro2012. L'esperienza è stata bellissima ed estremamente formativa. A Coverciano ha stupito tutti per forza di volontà e abnegazione, mettendosi a disposizione di Prandelli e dando il 110%.
Cresciuto calcisticamente con due modelli di tutto rispetto come Gigi Buffon e Frey, Lezzerini è un portiere agile e potente. Reattivo fra i pali e coraggioso nelle uscite, ha nella sua spiccata personalità una delle armi che lo aiuteranno ad emergere. Ragazzo studioso e con la testa sulle spalle, spende il suo tempo libero a studiare i video dei grandi interpreti di questo ruolo. In estate ha svolto la preparazione atletica con la prima squadra, avendo quindi l'occasione di misurarsi con giocatori del calibro di Stevan Jovetic, Adem Ljajic e Juan Manuel Vargas.
E' presto per dire quale carriera farà questo ragazzo, ma i numeri per diventare uno dei migliori interpreti di questo ruolo li ha tutti. Da sempre nel giro delle Nazionali giovanili italiane, non gli manca nulla per riuscire ad imporsi sui più grandi palcoscenici mondiali.

La cresta del Faraone e la presunzione del Papero


Nella serata che consacra Stephan El Shaarawy scoppia il caso Pato. Ma andiamo con ordine e ripercorriamo prima l'ennesima grande prestazione del piccolo Faraone.
Classe 1992, El Shaarawy si sta imponendo all'attenzione mondiale per i suoi goal, le sue giocate e la sua personalità. La rete di ieri sera è un gioiello: stop di sinistro in un fazzoletto e tiro di destro a battere l'estremo difensore. Fantastico, meraviglioso, unico. Non ci sono abbastanza aggettivi per esaltare le qualità di un ragazzo che ha compiuto 20 anni da pochi giorni. E' un campioncino in erba, un patrimonio del calcio mondiale e, fortunatamente, di quello italiano. In Brasile la coppia con Balotelli penso possa fare grandissime cose, sognare la vittoria in uno dei paesi più affascinanti del mondo non è poi così utopistico.
Di questi tempi in casa Milan sono abituati al rovescio della medaglia. Per l'ennesima volta la notizia negativa arriva da Alexandre Pato, che ieri ha chiuso il match con un goal facile facile su assist ancora del Faraone.
Il Papero, come lo chiamano a Milanello, ha infatti sbottato a fine partita. "Avevo annunciato il gol al mister ha spiegato l'attaccante brasiliano a Mediaset Premium. Gli ho detto che sarei entrato e avrei chiuso la partita. L'infortunio? Ho preso un po’ di colpi, valuterò al mio rientro ma penso che non sia nulla di grave. Il futuro? El Shaarawy sta facendo bene, però adesso vediamo: voglio giocare, adesso viene il mio procuratore e poi vediamo".
Ritengo allucinanti esternazioni di questo tipo da un giocatore che ha passato gli ultimi due anni tra infermeria e rotocalchi di gossip. Il talento di Pato non si discute, ma se fossi in Galliani ridimensionerei il suo ego. 24 partite e sei goal sono il suo score delle ultime stagioni, troppo poco per un giocatore mediocre, figuriamoci per chi doveva essere il faro dell'attacco del Brasile. Pato ha paura di perdere il treno della Nazionale, e penso non abbia tutti i torti. Ma l'unica soluzione è quella di lavorare sodo e mettersi a disposizione. In questo Milan, El Shaarawy a parte, non esiste un attaccante più forte di Pato. Se sta bene gioca, lo ha fatto chiaramente capire anche Allegri, che gli ha più volte dato iniezioni di fiducia. Andare in prestito in Brasile significherebbe ammettere di aver fallito e le parole del brasiliano di ieri non sembrano ammetterlo. Dopo una vittoria in trasferta ed il passaggio del turno, fare quelle dichiarazioni è stato davvero fuori luogo. Sono state sinonimo di presunzione e arroganza, specchio di un ragazzo poco abituato a conquistare a fatica il posto in campo. Da mesi sono convinto che il Milan si sia mangiato le mani per aver fatto saltare l'incredibile cessione dell'inverno scorso: 44 milioni di euro. A quest'ora forse parleremmo di un Diavolo con Ibrahimovic ed El Shaarawy come coppia offensiva, in lotta per vincere Scudetto e Champions League.
Berlusconi e Galliani dubito accetteranno di cedere Pato in prestito in Brasile o ad una diretta concorrente, così come escludo che il ragazzo accetti di giocare in una squadra di media classifica in Italia. E allora l'unica e far abbassare la cresta a Pato, facendogli capire che il suo tempo al Milan non è finito, ma che per essere di nuovo un leader dovrà sudare e faticare.

Twitter Delicious Facebook Digg Stumbleupon Favorites More